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Writer Officina
Autore: Eleonora Davide
Titolo: Una vita nobile
Genere Romanzo Storico
Lettori 176
Una vita nobile
Storia di Petronilla e del suo tempo.

Si incontrarono all'Archivio Storico di Castellammare di Stabia nel 1985. Francesco Paolo era elettrizzato, ma non riusciva a nascondere una certa preoccupazione. Pippo era sereno, giocava in casa. Dopo anni dedicati alle ricerche storiche sul suo paese, la comunità gli doveva molto. Anche perché aver fondato quel luogo di cultura era stato un dono per tutti. Tuttavia era curioso di conoscere meglio quel parente lontano, perso nei secoli di un antico litigio familiare.
Erano stati per Francesco Paolo anni di fruttuose ricerche sulla famiglia Coppola. Aveva 16 anni quando, avendo sentito le storie raccontate dal padre Errico sulla nobiltà della sua famiglia, si presentò per la prima volta all'Archivio storico di Napoli, chiedendo di accedere ai documenti. Ma era troppo giovane, gli dissero, per essere ammesso a entrarvi. Frustrato e deluso, non abbandonò i suoi propositi e, non appena compì 18 anni, si ripresentò davanti a quella porta, pretendendo di iniziare la sua ricerca. Fu così che passò anni a spendere il suo tempo libero, mentre studiava giurisprudenza, negli Archivi e nelle Biblioteche di Napoli, finché a un certo punto i suoi studi lo condussero nella cittadina sorrentina di Castellammare di Stabia. Venuto a sapere dell'esistenza del nuovo Archivio Storico Stabiese, decise di consultarne i documenti. Quindi si accinse a intraprendere quella trasferta, cercando di non riporvi troppe aspettative.
Era una mattina di primavera quando prese la Circumvesuviana e si avviò verso la sua destinazione. Il viaggio da Napoli non fu troppo lungo e, mentre ripercorreva le tappe delle sue scoperte, l'idea di poter trovare qualche importante documento lo manteneva nel particolare stato di divertita agitazione che solo un appassionato ricercatore può comprendere. Giunto alla meta, domandò un po' in giro dove fosse il luogo in cui era diretto e, con gran stupore, constatò quanto fosse noto alla gente questo sia pur giovane istituto. Una volta arrivato, fu accolto da un impiegato che, mostratosi subito molto affabile, prese a illustrargli a grandi linee la storia della città. Notando la curiosità che suscitava nell'uomo la sua visita, Francesco Paolo si sentì in obbligo di spiegarne i motivi. Fu grande il suo stupore nell'apprendere dal divertito impiegato che il fondatore dell'archivio storico, l'avvocato Giuseppe D'Angelo, figlio della nobildonna Lucrezia Coppola, aveva già curato questo tipo di ricerca. Meravigliato da quanto sentiva, chiese di poter entrare in contatto con il ricercatore.
L'avvocato D'Angelo arrivò trafelato, temendo di essere in ritardo all'appuntamento che erano riusciti a prendere. Si salutarono con entusiasmo e si diressero subito al bar più vicino per il rituale caffè, che nel napoletano prescinde dalla reale necessità di fare una pausa e accompagna spesso l'instaurarsi di rapporti sociali anche tra sconosciuti. In più, dai cultori di questo rito viene considerato una vera e propria forma di educazione.
I due uomini, davanti alle tazzine fumanti, decisero di darsi del tu, visto che praticavano la stessa professione. Ma la sorpresa di Francesco Paolo fu grande nell'apprendere da Pippo, il quale aveva chiesto gli si rivolgesse con questo diminutivo, che dagli studi sulle origini e la genealogia della propria nobile famiglia poteva dedurre che loro due avevano una parentela, appartenendo a due rami dei Coppola, separatisi in seguito a una controversia più di un secolo prima.
Entrambi avevano trovato nell'altro un cugino e gioivano al pensiero di poter condividere la propria passione.
Questo strano incontro, perciò, consentì di unire perfettamente due piani di studio che avevano camminato quasi parallelamente: da un lato la documentazione raccolta a Castellammare da Pippo e dall'altro quella scoperta nell'Archivio di Stato di Napoli da Francesco Paolo.
Ed è qui che comincia la storia di Petronilla.
Era giovanissima, aveva soli sette anni quando entrò in convento: era nata senza un padre, morto poco prima che lei vedesse la luce. Petronilla era arrivata dopo due maschietti.
Francesco Paolo Coppola, conte del Sacro Romano Impero, aveva lasciato così la moglie Suffragia Marchese sola con Antonio, Domenico e, appunto, Petronilla. A loro non sarebbe mancato nulla: lo zio Domenico, l'arcivescovo, avrebbe provveduto.
Fu la zia paterna, Teresa, priora delle Canonichesse Lateranensi del monastero di Regina Coeli, a condurre la bambina al convento delle francescane della S.S. Trinità delle Monache a Montecalvario quando aveva solo sette anni.
Mentre ricamava insieme alle altre allieve del collegio, la tristezza ancora l'assaliva pensando a quel 25 ottobre del 1797: Petronilla ricordava il cielo plumbeo che minacciava pioggia, l'aria era afosa; nonostante si fosse già in autunno, i vestiti le si appiccicavano addosso. Ricordava il disagio provato a varcare quella soglia, gli sguardi delle monache, che avevano preso a squadrarla, e quelli delle educande accorse per vederla, mentre commentavano a bassa voce, creando un brusio che le ricordava uno sciame di vespe.
Era in uso a quei tempi mandare le ragazzine di buona famiglia in collegio per ottenere l'adeguata istruzione e un'educazione adatta a vivere in società e a trovare marito, o magari abbracciare la vocazione religiosa. La madre glielo aveva spiegato, ma lei non aveva capito, non voleva capire. Le mancava il padre e staccarsi dall'adorata mamma e dai fratelli le sembrava una sofferenza troppo grande da affrontare.
La zia Teresa era entrata da giovane nell'Ordine delle Canonichesse Lateranensi, agostiniane, fondate in tempo immemore, ed era rimasta chiusa nel convento di Santa Maria di Regina Coeli, dove ormai occupava un posto di privilegio tra le consorelle, anche grazie alla nobiltà della sua famiglia. Era orgogliosa quel giorno di accompagnare la nipotina, ben vestita e ben pettinata, nonostante l'espressione, che la bambina aveva stampata in viso, la dicesse lunga sul suo stato d'animo. Petronilla era molto legata alla zia, che spesso andava a farle visita, ed era in pena per lei perché sapeva che soffriva di palpitazioni; un giorno le aveva anche confidato di aver chiesto consiglio a tal riguardo proprio al fratello arcivescovo, Sua Eccellenza Domenico Coppola, considerandolo un uomo sapiente e di ampie conoscenze. Il buon prelato le aveva prescritto di prendere ogni sera del latte caldo, cosa che lei aveva continuato a fare, poiché la cura le stava facendo bene. Petronilla, che aveva dieci anni quando aveva appreso queste cose, amava il latte e pensò che forse, continuando a berne, avrebbe evitato di soffrire di palpitazioni. Anche se non aveva capito molto bene di cosa si trattasse.
Nel frattempo la piccola era cresciuta e, mentre ricamava insieme alle sue compagne, ripensava al tempo trascorso in convento, costretta dalle regole monasteriali ad accettare una condotta severa; mal sopportava, infatti, le angustie di una vita non scelta, le grettezze di un mondo chiuso e ipocrita, soffocante e doloroso, così come soffriva per la privazione della libertà, per l'austerità che vi si respirava e la superficialità delle discussioni che era costretta a intrattenere con le altre educande.
Ripensava che in quei sette anni aveva trascorso troppo poco tempo con sua madre e si chiedeva se avesse sofferto nel vedere la sua piccola, vivace bambina, rinchiusa in quelle quattro mura. L'ultima volta che l'aveva vista, Suffragia non era in buona salute e lei viveva nel timore potesse accaderle qualcosa. Cosa avrebbe fatto se anche lei se ne fosse andata?
Petronilla, non ricevendo notizie della madre, sperava che zia Teresa ne portasse di buone o almeno gliele facesse recapitare. Nel frattempo aveva continuato a scriverle, ma la madre non le aveva più risposto.
«Ferme, ragazze!»
Il tono di suor Felicia era austero, come sempre, ma in quell'ordine Petronilla avvertì qualcosa di inquietante. Si allarmò.
«Signorina Petronilla, seguitemi, per favore.»
La religiosa voltò le spalle, mentre la ragazzina si sollevò, posando l'occorrente da ricamo, che aveva in grembo, sul tavolino, accingendosi a eseguire la richiesta. Un gran peso sentì gravarle sul cuore.
La priora, madre Addolorata delle sette spade, la accolse in Direzione, la fece sedere e cominciò uno strano discorso.
«Mia cara fanciulla, il Signore Iddio ha avuto pietà della vostra condizione di orfana, concedendovi di essere educata in una delle migliori scuole di Napoli, e quindi del Regno. Oggi, figlia mia, per la vostra redenzione vi sottopone, tuttavia, a un'altra prova, forse più difficile, ma che certamente vi troverà meglio preparata e più matura di quando perdeste vostro padre.»
A quel punto Petronilla capì e tutto intorno cominciò a vorticare velocemente. Non sentì più le parole della suora.
Ho perso anche la mamma, ora sono completamente sola... Questo l'unico pensiero che occupava la sua mente.
«Signorina Coppola! Mio Dio, riprendetevi. Presto, i sali!»
Aprì gli occhi e si ritrovò il viso di madre Addolorata incombere su di lei. Gli occhi della donna sembravano uscire fuori dalle orbite; erano enormi visti così da vicino, le guance cascanti, mentre l'alito sapeva di morte. Questo la riportò alla realtà.
Già, la morte...
Era sul pavimento, si accorse, e piombò nello sconforto.
«Bene, bene, alzatevi piano, così, sulla sedia... che spavento mi avete fatto prendere.»
«Mia madre non c'è più?»...
Eleonora Davide
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