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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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La stessa mela
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Ricordo ancora quella sera di aprile, eravamo seduti al tavolo di un pub a goderci l'ultima cena. Tu e mamma vi guardavate negli occhi e le vostre iridi brillavano; era uno di quegli amori che aveva la magia di dare la vista anche a un cieco. Uno di quegli amori che tutte le bambine sognano. Uno di quegli amori di cui, io, ho sempre messo in dubbio l'esistenza. Ricordo che anche i miei occhi brillavano mentre ridevamo insieme quando ti rubai la bevanda e la finii con un sorso lasciandoti con la smorfia di chi avrebbe voluto prendermi e farmi il solletico in mezzo a tutti, ma ti limitasti a schizzarmi l'acqua sul viso. Ho impressa nella mente quella sera come se la freschezza di quel vento mi facesse ancora respirare. Ricordo lo strano nettare di quel fastidioso profumo che ti regalò mamma, era orribile! Ma lo mettesti ugualmente per renderla felice e sembra come se, ora, mi solletichi il naso in ogni istante. Le canzoni che canticchiammo, l'ultima nota pronunciata in un sorriso... le rammento, sai? Nella mia mente risuona ogni giorno il tono della tua voce, piena d'orgoglio quando parlavi di me. Le tue mani, mani da padre, da eroe, mi sfioravano con una delicatezza infinita, come se fossi la cosa più fragile del mondo, qualcosa da proteggere a ogni costo. Ricordo ancora quel sogno a occhi aperti: sentirmi una principessa nella nostra casa. Era piccola, sì, ma per me era un castello, perché tu la facevi sembrare tale. E poi... ricordo quella sera maledetta. Quella sera in cui tutto è cambiato.
Conoscenza.
Il lungo e duro periodo estivo è finalmente giunto al termine. Avvenimenti voluti dal destino hanno stravolto completamente la mia vita a tal punto da cambiare me stessa, fino a non riconoscermi più. La nuova alba pone fine ai tempi bui o, forse, ne segna l'inizio. Ora, mentre attraverso il cancello della scuola, gli occhi dei compagni di classe mi tormentano, come l'ombra dell'uomo nero che da piccola mi spaventava. Il suono della campanella interrompe il silenzio assordante che mi circonda. Sospiro. «Benvenuta all'ultimo anno, Verenice.» Cammino per i corridoi, lo sguardo maligno delle altre ragazze mi fissa dall'alto in basso. Senza sapere il motivo le lascio fare. Penso che mi comprerò un bracciale contro il malocchio, non credo molto in queste cose, ma forse dovrei iniziare a farlo. La ballata dell'amore cieco di Fabrizio De André mi accompagna nel ritorno verso casa. Non capisco: perché il protagonista avrebbe dovuto uccidersi per una donna che nemmeno lo amava? L'amore... Ci si può innamorare veramente a tal punto da donare la propria vita a un'altra persona? Mi sono sempre posta questa domanda, non sono mai riuscita a trovare una risposta. Entro in un bar, ordino un caffè e mi immergo nella lettura. A un tratto, una voce mi interrompe: un ragazzo talmente magro da non reggersi in piedi. Pelle pallida, senza un pelo, perfetta come porcellana. «Ciao, ti ho vista sola e ho pensato di farti compagnia, se ti fa piacere.» Alzo le sopracciglia e credo che la mia espressione abbia già dato la risposta. Gira lo sguardo insicuro e se ne va. A volte mi chiedo se sono davvero io quella strana, come tutti dicono, e se è proprio per questo che non riesco a trovare una risposta. L'amore si trova solo tra le pagine profumate dei libri, penso. Una volta a casa poso la borsa sul divano, la pace che regna sovrana mi fa vivere l'inferno. Subito dopo aver mangiato un boccone, prendo il portafogli, il cellulare ed esco. Mi fermo a comprare i fiori e mi incammino verso il tramonto da osservare in compagnia di mio padre. Il profumo dei boccioli sulla sua tomba mi avvolge d'agonia, dove anche i colori del cielo, ormai, sembrano essere grigi. L'ultimo raggio di sole illumina il mio viso bagnato dalle lacrime. Sposto lo sguardo verso la lapide di mio padre per dargli un bacio e, con la vista appannata, vedo un'ombra passarle dietro. Mi asciugo gli occhi per guardare meglio, ma non vedo nulla se non altre tombe. Sarà sicuramente stato il gioco di luci del tramonto tra gli alberi. Sorrido a mio padre. «Mi manchi» e con una fitta al petto mi dirigo verso casa. Al mio rientro, il tavolo è già apparecchiato. «Ciao, tesoro» saluta mia madre, mettendo i piatti in tavola. Tolgo la giacchetta e mi siedo. Abbasso lo sguardo: non voglio che noti i miei occhi lucidi. «Come mai sei tornata così tardi?» Prendo la forchetta e inizio a giocherellare con la pasta. Rimango un minuto in silenzio e mi trattengo dal piangere. «Sono andata da papà.» Poggia le posate sul piatto e smette di mangiare. Sapevo che non avrei dovuto dirglielo. Lei cerca di non pensarci, di mostrarsi sempre sorridente per darmi forza, ma io so che dentro sta morendo. Vorrei che, per una volta, si lasciasse andare e sfogasse con me tutto il dolore che nasconde. Invece evita il mio sguardo, come se temesse di cedere alla debolezza. «Sai, oggi sono andata al bar a prendere un caffè e si è avvicinato un ragazzo per farmi compagnia» le racconto, cercando di cambiare discorso per distrarla. Lei sorride. «E tu cos'hai fatto?» «L'ho guardato senza dire una parola e se n'è andato.» «Sei senza speranza!» Scuote la testa e finalmente ride. Le do una mano a sparecchiare e vado nella mia stanza a studiare. La mattina seguente trovo la colazione già pronta in tavola e un biglietto di mia madre con scritto che non tornerà a pranzo, così mi preparo ed esco. I pettegolezzi su di me dietro i banchi di scuola peggiorano sempre di più. Giro lo sguardo verso una ragazza che mi guarda in modo minaccioso e, stanca di sentirmi parlare alle spalle, mi alzo e vado di fronte al suo banco. «Mi spieghi che problemi hai?» «Ma guardate, ragazze, Samara ha deciso di aprire bocca» mi prende in giro, lanciando un'occhiata alle sue amiche. «Tu invece dovresti chiuderla» ringhio, a denti stretti per il nervoso. Sghignazza e prende lo specchietto nella borsa per ritoccarsi il trucco. «Mi è giunta voce che il mio ragazzo ti ha chiesto compagnia, ma tu hai rifiutato. Come se potessi permetterti di farlo.» Posa lo specchietto sul banco e si mette con le braccia conserte, rimanendo immobile a fissarmi. Roteo gli occhi, sbuffando: non so se determinati insulti, provenienti da menti che sfruttano la loro materia grigia solo per distinguere il colore dei loro rossetti, mi fanno più ridere o incazzare, ma la pazienza ha un limite e il mio l'hanno oltrepassato. «E di cosa vorresti accusarmi? Che il tuo ragazzo preferisce la mia compagnia alla tua? Forse, se per una volta aprissi bocca per dire qualcosa d'intelligente invece di sparare solo cazzate, lui sarebbe felice di starti accanto. Oppure...» Le vado vicino e prendo lo specchietto per farle osservare il proprio volto. «Puoi continuare a contemplarti, vantandoti di quanto sei bella, mentre lui sbava dietro alle altre, cercando qualcuno con cui parlare di qualcosa che non sia solo “shopping”. Intanto, mentre tu e le tue amiche passate il tempo a truccarvi e sparlare di me, i vostri uomini sono in giro a divertirsi, e voi nemmeno ve ne accorgete.» Le ragazze rimangono a scrutarmi mentre digrignano i denti per la rabbia, ma non rispondono. Esco dalla classe e mi dirigo in bagno, aspetterò lì la fine delle lezioni. Rimanere in una stanza dove le altre mi odiano più di prima mi inquieta. Finalmente la campanella suona; corro a prendere lo zaino e mi avvio verso casa. A passo lento, con lo sguardo basso, cammino tra la folla, persa in un vortice di domande: Perché esistiamo? Che senso ha la vita? Siamo davvero qui solo per lavorare e procreare? Che vita di merda! Non so se Dio esiste, ma la mia vita poteva risparmiarsela. Ha portato via mio padre, distrutto la mia famiglia e ora non so più nemmeno cosa significhi sorridere. Non trovo un senso a nulla. Sto per perdermi in un fiume di pensieri senza fine quando lo vedo. La folla si dissolve intorno a lui. Tutto rallenta. I miei occhi lo seguono, incollati a ogni suo passo verso di me. È altissimo, con un jeans nero e una giacca di pelle dello stesso colore. È incappucciato e si intravede qualche capello corvino scendergli sul viso, ma non riesco a vedere i suoi occhi. Mi passa accanto con le mani in tasca, solo i pollici di fuori, e la testa bassa. Si gira verso di me accennando un sorriso; ha la carnagione scura, le labbra carnose e un sorriso così perfetto da paralizzarmi. Dio... è bellissimo! Lo seguo con gli occhi osservando le sue spalle larghe, poi scompare tra la folla e io mi riprendo dallo shock.
Entro nel solito bar a prendere un caffè, la lettura mi aspetta. Mentre i miei occhi fissano le pagine, nella mia mente appare il suo volto. Scuoto la testa, sbattendo le ciglia velocemente: non riesco a leggere. Faccio un respiro profondo e decido di tornare a casa. Una volta arrivata, mi sdraio sul letto e, senza accorgermene, mi addormento. Quando mi sveglio è pomeriggio inoltrato, mia madre è in sala che piega i panni. «Ciao, mamma.» «Ciao, tesoro, ho visto che stavi riposando e non ho voluto disturbarti.» Mi accarezza il viso e mi bacia la fronte, la sua dolcezza riesce sempre ad allontanare i pensieri. Però... qualcosa mi impedisce di raccontarle di quel ragazzo. Dopo aver cenato leggo altri due capitoli e mi metto sotto le coperte. Chissà se succederà qualcosa di bello per una volta? Ho quasi diciotto anni e non ho mai avuto un'amica. Non sono mai stata innamorata, sono sempre stata sola. Vorrei tanto avere una vita normale, come le altre. Forse questa mia diversità di carattere e interessi peggiora le cose, ma io sono fatta così ed è difficile trovare una persona come me. E lui? Chissà che persona è. Vorrei tanto scoprirlo. Chiudo gli occhi, lasciandomi avvolgere dal sonno. Ma il sollievo dura poco. Sento qualcosa sfiorarmi l'interno coscia. Istintivamente, apro gli occhi: sopra di me si staglia un'ombra nera, incappucciata. Cerco di muovermi, di urlare, ma il mio corpo non risponde. Sono paralizzata. Una mano fredda mi afferra la gola e stringe. Mi manca il fiato. Il panico mi avvolge. Che sta succedendo? Aiuto, non respiro! Con uno scatto disperato mi alzo, annaspando. Il cuore mi martella nel petto mentre accendo la lampada accanto al letto: la stanza è vuota, ma qualcosa non torna. Abbasso lo sguardo e vedo dei graffi sulla pelle, esattamente dove avevo sentito quel tocco. Il respiro mi si blocca per un istante. Coincidenza? Tento di convincermi che sia solo un incubo. Spengo la luce e mi rimetto sotto le coperte, ma l'inquietudine mi tiene sveglia, ogni ombra nella stanza sembra muoversi. Le prime luci dell'alba illuminano la stanza. Come ogni mattina mi preparo e vado a scuola. In classe mi siedo al primo banco solitario, davanti alla cattedra dell'insegnante. Le lezioni iniziano. Rispondo correttamente a ogni domanda prendendo i voti più alti, mentre gli occhi delle compagne mi fissano ancora in modo minaccioso. Questa mattina mi sento molto stanca, forse è per colpa della nottata passata male. Mentre le palpebre si chiudono da sole, volgo lo sguardo verso la porta e, all'improvviso, intravedo di nuovo quel ragazzo camminare per il corridoio. Mi alzo con la scusa di andare in bagno e lo seguo. Porta un jeans bianco e una maglia nera, con sopra la giacca di pelle e il cappuccio abbassato. Si gira verso di me e mi sorride. I suoi capelli, neri come la pece, sono alzati a spina, con alcune ciocche ribelli che gli cadono ai lati del viso e sulla fronte. Le sopracciglia, folte e arcuate come ali di un corvo, gli conferiscono uno sguardo tetro, quasi minaccioso. Ma sono gli occhi a catturarmi. Quei maledetti occhi, così profondamente neri che pupilla e iride si fondono in un'unica, insondabile oscurità. Ci guardiamo per qualche secondo, poi svolta l'angolo del corridoio e se ne va. Mi sono fatta sfuggire l'occasione di parlargli, che stupida! Finite le lezioni vado a farmi una passeggiata in un bosco vicino casa. Mi sdraio a occhi chiusi sul prato per godermi il vento sul viso, intanto i miei pensieri sono ancora tormentati dal suo volto. Mentre ho le palpebre chiuse, la luce del sole si scurisce d'improvviso. Le riapro per vedere il cielo ma, a fare ombra, non sono le nuvole. «Tu!» esclamo sconvolta. S'inginocchia di fronte a me guardandomi in modo così intenso da pietrificarmi. Non riesco a dire nemmeno una parola. «Ciao» saluta, accennando un sorriso. «C-ciao.» «Ti vedo spesso sola.» «S-sì, s-sono sempre sola.» Ma perché balbetto? «E come mai?» Abbasso lo sguardo per l'imbarazzo, senza riuscire a rispondere. «Hm! Piacere, Derek.» Allunga la mano per presentarsi e ricambio. Credo di essere diventata rossa. «Verenice, piacere mio.» «Posso farti compagnia?» «Certo!» La mia voce ha un tono idiota. Non ho idea di cosa mi stia succedendo, ma mentre lo vedo sedersi al mio fianco respiro velocemente e non riesco a calmarmi. Assaporo tutto il fascino che emana anche solo muovendosi; dal taglio sul sopracciglio sinistro, alla cicatrice del labbro inferiore che finisce sotto il mento. «Cos'hai? Ti vedo agitata.» «Cosa? No, io non... sono agitata!» Scrollo la testa andando nel panico e lui sghignazza in modo divertito. Con questa risata mi ha messa completamente ko. Cosa potrei fare se non andarmene? Vorrei morire per la vergogna. «Io... devo andare.» «Ci vediamo» dice con quel sorrisetto. «Okay!» La mia espressione da ebete non vuole andarsene. Gli do le spalle e mi incammino. Lo ammetto: mi affascina da morire! Torno a casa, mia madre è già rientrata. «Ciao, tesoro, come mai così tardi?» «Sono andata a leggere nel bosco qui vicino. Scusami se non sono tornata prima per preparare la cena, ma si stava così bene lì.» «Tranquilla, sono io la mamma, ti ricordo. Ti ho comprato una cosa, è nella busta sul divano, vai a vedere.» Sorride, con quell'aria curiosa di chi non vede l'ora di osservare la mia reazione. Apro la busta senza alcun entusiasmo, già sapendo che non mi piacerà. Non mi piace mai, dopotutto. E infatti, eccolo lì, l'ennesimo colpo basso. «Un vestitino bianco?» Rimango con il regalo in mano e un sorriso forzato. «Sì. È bellissimo, elegante e addosso a te starebbe una meraviglia. I tuoi occhi risalterebbero molto con il bianco, e piccola come sei fisicamente sembreresti una...» |
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