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Autore: Valentina Bindi e Giorgia Passi
Titolo: On the skin (vol.1)
Genere Lgbt Erotico Drammatico
Lettori 99
On the skin (vol.1)

Sto camminando lungo il corridoio della mia scuola. Ultimo anno, poi tutto finirà e lascerò per sempre questa stupida struttura e forse, anche questa città. Vado al bagno, entro dentro l'unico libero e mi concentro per fare pipì. Fuori sento dei passi, molto probabilmente sono altre ragazze che entrano per fumare. Non è ricreazione, ma io, come sempre, sono stata buttata fuori dalla classe durante l'ora di matematica. - Ei, fica moscia, hai finito lì dentro? - la domanda rude proviene da una voce profonda oltre la porta. - No, sono appena entrata, non rompere! - Rispondo piuttosto infastidita, non ho finito. E una rompiballe che non sa cosa fare, non è certo un motivo valido per uscire da qui. - Senti, alla prossima ora ho la verifica di chimica, perciò, devo copiarmi delle cose, esci o aprirò con la forza questa fottuta porta. - Molto fine la ragazza, ma non ci sono altri bagni liberi? Proprio il mio? Che palle. Mi tiro su i leggings di pelle e tiro lo sciacquone, apro la porta e mi guardo intorno. A destra nessuno, poi, sposto lo sguardo verso la finestra e la vedo. Una ragazza decisamente bella, non che sia il mio tipo, mi spiego: a me le ragazze di solito non piacciono subito, ma lei diciamo che è una di quelle che colpisce anche se non vuoi guardare. Sta con la testa appoggiata al vetro, fissa fuori, forse guarda il cortile o il cielo, non saprei dirlo. I raggi del sole le illuminano il taglio netto e deciso degli occhi, riesco a vedere solo piccole sfumature ambrate miste a un verde smeraldo. Un accostamento piuttosto strano, raro ed enigmatico. - Se vuoi è libero, ho finito. - Mi sciacquo le mani e la guardo attraverso lo specchio, lei si volta verso di me e mi lancia un'occhiata magnetica e perforante. - Era ora, non sto qui a pettinare le bambole. Voglio diplomarmi, non perdere tempo come te a bighellonare per tutto il liceo. - Mi oltrepassa dandomi una spallata, non riesco a fare nessuna contromossa. Il suo profumo cattura il mio olfatto, i suoi capelli castani lunghi fino alle spalle e lisci mi solleticano quasi il braccio nel momento in cui, passando mi sfiora delicatamente. Sono diventata come un manichino, non so neanche fare un passo dopo l'altro. - Ci sono altri bagni liberi, perché volevi il mio? - - Il tuo! Bella trovata, questo è quello dove vado sempre. Ho i miei affari qui, aria bella, vai a fare il tuo solito giro perlustrativo in cerca di maschioni. - Mi acciglio e sospiro. - Senti, bella, io non bighellono proprio per niente e non cerco maschi. Se proprio vuoi saperlo... ma poi come fai a conoscere le mie abitudini? Mi pedini?! - sogghigna e poi chiude la porta scuotendo la testa. - Immaginavo fossi una tipetta difficile a cui piacciono le ragazzette, buona giornata! Ho da fare adesso. - E si chiude nel suo silenzio, non sento più niente, ma solo fogli e forse una penna che scrive. L'acqua continua a scorrere, chiudo il rubinetto e sospirando esco. Ora che ci penso, ma come osa?! Che spocchiosa. Mah, sarà meglio che torni nei pressi della mia classe, onde evitare di dover fare realmente un giro per la scuola. Entro in classe abbastanza stordita come se un vortice d'aria calda mi avesse tolto il fiato, il professore mi squadra dalla testa ai piedi interrompendo il suo discorso, sicuramente di una noia mortale. Che si guardano tutte? Le detesto, sono davvero penose. È assurdo come si atteggino e si sentano superiori. Ti rivolgono quello sguardo ben preciso, come a volerti dire che non vali proprio un cazzo. Hanno un paio di tette in mostra o un jeans più stretto ed ecco che si sentono padrone del mondo. Questa società alle volte mi fa davvero schifo, non riesco a non sentirmi diversa. Non ho nulla contro il mettere allo scoperto la propria femminilità, la bellezza del proprio corpo. Ma questo è ben altro, è essere schiave di immagini che ci vengono quotidianamente imposte: la donna oggetto, la donna come solo strumento di piacere, la donna serva dell'uomo, la donna non intelligente perché non conveniente. È incredibile come fissano maliziose il professore di matematica, ma la cosa peggiore è che lui sembra starci. Avesse poi qualcosa di così diverso dai soliti "maschi", che inoltre a me non hanno mai fatto impazzire. Riconosco di essere stata sempre corteggiata e non nascondo che la cosa mi facesse piacere. Ma le esperienze che ho avuto erano fatte così, solo per poter dire di aver provato l'altro sesso. Mi siedo accanto a Melissa, la mia compagna di banco, le rivolgo uno sguardo scocciato e porto gli occhi al cielo subito dopo. Odio l'ora di matematica. - Ce la siamo presa comoda al bagno De Santis, eh? Solito giretto perlustrativo? - il professore cerca di fare il simpatico. E le sue parole risultano tali e quali a quelle della ragazza del bagno, tutti che sanno quello che faccio men che me stessa. - Veramente no, le interessa per caso? - rispondo con tono di sfida e provocazione. Qualcuno si trattiene dal ridere. - Meglio riprendere la lezione, questo perché sono buono - e ammicca con un occhiolino che ignoro di spontanea volontà. La giornata scorre pesante e non riesco a togliermi dalla mente e dalla pelle quel brivido, quella sensazione di lei che mi ha immobilizzata. Vedo il suo sguardo come fosse davanti al mio, sento le sue labbra così vicine alle mie quasi da sfiorarle, il suo respiro caldo e sottile sul mio collo. Mi sfugge quasi un gemito di piacere, dio come le ordinerei di trattarmi ancora così di merda come ha fatto poco fa, perché questo, mi eccita un sacco. Apro leggermente le labbra, socchiudo gli occhi, ecco che fra le gambe ho una sensazione di rigidità. Ma subito due pizzichi simili a punture mi riportano sulla Terra, sbarro gli occhi e mi pietrifico: merda ma sono in classe! Mi volto di scatto disorientata a guardare Melissa. - Tesoro, tutto bene? Chi cazzo hai visto la Madonna? Guarda che si torna a casa, è finita la giornata! - Sospiro, sollevata dalla sua affermazione, non mi capita di addormentarmi o sognare a occhi aperti, ma a quanto pare quell'incontro al bagno ha fatto qualcosa al mio inconscio. Meglio andare a casa e lasciar passare tutto quanto, accidenti. La sento nel petto, come fosse chiodo e martello allo stesso tempo. Sto aspettando la metro per andare a casa, vedo volti comuni che si aggirano lungo la banchina, anche Giordano: il mio unico ex, che per sfortuna è in classe mia. Di solito non guardo mai nessuno, me ne sto con le mani incollate allo smartphone, i miei occhi non cercano quelli degli estranei. Eppure, adesso, lo sto facendo come se sperassi di rivederla. E poi mi esplode il cuore. La vedo mentre la metro sta giungendo, sbuffo e il suono metallico dei vagoni mi fa capire che è il momento di salire. Le porte si aprono: il mondo esce, il mondo entra. Sposto lo sguardo attraverso la folla, non voglio perdere di vista il suo zaino rosso. È quasi impossibile mantenere il contatto visivo. Sospiro e mi reggo al palo di metallo al centro, è tutto occupato per potersi sedere. Infilo le cuffiette e accedo a Spotify mettendo la solita compilation pop. I Don't Care di Ed Sheeran e Justin Bieber mi accompagna per parte del tragitto. Adesso devo scendere. Insieme ad altre decine di persone mi avvio anche io lungo la discesa di Cavour. Poi qualcuno picchietta sulla mia spalla destra facendomi spaventare. Mi volto e ho quasi un mancamento, è una di quelle sensazioni ovvie. Una scena ripetuta e comune in libri o film, ma lei è davvero davanti a me. Le mani nelle tasche dei suoi cargo scuri aderenti, gli occhi fissi su di me, un tuono sopra le nostre teste e tante nuvole che portano con sé odore di pioggia. - Ragazzina, sbaglio o mi stavi cercando? Ho visto il tuo modo di fissarmi da lontano. Che vuoi? - le guance mi prendono fuoco, credo di essere arrossita. Sento salire la rabbia per l'accusa - veritiera - e non so cos'altro, ma è una sensazione di vortice nello stomaco che quasi brucia. Continuiamo a guardarci senza una mia risposta, lei incrocia le braccia e mi incita a parlare. - Non ti cercavo, come dici tu. Mi sono solo resa conto della tua presenza, e poi sei tu che mi pedini ancora! - Il suo sguardo mi scorre addosso, lo fa in un modo che sembra voglia spogliarmi. Non so niente di lei, neanche il nome, ma so con certezza che c'è qualcosa che ci collega. - Senti, sono le tre meno venti e devo andare a casa, se i tuoi ormoni sono in confusione non è colpa mia. Non ti pedino affatto! Vivo qui vicino, forse non te ne sei mai accorta ma è da due anni oramai che facciamo la stessa strada. - Il sangue mi si gela nelle vene, come ho fatto a non averla mai vista? È strano. Mi sforzo di non sembrare così sorpresa ma è difficile. - Io... sul serio? - - Certo, ma è normale. Non sono una che si fa notare - le sfugge un sorrisetto che mi fa tremare. - Direi il contrario. - Non riesco a rimangiarmi in tempo le parole, mi sono uscite senza pensare. Fa una smorfia divertita e sorpresa, io mi copro la bocca con le mani e mi sento nuovamente prendere fuoco. Ho esagerato, devo assolutamente andare via perché non riesco più a tenerle testa. - Va bene, io me ne vado adesso. Ho da fare un bel po' di compiti. - Vorrei avere il coraggio di fermarla mentre si allontana, la voce non esce più e ho un groppo in gola. Ma perché? Dannazione! Il suo nome, come cavolo si chiama! Mi esce un suono stridulo, è quasi strozzato, ma riesco a farla voltare. - Come... - ma niente, le parole si bloccano. - Calma, bambina o ti verrà un infarto! Nayara, se volevi sapere il mio nome. A domani Sofia. - Oddio... come fa a sapere il mio nome? Sentirlo pronunciare e uscire dalle sue labbra ha tutto un altro effetto. Il pranzo è finito, sono in camera a guardare un po' di tv, dovrei studiare fisica e quella fottuta matematica, ma ho un solo pensiero nella testa: Nayara. Che poi è un nome alquanto insolito qui in Italia, a questo punto, mi chiedo da dove provenga. Se la cercassi su Facebook sono certa che la troverei, basta mettere il suo nome e quello della scuola che frequentiamo, ma perché non ci ho pensato prima! Faccio l'accesso a FB, scorro le varie notifiche e le news sulla bacheca. Seleziono la barra delle ricerche e metto il suo nome: imposto le funzioni avanzate e vediamo se esce fuori. Che ansia... mmm, nessun risultato. Ovvio, una come lei non si fa notare e ciò significa che non usa neanche i social. Avrà uno pseudonimo o cose simili, ma dovrei essere nell'FBI per poterla trovare. Meglio lasciar perdere. Mi alzo dalla sedia della scrivania, sorseggio un po' d'acqua e mi butto sul letto. Ho un cavolo di sonno, non mi va di studiare, il problema è che il prof Tendi di matematica troverà il modo di sbattermi in faccia un bel quattro. Ma che mi frega? Io ho in testa quei cazzo di occhi! Ho bisogno di sapere di più, devo scovarla e avere informazioni. Socchiudo le palpebre e cado in un leggero sonno, tra il dormiveglia e il sognare. "Nayara... è di fronte a me, sulla banchina della metro, la guardo negli occhi ambrati e smeraldini come erba illuminata dal sole. Le labbra socchiuse, un profumo simile ai fiori di loto e pane caldo appena sfornato. Mi avvicino e provo a sfiorarla, lei accenna un sorriso e io resto così, immobile, con il cuore in gola per la frenesia e la paura di toccare la sua pelle calda. Vorrei di più, ma..." Mi sveglio di soprassalto, il cuore batte velocemente ai limiti del normale, torpore e calore si espandono dentro di me. Dio, come era reale il sogno. Sembrava di averla a pochi centimetri da me, di poterla quasi... ma no, che vado a pensare. Figuriamoci se lei è quel tipo di ragazza. Scendo dal letto e vado al bagno a rinfrescarmi, sono sola in casa con mio fratello. È chiuso nella sua camera, penso stia vedendo Stranger Things su Netflix da quello che posso sentire attraverso la porta. Non ci parliamo molto io e lui, ma quel poco basta a far essere il nostro un bel rapporto. Mia madre è a lavoro, mentre mio padre lasciamo stare... sta fuori città, vicino Latina. Passo dalla cucina a prendermi uno spuntino di frutta secca, quelle barrette appiccicose ma non poco caloriche. Mi avvicino alla finestra e fisso fuori: pioggia. Quel tuono sopra di noi l'aveva annunciata, vorrei che ogni istante fosse impresso su carta fotografica, come se avessimo la testa predisposta a stampare istantanee della nostra vita. Sarebbe bello, avrei il suo viso dinanzi a me. Voglio che questo giorno finisca, così, arriverò a domani e potrò ritrovarla a scuola e stavolta sarò io a pedinarla.

Valentina Bindi e Giorgia Passi
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