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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Le lacrime della mia sirena
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De amori, una sola via: quello che scegliamo e quello che ci sceglie. Quando entro nel suo ufficio, è come mettere piede in un microcosmo disordinato ma vivo. Ovunque incartamenti, faldoni mal impilati, una macchina da scrivere con un foglio ancora inserito, e una grande carta topografica della città appesa alla parete. L'aria odora di caffè bruciato e carta vecchia. Molti agenti sono già usciti in servizio. Quelli rimasti mi scrutano silenziosi da dietro le loro scrivanie. Hanno visi scavati e occhi profondi, abituati ad andare oltre la superficie delle cose. I loro sguardi mi attraversano: non sono ostili, ma nemmeno accoglienti. Sembrano giudicare, come per capire se sono uno che regge i pesi gravosi. Quando i primi iniziano a rivolgermi la parola, rompendo il silenzio, mi rendo conto che tra loro, c'è chi ti mette in ombra per risaltare meglio, Per fortuna, ci sono anche quelli diversi: colleghi che sanno ridere nonostante tutto, che offrono una mano senza calcolare se possono trarne vantaggio. Colleghi che, con una semplice pacca sulla spalla, ti fanno sentire parte di qualcosa. In questo momento, mi sento diviso tra: la curiosità di conoscere il loro mondo, e il timore di non avere ancora gli anticorpi necessari per poterci entrare. Il tempo di spiegarmi, con frasi rapide e precise, di cosa si occupano, indagini, intercettazioni, appostamenti, e mi ritrovo alla guida di una Fiat Uno bianca. Non è certo un'auto da inseguimento: sobria, lenta, con la robustezza di una lattina e priva di qualunque accessorio. Ma per me, in quell'istante, è come sedersi ai comandi di un'astronave. Un'auto civetta della Polizia. A guidarla sono io. E mi sento il padrone del mondo. Vanni si accomoda al mio fianco con la naturalezza di chi sa sempre cosa dire, ma senza ostentarlo. Ha il piglio dell'uomo esperto, quello che ha visto abbastanza da non dover più dimostrare nulla a nessuno. Ma, a differenza di tanti altri, non cede mai alla tentazione di dimostrarsi superiore. È diretto, lucido, e sorprendentemente cordiale. Nessun atteggiamento da veterano intoccabile, nessuna ironia pungente. Solo una calma autorevole, che mi fa sentire subito a mio agio. La mia prima impressione si conferma: Vanni è uno di quelli da cui si può imparare senza sentirsi mai inadeguati. Dopo un caffè veloce al bar dove vanno i poliziotti delle volanti della zona, risaliamo in macchina. Vanni mi spiega che ci dirigiamo verso la stazione Tiburtina: ha appuntamento con un informatore, uno di quelli che sanno dove mettere l'orecchio giusto al momento giusto. L'uomo ha notizie su un carico di reperti archeologici di grande valore: pezzi unici, trafugati con perizia da chiese e musei, pronti a sparire nel ventre molle del mercato clandestino. Opere d'arte saccheggiate e destinate a finire in salotti ovattati di collezionisti privati con portafogli infiniti e coscienze leggere. Vanni mi parla, come se stesse leggendo un bollettino ormai familiare. Mi racconta che qui, a Roma, la razzia del patrimonio culturale è un affare quasi ordinario. I pezzi più pregiati spesso attraversano la frontiera e vanno a morire, o a rinascere, nei caveaux della Svizzera, smistati con efficienza chirurgica verso case blindate e fondazioni inespugnabili. Alcuni restano parcheggiati in depositi anonimi, in attesa che compaia l'acquirente giusto. Altri, incredibilmente, riescono persino a rifarsi una nuova vita in musei stranieri, o vengono battuti all'asta in eventi internazionali con cifre da capogiro. "Un traffico silenzioso" dice Vanni, mentre fissa la strada davanti a sé, “ma più redditizio della droga. E molto più elegante." Lascio correre lo sguardo fuori dal finestrino e sento crescere una rabbia muta. Perché ogni pezzo rubato non è solo un furto: è una memoria violata, una storia che ha smesso di appartenere al suo paese e alla sua gente. Arriviamo alla stazione dei pullman, appena fuori dalla Tiburtina, con l'asfalto che si scioglie sotto il sole e un'aria densa di gasolio e partenze. Vanni mi indica con un cenno di fermarmi. "Resta in macchina" dice rapido, mentre apre lo sportello e scende. Lo seguo con lo sguardo mentre si avvicina a una cabina telefonica. Accanto, un uomo con un cappellino calcato sulla fronte sembra aspettarlo. Non riesco a vederlo bene: tra noi c'è un viavai continuo di passeggeri e bagagli, di chi parte e chi arriva, ognuno perso nei propri tempi. La conversazione tra i due dura poco. Troppo poco. All'improvviso, Vanni si volta, lascia l'uomo lì dov'è e si dirige verso di me a passo svelto. Il viso è teso, il corpo contratto. Appena apre la portiera, è già pronto a parlare, ma io l'ho anticipato: il motore è acceso, la mano sulla leva del cambio. "Hanno anticipato il trasferimento" dice, appena salito. "Stanno già lasciando Roma. Non c'è tempo da perdere." Prima di partire, Vanni, ripone l'arma tra le gambe e la canna inclinata verso il pianale dell'auto. Inserisce il colpo in canna con un gesto secco e deciso, poi mi lancia uno sguardo veloce. "Fallo anche tu." Un brivido mi corre nel petto ma le mani si muovono senza esitazione. L'adrenalina sale. È il genere di scena che ho visto cento volte nei film americani, solo che stavolta è reale. Parto sgommando, le gomme stridono sull'asfalto rovente. Il traffico è intenso, ma lo taglio come una lama, destreggiandomi tra le varie corsie. Vanni spalanca il finestrino e Aggancia il lampeggiante magnetico sul tetto, e subito dopo, un lampo blu pulsa rabbioso sotto il sole. Un paio di colpi secchi di sirena bastano a far scivolare le auto verso l'esterno della carreggiata. In pochi minuti guadagniamo terreno, incalzati dal battito delle nostre stesse pulsazioni. Imbocco l'uscita per il Grande Raccordo Anulare, mentre Vanni afferra il microfono della radio e inizia a trasmettere con voce ferma e occhi piantati sull'orizzonte. La caccia è cominciata. Corriamo sull'asfalto come un proiettile silenzioso, divorando chilometri sotto un cielo grigio piombo. All'altezza dello svincolo per l'A1, tra la Salaria e la Bufalotta, Vanni si sporge in avanti. Le sue pupille si stringono. "Lì. Lo vedi?" Un camion con targa francese, vecchio, scolorito, anonimo. Ma davanti a noi c'è una Jeep Cherokee con i vetri oscurati che copre la visuale. Non riusciamo a leggere la targa per intero. Non importa. Vanni è già certo che è lui." La sua mano afferra nuovamente la radio con rapidità. "Abbiamo il bersaglio visivo, diretto a nord-est sulla A1. Richiedo rinforzi immediati, ripeto: immediati." Un fruscio di risposta, poi silenzio. Mi guarda. Occhi fissi nei miei. "Seguilo, ma senza strafare, e soprattutto niente eroismi." Aumento la distanza. Il battito cardiaco mi martella nelle tempie. Ogni sorpasso è un calcolo millimetrico. Il camion intanto, indifferente, continua la sua corsa. Poi, un lampo: la Jeep rallenta di colpo. Ci troviamo a visuale libera. Il numero parziale della targa combacia. Il rimorchio ha un piccolo sigillo spezzato, quasi invisibile. Lo stesso che gli avevano descritto. È lui. Mi sento il respiro nel petto come un peso. L'auto corre, le dita strette sul volante. Davanti a noi c'è qualcosa di grosso, illegale. “Preparati,” dice Vanni con voce bassa. “Quando arriva la volante, la lasci passare, Poi, insieme, deviamo il camion verso il primo piazzale libero, e via.” Mantengo l'acceleratore costante, ma l'adrenalina mi corre dentro come un fiume in piena. Travolto dall'euforia, gli propongo di agire subito. Anche perché siamo ormai vicini a una stazione di servizio. Alla fine non devo insistere molto, Vanni è uno di quelli che non si volta indietro di fronte al pericolo. Mette così da parte l'esperienza e asseconda il mio impeto giovanile. "Vai, superalo!" Esclama. Accende la sirena e mi fa cenno di accelerare. Sto per sorpassare il fuoristrada davanti a noi, quando all'improvviso si piazza a cavallo tra le corsie. bloccandoci la strada. Evidentemente non è qui per caso, sta scortando il Tir. Lampeggio, ma il fuoristrada non si muove. Provo a speronarlo, ma con un'auto leggera come la nostra è un gesto disperato. Lo urto sul paraurti, ma è come sbattere contro un blocco di granito. Dopo aver riprovato nuovamente, dai finestrini posteriori della Jeep si affacciano due uomini incappucciati. Impugnano fucili d'assalto e, prima di capire le loro intenzioni, aprono il fuoco contro di noi. La nostra auto è raggiunta da diversi colpi, Il parabrezza si buca in più punti e il cofano vibra come se volesse staccarsi dalla sua sede. Sento qualcosa cedere: forse le ruote anteriori. Provo a sterzare, ma l'auto non risponde. Sbandiamo fuori corsia e ci schiantiamo contro la barriera di sicurezza. L'urto mi scaglia fuori dall'abitacolo. Atterro rovinosamente sull'asfalto, ma ho appena il tempo di rialzare la testa che una Mercedes 300E compare all'improvviso e piomba verso di me a tutta velocità. L'auto mi sfiora e passa a pochi centimetri dal corpo. Dal sedile posteriore, un uomo elegante mi fissa. I nostri occhi si incrociano per un solo istante, ma sufficiente a farmi gelare il sangue. C'è qualcosa di glaciale nel suo sguardo, un disprezzo profondo, silenzioso, senza una ragione apparente. Poi la Mercedes sparisce velocemente sulla corsia opposta, superando gli altri mezzi presenti. Mi rialzo immediatamente come sospinto da una forza invisibile. La mano va alla fondina, estraggo la pistola e apro il fuoco verso il fuoristrada. Due, tre colpi. Tutto inutile, Jeep e camion, svaniscono oltre il cavalcavia, inghiottiti dalla velocità e dal caos. Resto lì, ansimante, col fiato spezzato. La spalla sinistra pulsa di dolore e un rivolo di sangue scende lento dal sopracciglio e si mescola al sudore e alla polvere. Ma sono ancora in piedi, ancora vivo. Mi volto barcollando. Vanni! Esclamo. Corro verso l'auto, o almeno ci provo. Inciampo, quasi cado. La Fiat Uno è un ammasso di lamiere contorte, che puzza di benzina. Vanni è riverso sul cruscotto, immobile. La sua testa è reclinata, e del sangue gli scivola lungo la tempia. Lo chiamo, ma non risponde. Il senso di colpa comincia subito a scavare. Se solo non lo non avessi convinto ad intervenire! Le gambe mi cedono di schianto, crollo in ginocchio, poi, lentamente, mi stendo sull'asfalto, come se il corpo non mi appartenesse più. Il sangue mi scivola sugli occhi, già brucianti per via delle lacrime. Un misto di dolore e disperazione mi annebbia la vista. Sento le sirene, prima lontane e tremolanti. Poi sempre più forti, sempre più vicine. Un agente in divisa si lancia fuori dall'auto ancora in corsa. Corre verso di me, con gli occhi sgranati. "Dio santo, siete voi?" "Vanni, è dentro," riesco a dire, la voce è impastata dal sangue e dal dolore. Lo raggiungono in tre. Parlano, non sento le loro parole, ma vedo le loro facce. Vedo quel silenzio che dice tutto. Uno di loro scuote appena la testa, mentre l'altro prende la radio e parla con tono concitato. C'è un codice. Lo conosco. È quello che si usa quando un agente non ce l'ha fatta. Poco dopo arriva la prima ambulanza. Un medico mi prende il polso, ma cerco di divincolarmi. "Tranquillo, noi siamo i buoni. Respira lentamente." Io respiro. Ma è solo un gesto meccanico. Il mio corpo è qui, ma la mia anima è rimasta intrappolata tra le lamiere della Fiat Uno. Nei film americani, i poliziotti inseguono, sparano, incassano colpi come se fossero fatti di ferro. Cadono, si rialzano, fanno battute. Ma oggi ho visto la verità: la realtà è veloce, ruvida, impietosa. Qui non ci sono eroi. Solo lamiere fumanti, sangue sull'asfalto, e occhi che non si apriranno mai più. Da questo momento in poi, qualcosa dentro di me comincia a deteriorarsi, un lento logoramento, come l'umidità che filtra nei muri dell'anima. Una foschia mi ha invaso, soffocandomi oltre al respiro, anche i gesti. Con il passare dei giorni, la mia identità si è sgretolata. Quell'uomo sereno, aperto agli altri, empatico, si è spento, lasciando spazio a una figura più dura, distante, irrigidita nel dolore. Ogni mattina il dolore diventa sempre più forte. Il mondo, che credevo pieno d'amore, mi appare per ciò che è: ruvido, sfilacciato, ostile. L'immagine idealizzata che mi ero costruito svanisce, lasciando il posto a un universo vuoto, privo di luce, abitato da ombre con volto umano. |
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