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Autore: Manuela Chiarottino
Titolo: La stessa rabbia negli occhi
Genere Narrativa young adult
Lettori 280
La stessa rabbia negli occhi

Inciampo in una lattina, qualche cretino deve averla abbandonata sul marciapiede. Le do un calcio, immaginando sia un pericoloso ordigno, e la osservo rotolare per un po', fino all'auto sportiva parcheggiata lì vicino. Potrebbe distruggerla in tanti minuscoli pezzi, scaraventarli tutto intorno; la gente correrebbe di qua e di là e sarebbero costretti a dare l'allarme e magari a sospendere le lezioni, almeno per questa mattina.
Già a casa, Luna? Sì, mamma, c'è stata un'esplosione, proprio davanti al liceo.
Chissà se alzerebbe la faccia dal programma che sta guardando, se abbandonerebbe il bicchiere sul tavolo della cucina, se uscirebbe da quella maledetta casa. Chissà se si azzarderebbe a fingere un po' di preoccupazione per me.
Ma non succede nulla.
Nessuna esplosione. È solo una lattina vuota.
Peccato, sarebbe stata una giornata diversa, con un finale diverso.
Mi avvicino all'auto: è di un giallo vivace, quasi fluorescente. Non ne comprerei mai una di quel colore, mi sembrerebbe di essere un limone lanciato a tutta velocità. E poi è troppo. Troppo gialla, troppo lunga e, sbirciando dal finestrino, scopro che l'interno è interamente tappezzato in finta pelle leopardo.
Scommetto che Raffaele ne sarebbe entusiasta.
Lui ama tutto quello che è colorato, eccessivo... insomma, ciò che non amo io. Eppure lui è il mio migliore amico e abbiamo altre cose in comune: la prima è che siamo entrambi golosi di pizza, la seconda è che non siamo proprio tra i più popolari della scuola e la terza è che vorremmo trasferirci in un paese sul mare.
Solo che abitiamo in una città del nord, dove scorre un fiume dalle acque grigie e l'inverno è sempre lungo e freddo, e in fondo non sono del tutto sicura che il mare faccia per me Non mi piacciono i costumi da bagno, la pelle resa appiccicosa dalle creme e dal sudore, la sabbia tra le dita dei piedi, il vociare della gente sulla battigia. Anche il verso dei gabbiani mi fa paura, risuonano come risate sarcastiche e stridule, a tratti sinistre. Se potessi scegliere, abiterei in una casa isolata dalle altre, sopra le rocce, oppure in un faro abbandonato. Passerei il tempo a leggere, mentre all'orizzonte il sole e la luna si rincorrono, tuffandosi e riaffiorando dalle onde. Ogni tanto, quando l'aria è più fresca e la luce inizia a baluginare sullo sfondo o il sole scende al tramonto, sporcando di rosso il cielo, uscirei per passeggiare.
Ancora meglio sarebbe un giorno di nuvole, con una leggera foschia che cala sul mare. Mi sederei su una di quelle vecchie barche capovolte, abbandonate sulla spiaggia, e resterei lì, a osservare il frangersi delle onde. Una dopo l'altra, come se il mare cercasse di stendere le sue braccia per raggiungere qualcosa e non ci riuscisse mai. E ogni volta si spingesse più in là, per superare quel limite invisibile che separa i sogni dalla realtà, trascinandosi dietro conchiglie spezzate, pietrine, alghe o ciabatte dimenticate, come premio di consolazione.
Anch'io mi sento così.
Allungo le mani per acchiappare le stelle ma, quando le tiro indietro, tra le dita non mi rimangono che un pugno di polvere, insetti e frammenti di nulla.
Non è vero che il nulla non esiste, che non ha consistenza, odore, forma. Da quando Stella non c'è più, il nulla che ha lasciato è un ospite ingombrante seduto sul nostro divano.
Lo sento ogni volta che varco la porta di casa, lo avverto seduto al tavolo quando provo a parlare con mia madre o mio padre. Quel nulla è come un'enorme ragnatela che se ne sta lì, sospesa tra di noi. Le mie parole si perdono, rimangono impigliate nella rete e anche la mia immagine deve apparire sfuocata perché è come se non mi vedessero, non mi sentissero.
In ogni caso, io al mare non ci posso andare, non come gli altri almeno, non fino a quando non spariranno i segni, se mai spariranno del tutto.
Mia madre una volta li ha visti, o almeno ha visto qualcosa.
Lo so perché ha trattenuto il fiato, ha sbattuto le ciglia, distogliendo lo sguardo, e poi si è versata da bere. Credo che abbia deciso di fingere non fosse vero, cosicché smettessero di esistere. Mi ha soltanto chiesto se stessi bene e io ho risposto che adesso riuscivo a dormire e che quella sera sarei andata con Raffaele a mangiare una pizza e poi al cinema, per dimostrarle che stavo riprendendo a vivere, proprio come una qualsiasi ragazza della mia età. Solo che io, in comune con le altre ragazze, credo di avere davvero poco. Lei però ha voluto credere alle mie parole, ai miei sorrisi sforzati, e non chiede mai nulla sulle maniche lunghe che porto sempre. A scuola vado bene e forse, per il momento, questo può bastare.

La macchina intanto non è esplosa, in compenso si è alzato il vento e mi scompiglia i capelli già arruffati. Sono indomabili, una volta li combattevo, oggi li lascio liberi di esprimersi. Almeno loro.
Mi sistemo le cuffie sulla testa per tenerli fermi e fare finta di non sentire le risatine delle solite quattro svampite, ferme davanti alla scalinata del liceo. Vado avanti con passo pigro, senza accelerare davanti a loro, per dimostrare che di quelle chiacchiere non m'importa nulla.
Tanto so benissimo cosa stanno pensando.
- Luna, con quei suoi stupidi anfibi. -
- E quei capelli metà neri e metà blu, ridicoli con quel taglio fuori moda! -
- Per non parlare di come si veste. -
- Luna, la lunatica. Un nome, un programma. -
Loro sono le princesses, come le chiamiamo io e Raffaele.
Vestono all'ultima moda con abiti rigorosamente firmati, truccate anche per andare in palestra, con shatush scolpiti la cui sfumatura credo sia perfezionata al millimetro un giorno sì e uno no. Anche se volessi, non potrei mai essere una di loro, per via di questo nido disordinato che mi porto in testa.
Stella diceva sempre che lì dentro avrei potuto nasconderci di tutto; a volte me li raccoglieva in una morbida treccia e ci infilava dei fiori, lì, dove fermava il nastro. Sapeva creare diverse acconciature, sin da piccola si divertiva così con me e io la lasciavo fare. Ricordo che avevamo una spazzola color oro con impresso il disegno di una principessa e io adoravo quando la usavamo, facendo finta di essere due nobili nel loro castello.
In ogni caso, a me di cosa dicono le princesses, o chiunque altro, non importa.
Io non sono Stella.
E Stella non c'è più.

Una volta ho letto che il nome può determinare un destino e, anche se non ho mai creduto molto in questa teoria, nel mio caso sembra sia azzeccato. Luce riflessa, questo è il significato di Luna, solo che la mia luce si è spenta e adesso non mi resta che andare avanti a casaccio. In fondo, anche mia madre fa così: non lo vuole ammettere, ma procede a tentoni da quel giorno, sorretta da sedute di psicanalisi che io ho rifiutato di proseguire dopo il primo tentativo.
Mio padre no, lui ha trovato il modo per stare bene e andare avanti. Ha spinto così forte il piede sull'acceleratore che alla fine ci ha lasciate indietro e si è rifatto un'altra famiglia, un po' più in là. Chissà, forse ognuno di noi avrebbe dovuto fare così. Cambiare genitori o figli, mariti o mogli, cambiare scuola, casa, città, cambiare vita. Ma non sarebbe servito, il nulla ci avrebbe inseguito.
Raffaele è seduto sul bordo della scalinata, con la testa immersa in un libro. Non appena solleva gli occhi e mi vede, gli si apre un enorme sorriso sulle labbra e alza la mano per salutarmi. Anche lui ha un carico sulle spalle che è più pesante dei nostri zaini ma, al contrario di me, riesce sempre a sorridere e io non ho ancora capito come faccia.
Gli vado incontro e ci scambiamo un bacio sulla guancia.
- Ti sei vestito tutto di rosa! - esclamo, osservando il suo outfit composto da bermuda porpora e una t-shirt attillata di un tono più chiaro.
- Non sono tutto rosa, e poi mi dona, no? -
Scuoto la testa. Non c'è che dire, siamo proprio una bella coppia, noi due. Io per lo più sono vestita di nero da capo a piedi, lui sembra che abbia inzuppato tutto il contenuto del suo armadio in un arcobaleno. La cosa buffa è che ci deridono entrambi per il motivo opposto, così io sono la lunatica o la luna nera, quella musona che sta per i fatti suoi, e lui è quello troppo colorato, troppo esuberante, troppo effeminato, insomma troppo.
Solo che così l'equazione non mi torna, perché chi non sopporta di vedere me dovrebbe amare lui e viceversa, no?
Invece, nel dubbio, ci detestano entrambi o forse no, forse dopotutto ci amano perché gli diamo qualcosa su cui sparlare, sui cui sfogare le loro frustrazioni. Noi siamo i diversi e tutti gli altri sono... cosa sono? Quelli normali, dicono, quelli giusti.
Per me sono solo tutti uguali.

- Allora, hai studiato storia? Pensavo che avremmo ripassato insieme, dopo la biblioteca - mi domanda con un finto broncio.
- Lo so, ma ho dovuto fare delle cose per mia madre. -
- Anch'io. Doveva comprarsi un vestito e mi ha chiesto di accompagnarla, è stato divertente - inclina la testa, cercando la bugia che galleggia sul mio viso, - tutto bene con tua madre? -
Io e Raffaele siamo simili e diversi anche in quello.
Mia madre non esce più di casa, la sua non c'è mai. Da quando il padre se n'è andato, sembra che sia ritornata adolescente e spesso si dimentica di avere un figlio che adolescente lo è davvero. Raffaele la giustifica sempre, anzi di più, la protegge da se stessa come fosse una bambina che vuole fare la donna e non una donna che vuole tornare bambina.
Un giorno abbiamo discusso tanto su questo, sul perché sembra che per noi i ruoli si siano invertiti. Forse è perché siamo più forti degli altri, ha detto lui, ma io non mi sento così forte, io vorrei solo tornare indietro oppure correre molto più avanti e saltare questi anni.
Però non credo che cambierebbe molto. Mia madre avrebbe lo stesso sguardo apatico fisso sullo schermo del televisore e io gli stessi capelli arruffati e il nulla che mi circonda.
- Raffaele, che ne dici se sabato andiamo a vedere quel film che... ehi, ma mi ascolti? -
Sta puntando qualcosa oltre le mie spalle e, a giudicare dagli occhi ridotti a due fessure e dall'espressione del viso, credo che in realtà si tratti di qualcuno.
- È arrivato Marco? - domando, pensando sia il ragazzo su cui spreca i suoi sogni da un po'.
- Oh no, è arrivato uno nuovo - mi afferra la testa e la gira in direzione della sua visione.
Dapprima non metto granché bene a fuoco, poi scorgo un ragazzo con dei jeans strappati e una felpa grigia. Non riesco a vedere bene il viso perché è di profilo e il ciuffo di capelli scuri gli ricade sugli occhi, però lo riconosco lo stesso.
- Hai visto che occhi? Si notano anche da qui! Verdi, che dici? -
Sì, riconosco anche quelli.
Sono come i flussi delle maree, smuovono nel profondo, allontanano e avvicinano e ogni secondo mostrano aspetti diversi, ma insistono nel trattenere quella loro segreta tristezza.
Che cosa ti è successo, Alexander? Quanto sei simile a me e quanto diverso?

Manuela Chiarottino
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