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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Corbelli 50 OffShore
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Nell'estate del 2007, il Mar Mediterraneo non era soltanto uno scenario, ma una voce. Il suo respiro irregolare si infrangeva contro lo scafo mentre mi allontanavo dalla costa di Santa Marinella, lungo quel tratto di litorale laziale dove il blu sembra non finire mai e Roma resta solo un'eco lontana. Sotto di me, un piccolo open di cinque metri, essenziale, spartano, spinto da un Johnson 737 da 40 cavalli, era tutto ciò che mi separava dall'orizzonte. Credevo di conoscere quelle acque. Credevo che il mare fosse dalla mia parte. Quel giorno, però, il destino decise di insegnarmi una lezione diversa. Non sapevo dell'ordinanza della Capitaneria di Porto di Civitavecchia. Nessuno me ne aveva parlato, nessun cartello, nessun avviso. Solo acqua aperta e il suono del motore che riempiva il silenzio. La mia barca, vecchia gloria dei primi anni Novanta, non aveva strumenti sofisticati, niente GPS, niente display digitali. Solo istinto, esperienza, un conta-nodi analogico a pinna in plastica fissato alla poppa che non era il massimo della precisione, e quella sensazione ingannevole di libertà assoluta. Fu allora che un boato che diventò presto una sagoma apparve alle mie spalle, veloce e decisa, tagliando la superficie con un'eleganza che sapeva di potere. Il rombo della motovedetta squarciò l'aria. Era un Italcraft Drago, la V.4001, in servizio a Civitavecchia in quegli anni. La sua presenza non ammetteva dubbi né repliche: non era lì per caso. Il suono dei suoi motori non era soltanto rumore, ma un linguaggio. Diceva: “Qui non comandi tu”. I finanzieri salirono di tono nelle comunicazioni, poi nei gesti, infine nelle parole. Non c'era ostilità, non c'era arroganza: solo la fermezza di chi non può permetterti errori. Mi spiegarono il limite dei dieci nodi entro i mille metri dalla costa. Una regola che non avevo mai ne sentito ne realmente considerato. Le loro parole non avevano il ritmo di una punizione, ma quello di una legge antica quanto la navigazione stessa: il rispetto. Quando mi notificarono la sanzione, non fu il peso economico a colpirmi, ma qualcosa di più profondo: la presa di coscienza che il mare non è una terra di nessuno, bensì un equilibrio fragile, sorvegliato, regolato. Quell'incontro, che all'inizio avevo vissuto come un'ingiustizia, si trasformò lentamente in un varco. Iniziai a guardare quelle motovedette non più come ostacoli alla libertà, ma come sentinelle di una linea sottile, invisibile, ma fondamentale. Compresi che la libertà in mare non nasce dall'assenza di regole, ma dalla loro comprensione. E che dietro quelle uniformi c'erano uomini che non erano lì per spezzare sogni, ma per evitare che qualcuno li perdesse per sempre tra le onde. Da quel giorno, nulla fu più soltanto acqua e vento. Ogni rotta divenne anche responsabilità. Ogni scia, una scelta. E ogni incontro, una lezione che il mare, ancora una volta, aveva deciso di affidarmi. Quella motovedetta non era soltanto un mezzo di servizio: era l'espressione pura di un'epoca in cui l'ingegneria navale osava, sperimentava, rompeva gli schemi. Nata negli anni Settanta, costruita in compensato marino con una cura quasi artigianale, il Drago rappresentava la visione di un uomo capace di guardare oltre il suo tempo. L'ingegner Renato Levi non progettava imbarcazioni: dava forma all'idea stessa di velocità sull'acqua. Nei cantieri Italcraft di Gaeta, quelle idee diventavano materia, scafo, nervature, muscoli di legno stratificato pronti a sfidare il mare. Prima ancora di vederla, la si percepiva. Il suono dei motori turbodiesel Isotta Fraschini non era un semplice rumore, ma un'avvertenza, un presagio. Un battito profondo, metallico, che vibrava nello stomaco prima ancora che nell'aria. Le eliche di superficie LDU (Levi Drive Unit), allora vera avanguardia tecnologica, sollevavano colonne d'acqua e ne disegnavano la scia come una firma inconfondibile. Erano soluzioni rivoluzionarie, scelte che avevano spinto quella barca oltre i limiti conosciuti, rendendola capace di sfiorare i cinquanta nodi, una velocità che negli anni Settanta apparteneva quasi alla fantascienza della nautica. In quella giornata rovente, sotto un sole che sembrava immobile, la motovedetta si trasformò in qualcosa di più di un'unità operativa. Divenne il centro di un momento che non avevo previsto, una presenza scenica, dotata di una propria autorità estetica. Le sue linee tese, il profilo affilato, la prua pronta a incidere l'acqua: tutto parlava la lingua della velocità e del controllo. Anche mentre venivo fermato, anche mentre l'aria si riempiva di formalità e verbali, non riuscivo a distogliere lo sguardo da quell'equilibrio perfetto tra forza e bellezza. I finanzieri, con un orgoglio trattenuto ma evidente, raccontavano episodi legati a quella barca: inseguimenti notturni, mare grosso, corse al limite, virate strette fino a far sfiorare la murata sull'acqua. Non erano vanterie, ma frammenti di una vita vissuta a cavallo tra il rischio e il dovere. E io ascoltavo, dimenticando quasi il fastidio per la sanzione, catturato da un mondo che si stava spalancando davanti ai miei occhi. Quando la V.4001 ripartì, lo fece con un rombo pieno, autoritario, come se il mare stesso si facesse da parte. La sua scia rimase sospesa per qualche istante, disegnando una ferita leggera sulla superficie piatta. In quel momento compresi qualcosa che non avevo mai considerato davvero: il mare non è solo acqua e libertà, ma memoria, ingegno, tradizione. Un luogo in cui passato e presente si sfiorano continuamente, e dove l'innovazione non esiste senza disciplina, e il fascino non vive senza rispetto delle regole. Da lontano, quella sagoma diventò un punto all'orizzonte. Dentro di me, divenne un riferimento. Quell'episodio al largo di Civitavecchia, segnato dall'incontro con la V.4001, non rimase confinato al semplice errore di una velocità fuori limite. Fu l'inizio di una consapevolezza nuova, più ampia, quasi rivelatrice. In quel momento compresi che dietro quella motovedetta non c'era solo un equipaggio, ma un'intera struttura, un mondo organizzato, silenzioso e costante: il Servizio Navale della Guardia di Finanza. Scoprii allora che non si trattava di un reparto nato per caso, ma del risultato di una lunga evoluzione. La Guardia di Finanza, fondata nel 1774, aveva nel tempo esteso il proprio sguardo oltre la terraferma, adattandosi a un territorio mutevole e pericoloso come il mare. Le unità navali erano diventate una risposta concreta a nuove minacce, a nuove rotte, a traffici che non si svolgevano più solo lungo le strade, ma tra le onde, spesso lontano da qualsiasi sguardo. Quelle imbarcazioni non pattugliavano semplicemente l'acqua: custodivano confini invisibili. Ogni missione racchiudeva responsabilità che andavano oltre il controllo formale. Sorvegliavano le acque territoriali per garantire il rispetto delle leggi economiche e finanziarie, intercettavano rotte sospette, inseguivano ombre che si muovevano nel buio. Il contrabbando non era una parola astratta, ma una realtà fatta di barche e gommoni lanciati a tutta velocità, di carichi nascosti, di silenzi complici. Accanto a questo, c'era la sicurezza della vita umana: operazioni di soccorso, interventi in mare aperto, presenze che spesso arrivavano dove altri non potevano. Compresi che il loro compito non si esauriva entro i confini nazionali. Collaboravano con altre forze straniere, condividendo informazioni, rotte, sospetti. Il mare, infatti, non appartiene a una sola bandiera, e nemmeno i pericoli che lo attraversano. Esisteva un coordinamento invisibile, una rete di accordi e operazioni comuni che rendevano quella sorveglianza ancora più complessa e strategica. Mi colpì anche un aspetto che non avevo mai preso in considerazione: la tutela del mare stesso. Non solo traffici illeciti, ma la protezione delle risorse marine, il contrasto alla pesca illegale, la difesa di un ecosistema fragile che rischia di essere saccheggiato senza controllo. E poi il fronte umano più drammatico: il contrasto all'immigrazione illegale, il traffico di esseri umani, storie che spesso finiscono in silenzio, lontano dalle cronache. Iniziai a guardare quelle unità non più come semplici mezzi di controllo, ma come sentinelle avanzate di un equilibrio precario. Dal giorno in cui incrociai la V.4001, imparai a riconoscerle anche da lontano. Non servivano più i lampeggianti o le sirene. Bastava notare quel colore grigio e autoritario, la postura sull'acqua, la rotta sicura, la disciplina nei movimenti. Il mio errore non fu soltanto la violazione di un'ordinanza, ma una lezione incisa nella memoria |
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