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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Raffaele Corona
Titolo: L'eco del passato
Genere Thriller Mistero
Lettori 181 1 3
L'eco del passato
Il silenzio prima del nome.

Il primo suono fu il battito. Non quello del cuore quello venne dopo ma un battito secco, ritmato, lontano. Un tic-tac ovattato, come se un orologio stesse misurando il tempo di qualcun altro.

Aprì gli occhi.

La luce lo colpì come una fucilata. Bianca, sterile, immobile. Odore di disinfettante, tende chiuse, il bip intermittente di una macchina accanto a lui. Un ospedale.

Non ricordava perché fosse lì.

Non ricordava niente.

«Jason? Jason, mi senti?»

La voce era calma, femminile, affettuosa. Una donna sedeva accanto al letto. Aveva gli occhi lucidi e un sorriso tirato. Portava un maglione azzurro e stringeva forte una tazza di caffè. Gli sembrava di averla già vista o forse solo immaginata.

«Chi... chi sei?»

Lei trattenne il respiro per un istante. Poi, come se fosse preparata:
«Sono Emily. Tua sorella.»

Jason White. Il nome era scritto su un braccialetto di plastica al polso. Ma non suonava reale. Era come leggere il titolo di un libro che non aveva mai aperto.

«Cosa è successo?» chiese. La voce gli uscì arida, come carta stropicciata.

Emily abbassò gli occhi. «Hai avuto un incidente. In'auto. Ti hanno trovato fuori città, sul ciglio della strada. La macchina era distrutta... tu eri...» si fermò, inghiottì le lacrime. «Ma sei vivo. È questo che conta.»

Jason si guardò intorno. Nessuna finestra aperta, nessuno specchio. Solo muri lisci, neutri. La stanza di qualcuno che doveva solo guarire, non capire.

Dentro di sé, qualcosa urlava. Non era dolore. Era... vuoto.

«Non ricordo nulla.»
Emily annuì, come se lo avesse già sentito dire. «È normale. È una forma di amnesia temporanea, post-traumatica. Il dottor Laird dice che può tornare tutto. Piano piano. Ma non devi sforzarti.»

Laird. Il nome gli diede un leggero brivido alla base del collo.

Emily gli accarezzò la mano. Era troppo affettuosa. Troppo presente.
«Tu fidati di me, d'accordo? Ci sono io con te.»

Jason annuì. Ma dentro, una voce diversa sussurrava:

Se non ricordi chi sei, come puoi sapere di chi fidarti?

Emily si alzò di scatto quando bussarono alla porta. Un colpo secco, educato. Senza attendere risposta, un uomo entrò.

«Buongiorno, Jason. Finalmente sveglio.»

Aveva una voce profonda, vellutata, con un accento leggermente fuori posto. Indossava un camice pulito, ma sembrava troppo elegante per essere solo un medico: camicia inamidita sotto, cravatta sottile, polsini ordinati. Un paio di occhiali dalle lenti tonde gli coprivano gli occhi, che però sembravano osservare ogni dettaglio, ogni reazione, come se stesse studiando un esperimento.

«Io sono il dottor Marcus Laird. Ti stai riprendendo bene. Ti ricordi di me?»

Jason scosse la testa. «No. Non mi ricordo... nulla, in realtà.»

Laird annuì lentamente. «È normale. Non hai subito danni cerebrali visibili, ma il trauma può aver innescato una risposta protettiva. La mente chiude le porte... per proteggersi da qualcosa che non è ancora pronta ad affrontare.»

Jason sentì un brivido. Quelle parole lo colpirono come una lama fredda: qualcosa che non sei pronto ad affrontare.
Perché suonavano come una minaccia?

«Quindi tornerà?» chiese. «La memoria?»

«Probabilmente sì. Ma non va inseguita. La memoria è come un animale ferito: se lo insegui, scappa. Se stai fermo, forse torna da solo.»

Jason incrociò lo sguardo di Emily, che annuì con un sorriso rassicurante, come se fosse tutto già previsto.

Poi il dottore aggiunse, con tono più basso:
«Nel frattempo, evita di leggere articoli su internet o cercare troppe risposte da solo. Potresti confonderti. Fidati di chi ti è vicino. Fidati... di tua sorella.»

Emily gli strinse di nuovo la mano. Forte. Troppo forte.

Jason annuì, ma qualcosa nel suo petto si contraeva. Un sesto senso. Un piccolo allarme silenzioso.

Quando Laird uscì dalla stanza, Jason si voltò verso Emily.

«Hai detto che avevo un lavoro. Cosa facevo prima dell'incidente?»

Lei esitò per un secondo — troppo lungo per essere casuale — poi rispose:
«Eri bibliotecario. Alla centrale. Amavi i libri, la quiete. Non parlavi molto con gli altri, ma... eri felice.»

Jason cercò di immaginarsi tra scaffali di libri. Niente. Nessuna immagine. Nessun odore di carta. Solo buio.

«Ci sono delle foto?» chiese.
«A casa, sì. Quando tornerai... ti mostrerò tutto.»

Ma Jason non era sicuro di volerci tornare.

Non ancora.

Capitolo 2 – La casa di qualcuno

Tre giorni dopo, Jason tornò a casa.

O, almeno, così dissero.

Emily guidava in silenzio lungo la strada che tagliava il bosco come una cicatrice grigia. L'estate stava finendo, ma le foglie non avevano ancora deciso di cadere. Tutto sembrava immobile. Bonsville era più piccola di quanto immaginasse. O forse era solo così che appariva a chi non la riconosceva più.

«È strano tornare qui?» chiese Emily, senza staccare lo sguardo dalla strada.

«Non saprei. Non ho un "prima" con cui confrontarlo.»

Lei sorrise con un tono che voleva essere affettuoso, ma suonava preparato. «Hai sempre detto che amavi la calma. Il silenzio. Ti piacerà rientrare.»

La casa era una villetta a un piano, ai margini del quartiere residenziale. I muri chiari, il tetto basso, una veranda con due sedie a dondolo. Troppo perfetta. Troppo... neutra.

Entrando, Jason fu colpito da una strana sensazione: non di familiarità, ma di messa in scena. Come se ogni oggetto fosse stato scelto con cura per evocare una memoria che lui non aveva.

Fotografie incorniciate. Lui presumibilmente da bambino, con Emily. Gite. Compleanni. Libri ordinati sugli scaffali. Una tazza con scritto: I ❤️ quiet mornings.

Tutto coerente. Tutto giusto.
Troppo giusto.

«La tua stanza è in fondo al corridoio. Ho pulito tutto. Ci sono anche i tuoi libri preferiti, se ti va di leggere qualcosa.»

Jason annuì. Avanzò piano. Ogni passo nella casa sembrava disturbare un equilibrio fragile. Come se qualcosa si sarebbe rotto al primo movimento sbagliato.

La sua stanza era essenziale. Letto, scrivania, una lampada a stelo, armadio chiuso. Sopra il comodino, un libro aperto a metà. Lo sollevò.

Era Il giovane Holden.

Fece per sfogliarlo, poi si fermò. Qualcosa... qualcosa nel modo in cui le pagine si staccavano. Troppo nuove. Come se non fosse mai stato letto.

«Ti piace ancora Salinger?» chiese Emily, apparsa sulla soglia.
Jason fece un cenno vago. «Penso di sì.»

«Hai bisogno di qualcosa? Posso cucinare qualcosa di leggero...»

«No. Vorrei solo stare un po' da solo.»

Emily annuì lentamente. «Certo. Ma se hai bisogno... sono qui.»

Quando uscì, Jason si sedette sul letto. Guardò la stanza. Inspirò profondamente.

Nessun odore riconoscibile. Nessun oggetto che gli scaldasse il cuore.

Non era casa sua.
Era la casa di qualcuno che avrebbe dovuto essere lui.

Capitolo 3 – La stanza senza tempo

La prima notte fu lunga.
Jason si rigirò nel letto, ascoltando il suono ovattato della casa: tubature che respiravano, il legno che scricchiolava, il vento che accarezzava i vetri.

Poi, scivolò nel sonno.

E cadde.

Non si sognava di cadere. Cadde davvero. O almeno così sembrava.

Scuro. Senza gravità. Nessun suono.

Poi la luce. Fredda. Pulsante.

Si ritrovò seduto su una sedia di metallo, in una stanza quadrata, senza finestre. Le pareti erano fatte di vetro, ma dall'altra parte non c'era nulla. Solo nebbia. E un ticchettio. Tic. Tac. Tic. Tac. Come un orologio enorme, ma invisibile.

Davanti a lui, un tavolo. Su di esso, una fotografia strappata a metà. Solo il suo lato: un volto a metà sorriso. Dietro, scarabocchi in penna blu. Una frase:

“Non dire niente. Loro ascoltano.”

Jason provò ad alzarsi. Ma la sedia non si muoveva. Era come se fosse parte del pavimento. Bloccato. Intrappolato.

Un'ombra si mosse oltre il vetro. Alta, sottile, senza volto.

Poi una voce.
Non umana. Non meccanica.
Solo... sbagliata.

«Chi sei... davvero?»

La stanza cominciò a tremare. Il ticchettio accelerò. La foto prese fuoco senza fiamma. Solo cenere.

Jason urlò. Ma nessun suono uscì.

E si svegliò.

Fuori era ancora buio. Il cuore batteva all'impazzata, il corpo coperto di sudore. Si alzò, camminò fino al bagno e si sciacquò il viso.

Poi, tornando nella stanza, si bloccò.

Sulla scrivania, c'era una fotografia.

Non l'aveva mai vista prima.

Era lui. Di spalle.
In piedi davanti a una porta di metallo.
Sul retro, a penna blu:

“Non dire niente. Loro ascoltano.”
Raffaele Corona
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