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Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
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Gabriella Genisi è nata nel 1965. Dal 2010 al 2020, racconta le avventure di Lolita Lobosco. La protagonista è un’affascinante commissario donna. Nel 2020, il personaggio da lei creato, ovvero Lolita Lobosco, prende vita e si trasferisce dalla carta al piccolo schermo. In quell’anno iniziano infatti le riprese per la realizzazione di una serie tv che si ispira proprio al suo racconto, prodotta da Luca Zingaretti, che per anni ha vestito a sua volta proprio i panni del Commissario Montalbano. Ad interpretare Lolita, sarà invece l’attrice e moglie proprio di Zingaretti, Luisa Ranieri.
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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
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Autore: Franco Mimmi
Titolo: Il nostro agente in Giudea
Genere Storico
Lettori 329
Il nostro agente in Giudea
- Si chiama Gesù, - disse il sommo sacerdote, - Gesù detto il Nazireo. -
Il prefetto della Giudea scosse la testa. - Non so, Caifa, non mi sembra una buona idea. Voi giudei siete molto sottili, certo più di noi romani, che siamo un popolo pratico, ma qualche volta esagerate in finezza. Se il tuo popolo vuole ribellarsi ancora, faccia pure: sa già che cosa lo aspetta. -
Giuseppe detto Caifa che significa la buona vita, il sottile politico, il potente sommo sacerdote, sentì - nonostante il caldo torrido che gravava su Cesarea in quei primi giorni dell'autunno - che un brivido gli correva lungo la spina dorsale. I metodi con cui il prefetto romano aveva mantenuto la pace nella indomita provincia di Giudea erano infatti ben noti fin dal momento del suo arrivo: per conoscerli bastava salire su una collina al centro di Gerusalemme, sempre irta dei pali delle croci alle quali venivano appesi i sobillatori e i rivoltosi.
Si diceva che dopo tre anni dall'arrivo del prefetto la regione scarseggiasse ormai di olivi, tanti ne erano stati abbattuti per i supplizi, e la collina sulla quale venivano eseguite le crocifissioni si era guadagnata l'appellativo macabro e sarcastico al tempo stesso di Golgota, parola aramaica che definisce il cranio umano, non tanto per la sua forma quanto perché biancheggiava dei teschi dei giustiziati.
Caifa chinò il capo. - Come vuoi tu, Prefetto, - disse.
L'altro ebbe un gesto d'irritazione. - Quando mi chiami con il titolo anziché per nome, - disse, - so che devo aspettarmi qualcosa di sgradevole. È sempre stato così, fin dal nostro primo incontro. -
Deciso a far osservare le leggi d'occupazione e a mantenere l'ordine in Giudea, pochi giorni dopo il suo arrivo Pilato era entrato in Gerusalemme portando con sé da Cesarea trecento cavalieri idumei: un numero eccessivo per una scorta, sicché poteva solo significare una minaccia. I cavalieri, poi, portavano sulle insegne l'immagine dell'imperatore, che era anche un dio e dunque, per gli ebrei monoteisti, un idolo inaccettabile.
Tutti i governatori precedenti avevano preferito rispettare le convinzioni religiose locali per evitare le reazioni di quelle teste calde, ma Ponzio Pilato giungeva con le consegne di Lucio Elio Seiano, onnipotente prefetto del pretorio e suo grande protettore, che detestava gli ebrei e gli aveva raccomandato di usare con loro la mano dura. Entrò in Gerusalemme con le immagini di Tiberio Cesare Augusto sulle insegne e annichilì ogni tentazione di sommossa: raddoppiò la guardia attorno al palazzo nel quale si ospitava e schierò i cavalieri attorno alla Fortezza Antonia, dove era acquartierata la coorte di guarnigione alla città.
Sette giorni dopo aveva ripreso la strada di Cesarea Marittima, e una delegazione formata da cittadini prominenti, sadducei e farisei, lo aveva seguito. Per cinque giorni il prefetto respinse le loro richieste di essere ricevuti, poi li convocò nel meraviglioso anfiteatro che Erode il Grande aveva fatto costruire sulla spiaggia e con la mano mostrò loro i legionari che, schierati attorno al palcoscenico, li circondavano.
- Chi è il capo? - chiese Pilato.
Caifa fece un passo avanti. - Sono Giuseppe Caifa, il sommo sacerdote, - disse, - mi ha nominato dieci anni fa il tuo predecessore Valerio Grato. -
- Lui ti ha nominato e io posso destituirti. E posso fare anche di più: farvi crocifiggere tutti, qui e ora, se non ve ne tornate a Gerusalemme dimenticando le vostre stupide lamentele. -
Caifa abbassò la testa. - Va bene, prefetto - disse.
Pilato sorrise, sdegnoso. - Vedo che sei un uomo saggio, Caifa. Andatevene, adesso. -
Caifa tornò a guardarlo negli occhi. - No, prefetto, - disse, - non ce ne andiamo, puoi dare ai tuoi uomini l'ordine di ucciderci. -
Pilato era amico di Seiano e si diceva che Seiano fosse onnipotente, ma l'imperatore Tiberio era più potente ancora e non avrebbe perdonato una condanna non solo ingiusta ma inutile, e anzi pericolosa. Così Caifa aveva vinto il loro primo scontro: il prefetto aveva promesso che i suoi soldati, prima di entrare a Gerusalemme, avrebbero sempre rimosso l'immagine dell'imperatore dalle insegne.
Ma Pilato non era uomo da rimanere in debito. Era passato poco più di un anno quando trovò una magnifica occasione per saldarlo nella scarsità di acqua di cui soffrivano gli abitanti di Gerusalemme: fece disegnare un nuovo acquedotto e coprì le spese mandando i soldati a razziare il tesoro del tempio. Così, per la seconda volta, Caifa era andato a Cesarea e aveva chiesto udienza al prefetto, che questa volta lo aveva ricevuto subito e con grande cortesia. - Non avrete da lamentarvi, io spero, dopo quello che ho fatto per voi. -
Caifa era infuriato ma sapeva di non poterselo permettere, e di nuovo aveva trovato la forza per rispondere con moderazione: - Il nostro tempio, prefetto, non è come i vostri: non è solo la casa del nostro Dio, che è l'unico Dio, ma anche la nostra casa e la nostra storia. Il suo tesoro è sacro e tu lo hai portato via. Come chiami, tu, una simile azione? -
- Necessità, Caifa, la chiamo necessità, - rispose il prefetto sospirando. - La tua gente aveva bisogno d'acqua, implorava l'acqua, ma non voleva pagarla. Avresti preferito vederla morire di sete? O rinunciare alle copiose abluzioni rituali vostre e degli altari del tempio? Che ci posso fare, Caifa, se qui nessuno vuole pagare le tasse? -
E questa volta a tacere era stato il sommo sacerdote, perché sapeva che il rimprovero del prefetto era fondato e ormai aveva rinunciato a fargli capire che non era un problema economico ma religioso: che gli ebrei non volevano pagare le imposte a Cesare perché tutto ciò che esiste è di Dio, e solo a lui, e non a un re che pretende di essere anche un Dio, si deve pagare quanto gli è dovuto, o si commette sacrilegio. Così era tornato a Gerusalemme e aveva spiegato al Sinedrio e al popolo che questa volta non ci sarebbero state scuse, non ci sarebbe stata riparazione.
Allora le strade si riempirono di gente, e invano Caifa e gli altri sadducei tentarono di placare gli animi ricordando le migliaia di vittime che avevano pagato con le torture e la vita le sommosse precedenti. Infuriati, sobillati dagli esseni che avevano lasciato il loro quartiere presso il Monte Sion per mescolarsi alla folla, aizzati dagli zeloti che subito erano accorsi dai loro accampamenti nel deserto, moltiplicati dai numerosi gruppi provenienti dalla Galilea e dalla Samaria, dalla Perea e dalla Giudea, gli abitanti di Gerusalemme si riversarono come un fiume lungo le strade che si arrampicavano verso il Tempio, resistettero ai legionari romani che cercavano di rompere gli assembramenti e costringere la gente nelle loro case, si ammucchiarono davanti alle mura della Fortezza Antonia, gridarono il loro odio agli uomini di quel re che non era il loro re perché solo Dio è Signore di Israele.
Era quanto Pilato si aspettava e desiderava. Immediatamente un messo partì per annunciare a Roma l'ennesima rivolta dei giudei, la necessità di reprimerla con qualsiasi mezzo. Folti gruppi di soldati, scelti soprattutto fra gli ausiliari perché il loro aspetto fosse più simili a quelle dei locali, avevano cambiato l'uniforme con abiti normali: entrarono in città da tutte le porte, si mescolarono alla folla e al segnale convenuto trassero di sotto i mantelli le loro daghe e i loro pugnali. Prima ancora di capire da dove arrivasse la morte gli ebrei caddero a decine, a centinaia, e mentre si sbandavano i legionari uscirono dalla Fortezza Antonia e presero a inseguirli in ogni strada, in ogni vicolo, fin dentro le case. La rivolta era finita, Pilato aveva vinto la seconda battaglia.
Il prefetto credeva di avere vinto anche la guerra, ma presto dovette ammettere che non era così: con allarmante frequenza, infatti, continuavano a scoppiare delle sommosse non solo a Gerusalemme ma in tutto il paese. Spesso gli istigatori erano dei galilei, di cui ormai anche Pilato, sebbene parlasse solo poche parole dell'aramaico in cui essi si esprimevano, aveva imparato a riconoscere il pesante accento, e tuttavia il centro dei focolai non era quella fertile regione ma il deserto della Giudea, che sembrava esercitare sui ribelli una attrazione di cui il prefetto non riusciva a capire né l'origine né la ragione. La guerriglia era incessante e naturalmente, nonostante qualche vittoriosa imboscata tesa dai ribelli ai legionari, assai più cruenta per i giudei che per i romani, i quali non esitavano a reprimere nel sangue la più insignificante delle chiassate e ad appendere alle croci quanti fossero sfuggiti alle loro spade.
Franco Mimmi
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