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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Soli nella notte
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Le date non dovrebbero avere poi tanta importanza. Soltanto numeri, messi lì a caso per ricordare: eventi, ricorrenze, arrivi e partenze. Come chiodi conficcati sui crocifissi nelle aule. Restano lì, se non li togli con la forza. Quanto lo colpiva la potenza della mente, la memoria selettiva delle cose. E lui di memoria ne aveva fin troppa, soprattutto se si parlava di numeri: dove c'erano numeri, lui non dimenticava. Ad esempio, ora stava pensando che quel tipo di treno poteva raggiungere i 160 chilometri orari, avere una lunghezza massima di 500 metri con quattro o cinque vetture in tutto e posti a sedere fino a 150. Questo secondo i suoi calcoli e da quanto ricordava di aver sentito dire da un capostazione. Il paesaggio dal finestrino era stato sempre lo stesso: alberi – campi – alberi – campi, interrotti da una cittadina al quindicesimo minuto di viaggio. Dall'alto della sopraelevata aveva guardato le strade in basso, dove alcune auto sostavano in fila al semaforo. Aveva notato subito che non rispettavano la distanza di sicurezza. Durante la marcia i veicoli devono tenere, rispetto al veicolo che precede, una distanza di sicurezza tale che sia garantito in ogni caso l'arresto tempestivo e siano evitate collisioni con i veicoli che precedono, se lo ricordava bene. Ma durante la marcia o anche da fermi? Questo lo dovevano chiarire meglio. Aveva già iniziato a studiare per la patente, ma non perché volesse prenderla, solo perché con la sua memoria di ferro avrebbe passato qualunque quiz. Anche se aveva compiuto da poco sedici anni, si sentiva già in dirittura d'arrivo per la maggiore età. Non vedeva l'ora, così nessuno avrebbe potuto dirgli cosa fare e dove andare. Soprattutto sua madre. In ogni caso, lui dava molta importanza alla distanza di sicurezza, anche tra le persone. Per questo si era piazzato al finestrino, occupando il posto accanto con lo zaino, per evitare che qualcuno si sedesse. Per fortuna il treno era semivuoto; molti passeggeri erano scesi prima, a una delle stazioni principali. Ormai erano talmente lontani dalla città che non si vedeva altro che alberi e campi, alberi e campi... e questo l'aveva già stabilito. Teneva un braccio sullo zaino e ogni tanto ne ricontrollava il contenuto: il taccuino e la matita li aveva già in mano, per prendere appunti e disegnare, come faceva sempre nel tentativo di rilassarsi. Si era annotato tutte le stazioni e quante persone erano scese. Se, per esempio, fosse capitato un incidente e qualcuno glielo avesse chiesto, lui avrebbe avuto le sue note. Nei film gialli spesso i passeggeri non si ricordano niente, perché non sono stati attenti. E così le indagini non finiscono mai. Lui invece era attento e previdente. E anche preciso, a detta degli operatori che compilavano le schede del suo ‘caso'. Era vero, a lui piaceva la precisione, in particolare nei numeri. I teoremi, tutto ciò che metteva dei paletti. L'infinito invece gli creava qualche difficoltà: odiava quell'otto capovolto. Preferiva il Pi greco: una costante matematica, cioè un numero che ha un valore definito esattamente. Un'altra costante famosa era quella di Pitagora, ovvero 1,41, la radice quadrata di due. Preciso, questo Pitagora. Nello zaino era riuscito a mettere qualche indumento di ricambio, le medicine nella tasca laterale – soprattutto le gocce per la calma, anche se non sapeva quanto sarebbero durate: aveva solo un flaconcino già iniziato. Poi il walkman con la musica e il libro. L'aveva preso dalla biblioteca e poi nascosto in camera con l'intenzione di non restituirlo; da quando l'aveva cominciato lo voleva sempre con sé, per leggerlo e rileggerlo, tanto da conoscerlo quasi a memoria. Il protagonista era lo spirito di un marinaio condannato a raccontare per sempre la sua storia. Questa condanna l'aveva davvero colpito. Aveva pensato, chissà come ci si sente a essere costretti a trovare qualcuno che ascolti la tua storia. Non sarebbe facile al giorno d'oggi. La gente non era interessata alle storie, la gente ascoltava la televisione, o al limite fingeva di essere interessata, ma se poi si domandava: “cosa ne dici?”, si capiva che stava pensando ad altro. Questo era quanto aveva constatato lui alla Casa famiglia. Non sempre lo ascoltavano. Nemmeno la psicologa quando gli faceva un sacco di domande. Doveva ammettere che non le diceva quasi mai la verità, ma spesso lei invece di guardarlo fissava il computer o scriveva... e lui capiva che faceva finta. Aveva una forte capacità di notare quando uno faceva finta. Non sempre era una dote conveniente, però. In fin dei conti, una delle poche cose belle della Casa famiglia era stata quando Edoardo aveva raccontato la storia del vecchio marinaio, durante il laboratorio di lettura. Edoardo era l'unico educatore simpatico che gli dava retta. E gli aveva persino chiesto di disegnare qualche scena della ballata se gli andava, dato che era così bravo in disegno. In realtà lui non si considerava tanto bravo, infatti la richiesta gli aveva creato un certo imbarazzo. Anche ansia, sì, ma quella non era una novità, ormai era abituato. Per esempio, adesso che il treno si era fermato di nuovo, ecco l'ansia che arrivava. Doveva controllare quante persone scendevano, e non solo: bisognava verificare che non ci fossero uomini in divisa, altrimenti si sarebbe dovuto spostare. Forse ancora non sapevano della sua fuga, ma era meglio non rischiare. A quell'ora gli educatori avevano già raccolto tutti i ragazzi per tornare alla Casa famiglia e si erano accorti che lui non c'era. A pensarci gli veniva di nuovo il fiato corto. In mezzo a tutta quella gente... maschere, tamburi, stelle filanti. Un secondo, e aveva approfittato di quel caos. Una maschera sul viso per confondersi tra la folla. Infine, la corsa in mezzo ai bambini vestiti da pinguini, e aveva anche rischiato di farne cadere uno. Poi via, fino alla stazione. Il treno era ripartito e non era comparso nessun funzionario in divisa, buon per lui. Secondo i suoi calcoli mancavano trentacinque minuti di viaggio. La stazione M., quella dove voleva scendere, era sempre più vicina, e l'agitazione cresceva. Cosa avrebbe fatto una volta arrivato lì? Fece dei respiri profondi, come gli avevano insegnato. “Vin, pensa al mare adesso... il rumore dell'acqua ti rilassa e placa la tua mente...” Bel suggerimento, per uno che a cinque anni aveva rischiato di annegare. Una musica lo distrasse dai pensieri, più veloci del treno in corsa. Una ragazza con il volume alto nelle cuffiette passò, e lui catturò quella voce metallica e suadente: “Tu ragazzo solo come me, perché tanto doloreeee?” Poi svanì, e Vin fissò di nuovo il foglio dove prendeva appunti e disegnava vele di una nave. Ripensando ancora a Edoardo, si ricordò di una frase che aveva detto e su cui stava ancora riflettendo: niente può distruggere un sogno quanto sapere di poterlo realizzare. Riuscì a riprendere il filo dei pensieri: le poche cose belle nella Casa famiglia. Una era stata il racconto del vecchio marinaio. L'altra cosa bella della Casa famiglia era stata Tomas.
***
Dopo aver passato la mattinata occupati in lavori per la ristrutturazione della sala comune, tutti i ragazzi si ritrovavano in mensa. Vin era entrato nel Centro da qualche mese, e la sua innata riservatezza l'aveva portato a socializzare con pochi ragazzi. Aveva fatto amicizia con i due compagni di stanza, Roby e Giulio, ed era benvoluto dagli educatori perché non creava mai problemi. Anzi, amava le regole e ci teneva che tutti le rispettassero, anche a costo di fare la spia. Essere preciso era nella sua natura. Osservava il comportamento degli altri, si impuntava a volte su dettagli che nessun altro avrebbe notato. Queste fissazioni gli causavano spesso forti mal di testa che lo costringevano a mettersi sdraiato ovunque si trovasse, perché stare in piedi o seduto diventava faticoso. Una volta gli era venuto da tremare per tutto il corpo e aveva avuto delle specie di visioni che poi aveva rimosso. Era stato dopo questo attacco, che la madre l'aveva portato in quel posto. Dietro consiglio del suo amico psichiatra, il dottor Spina. Prima gli avevano fatto vari esami in ospedale: gli avevano attaccato dei fili in testa e aveva anche perso conoscenza quando lo avevano infilato dentro un tubo metallico. Durante questi episodi sognava tantissimo, ma poi si ricordava solo immagini e voci... e c'era sempre l'acqua. Lui che galleggiava, lui che sprofondava, in silenzio. Anche quel giorno erano in mensa e come sempre un gruppo di compagni creava confusione facendo battaglie con pezzi di cibo o quello che capitava; solo dopo che gli educatori avevano minacciato qualche punizione sembrarono calmarsi. A ognuno di loro veniva consegnata anche la razione di medicine che dovevano assumere. Accanto a lui c'era Giulio, che di solito mandava giù solo un paio di pastiglie per poi nascondere le altre in tasca, una volta arrivati al posto. Cercava di convincere anche gli amici a non prenderle, asserendo che facevano addormentare il cervello. Ma Vin non lo stava a sentire, voleva curarsi per uscire al più presto di lì. A lui piaceva leggere e voleva tornare a studiare: aveva portato con sé alcuni libri e ne leggeva altri in biblioteca. E quando poteva disegnava, soprattutto disegno tecnico. Mentre stavano mangiando, Giulio e Roby discutevano se fosse più carina la nuova educatrice o la psicologa – i loro argomenti erano limitati, e usavano termini diversi da ‘carina' o ‘graziosa', termini che Vin invece non avrebbe mai inserito nel suo vocabolario. Però si divertiva ad ascoltarli, e vederli diventare seri all'improvviso quando le interessate si avvicinavano. Insomma, quella mattina successe qualcosa di strano che diede argomento di conversazione per qualche giorno. Si sentirono due macchine frenare nel cortile – e questo capitava quando arrivava qualche nuovo ospite. E subito si scatenavano commenti del tipo: “Ecco un altro sfigato”, oppure si chiedevano: sarà un altro bipolare? Speriamo non schizofrenico come l'ultima volta. Roby ci teneva a essere considerato il più borderline lì dentro.
Si resero conto che non si trattava di un caso tranquillo. Le urla arrivavano sin dal cortile, e quasi tutti gli educatori erano accorsi all'ingresso per aiutare i colleghi del Comune. Solo Edoardo rimase in mensa e ordinò ai ragazzi di non alzarsi dai loro posti. Da lì potevano vedere soltanto una parte del corridoio, dove un ragazzo veniva quasi trascinato con la forza. Poi il gruppo aveva proseguito, scomparendo dalla loro vista. Si sentì un rumore di vetri infranti, seguito da voci confuse degli educatori che gli intimavano di calmarsi. Una volta raggiunta la porta della psicologa, entrarono nello studio e chiusero. Nonostante il divieto, la maggior parte dei ragazzi aveva smesso di mangiare e aveva cercato di sbirciare nel corridoio, sporgendosi. Poco alla volta gli operatori tornarono e cercarono di minimizzare l'accaduto, finché tutti si rimisero ai loro posti. «Credo di sapere chi è» disse Giulio sottovoce ai due compagni di stanza «è un pazzo certificato, si chiama Tomas.» «Anche io sono certificato» ci tenne a precisare Roby. «Sì, ma lui è anche stronzo. L'ho conosciuto prima di entrare qua.» «Perché stronzo?» chiese l'altro, senza nascondere la sua curiosità. «Perché faceva parte di una banda, ma aveva combinato casini, così aveva detto uno. Aveva anche detto che era stato in riformatorio quindi se lo riprendevano era nei guai. Perché è quasi maggiorenne, capito? A quanto pare è mezzo argentino, qualche paese così...» «Tipo Spagna?» domandò Roby. «No, Sud America» corresse Vin. Era stato zitto tutto il tempo. I rumori e le urla non gli piacevano. Anzi, lo turbavano. Di solito era riservato, timido, appariva indifferente a tutto. Stavolta avrebbe voluto sapere di più. Ma si trattenne dal fare domande. |
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