Writer Officina Blog
Ultimi articoli
Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: Eleonora Davide
Titolo: Il Normanno e i segreti del Castello
Genere Romanzo Fantasy Storico
Lettori 173
Il Normanno e i segreti del Castello
Monteforte Irpino, 2 giugno 2023.

Marianna e Martino erano riusciti a trovare un angolo davvero romantico mentre gli ultimi raggi di sole si spegnevano dietro i ruderi sulla collina. Baciandola, Martino l'aveva delicatamente spinta verso un muro, iniziando a premere il suo corpo contro quello della ragazza, eccitato dalla situazione e dall'aria di mistero che le prime ombre della sera proiettavano sui resti di quella che doveva essere stata una torre, mentre le sue mani iniziavano a scendere lungo la sua schiena.
«Ma che fai, Marti', sei scemo? Cerca di tenere a posto le mani, se no te le taglio!»
«Dai, lo sai che ti amo, è che... sei troppo bella.»
La voce del ragazzo era arrochita dal desiderio; riacquistando lucidità, tuttavia, si rese conto della banalità delle proprie argomentazioni. Tossì imbarazzato e cercò di ricomporsi.
«Vabbè, Marianna, non ti arrabbiare. Non lo faccio più, ma, vedi, qui tutto è così magico.»
Si aggiustò il cavallo dei calzoni e chiuse il blazer.
Lei calò la guardia, altrettanto imbarazzata, sperò di non averlo offeso.
«Anche io ti amo, che c'entra...»
«Vieni!»
La tirò dietro di sé, prendendola per mano, mentre si spingeva tra i ruderi.
«Ma che fai, dove mi porti? C'ho paura, Marti'!»
«Stai tranquilla, con me non devi avere paura di niente.»
Cercò di rassicurarla: sorridendo, si girò verso di lei, portandosi una mano al petto, le fece un occhiolino, raddrizzò la schiena e continuò a testa alta.
«Fidati di me. Parte l'esplorazione!»
Lei piegò il capo di lato e sorrise a sua volta, poi lo seguì incuriosita. Mentre camminavano tra i rovi cresciuti nel luogo, abbandonato da tempo, Martino intravide un mazzolino di fiori colorati di un indaco intenso, erano minuscoli ma graziosissimi. Si chinò e così vide anche qualche funghetto emergere tra la vegetazione. Il padre gli aveva sempre raccomandato di non raccoglierne, perché solo gli intenditori sapevano riconoscere quelli buoni da quelli velenosi. Così scostò il funghetto più alto con le dita e raccolse i fiori per donarli alla ragazza.
«Tieni, amore mio. Questi fiorellini hanno il colore dei tuoi occhi.»
Accompagnò il dono con un gesto dolcissimo: avvicinò le dita alle labbra e affidò all'aria un bacio per lei.
Marianna arrossì, accettando le scuse che, in questo modo, le rivolgeva per la sua irruenza amorosa. Ma lo aveva già perdonato. Conosceva bene Martino e il suo animo.
«Oh, ma qui sembra anche più selvaggio del campo scout a Battipaglia», disse per cambiare discorso, «ricordi?»
«E chi se lo scorda, dolcezza mia. Quella notte ce la facevamo tutti addosso dalla paura», ora ridevano entrambi, «ma eravamo più piccoli. Qui siamo praticamente a casa nostra. Cosa vuoi che ci capiti».
Un cane iniziò a ululare e i ragazzi fecero un salto, poi scoppiarono di nuovo a ridere.
«Ehi, ma tu lo sai chi ci abitava in questo posto? Cos'era, un castello, o qualcosa del genere? Magari ci viveva una principessa... Mamma mia, guarda lì! Cos'è?»
La ragazzina indicava un punto nel buio, ma Martino non riusciva a distinguere nulla di particolare e allora si avvicinò di più a un muretto che si protendeva sul sentiero sotto la torre.
«Marti', vedi quella luce? Martino!» urlò spaventata, mentre si lanciava ad afferrare il ragazzo per un braccio. Lui, però, era troppo distante. Lo vide cadere dal parapetto e poi scomparire. Tutto sembrava essere tornato come prima, ma di Martino nessuna traccia.
Feudo di Rota, 2 giugno A.D. 1066
Tutt'intorno urla e clangore di metallo, una nebbia fitta non gli permetteva di distinguere chiaramente le figure che si muovevano intorno a lui. Si accorse, però, di essere al centro di una gran confusione. Il rumore aumentò, sentì urlare.
«Ragazzo!»
Capì che la voce cavernosa, che continuava a sbraitare, ce l'aveva proprio con lui. Si girò nella direzione da cui proveniva e rimase di stucco. Era un uomo dalle dimensioni ragguardevoli, probabilmente accentuate dall'armatura a lorica che indossava e dalla presenza di una grossa scure nella sua mano destra. Un elmo conico di metallo pesante gli copriva il capo e da quella impressionante protezione sfuggiva una fluente capigliatura color paglia, che si poggiava sulle possenti spalle. Si chiese se stesse sognando, ma dovette accettare il fatto che lì, dovunque si trovasse, era tutto reale.
Cazzarola, un vichingo!
Martino rimase disorientato, incrociando lo sguardo fiero dello sconosciuto che sembrava piombato lì dal Medioevo e che si dirigeva verso di lui in modo minaccioso.
Si voltò per fuggire, ma si accorse di avere il passaggio bloccato da un muro di uomini armati fino ai denti.
Aprì gli occhi, gli sembrò di essere steso in un letto. Meno male: era un sogno, si disse.
«Diamine, è solo un ragazzo! C'era proprio bisogno di colpirlo sulla testa?»
L'uomo che aveva davanti non era come quelli che aveva intravisto, sembrava meno rude, l'apparenza era meno spaventosa: era meno muscoloso, non aveva né barba né baffi, tuttavia mostrava una fierezza e una certa autorevolezza nel modo in cui si rivolgeva agli altri. Non ci posso credere, questo non è un cacchio di sogno, concluse tra sé Martino, forse sono su “Scherzi a parte”!
«Sollevatelo, mettetelo seduto! Me ne prenderò cura io.»
Due giovani dai capelli biondi lo sollevarono prendendolo per le ascelle e lo misero a sedere, gli faceva un gran male la testa. Ma cosa era successo? Non riusciva proprio a ricordare. Immaginò di avere una espressione stranita dal modo in cui l'uomo che aveva parlato gli si rivolse mettendolo al corrente di ciò che era accaduto, dando per scontato che fosse vittima di un'amnesia.
«Dunque, ti dico subito che Raone non ha mezze misure, ma ti devo rassicurare anche sul fatto che ti ha colpito mentre cercava di salvarti la vita. Gli sarai grato per questo, quando la testa smetterà di farti male. Ti ha trovato mentre, chissà per quale motivo, eri tra i nostri uomini e i nemici. Non avresti avuto scampo se non ti avesse abbattuto quando ti ha visto, in stato di confusione, gettarti nelle loro braccia. Immediatamente dopo ha preso il via la battaglia, che naturalmente abbiamo vinto.»
L'uomo pronunciò queste parole sollevando il busto per dargli volume e allargando le spalle, come per attribuirsi parte del merito, con una punta di orgoglio.
«Chi è lei?» chiese Martino, infine.
«Ahi ahi, siamo messi proprio male, vedo. Tranquillo, starai presto bene.»
Poi gli manipolò il collo, con mano esperta, e si allontanò, mugugnando tra sé. Tornò poco dopo con una ciotola contenente del liquido fumante. Martino bevve piano e in silenzio quell'infuso, sperando che smorzasse il rombo che sentiva nelle orecchie, mentre la testa pulsava al ritmo del rock.
Si sdraiò nuovamente, esausto, e piombò in un sonno profondo.
Il secondo risveglio fu più gradevole. Vide il sole splendere fuori dalla tenda, riuscì a mettersi in piedi senza difficoltà. Intorno a lui il silenzio era interrotto solo dallo stormire degli uccelli, che si levavano in volo.
Iniziò a perlustrare quello che capì essere un vero accampamento militare. Ma dove era finito e dove era Marianna, e il castello? Gli sembrava di ricordare di essere caduto in un pozzo. Ma come faceva a trovarsi in quel luogo? Dovevano averlo rapito, era l'unica spiegazione. Doveva trattarsi di una setta o qualcosa del genere. Di sette a tema medievale non ne aveva mai sentito parlare, ma la madre gli diceva sempre di non dare nulla per scontato sulle intenzioni delle persone, visto che, nonostante i suoi 16 anni, non aveva abbastanza esperienza e, nel dubbio, gli aveva consigliato di prendere le distanze dalle situazioni poco chiare. Suo padre di solito si limitava ad assentire di fronte alle raccomandazioni della moglie, convinto che stesse facendo un buon lavoro con il figlio. Gabriella era una mamma affettuosa e attenta, ma tendenzialmente abbondava nei suggerimenti che, ovviamente, Martino non sempre gradiva. I contrasti con Paolo, suo padre, erano per lo più di tipo comunicativo, in fondo erano simili e tendevano a impuntarsi in alcune discussioni. Ma, per Martino, i suoi genitori erano persone da ammirare, sempre pronti ad ascoltarlo, anche quando non aveva voglia di parlare. Quanta pazienza dovevano avere avuto per crescerlo, pensava: ora gli mancavano entrambi da morire. Per un attimo temette che fossero in pensiero per lui. Se avessero saputo dove si trovava, sarebbero accorsi certamente in suo aiuto. Se lo avesse saputo lui, penso un po' afflitto.
Abbandonò quei pensieri prima di essere preso dallo sconforto. Non lo avrebbe aiutato. Tuttavia non vedeva nessun segno di civiltà o di modernità e la cosa lo preoccupò. I resti di quella che doveva essere stata una serata di festa gli ricordavano il Carnevale trascorso l'anno prima a casa di Carlo. In quell'occasione avevano bevuto un po' troppa birra e avevano assaggiato anche i liquori, il che aveva riservato a buona parte di loro un epilogo poco piacevole, e in più avevano dovuto ripulire prima che rientrassero i genitori dell'amico. Ma lo spettacolo a cui stava assistendo era peggiore del dopo-festa. Alcuni guerrieri giacevano riversi a terra, in pose che lasciavano intuire lo stato di incoscienza che li aveva ridotti così. Li osservò con molta attenzione, ammirò quegli abiti così ben curati. Pensò che si trattasse di un rave in costume. Chissà, però, dove si trovava.
«Ragazzo!»
Ancora lui, l'omone: “Raone” lo aveva chiamato quell'altro. Si portò istintivamente le mani sulla testa. Poi vide il suo sguardo sereno e gli andò incontro, con una certa riluttanza.
«Non so di cosa si tratta, forse di un gioco di ruolo. Mi hanno detto che mi ha salvato la vita e che devo ringraziarla, non ci ho capito molto, in verità.»
La mano andò al bernoccolo che ancora gli doleva.
«Bravo, ragazzo! Lascia stare e sellami il cavallo. Sei o non sei il mio scudiero?» gli appioppò una pacca sulla spalla che quasi lo fece cadere.
«A proposito, come ti chiami?»
«Sono Martino. Ma come... “scudiero”? Mi può spiegare cosa stiamo rievocando? È un gioco di ruolo? Dove siamo?»
«Vedo che non stai ancora benissimo. Forse ho esagerato, ti facevo più robusto. Ricordi come si sella un cavallo, almeno?»
«Beh, di cavalli un po' ne capisco, in effetti. Mio padre ha un maneggio a Mercogliano.»
L'uomo lo guardò di sbieco e andò via dondolando la testa, mentre, senza voltarsi, alzava un braccio per indicare un destriero magnifico, dalla criniera fluente, alla sua destra.
«Ti aspetto con il cavallo davanti alla mia tenda!»
...
Eleonora Davide
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto