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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Zenpo
Titolo: Storia di uno Spacciatore di Azzardo
Genere Narrativo Autobiografico
Lettori 9
Storia di uno Spacciatore di Azzardo
Vi siete mai chiesti come sia possibile che in Italia si giochi così tanto d'azzardo nonostante le buste paghe siano ridicole ed il costo della vita alle stelle? E alcune aziende che operano in questo settore, con che principi si muovono?
Inoltre, in quanti modi è possibile fallire cercando di fare qualcosa che ci piace, per finire invece incastrati in un lavoro che ok, PAGA, ma che ti logora i nervi un po' di più ogni giorno che passa?
Ciao a tutti!
Il mio nome è Zenpo, una parola macedonia nata da Zenobi Pentito, mio pseudonimo.
Sono cresciuto tra racconti di divorzi, fallimenti e piccole tragedie quotidiane, con il telegiornale come sottofondo e l'idea precoce che il mondo fosse un luogo pieno di insidie da attraversare con la massima allerta... da lì sono nati la mia diffidenza e un'ansia ereditata da una madre premurosa che voleva solo proteggermi, ma mi ha reso il peggior nemico di me stesso.
Ero quindi un bambino introverso, quello che restava in disparte e parlava con le proprie invenzioni: disegni sui diari, gomma pane trasformata in animali, storie sussurrate a giocattoli di plastica. In fondo, tutto ciò che volevo era creare mondi e creature, ma questo mio sogno non era considerato utile. Così ho studiato altro, ho accettato compromessi e, una volta laureato, sono rimasto con un contratto a tempo indeterminato nella sala scommesse dove lavoravo già da studente: a quel punto, un lavoro che mi rendeva triste valeva l'altro.
Sono così diventato uno "spacciatore d'azzardo", poiché lavorare in questo mondo mi pagava di più di ciò per cui avevo studiato, e in cui mi sono laureato.
Dopo più di vent'anni in cinque sale diverse, sotto otto direttori, ho deciso di raccontare cosa significa davvero stare dall'altra parte del banco.
Questo libro però non è un saggio e non parla solo di gioco: parla di me, di come sono cambiato sia il che la società in questo tempi, e di un mondo popolato da poveri diavoli e manager senza scrupoli!
Importante: non ho mai smesso di modellare, la copertina di “Storia di uno Spacciatore di Azzardo” è una mia scultura polimerica :)
Vi lascio con un intero capitolo del mio libro, il quarto di oltre quaranta, che può essere letto a sé stante poiché non contiene particolari spoiler o la comprensione di parti precedenti, quindi che dirvi di più? Vi lascio a quanto ho scritto, buona lettura :)

Agenzia 2 e Palle all'Aria

Una delle domande che mi sono sempre posto è: come mai, in questi luoghi, è/era così diffusa la presenza di senzatetto? In Agenzia 1 ve ne erano alcuni, non molti, ma Agenzia 2 ne era letteralmente invasa! D'estate, per arrotondare lo stipendio, aiutavo i dipendenti a tempo indeterminato ad andare in vacanza, finendo spesso per fare qualche turno in Agenzia 2 che, come ogni altra Sala vicino a ogni stazione ferroviaria di MiaCittà, annoverava tra la clientela svariate di queste pittoresche presenze.
Quasi tutti i senzatetto, in quel luogo, erano italiani.
Alcuni li avevo conosciuti personalmente qualche anno prima, quando facevo la Maschera per un teatro sociale, perché tanti gravitavano in quel luogo.
Conoscevo quindi la loro storia, perché ci avevo parlato personalmente, mentre di altri, ovviamente, la ignoravo.
Fra i vari c'era il Barbone Peppé: lo chiamerò così perché aveva un difetto di pronuncia, o forse, banalmente, la sua lingua era costantemente impastata di alcol e sigaro. Quando andava di fretta od era preso dalla concitazione del gioco, non riusciva assolutamente a scandire le parole, e, qualsiasi suono uscisse dalla sua bocca, pareva essere un “peppé, peppé peppé peppé peppé”, come il suono emesso dai clacson dei Clown.
Ora, sia chiara una cosa: la storia di quest'uomo era tra quelle che conoscevo, ed era toccante. Non si trattava di una persona malvagia, ed era pure uno che si dava da fare: scriveva anche su una rivista di senzatetto cittadina. Certamente non sono interessato a offenderne la memoria, ma, quanto riporterò, seppur brevemente, è esclusivamente un dato di fatto.
Espulso dall'Italia per non chiari motivi politici, finì nella Legione Straniera, e li restò per quasi una decina di anni. Finita questa esperienza, si trasferì in Austria, in cui mise su famiglia con una donna che aveva conosciuto durante un congedo. Conobbi anche suo figlio, che parlava italiano ma con un marcato accento d'oltre Alpe: era poco più che maggiorenne, vestiva firmato ed era ben curato. Spesso diceva al padre -”Dai, almeno stasera vieni a casa, così dormi al chiuso”-, il che lasciava a intendere che una abitazione la avesse.
Eppure il barbone Peppé scrollava sempre le spalle e la testa, sputava per terra e si incamminava a piedi, lasciando il figlio addolorato. Non so cosa gli fosse accaduto dopo aver messo su famiglia in Austria, cosa lo avesse riportato a MiaCittà, dove fosse la sua casa: era un senzatetto per scelta. Qualcosa, negli anni, lo aveva “rotto”, creandogli il più completo e totale rifiuto per la società e la proprietà, ma di soldi ne aveva, oh se ne aveva.
Certo, non giocava 500 euro a cavallo, ma 50 a botta si, e li tirava sempre fuori da pacchi di banconote da 50, tenuti in un borsellino ascellare, tutti stropicciati, come fazzoletti usati per il naso.
Quando guardava i cavalli correre, con quei suoi occhi blu vitrei, imprecando spesso in una lingua che originariamente doveva essere francese, beh, era vivo, così come era vivo e lucido quando parlava con gli altri clienti di quote, fantini o prestazioni, nonostante spesso, preso dalla foga, tutto ciò che usciva dalla sua bocca era il classico “peppé, peppé peppé peppé peppé”.
Aveva buoni rapporti con tutti, o quasi: un giorno, più avanti temporalmente in confronto a quanto sto per raccontarvi, ricordo che diede 5 euro a un altro soggetto, così che gli andasse a mettere la benzina nel motorino. Il tizio andò e gli riportò il motorino... solo che la sera, quando Peppé lo mise in moto, non partì! Il tipo aveva solo fatto finta di mettergli la benzina, ma invece aveva usato lo scooter per andare a fare un giro, finendogli il carburante, e si era pure intascato le 5 euro! Che gente...
Tornando a noi, uno dei primi giorni in cui ero in turno in Agenzia 1, più di un cliente venne da noi, indicandoci il barbone e chiedendoci di dirgli qualcosa: -”non vedete come sta? Fate qualcosa!”-
Ma noi non capivamo a cosa si riferissero: non aveva un odore più marcato del solito. Dopo metà pomeriggio passato così, a non capire quale fosse il problema e di cosa la gente si lamentasse, uscimmo da dietro la cassa, e capimmo: a causa della sua grossa pancia gli era saltato il bottone dei pantaloni, così i suoi jeans avevano la patta aperta e lui i genitali all'aria, perché non indossava le mutande!
Quando glielo facemmo notare, imbarazzati, lui provò a chiudersi la patta, ma questa non andava su: la cerniera si era incastrata. Così, con nonchalance e un po' di “peppé peppé”, giocò il suo ultimo cavallo, imprecò come d'abitudine quando questo non arrivò al traguardo, ed uscì fieramente a quel modo, con la sua nudità in bella mostra.
Il Barbone Peppé era tra i più odiati in Sala dai miei colleghi: personalmente lo tolleravo perché ne conoscevo il passato, ma con tutti quei “peppé, peppé peppé peppé peppé” era veramente difficile capire cosa volesse, e spesso c'era da discuterci.
Io avevo escogitato il sistema di trattenere il biglietto sotto il dito finché i clienti, specialmente quelli più rognosi, come lui, non avessero controllato la scommessa, e funzionava, o, per lo meno, nessuno è mai venuto a lamentarsi, perché anche se tipo di scommessa, piazza o corsa si fossero rivelati sbagliati in un secondo momento, a quel punto era chiaro a tutti che era stato proprio il cliente a non aver chiaro cosa avesse voluto giocare, perché leggere aveva letto per prendere il biglietto, e, di sicuro, non sarebbe venuto a lamentarsi con me, perché avrebbe ottenuto solo di essere deriso da tutti.
Purtroppo, quando qualche anno dopo, quando ci trasferirono nella più moderna Agenzia 3, nessuno poté più comunque usare questa tecnica da me ideata.
I geniali architetti della Mega Ditta che subentrò all'azienda originaria dovevano a loro volta lavorare per conto di qualche lobby ortopedica, essere devoti alla divinità del Mal di Schiena o del Dio della Cervicale o chissà che altro: le nuove postazioni si trovavano infatti troppo in basso, e, senza una pedana che consentisse una posizione rialzata da terra, risultavano quindi incassate e con il bancone troppo largo ed in alto per poterci appoggiare il biglietto stampato e tenerci un dito sopra, esercitando al contempo una pressione tale da costringere i clienti a leggere quanto scritto prima di allontanarsi!
Fu a causa di ciò che, qualche anno dopo, quando mi trasferii in Agenzia 3, litigai con il Barbone Peppé: ero rimasto uno dei pochi a giocargli, perché decifrare cosa volesse era diventato troppo difficile, e lui si scaldava troppo per gli “errori”.
Un giorno si mise a gridare, ad offendermi, lo si capiva dagli occhi e dal colore della faccia, anche se tutto ciò che usciva dalle sue labbra, era il solito “peppé, peppé peppé peppé peppé”. In quell'occasione mi alzai, non dissi una parola: battei violentemente il pugno sul bancone, tanto che sembrò il colpo di un pesante martello.
Il Barbone Peppé smise di parlare, probabilmente non serviva dovessi usare altre parole. Non si vide più: era chiaro che anche io, a quel punto, avrei smesso di giocargli.
In realtà mi dispiacque molto: è stato uno dei pochi clienti con cui ho discusso in questi oltre 20 anni, e mi dispiacque ancor di più quando, l'inverno successivo, ci dissero che lo avevano trovato morto in un sottopassaggio,
Molti dei senzatetto che si trovano in questi ambienti, ho sempre pensato, sono lì un po' per passare il tempo, e un po' per godersi l'aria condizionata d'estate ed il riscaldamento d'inverno, ma anche le Sale, a una certa ora, chiudono.
In Agenzia 2 invece vi era un altro senzatetto molto particolare. Viveva in un mondo tutto suo: era sempre vestito elegantemente, indipendentemente dal clima, anche se forse quello era il suo solo abito. Non si presentava quasi mai alla cassa, perché indicava il cavallo che voleva giocare ad altri clienti, che venivano a giocare per e con lui: 1 euro a corsa, ogni tanto.
Le rare volte in cui si avvicinava al bancone sorrideva, apriva la bocca, si toglieva la gomma da masticare che aveva e te la avvicinava, come se te la volesse offrire. Ovviamente, dopo che gli veniva risposto -”no no grazie, la tenga pure lei, non si preoccupi, grazie comunque per l'offerta”-, se la rimetteva in bocca, un po' contrariato dal rifiuto di quel suo regalo.
In Agenzia 2, camuffati tra i tanti senzatetto, c'erano anche tanti spacciatori. Non andavano neanche in bagno a spacciare, come spesso succede altrove: si trovavano con gli acquirenti dietro il televisore più grande, solo che questo era tenuto su dà dei ganci, e si vedevano chiaramente polpacci e scarpe degli interessati. Spesso passava la polizia, ed un paio di arresti vennero fatti da agenti che gli colsero lì in fragrante: pareva di assistere a una comica, con quei quattro paia di polpacci e piedi che si muovevano e saltellavano scomposti dietro lo schermo, come fossero appartenuti a quel grosso televisore!
In Agenzia 2 vi erano anche tanti altri personaggi folcloristici, come il tipo che rapinò il negozio di generi alimentari, lì davanti, solo per venirsi a giocare i soldi della refurtiva in Sala! Ovviamente, neanche un quarto d'ora dopo, ogni ingresso era stato accerchiato, ed il tipo arrestato, più sconvolto dall'aver vinto una corsa con quei soldi che non dalle manette che gli erano state messe ai polsi!
Con il tempo comunque diedi sempre meno disponibilità per andare in Agenzia 2.
Non fu tanto per le varie scene a cui assistevo che decisi di non andarci più: neanche quando seppi che un cliente era entrato dietro le casse, ed aveva colpito, ripetutamente, con uno sgabello, uno dei ragazzi che ci lavoravano con contratto a progetto, mi stupii più di tanto.
Agenzia 2 non mi dispiaceva: finito il turno potevo girellare per il centro e trovarmi più facilmente con gli amici che non erano della mia zona. Purtroppo però arrivò un momento in cui dovetti decidere se pagare sia l'assicurazione dell'auto che del motorino, e vendere uno dei due mezzi. Scelsi di tenere l'auto e vendere il motorino, senza il quale avrei perso veramente troppo tempo per andare laggiù: purtroppo MiaCittà è tra le tante mal collegate e piene di traffico.
A ciò c'è da aggiungere che, già da tempo, avevo iniziato a dare tantissima disponibilità per gli orari di Agenzia1, e, di fatto, lavoravo quanto o più di un full time.
Il paradosso di quei contratti, almeno in quegli anni, era che, più ore lavoravi, più soldi ti venivano trattenuti in busta paga. Feci un calcolo: superare le 25 ore a settimana equivaleva quasi ad andarci in rimessa, pertanto non aveva senso finire a fare 40 ore e passa distribuite tra Agenzia1 ed Agenzia2, e tanto valeva me ne stessi a quella più vicina a casa.
Negli anni, continuarono ad arrivarmi tantissimi racconti su quella Sala, e pure sulle altre situate vicino alle ferrovie, ma, sfortunatamente, tutto il mondo è paese: ben presto anche io, con la diffusione delle scommesse sportive e l'aumentare della clientela, avrei vissuto tante situazioni simili, restando comodamente nel mio stesso quartiere...

Scommessa del Giorno: scommetti che pur lavorando come un elfo sotto caffeina non guadagnerai comunque abbastanza e dovrai scegliere tra viaggiare, mangiare, o comprare quella lampada a forma di polpo che ti cambierà la vita?
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