Writer Officina Blog
Ultimi articoli
Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: Ninetta Pierangeli
Titolo: Bella ciao
Genere Romanzo Storico Sentimentale
Lettori 45
Bella ciao
Alberto – Roma, martedì 22 giugno 1976

Questa mattina, mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao! Questa mattina, mi son svegliato e ho trovato l'invasor! O partigiano, portami via, o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao...
È il 22 giugno 1976, mi sveglio e mi affaccio alla finestra. Un cinquino giallo decappottato sta fermo davanti alla sede della Fgci che è di fronte a casa mia. Al posto della cappotta esce un microfono che manda Bella ciao. E poi una voce grida al microfono: «Prendiamoci il parco, il parco popolare! Appuntamento a domenica prossima».
È Renato, riconosco la voce, il capo della sede del Pci del nostro quartiere. Ma solo io ho dormito stanotte? Alle due ho lasciato i compagni nella sede della Fgci che ascoltavano i risultati degli scrutini alla radio. Ero stanco: un mese di campagna elettorale mi aveva sfiancato. Ho fatto il rappresentante di lista allo scrutinio del seggio della scuola “Andrea Torre” e ho finito a mezzanotte. Poi sono passato in sede per capire come stava andando. Non era chiaro: in alcuni seggi vincevamo, in altri la Dc ci superava. Sono stato lì fino alle due e poi sono tornato a casa a dormire. Monica è rimasta in sede, non aveva sonno, voleva sapere subito se per la prima volta ce l'avessimo fatta. Papà mi ha sentito aprire la porta e si è svegliato:
«Allora? – mi ha chiesto – Come è andata? Ce la facciamo?».
«Non lo so – ho risposto – è ancora presto, prima delle cinque, le sei, non sapremo niente. Buonanotte».
«Buonanotte».
Insomma, mi sveglio al suono di Bella ciao. E poi c'è Bandiera rossa. La gente prima si affaccia dalle finestre e dai balconi per capire cosa sta succedendo, mezza incavolata per essere stata svegliata. Ma poi tutti capiscono cosa è successo davvero e scendono giù a ridere, scherzare, fare casino. Ma è giorno di lavoro e la festa viene rimandata a domenica.
Renato ancora strilla: «Abbiamo vinto! Abbiamo vinto! La città è nostra, compagni, ce la riprenderemo!».
È successo: il Pci ha superato la Dc alle amministrative. Avremo un sindaco di sinistra, un compagno, uno di noi. È incredibile. Quasi quarant'anni dopo la morte di Gramsci, dodici anni dopo quella di Togliatti! Il quartiere, poi, è tutto nostro. Il Tiburtino, il nostro grande quartiere operaio. Storie di collettivi e di occupazioni.
Io e Monica è già un po' che stiamo insieme.
Nel Settantatré, in piena crisi economica e petrolifera, io ero all'industriale, il “Meucci”. Tutti maschi, ci tiravamo le seghe sotto i banchi e nei cessi. Da noi, tutti figli di operai.
Marco mi chiamò un pomeriggio di maggio, strillando sotto al balcone: «Alberto! Alberto!».
«Che c'è?» mi affacciai io.
«Vieni alla sede, oggi pomeriggio?».
«Che sede?».
«Ma quella della Fgci, no? Non sei dei nostri?».
«Sì, sì certo, sono dei vostri».
Marco, lui stava al classico, al “Giulio Cesare”. C'era movimento lì. E c'era anche Monica. C'erano gli autonomi che si picchiavano tutte le sere contro i fasci , coi bastoni. Alcuni erano dello stesso liceo, altri venivano da Lettere apposta. Andavano a menare i camerati anche quelli di San Lorenzo , operai e disoccupati che non erano andati alla scuola superiore, già tanto se qualcuno ciaveva la terza media. Loro stavano sempre insieme a noi nelle battaglie contro i neri. Quelli venivano dai Parioli, da Prati, da Monteverde . E finiva sempre a botte. Anche contro quelli di Comunione e Liberazione, che erano cattolici, e stavano con la Dc e i fasci.
«Tanto i democristiani erano tutti fasci mascherati, che si rinchiudevano in chiesa e all'oratorio, ma sempre di destra erano» diceva papà. Insomma, mio padre non mi ostacolava quando anch'io andavo a menare. Anzi, mi diceva: «Se fossi giovane come te... non andrei a menargli a quelli, ma l'ammazzerei direttamente!». Ecco com'era fatto papà.
Mamma no: «Stai alla larga – mi diceva – tanto comandano sempre loro e prima o poi ti mettono in galera». Comandano sempre loro...
Insomma, quel pomeriggio del Settantatré, credo fosse marzo o aprile, andai alla sede della Fgci, dove mi aveva invitato Marco: c'era gente. Un sacco di ragazzi come me. Proletari, figli di proletari. Giovani in tuta da lavoro, ma anche studenti uguali a me, con le barbe lunghe. E c'era Monica: la vidi lì per la prima volta. Alta, snella, capelli lunghi, biondi, legati alla meglio con un laccetto e tutti scombinati davanti. Erano capelli naturalmente mesciati. Mi colpì il loro colore indefinito e lo sguardo di lei: verde. La bocca era piccola e il naso dritto. Le vidi le mani: aveva le dita lunghe e le unghie tutte mangiucchiate. Portava dei vecchi jeans e un maglione due taglie più grosso di lei. Non faceva intravedere niente. Eppure, giurai che sotto era bella. Nessuno me la presentò e per quel giorno l'approcciai solo guardandola, ma di sottecchi però, perché mi vergognavo. Chi di noi del “Meucci” aveva mai parlato con una ragazza? Le vedevamo solo disegnate sui fumetti di “Zora la vampira”, che ci portavamo in bagno per le seghe. Una copia era sempre in bagno sul piccolo davanzale del finestrino in alto. Il bidello che puliva la lasciava là. Tanto, qualche volta, la guardava pure lui. Compravamo il numero nuovo a turno e poi lo lasciavamo lì a disposizione: democraticamente e nella piena uguaglianza erotica e sessuale.
Ma Monica non era così, o meglio, io non sapevo com'era, potevo solo immaginarla. Comunque per quella sera, seppi il suo nome, perché Gianni, che mi avevano presentato come il capo della Fgci, la chiamò per nome e le chiese il suo parere. Lì, fra noi compagni – perché ormai mi sentivo già uno di loro – anche le donne prendevano la parola e decidevano le iniziative. Monica parlò e disse che si era costituito il Comitato di lotta per la casa. Il Comune aveva costruito un palazzone enorme, a via Bargellini, al numero 23. Ora avrebbe dovuto distribuire le case. Ma il Comitato non voleva che andassero ai soliti raccomandati, amici di qualche politico. Dovevano essere per chi aveva bisogno: sfrattati e baraccati del Tiburtino Terzo e di via Durantini. E per i lavoratori proletari. Tutti fummo d'accordo, decidemmo il nostro appoggio al Comitato e il sabato successivo ci saremmo uniti a esso e avremmo occupato le case con la forza, aperto le porte, e inserito una famiglia in ogni appartamento e guai a chi ci avrebbe cacciato.

Monica – Roma, martedì 22 giugno 1976

Stanotte siamo stati col fiato sospeso. Incollati ai risultati che poco a poco davano la radio e la tv e ai conteggi che ci portavano gli scrutatori, i presidenti, e i rappresentanti di lista dei nostri, man mano che si chiudevano i seggi. Poi alle cinque è stato chiaro: abbiamo vinto! Assurdo, inconcepibile, non era mai successo: avremo un sindaco dei nostri e una giunta di sinistra! Ci riprenderemo questa città, a partire dalle borgate, dalle case occupate, dalle baracche sull'Aniene...
Gianni, il capo della Fgci, è corso a casa a prendere la bottiglia di spumante. Era del Quarantaquattro. La teneva il padre insieme al fucile che non aveva mai riconsegnato. Vengono dall'Emilia, loro, dove la guerra contro i fasci c'era stata davvero. E il padre ha tenuto quella bottiglia, per festeggiare quando avremmo vinto le elezioni. Ma poi, che delusione: nel Quarantasette fummo cacciati dal governo per colpa degli americani e nel Quarantotto finì il nostro sogno: una repubblica socialista, come in Urss.
Ma, finalmente, almeno a Roma, abbiamo vinto! Gianni è tornato subito in sede col padre e abbiamo stappato la bottiglia. Intanto sono arrivati quelli più grandi, della sede di zona del Pci.
Alberto non c'era: a quell'ora era già andato a casa a dormire, era stanco dopo la lunga mobilitazione elettorale. Ma io no: ero stanca sì, ma troppo eccitata per andare a dormire. Sono rimasta in sede.
Renato, il capo del Pci, con il cinquino fa il giro del quartiere sparando dal megafono la musica di Bella ciao. Ma la vera festa è rimandata a domenica, quando tutti noi non si lavora, né si va a scuola o all'Università. Ci prenderemo il prato, quello incolto dove c'erano gli zingari, diventerà il nostro “parco popolare”: uno spazio verde per tutto il quartiere. Io per ora me ne vado finalmente a dormire, tanto dopo questa nottata non ci sarà nessuno in Facoltà e la lezione di greco poi chissenefotte. Peccato che Alberto non c'era, quando finalmente si è capito che avevamo vinto. Mi sono voltata per cercarlo, lo volevo abbracciare, ma mi sono ricordata che era andato a casa. Certo, lui non può di sicuro fare sega al lavoro. La fabbrica non è come la scuola o l'Università. Lì se non righi dritto ti licenziano, e poi lui come fa? Col padre cassintegrato, la mamma casalinga e la sorella che fa ancora la scuola per assistente all'infanzia. E Vincenzo, suo fratello, che cià già una famiglia sua! Alle sette e trenta, sicuro che Alberto è entrato in fabbrica, come al solito. Per me, la fabbrica è peggio della galera. Tutti i giorni lo stesso lavoro, sempre ripetere gli stessi gesti. Lui, poi, che sta alla catena di montaggio, quando stacca, il pomeriggio, a volte mi pare rimbecillito. Lo vado a prendere con l'autobus, ma non arrivo davanti al cancello, mi fermo sull'altro lato della Tiburtina e aspetto che suoni la sirena. Lui non vuole che lo attenda lì davanti: tutti uomini in quel posto, mi prenderebbero per una zoccola che sta in cerca. Così lo aspetto dall'altra parte della strada. Lui mi abbraccia, ma a volte si vede che è stanco.
«Questo lavoro mi rincoglionisce il cervello – mi dice oggi pomeriggio, quando vado a prenderlo – Se rinasco, faccio l'Università come te... e poi magari il professore!».
«Il professore? Ma sei pazzo? Vuoi stare dalla loro parte? Da quella del padronato, dei perbenisti, dei piccolo-borghesi?».
«No, dicevo per dire, dai. Però mi piacerebbe anche a me imparare tutte quelle belle cose che sai tu. E magari dedicarti una poesia...».
«Potresti sempre dedicarmi una canzone con la chitarra, no?».
«Già, una canzone con la chitarra... tutta per te... sarebbe un bel modo di celebrare la vittoria. Ci penso stasera, amore, ma tu dammi un bacio».
Ninetta Pierangeli
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto