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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il Mistero dello Chalet
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La regola del focolare.
L'Invito.
Teresa era stata chiara nel messaggio che aveva inviato nel gruppo WhatsApp intitolato “I Quattro amici”: «Ragazzi, prima di prendere una decisione sullo chalet dello zio Arturo, voglio parlarne con voi. Cena da me, sabato alle otto.» Marco aveva letto e riletto quell'invito. Sessantasei anni portati bene, un passato da informatico e un presente un po' più solitario del previsto. Lo chalet... non ci metteva piede da più di trent'anni, ma solo a nominarlo sentì un leggero brivido. Lia, medico logopedista, aveva invece sorriso malinconicamente quando Teresa le aveva telefonato. «Lo zio Arturo...» mormorò tra sé. Quell'uomo burbero ma generoso era stato il custode delle loro estati migliori. Era nello chalet che aveva conosciuto Marco, con il quale c'era stato un quasi-amore mai dichiarato, dissolto con la fine delle vacanze e mai più ripreso. Susy, insegnante in pensione anzi tempo, era stata la prima a rispondere: «Porto il vino. Quello serio.» Impulsiva, schietta, con una vita complicata alle spalle, ma con l'energia di chi non ha ancora smesso di credere nelle sorprese. Sabato sera, la casa di Teresa profumava di legna e rosmarino. Era stata sempre lei, la più ordinata, la più attenta ai dettagli. Le quattro sedie attorno al tavolo erano sistemate come un tempo, quando si riunivano per studiare, ridere e parlare del loro futuro. Quando furono tutti serviti, Teresa si schiarì la voce. «Dovete sapere una cosa... lo chalet non è solo da vendere. È complicato.» Marco la guardò, inclinando la testa. «Complicato in che senso?» Teresa appoggiò sul tavolo una piccola scatola di legno scuro, molto antica, intagliata con simboli che nessuno di loro riconobbe. «L'ho trovata nascosta dietro una trave, nella soffitta. È di Arturo. C'è un biglietto dentro.» Lia la osservò attentamente. «Non sembra uno dei suoi soliti cimeli. Sembra... più vecchia.» Teresa aprì la scatola. Dentro, un foglio ingiallito. La scrittura tremante dello zio. “A voi quattro, unici a comprendere davvero ciò che è accaduto in quella casa. Proteggetela. Non lasciatela nelle mani sbagliate.” Il silenzio che seguì sembrò allungarsi come un'ombra. Susy cercò di sdrammatizzare: «Che significa ‘non lasciatela nelle mani sbagliate'? A chi, poi?» Lia si avvicinò per guardare meglio gli intagli sulla superficie. «Questi simboli... non li riconosco. Non sono decorativi. Sembrano... lettere? O segni di qualche alfabeto antico.» Teresa aprì nuovamente la scatola con un lieve scatto. Dentro c'era un foglio accuratamente ripiegato, più spesso della normale carta, quasi una pergamena. La scrittura, pur tremolante, era inequivocabilmente quella dello zio Arturo. “Non fidatevi delle prime impressioni. Ogni cosa è doppia. Ogni parola nasconde un'altra. Per capire la verità sullo chalet, dovrete leggere come leggevamo da ragazzi. Ricordate la regola del Focolare.” Marco corrugò le sopracciglia. «La regola del Focolare?» Susy si mise a ridere, ma era una risata nervosa. «Io non me la ricordo affatto. Avevamo inventato mille stupidaggini da bambini. Ma è una regola della lingua francese?» Teresa scrollò la testa. «Non è tutto. Guardate questo.» Tirò fuori dal fondo della scatola una piccola scheda di metallo sottile. Non era una chiave, non era un ciondolo, non era niente che avessero mai visto. Sopra, incisi con una cura minuziosa, c'erano gli stessi simboli della scatola, ma disposti in linee ordinate, come un codice. Lia si portò una mano alla bocca. «È un sistema di scrittura... sembra un cifrario.» Marco prese la scheda tra le dita, sollevandola verso la luce. «E se il messaggio dello zio fosse criptato? Magari c'è un secondo testo nascosto. Potremmo decifrarlo... se capissimo la regola.» Susy si appoggiò allo schienale della sedia, guardandoli uno per uno. «Allora, ragazzi, lo vedete anche voi? Lo zio ci sta lanciando una caccia al tesoro.» Teresa non sorrise. «Non è una caccia al tesoro. È qualcosa di molto più serio. Arturo non era il tipo da giochi. E c'è un'altra frase che non avete letto...» Ripiegò lentamente il foglio e voltò la pagina. Sul retro, una sola riga: “Se aprite la porta giusta, lo chalet vi parlerà.” Un silenzio teso riempì la stanza. Lia si sentì attraversata da un misto di timore: da ragazzi, lo zio raccontava spesso storie sullo chalet come fosse una creatura viva. Marco inspirò profondamente. «Direi che non abbiamo scelta. Dobbiamo tornare allo chalet. E soprattutto dobbiamo capire qual è la ‘regola del Focolare'.»
Verso lo chalet.
Il mattino seguente si ritrovarono tutti davanti all'auto di Marco. «Siete pronti?» chiese lui, sistemando i bagagli nel baule. «Prontissima» rispose Susy, avvolta in una sciarpa rossa. «Ho portato anche un thermos di caffè. Non si sa mai che i misteri dello zio Arturo richiedano caffeina.» Lia fissava il profilo della montagna in lontananza, con un'emozione difficile da definire. Erano passati anni... eppure tutto sembrava uguale: la strada, i pini, persino l'aria. «Stanotte ho provato a rileggere il messaggio» disse Teresa, aprendo la portiera. «E mi è tornata in mente una cosa. La Regola del Focolare... era un gioco che facevamo con lo zio. Lui ci dava una storia e noi dovevamo trovare una parola nascosta leggendo in modo... diverso.» «Diverso come?» domandò Marco. Teresa aggrottò le sopracciglia. «Non lo ricordo bene. È come se avessi un vuoto. Ma c'entrava il fuoco.» L'auto imboccò il vecchio sentiero sterrato. Lia appoggiò la mano al finestrino. «Ti ricordi l'odore della legna bruciata quando lo zio accendeva il camino?» sussurrò più a sé stessa che agli altri. Marco la guardò di sfuggita. «Ricordo tutto. Anche quando parlavi degli spiriti del bosco che lui ci descriveva.» Lia arrossì appena. «Dai! Eravamo bambini.» «Non per tutto» rispose lui. Il silenzio che seguì fu pesante. Susy, dal sedile posteriore, ruppe l'atmosfera: «Se iniziate a flirtare, avvisateci, eh? Così mi do una ritoccata al trucco prima di fare il terzo incomodo.» Risero tutti, anche Teresa, e la tensione si sciolse per un istante.
Lo chalet.
Dopo l'ultima curva e la piccola salita ripida, lo chalet apparve: grande, in pietra e legno, con la veranda sospesa nel vuoto. Davanti a loro si apriva il golfo, una vista che toglieva il respiro. «È come lo ricordavo» mormorò Susy. «Guardate le finestre» disse Marco, socchiudendo gli occhi. «Sono state pulite di recente.» Teresa impallidì. «Io non l'ho fatto. E la porta... dovrebbe essere chiusa a chiave.» Salirono i tre gradini dell'ingresso. La tensione aumentò. Marco toccò la maniglia: si abbassò senza sforzo. «È aperta.» Dentro si sentiva ancora l'odore della legna, come se il tempo si fosse fermato. Tutto era in ordine. Troppo ordine. Lia notò per prima la stranezza. «Il focolare» disse, indicando la stufa. «Qualcuno ha acceso un fuoco... stanotte.» La cenere era tiepida. Marco si chinò e trovò un piccolo frammento bruciacchiato, forse un ritaglio di carta. «Marco... cos'è?» chiese Lia. Lui lo sollevò con delicatezza. C'era ancora una traccia di inchiostro. Teresa sbiancò. «Sembra un altro pezzo del messaggio dello zio.» Sul frammento, poco leggibile, una frase: “...iniziate dal fuoco. La parola è nel cerchio.” Marco guardò gli altri. «Credo che la nostra avventura sia appena iniziata.»
La parola nel cerchio.
«Iniziate dal fuoco. La parola è nel cerchio.» La frase tremava tra le dita di Marco, perché sembrava nascondere qualcosa che non riusciva a capire.. Teresa si avvicinò alla stufa. «Il cerchio... potrebbe riferirsi a un simbolo? A qualcosa che facevamo da piccoli?» Lia osservò la stanza. «Avevamo un gioco, ricordi? Lo zio ci insegnò a fare cerchi con i sassi sopra il focolare. Diceva che servivano per trovare la verità.» Marco annuì. «“La verità è nella forma perfetta”. Il cerchio non ha inizio né fine.» Susy sbuffò. «Ottimo. Un indovinello filosofico.» Sfiorò una pietra scura sul bordo del focolare e la ritrasse di colpo. «È calda.» Marco la toccò. Era calda davvero. Non come materiale scaldato dal fuoco... sembrava emettere calore da sé. Teresa si portò una mano alla bocca. «Quella pietra non c'era ai nostri tempi.» Lia si chinò. Al centro c'era un'incisione circolare quasi invisibile. «Ecco il cerchio...» All'interno, minuscole tacche, come segni regolari. «Sembra un codice» disse Marco. «Come la struttura della scheda metallica» suggerì Lia. «Vuoi dire che serve per leggere questo?» chiese Susy. Teresa tirò fuori la scheda dalla borsa. «Proviamo.» Marco la posò sulla pietra. Uno scatto. Un clic profondo. La scheda si incastrò perfettamente e il cerchio girò lentamente, con un rumore morbido.. Marco indietreggiò. «Non è possibile...» «Ricordi cosa diceva sempre lo zio?» rispose Lia. «Nulla è impossibile nelle case che ascoltano.» «Erano storie per bambini.» «E se non lo fossero state?» rispose lei, con una calma inquietante. Il cerchio completò il suo giro e si fermò con un secondo clic. Un cassetto d'acciaio si aprì alla base del focolare. Dentro, un fascicolo sottile, rilegato con corda. Sulla copertina, una sola parola: FOCOLARE Sotto, un sole stilizzato con un occhio al centro. Marco lo aprì. Schemi, disegni, mappe dello chalet. E al centro, la Regola del Focolare: “Per leggere la verità, guardate tra le righe. Il messaggio non è davanti a voi, ma dietro.” Lia indicò il foglio. «È un cifrario. Dobbiamo leggere il messaggio dello zio... al contrario.» Marco sfogliò il foglio ingiallito che avevano portato da casa di Teresa. Lo capovolse. Lesse lentamente le parole rovesciate. La frase emersa fece gelare il sangue: “Chi è nella casa non ha lasciato lo chalet.” Il silenzio si fece pesante. Dalla stanza accanto arrivò un lieve scricchiolio. Non minaccioso, ma... presente. Come se qualcuno, o qualcosa, stesse ascoltando. Qualcuno (o qualcosa) nella casa Lo scricchiolio veniva dal corridoio. Lento.
Marco si mosse per primo. «State qui» disse, avanzando verso il corridoio. «Col cavolo» rispose Susy, afferrando una torcia trovata appoggiata al tavolo. La voce tremava. «Se c'è qualcuno, siamo meglio in gruppo. Sempre se non è un lupo.» Cercò di scherzare, ma la sua voce tradiva un tremito sincero. Teresa rimase immobile, aveva lo sguardo fisso sulla pagina che riportava la Regola del Focolare. «Questo non è un avvertimento. Indica una presenza.» «Una persona?» chiese Lia. «O qualcos'altro.» Marco era già nel corridoio, e Lia lo raggiunse. «Non andare da solo.» «Lia, resta dietro di me» disse sottovoce Marco. La casa sembrava immobile, ma ogni passo faceva vibrare l'aria. La stanza segreta Davanti alla porta del ripostiglio — la “stanza segreta” di quando erano bambini — Lia si fermò. «Ti ricordi?» «Come potrei dimenticare» rispose lui, appoggiando la mano alla maniglia. Era il luogo dei loro giochi, delle prime confidenze... del momento in cui lei gli aveva preso la mano. E lui gliel'aveva lasciata. Marco aprì la porta. La stanza era illuminata da una luce tagliente. Niente polvere, niente ragnatele. Il tappeto centrale era pulito, gli scaffali ordinati. Troppo ordinati. E al centro della stanza, una cosa li fece gelare.
Un altro cerchio. Sul pavimento c'era un grande cerchio, composto da piccole pietre del bosco, disposte con cura rituale. Lia si inginocchiò, sfiorandone una. «È lo stesso tipo di pietre che usavamo da bambini...»
Poi si raddrizzò con un brivido. «Solo che noi non abbiamo mai fatto questo. Negli ultimi trent'anni nessuno di noi è stato qui.» Teresa e Susy arrivarono dietro di loro. Teresa guardò il cerchio, poi il fascicolo nelle sue mani. «Aspettate... ci dev'essere qualcosa qui. Qualcosa che lo zio voleva che trovassimo.» Sfogliò velocemente le pagine finché non arrivò a un disegno. Un cerchio identico a quello sul pavimento. Sotto, tre parole: “Ascoltate. Non guardate.” Marco sbuffò. «Che significa...» Ma non finì la frase. Le pietre iniziarono a vibrare. Lia trattenne il fiato. «Marco... lo senti?» Era un impulso ritmico, come un battito lontano. «Lo chalet...» balbettò Lia. «Non è solo una casa. Arturo diceva la verità.» Susy indietreggiò fino alla parete. «Ragazzi... vi prego ditemi che non stiamo vivendo Hill House...» Teresa chiuse gli occhi un istante, cercando di collegare i ricordi d'infanzia con quello che aveva davanti. Poi parlò con voce bassa, ferma: «Questo cerchio non è un avvertimento. È un invito. Qualcuno o qualcosa vuole che ascoltiamo. E credo che il prossimo indizio sia qui dentro.» Marco sospirò. «E come facciamo ad ascoltare?» Teresa aprì il fascicolo. Voltò pagina dopo pagina, finché trovò un piccolo schema con le istruzioni. Quattro persone, mani unite, occhi chiusi. E una frase: “Il cerchio risponde solo a chi non nasconde niente.” Lia deglutì. Marco la guardò. Gli sguardi si intrecciarono. «Sembra che lo chalet voglia la verità» disse lui, a bassa voce. |
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