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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Naja e rivoluzione
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Ogni volta che esco dalla caserma l'occhio vaga verso i monti, quella affascinante e misteriosa cerchia di cime che fanno da corona alla piana di Albenga. Fino a primavera sono innevate e appaiono ora lontane nelle giornate di tramontana, ora vicine quando affligge lo scirocco, illuminate alla sera dalle tinte calde degli ultimi raggi, ma violacee e spettrali nella bruma che precede il temporale. Il fascino che esercitano su di me è fortissimo, soprattutto perché mi appaiono esotiche, così diverse dalle Alpi che ho frequentato prima di partire. Da qualche tempo perciò ho deciso di dedicare le mie domeniche all'esplorazione ad ampio raggio dell'entroterra ligure, così misterioso e selvaggio. La fedele Cinquecento mi permette una grande libertà, da solo o in compagnia di qualcun altro che condivida la mia stessa passione. Parto quindi una domenica mattina, diretto ancora una volta verso l'alta valle del Tanaro. Sono solo mentre affronto la lunga e sconnessa strada militare che da Monesi si snoda fra alti passi e lunari altopiani carsici fino al colle di Tenda. Ci vuole cautela, poiché le pietre sono aguzze e forare è un rischio concreto, come già ho avuto modo di sperimentare. Tuttavia, con la dovuta attenzione raggiungo, deviando dalla strada principale, il misterioso passo di Tanarello, a quota duemila metri, che segna il confine con la Francia. Tutta la lunga cresta da qui al monte Saccarello è occupata da fortificazioni risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, in gran parte distrutte in seguito al trattato di pace e disarmo unilaterale che gli Alleati avevano imposto all'Italia dopo la fine della guerra, comunque molto interessanti. Ma quello che mi attira in modo irresistibile è una stradina che scende con mille tornanti giù, verso Briga in Val Roya. Lo stimolo alla trasgressione è fortissimo. È vero infatti che sono in divisa, però non si vede in giro anima viva e la mia pacifica invasione della Francia non può che passare del tutto inosservata. La strada, anch'essa militare, costruita quando la Val Roya era italiana, è a stento visibile perché non più utilizzata da mezzi a motore da molto tempo, sicché il fondo è ricoperto d'erba e si presenta abbastanza liscio e privo di asperità. Mi inoltro dunque giù per la discesa senza alcuna difficoltà, finché decido che sono sceso abbastanza, prima che dalle baite che scorgo in basso qualcuno possa notarmi e dare l'allarme. Bisogna dire che nel 1972 le frontiere sono una cosa seria e i francesi non hanno ancora perso la memoria dell'attacco italiano del dieci giugno 1940, la famosa “pugnalata alle spalle”, per cui non oso pensare a cosa potrebbe accadermi se fossi catturato e fatto prigioniero, soldato italiano in servizio e per di più in divisa. Una crisi internazionale, come minimo. E di sicuro lunghi anni di detenzione in qualche carcere militare, se italiano o francese non so, penso che su questo dettaglio si metteranno d'accordo le diplomazie. Non voglio pensarci oltre e decido di tornare su. «Oh, merda!» Non è un'esclamazione buttata lì a casaccio, ma la semplice constatazione del fatto che, mentre scendevo dabbasso, una mandria di vacche dispeptiche ha percorso la stradina e l'ha ricoperta completamente di sterco fresco, liquido e scivoloso, sul quale, a causa del fondo erboso così lubrificato, le ruote motrici non fanno alcuna presa, come se mi trovassi su uno strato di ghiaccio vivo. «Merda merda e poi merda!» Sono nella merda fino al collo, e non è un modo di dire... Ogni tentativo di avanzare produce solo grandi schizzi di sterco ma nessun progresso evidente; anzi, più insisto e più la macchina scivola verso il basso, anche perché mi trovo nel punto più ripido della salita. In apparenza la situazione è senza scampo e nella mia testa si affollano i fantasmi del mio prossimo futuro, prigioniero della merda che mi taglia la strada della ritirata e mi consente soltanto la via della discesa verso una sicura prigionia a tempo indeterminato. Ma è nelle difficoltà che la mente dà il suo meglio, gira al massimo e rifiuta di arrendersi a un destino che appare segnato da una cupa ineluttabilità. Delle pietre! Devo trovare delle pietre piatte da mettere in fila davanti alle ruote motrici per coprire la fetida poltiglia e superare così il punto critico nel quale sono impantanato. Calma, Tullio, pazienza e niente panico, ci vorrà un po' di tempo, ma prima o poi se ne uscirà. Le pietre piatte riesco a trovarle, ma sono poche, così mi arrangio a creare un percorso asciutto di pochi metri, superati i quali dovrò recuperare le pietre già usate e riposizionarle più avanti per proseguire, e così via fino alla fine del malpasso. Ho perso nel frattempo ogni ritegno e ogni precauzione poiché è in gioco la sopravvivenza, così, dopo ogni breve avanzata devo immergere le mani nello sterco per recuperare le pietre e spostarle più su. Lascio quindi immaginare come l'onorata divisa in breve tempo si sia trasformata in un repellente ammasso di merda, così come s'è ridotta la povera Cinquecento, costretta a perdere ogni residua dignità pur di salvare il suo incauto padrone. Impegnato allo stremo in questa metodica attività passa un'ora, due, tre, finché metro dopo metro sono fuori, e in breve riguadagno il passo di Tanarello e con esso il suolo della Patria, mentre il sole ormai tocca l'orizzonte. È una grande soddisfazione essermi tirato fuori dalla merda senza alcun aiuto esterno ma solo con il mio ingegno; resta però il problema non secondario del mio aspetto del tutto impresentabile, se non davvero ripugnante. Purtroppo non ho indumenti di ricambio e non posso certo rientrare in caserma dalla porta principale in questo stato. Presso una fontana cerco di grattare via il grosso della materia che ormai tende a seccare, ma per l'odore non c'è proprio niente da fare, quello devo tenermelo e gestirlo in qualche modo quando tornerò fra le persone normali. Rientro quindi in caserma scavalcando la porta carraia a un'ora in cui tutti dovrebbero essere a nanna, poi, attento a non incrociare nessuno, mi precipito ai lavandini, dove mi spoglio in fretta e mi lavo un po' per volta nell'acqua gelata, e riesco così a recuperare un minimo di aspetto umano. Affiderò poi la divisa a una lavanderia. Nessuno saprà mai che in quel giorno di fine agosto la pace in Europa è stata messa a serio rischio a causa di una mandria di vacche incontinenti.
Autunno
Le giornate si accorciano, le ombre si allungano, le foglie ingialliscono e tutte le banalità dell'autunno incipiente si dispiegano nel grande cortile della caserma, mio habitat quotidiano. Piove, piove e ancora piove. Black patisce questo tempaccio; la sua artrosi e forse anche l'otite lo tormentano. Black è il cane della porta centrale, che se ne sta sempre mogio dietro un pilastro dell'androne. È vecchio, forse è stato un aitante pastore tedesco nei suoi anni migliori, ma ora appare sbiadito, spelacchiato, zoppicante, quasi cieco, triste. Tutti gli vogliamo un gran bene e non gli lesiniamo coccole e buoni bocconcini; lui ricambia a modo suo, manda sguardi d'amore con gli occhioni velati dalla cataratta, scodinzola commosso, poi, stanco, torna ad accucciarsi sul freddo pavimento di pietra. Persino il comandante del battaglione, l'arcigno tenente colonnello Marzulli, lo tollera e a volte, senza perdere il suo piglio marziale, si lascia andare a una frettolosa carezza. Un pomeriggio in cui il cielo ligure esprime tutto il suo cupo malumore, giunge il grido della sentinella: «Allarme! Allarme!». La Millecento blu con la bandierina dell'ottantanovesimo fanteria ha appena svoltato nella strada della caserma e noi del corpo di guardia ci apprestiamo a dare il rituale saluto al comandante di reggimento, l'anziano e irascibile colonnello Fulmine. Son quasi sicuro che alla fine criticherà come al solito la mia esecuzione del motivetto di benvenuto, ma questa volta sento che sto suonando con discreta maestria. Le note rimbombano acute nell'alta volta dell'androne e si mescolano con i guaiti del povero Black, il quale soffre di mal d'orecchi e si lamenta di quei rumori, per lui tormentosi. «Trombino, cos'erano certi suoni strani che ho sentito, come un ululato che veniva dalla tua tromba?» mi apostrofa il gallonato. «Signor colonnello, si tratta di un effetto di risonanza della volta dell'androne» rispondo, con la prima fesseria che mi viene in mente. A sorpresa, il tenente colonnello Marzulli annuisce e conferma le mie parole. L'alto ufficiale storce la bocca, brontola qualcosa e si avvia sullo scalone, seguito dal nostro comandante di battaglione, che continua a spiegare trafelato: «È il rimbombo, sa, questi vecchi edifici...». Quando i due sono spariti in cima alla scala, con delicatezza convinciamo Black a seguirci in uno stanzino del corpo di guardia, dove non potrà udire il suono della tromba. Lo chiudiamo dentro. Passate un paio d'ore, i colonnelli ridiscendono dabbasso e io, mentre Fulmine mi passa davanti, gli regalo un'esecuzione accurata degli onori al comandante di reggimento. Appena terminato, Fulmine si blocca di colpo, torna indietro, si pianta davanti a me e sbraita: «Come mai questa volta non si sente l'ululato? Trombino, non è che per caso mi stai prendendo per il culo?». Mi scappa da ridere e devo fare uno sforzo immane per rimanere serio, ma non escludo che qualcosa da sotto i baffi traspaia, mentre sparo la cazzata: «Signor colonnello, è un effetto che a volte c'è e a volte non c'è». A quel punto Fulmine, rosso in viso, si rivolge al tenente colonnello: «Marzulli, se scopro che tenete un cane nella porta centrale, sono davvero cazzi suoi!». |
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