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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Marta Arduino
Titolo: Ritorno a Gaz'ah
Genere Fantasy
Lettori 152
Ritorno a Gaz'ah
Linda aveva dieci anni e una casa sempre tanto silenziosa. I suoi genitori lavoravano fino a tardi e, dopo la scuola, restava quasi sempre con Maria, la giovane babysitter che cercava di rendere quei pomeriggi meno vuoti. Quel giorno erano sedute sul tappeto della sua stanza, con una rivista aperta davanti. Le pagine mostravano fotografie affascinanti: un territorio lunare che sembrava appartenere a un altro mondo. Distese infinite di rocce chiare si alternavano a crateri profondi come ferite antiche nella terra. Il suolo aveva sfumature che andavano dal bianco gessoso al grigio argento, spezzate qua e là da ombre nere e frastagliate. Non cresceva nulla: nessun albero, nessun filo d'erba, solo pietre modellate dal vento e dal tempo. La luce della luna, riflessa su quelle superfici irregolari, dava al paesaggio un aspetto irreale, quasi magico. Eppure, sotto la didascalia, poche parole rendevano tutto ancora più sorprendente: Arabia Saudita. Un luogo vero, esistente, ma molto...troppo lontano dall'immaginazione di Linda.
La bambina stava indicando una foto quando accadde qualcosa di inspiegabile. Un fascio di luce improvviso attraversò la stanza, così intenso da cancellare i colori e le ombre. Linda chiuse gli occhi, abbagliata, mentre sentiva il cuore battere forte. Quando li riaprì, Maria, la rivista e la sua stanza erano scomparsi.

All'improvviso dalle nubi nere emerse un manipolo di guerrieri Dhar-Mor, sospesi nell'aria come presagi di rovina. Le loro armature erano scure e sembravano forgiate con metallo vivo e ossa annerite. Impugnavano armi terribili: lance di fuoco crepitante capaci di disintegrare la roccia, lame curve che emanavano un bagliore rosso cupo e sfere pulsanti, simili a cuori incandescenti, che avrebbero potuto radere al suolo intere città in un solo istante. Armi forgiate ma per cancellare.
Sbarrarono la strada a Nahr, circondandolo nel cielo.
Il cavallo alato lanciò un nitrito che scosse l'aria. Le sue ali si spalancarono con forza immensa e il combattimento ebbe inizio. Nahr si muoveva come una tempesta: colpiva con gli zoccoli, fendendo il vuoto, e con un solo battito d'ali creava onde d'urto che scagliavano lontano i nemici. Il suo corpo emanava un'energia antica, quasi divina. Ogni colpo era preciso, devastante, e più di un guerriero Dhar-Mor precipitò nel buio sottostante..
Ma erano troppi.
Da ogni direzione arrivavano nuovi attacchi. Una lancia di energia colpì Nahr al fianco, poi un'altra gli ferì un'ala. Il cavallo vacillò, il suo respiro si fece pesante. I Dhar-Mor approfittarono del momento: strapparono le sacche legate alla sella, rubando tutto il cibo che Linda e Amir avevano con sé. Poi, come ombre crudeli, si ritirarono, lasciando dietro di sé solo silenzio e dolore.
Nahr non riusciva più a volare. Con uno sforzo disperato planò verso il suolo e atterrò nel deserto. Le sue ali tremavano, macchiate di sangue scuro. Linda scese di corsa e, senza esitazione, posò le mani sulla ferita. Non sapeva come, ma le sue lacrime caddero sul manto di Nahr, e il dolore sembrò attenuarsi. Lo accarezzò, parlando piano, mentre Amir faceva da scudo con il suo corpo. non riusciva più a volare. Con uno sforzo disperato planò verso il suolo e atterrò nel deserto. Le sue ali tremavano, macchiate di sangue scuro. Linda scese di corsa e, senza esitazione, posò le mani sulla ferita. Non sapeva come, ma le sue lacrime caddero sul manto di Nahr, e il dolore sembrò attenuarsi. Lo accarezzò, parlando piano, mentre Amir faceva da scudo con il suo corpo.

Accadde qualcosa.
La sabbia tremò. Una luce tenue si accese sotto la superficie, come un respiro che tornava dopo secoli. La terra
si aprì lentamente e ne emerse una creatura fantastica: un Talhar, antico spirito del deserto. Aveva il corpo possente di un grande felino, zampe robuste come colonne di pietra e un dorso ricoperto di cristalli dorati che pulsavano di luce calda. Il suo volto era sereno, con occhi profondi color ambra, e dalla sua schiena si sollevavano veli di energia, simili a ali fatte di vento e luce.
Il Talhar si chinò senza fare rumore. Con delicatezza sollevò Amir e lo caricò sulle proprie spalle, come se non pesasse nulla. Poi tese una zampa verso Linda e le prese la mano.
«Chiudi gli occhi», disse con una voce antica e rassicurante, che sembrava provenire dalla sabbia, dal cielo e dal cuore stesso del deserto.
Linda obbedì.
Quando il Talhar mosse il primo passo, il mondo parve piegarsi. Il vento divenne canto, il deserto si trasformò in una scia di luce che scorreva sotto di loro. Non stavano più camminando: stavano attraversando lo spazio come un ricordo che corre verso il futuro.
Intanto, di Ga'zah non restava quasi nulla. Solo pochi granelli di polvere, sollevati dal vento, testimoni silenziosi di una città, di un popolo, di una speranza che stava per spegnersi. Ma finché Linda stringeva quella mano e Amir respirava ancora, il deserto non aveva pronunciato l'ultima parola.
All'improvviso la luce si fece calda e intensa. Il Talhar rallentò il passo Linda aprì gli occhi e vide Altharion.
La città sorgeva nel deserto come un miraggio diventato reale, sospesa tra roccia e cielo. Alte terrazze scolpite nella pietra chiara si innalzavano a gradoni, collegate da ponti sottili come fili d'oro. Torri slanciate riflettevano la luce come cristalli, e canali d'acqua purissima scorrevano tra giardini rigogliosi, un miracolo di verde nel cuore del deserto. L'aria era tiepida, profumata di gelsomino, e tutto sembrava vivo, vigile.
Il Talhar depose i due ragazzi con delicatezza davanti al palazzo del principe, poi si inchinò e si dissolse in una pioggia di luce che tornò alla terra da cui era nata.
All'interno del palazzo, il silenzio era profondo. Hector giaceva su un letto di pietra bianca, circondato da drappi chiari. Il suo volto era pallido, scavato dalla malattia, e il respiro debole. Nonostante ciò, i suoi occhi erano ancora colmi di lucidità e dolore per ciò che non poteva fare.

Condusse Linda e Amir in una sala segreta sotto il palazzo, raggiungibile attraverso una scala scavata nella roccia. Le pareti erano incise di simboli antichi, così consumati dal tempo da sembrare più sognati che scolpiti. Una luce soffusa, color ambra, filtrava da cristalli incastonati nel soffitto e faceva danzare le ombre come figure in movimento.
Al centro della sala si apriva un bacino circolare, perfettamente liscio, scolpito in una pietra chiara venata d'oro. Era colmo di sabbia dorata che non stava ferma, ma ondeggiava lentamente, respirava. Ogni granello brillava di una luce propria, ora calda, ora più tenue, e talvolta piccoli vortici si formavano in superficie, disegnando immagini fugaci, una porta, una mano, il profilo di una casa, che subito svanivano.
Hector spiegò che quella era la Sabbia della Memoria, antica quanto il deserto stesso, formatasi quando la prima città era stata distrutta e il mondo aveva rifiutato di dimenticare. Ogni granello custodiva un ricordo: il suono di una risata, il passo di un bambino che correva, l'eco di una preghiera, il calore di una casa distrutta. Nulla che fosse stato amato andava davvero perduto; tutto veniva affidato alla sabbia.
Il piano era audace e magico.
Le lacrime di Linda, unite alla volontà di Amir e al sangue antico e nobile di Hector, avrebbero risvegliato la sabbia. Avrebbero pronunciato i nomi perduti di Ga'zah: le strade, le case, le fontane, le scuole, e soprattutto i bambini, sarebbero tornati. La sabbia, ricordando, avrebbe ricreato ciò che era stato cancellato dalla guerra.
Il rito ebbe inizio nel silenzio più assoluto.
Hector si tolse l'anello prezioso che portava al dito, simbolo della sua stirpe, e con un piccolo pugnale d'argento incise appena il palmo della mano. Una sola goccia di sangue cadde nella Sabbia della Memoria. Appena la toccò, il bacino si illuminò come un cielo all'alba, e un suono profondo, simile a un battito, riempì la sala.
Amir si avvicinò. Posò entrambe le mani sul bordo di pietra e chiuse gli occhi. Pensò a Ga'zah: alle strade dove aveva corso, alla voce di sua madre, ai volti dei bambini con cui aveva giocato. La sua volontà prese forma nelle parole. Uno a uno, cominciò a pronunciare i nomi perduti. Ogni nome cadeva nella sabbia come un seme, e la sabbia rispondeva, muovendosi, brillando più intensamente.
Marta Arduino
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