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Autore: Rosario Del Vecchio
Titolo: Sicut nebula
Genere Fantascienza
Lettori 105
Sicut nebula

Gli era andata davvero bene ed ora, alla soglia dei sessant'anni, era uno degli uomini più ricchi della Gran Bretagna, con entrature importanti alla Corte di San Giacomo ed un talento naturale per accaparrarsi i primi posti ad Ascot.
Unico rimpianto, un figlio avuto quasi trent'anni prima da un'avventura di breve durata che vedeva poco, pur avendo provveduto adeguatamente alla sua passione per la pittura intestandogli, a sua insaputa, la proprietà di due importanti gallerie di arte moderna a Mayfair, e che aveva la sensazione che, a volte, lo evitasse per non essere associato alla sua immagine pubblica, quasi si vergognasse delle ingenti fortune paterne.
Accese il notebook per aggiornarsi sulle ultime news dei variegati mondi nei quali albergavano i suoi interessi economici; glielo aveva regalato Bill Gates in persona, che aveva conosciuto ad una premiere di uno dei suoi kolossal, ed al quale aveva chiesto dove potesse trovare un laptop esclusivo e di grandi prestazioni. Un corriere glielo aveva recapitato a casa due giorni dopo con un biglietto di Gates che diceva - è quello che uso io - e, una settimana dopo, lo aveva ritrovato, identico, nella vetrina di un negozio nel London Westfield.
In realtà aveva persone che, nell'arco delle 24 ore, tenevano d'occhio le notizie, i mercati e il gossip, ma quando era a casa sua, preferiva fare da solo, un po' per non sentirsi impedito, un po' perché, invecchiando, amava sempre meno la presenza altrui. In casa sua, poi, nel santuario del lusso che si era costruito, era addirittura inconcepibile.
Scorse le news distrattamente, detestava – in realtà – lavorare da casa, soffermandosi ad ascoltare l'intervista di un banchiere suo amico, che elogiava la tenuta della Sterlina nei confronti di un Euro sempre più indebolito, soprattutto dopo l'uscita dall'unione monetaria europea di Spagna e Italia. Ebbe, per un attimo, l'impressione di non capire bene le parole, alzò il volume dell'audio, poi cominciò.
Voltandosi verso la vetrata ebbe l'impressione del diffondersi di sottili volate di fumo nell'ambiente, che subito lasciarono spazio ad una nebbiolina grigiastra, poi sempre più tendente al bianco, un alone pervasivo, una coltre di bambagia nella quale svanì lentamente la visione degli oggetti, delle mura, dei quadri d'autore.
L'ultimo di essi che vide fu quello dipinto da suo figlio, che gli era piaciuto molto, poi si sedette sulla poltrona, i suoi profondi occhi neri, che molte ladies della high society avevano affascinato, si offuscarono, il respiro si fece pesante, le braccia gli caddero lungo i fianchi, la nebbia bianca si fece abbagliante, fino ad esplodere in un bagliore che gli spense la vista e, con essa, svanì tutto il resto, il mondo, la vita.

Una folata di vento caldo, secco, dall'odore di sabbia, attraversò l'ampio giardino scuotendo le palme che abbellivano una delle residenze più esclusive dell'Emirato, una vista contemplativa sul deserto e, all'ala opposta dell'edificio, un affaccio sul mare profumato di alghe e di coriandolo.
Quel soffio delicato della sera scosse anche l'ampia, semplice tunica che indossava l'uomo che aveva appena spento il sofisticato sistema di climatizzazione interno, per assaporare pienamente la fragranza del tramonto appena spento.
Il giardino, curato con un'attenzione maniacale da due diversi maestri giardinieri fatti venire apposta dall'Inghilterra, era il suo rifugio della sera, la sua oasi di quiete, di fresco naturale, di isolamento da un lavoro oscuro, quanto faticoso e rischioso.
Quella sera, tuttavia, neanche l'odore soave delle rose del deserto riuscivano a distendere la tensione dei muscoli del viso, tesi quasi a fronteggiare una minaccia incombente. Una minaccia che lui aveva percepito potente nella sua oscurità, dopo le notizie che Azizollah, il più fidato dei suoi stretti collaboratori, gli aveva portato riferendole di persona con un sussurro all'orecchio, secondo l'antico costume degli uomini del deserto.
<< Il vento ascolta e non custodisce i segreti, li rivela. >>
L'antico detto dei suoi antenati era la prima, la più importante delle linee-guida della sua attività di capo dei servizi di sicurezza di quel piccolo, ma ricchissimo Emirato, grazie ai suoi giacimenti petroliferi che sembravano inesauribili.
E Nahib Salhillah ibn Eazalah non aveva mai mancato all'osservanza dei precetti dei suoi padri, le informazioni in suo possesso, i suoi dossier, i suoi archivi segreti non occupavano alcuno spazio di memoria digitale in alcun dispositivo informatico. Tutto era gestito nell'antico modo, tutto era custodito e tramandato solo a chi aveva il diritto di sapere o il potere di esigerne la conoscenza, da parole sussurrate e da carte sparse in mille luoghi, eppure riunite da un'unica, invisibile trama di memoria che ne proteggeva l'integrità e che, al volere di chi ne aveva l'autorità, avrebbe potuto velocemente ricomporre il tutto in un'unica, lunga e sconvolgente storia.
Le notizie che aveva ricevuto quella sera erano devastanti, dolorose, inquietanti.
La famiglia reale dell'Emiro era stata letteralmente cancellata dalla storia, lasciando la nazione priva di governo. L'Emiro e i suoi due figli destinati, in sequenza, a succedergli erano stati trovati morti nelle loro lussuose residenze, senza la possibilità di stabilirne le cause.
Ora l'Emirato era affidato alla reggenza di un cugino dell'Emiro, nell'attesa che il figlio maggiore di uno degli scomparsi raggiungesse l'età prevista per assumere il governo del paese.
In realtà un successore diretto dell'Emiro c'era, anche se pochissimi ne conoscevano l'esistenza.
Il suo patronimico ibn Eazalah, il - figlio della rimozione - , era il segno di un'appartenenza non riconosciuta, una discendenza illegittima - rimossa - dalla conoscenza comune. Nahib era, infatti, figlio naturale dell'Emiro, il frutto di una relazione occasionale con una studentessa europea, francese per quanto a sua conoscenza, tenuto segreto perfino agli altri membri della famiglia regnante.
Non, però, ai sentimenti dell'Emiro, che lo aveva allevato segretamente, assicurandogli gli studi nelle migliori università d'Europa e degli Stati Uniti, per fare del segreto la sua vita al servizio di suo padre e del suo paese.
Da anni, Nahib vegliava su suo padre, sui suoi fratelli che ne ignoravano l'esistenza e sui segreti dell'Emirato, guidando una struttura piccola, ma ben addestrata ed equipaggiata dai più potenti servizi di intelligence dei paesi alleati, primo fra tutti gli Stati Uniti, dove Nahib aveva vissuto a lungo ed aveva intessuto rapporti di confidenza e di amicizia che gli avrebbero fruttato preziose entrature e collaborazioni.
Ora, però, tutto sembrava crollargli intorno, né lo allettava la prospettiva di rivelare la sua origine e, con essa, le sue legittime aspirazioni a governare l'Emirato. Aveva sempre vissuto una vita di agiato riserbo e di potere, pur senza dover sopportare le fastidiose incombenze della vita pubblica e, inoltre, il legame di sangue con suo padre naturale e con i suoi fratelli, per quanto gli pesasse ammetterlo, lo portava a provare dei sentimenti autentici di affetto e di protezione che, in quel momento drammatico, lo laceravano.
Ancora di più a causa delle circostanze del ritrovamento del minore dei figli dell'Emiro, rivenuto morto davanti ad un grande schermo collegato al suo laptop, che diffondeva in loop le scene disgustose di uno snuff.

Il vento si era alzato ed era il caso di coprirsi meglio, a quelle latitudini il freddo arriva all'improvviso, come la tempesta. Rientrò giusto il tempo di indossare un comodo maglione a collo alto ed una sciarpa di cachemire e tornò fuori, camminando intorno alla grossa lampada, ormai spenta per sempre, poteva gettare lo sguardo a 360 gradi, dal mare artico alle terre del sud, poteva invertire il senso di marcia e ritornare da dove era partito, in un camminare circolare lento, che lui percorreva senza distogliere lo sguardo dalla visione esterna a quella torre antica, costruita in pietra solida, resistente ai marosi e al vento impetuoso del nord.
Fu quando guardò nuovamente verso sud che si fermò all'improvviso. La stazione radio, all'interno, aveva gracchiato. Harald rientrò subito, conosceva quei segnali. Quel vecchio sintonizzatore con un sofisticato ingranaggio di demoltiplica consentiva l'ascolto anche sulle onde lunghe, captando segnali VLF e ELF.
Talvolta, aiutato dalla grande propagazione favorita dalla latitudine sub-artica, riusciva a captare messaggi e comunicazioni provenienti dai sommergibili che transitavano in immersione nei dintorni. Per migliorare la ricezione, aveva costruito un'antenna fissata alla parete verticale del faro da una griglia metallica, che fungeva anche da protezione dalle scariche elettriche.
Erano sistemi antiquati rispetto alle moderne comunicazioni satellitari, ma Harald amava quei dispositivi ingombranti e, soprattutto, caldi. Spesso rimuoveva la copertura metallica dello chassis del ricetrasmettitore per osservare i filamenti delle grosse, vecchie valvole termoioniche brillare, riscaldate dall'alimentazione proveniente dal pesante trasformatore, quella luce che si trasformava in onde radio modulate lo affascinava, a volte aveva perfino l'impressione di leggervi messaggi misteriosi.
Indossò la cuffia, anch'essa un modello militare americano degli anni della guerra in Vietnam, e si mise all'ascolto.
Fuori il vento aveva acquistato forza e, con essa, una voce stridula che si incuneava tra le fessure.
Il fruscio di fondo era ammutolito, ma Harald aveva pazienza, il mare parlava una lingua antica, fatta più di silenzi che di voci, quel mare freddo, poi, spesso si richiudeva in un silenzio ostinato.
Per esplorare quel silenzio, Harald attivò un altro dispositivo su un pannello scorrevole nascosto dietro una riproduzione dell'urlo di Edvard Munch e digitò un codice alfanumerico; dalle rocce sommerse antistanti la scogliera sulla quale si ergeva il faro, emerse una speciale antenna sottomarina, un cilindro metallico dal quale si espansero alette direzionali laterali e il dispositivo sottomarino iniziò a ruotare, scandagliandone le profondità.
Il fruscio aumentò considerevolmente di volume, poi arrivò...un ticchettio, una sequenza lenta, poi crescente, più veloce, un radioamatore avrebbe tentato di decifrarne il senso in codice Morse.
Ma invano.
Quello era un codice antico, primordiale, l'orecchio allenato di un radioamatore avrebbe faticato perfino a udirlo, a distinguerlo dal fruscio di fondo. Harald no, lui era...speciale.
Si tolse la cuffia e ne prese un'altra, stavolta un modello speciale di ultima generazione, realizzato su un suo brevetto da un produttore specializzato in soli cinque esemplari.
Quando gli chiesero la ragione del numero cinque, Harald rispose che era il numero dei suoi...lontani parenti ancora in vita.
La cuffia, in realtà, era un sofisticato trasduttore osseo di suoni, in grado di captare frequenze al limite dell'udibilità umana. Non erano le sue orecchie le destinatarie di quei segnali, era il suo sistema nervoso, le sue ossa, la sua mente.
Chiuse gli occhi ed entrò in uno stato di concentrazione profonda.
Il ticchettio cambiò tono, divenne più simile al lavorio di un picchio sulla corteccia di un albero, poi rallentò e si trasformò ancora in una sequenza bitonale a frequenza variabile, una sorta di scala musicale.
Harald armeggiò sulla demoltiplica del sintonizzatore per correggere la ricezione, regolò l'amplificazione finale in entrata e alzò il livello dei filtri - passa basso - per ripulire il segnale.
Il tono si abbassò e divenne costante, monofonico, basso, ruvido. Poi...esplose in un sibilo acuto, un fischio, una sirena monotonale che scosse non poco la concentrazione di Harald.
Non cessò all'improvviso, si andò attenuando lentamente, fino a dissolversi nel fruscio di fondo, nel crepitare gracchiante delle onde della ionosfera. Un ascoltatore comune avrebbe liquidato quelle sequenze sonore come disturbi elettromagnetici, piuttosto comuni a quelle altitudini elevate; per Harald, per il suo corpo, per il suo apparato sensoriale era un messaggio piuttosto chiaro.
Aveva imparato, fin da giovane, ad ascoltare quei messaggi, a farli decifrare dal suo stesso corpo, in realtà ne riceva pochi di così intellegibili e quello che aveva appena ascoltato era molto particolare, strutturato, era la prima volta che gli perveniva nel corso della sua vita.
Uscì di nuovo all'esterno, ma questa volta non prese a camminare intorno alla lampada del faro.
Guardò, deciso, verso sud, dal suo posto di osservazione del mondo.
Quello appena ricevuto era un allarme generale, un segnale di pericolo imminente.

Rosario Del Vecchio
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