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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Pierluigi Masia
Titolo: Nefrura
Genere Thriller Archeologico
Lettori 4
Nefrura
L'eredità nascosta della White Star Line.

La notte avvolge la casa come un sudario.
Nefrura solleva lo sguardo dal tavolo di lavoro, le dita ancora tese per lo sforzo dell'ultima incisione. La lente di cristallo giace davanti a lei, perfetta nella sua geometria innaturale, catturando la luce stanca della lampada e spezzandola in riflessi che danzano sulle pareti del laboratorio.
Dodici. Ora sono dodici.
Si alza, e le ginocchia protestano. Non saprebbe dire da quanto è seduta lì: le ombre si sono spostate, la lampada è quasi consumata. Il tempo non lo misuri più con le clessidre, pensa, ma con l'usura delle ossa.
A nord, i ghiacci si ritirano. L'ha visto con i suoi occhi, nell'ultimo viaggio alle Terre Alte: montagne bianche che sciolgono fiumi, valli che si riempiono un giorno dopo l'altro, il mare che entra dove prima c'erano campi e villaggi. Gli altri – li chiamano Saggi, anche se lei si è sempre sentita più artigiana che sapiente – hanno già deciso. Partiranno con ciò che può essere salvato: rotoli, strumenti, semi di conoscenza che forse, un giorno, troveranno un'altra terra in cui germogliare.
«Le Moire hanno scelto per me un fato diverso», mormora. La trama è già tessuta. Il suo compito è finire ciò che deve essere finito.
Avvolge le lenti una per una nel tessuto morbido che non le graffierà. Le sistema nella loro culla di metallo scuro: il contenitore che le custodirà per anni, secoli, o quanto servirà.
Ogni gesto è preciso, quasi liturgico. Dodici frammenti di conoscenza. Dodici chiavi per aprire porte che nessuno, per molto tempo, dovrà tentare di varcare.
Il Lettore resterà qui. O forse no. Non è lei a doverlo decidere.
Forse il mare se lo prenderà, lo seppellirà tra i sedimenti, lo nasconderà agli occhi di chi non è pronto. Ma se un giorno l'ora verrà, chi dovrà trovarlo lo troverà.
Le coordinate non sono incise sul metallo né sulla pietra. Sono altrove: in una frequenza, in un richiamo che attraverserà il tempo come la luce attraversa il cristallo.
Se saranno degni, pensa, sapranno ascoltare.
Chiude l'arca. Il suono del metallo che combacia è definitivo, senza appello.
È fatto.
La solleva. È più pesante di quanto dovrebbe: non solo cristallo e lega, ma anche il peso delle domande che nessuno ha avuto il coraggio di scrivere. Esce dal laboratorio, nel corridoio in penombra. La casa dorme. Solo qualche lampada a olio getta cerchi tremolanti sul pavimento.
Irad la aspetta sulla soglia, il viso scavato dalla stanchezza e dalla veglia.
«È il momento?» chiede.
Nefrura annuisce. Non si fiderebbe della propria voce.
Lui scosta la tenda. Fuori, il cielo è basso, gravido di nubi. Si sente, lontano, il muggito del mare che sale.
«Se è destino che venga ritrovato, lo sarà», dice Irad. «Se no...»
«Se no, forse è meglio così.»
Lui sorride appena. Un sorriso vecchio e sereno. «Vai. Finisci quello che devi finire. Io veglierò su di loro.» Con un cenno indica le stanze in cui dorme la famiglia.
Lei vorrebbe dirgli qualcosa – qualcosa di grande, di definitivo – ma le parole le si sciolgono in gola. Si limita ad annuire. Stringe l'arca contro il petto come fosse un neonato e si avvia nel buio.
Irad rimane nel riquadro di luce della porta, una sentinella immobile che veglia su un mondo che sta svanendo.
Nefrura raggiunge il magazzino. Chiude la porta alle sue spalle, appoggia l'arca sul tavolo, accanto agli strumenti e alle ultime pergamene. Le braccia si possono fermare; il cuore no.
I dettagli, pensa. È sempre lì che si nasconde l'errore. E l'inganno.
Prende il cesello. La lampada illumina una porzione di metallo, il tanto che basta.
Incide. Aggiunge ciò che mancava. Completa la fatica di mesi.
Fuori, il mare avanza. Da qualche parte, nel buio oltre la costa, qualcuno osserva.
Non interviene. Non ancora.
Osserva.
Aspetta.
E prepara il futuro.

Capitano Rostova
15 gennaio 2025 – 52°47'N, 51°23'W
Oceano Atlantico settentrionale, al largo di Terranova

DIARIO DI BORDO

ROMPIGHIACCIO POLARIS – COMANDANTE N. ROSTOVA

ORE 04:17 UTC

Temperatura esterna: –23 °C. Vento nord-nord-est 35 nodi, raffiche fino a 45. Mare forza 6, visibilità ridotta per neve. La pressione continua a scendere: 982 mb e in calo.
Il pack è più spesso del previsto. Diciotto mesi fa, nella missione precedente, qui avevamo circa 2,3 metri di ghiaccio pluriennale. Oggi quasi quattro. Una discrepanza che Petrov, glaciologo capo, tenta di far rientrare nei suoi modelli. Finora senza successo.
Procediamo a velocità ridotta, otto nodi. Lo scafo rinforzato della Polaris regge bene la pressione, ma non ho nessuna intenzione di scoprirne il limite con questo meteo.
Il ghiaccio ha una voce. Lo dico sempre alle nuove reclute: chi resta abbastanza a lungo impara a riconoscerla. I piccoli gemiti secchi quando le lastre si sfiorano, il brontolio sordo delle compressioni profonde, il colpo secco di una frattura che corre sott'acqua. Con il tempo distingui i suoni innocui da quelli che ti dicono di cambiare rotta.
Stamattina non è una voce. È un coro stonato. E non mi piace.

ORE 06:42 UTC
Il radar segnala un'anomalia a 3.200 metri dalla prua, prua 047°. Massa solida, dimensioni da iceberg medio-piccolo, ma la forma non convince. Il profilo è troppo irregolare, asimmetrico.
Ordino di rallentare a tre nodi e di attivare il sonar a scansione laterale. Voglio vedere cosa c'è sotto prima di avvicinarmi.
Kovac, tenente, protesta: perdita di tempo, probabilmente un blocco stagionale staccato dalla calotta. Lo zittisco in due parole. Ventitré anni in queste acque mi hanno insegnato che le anomalie non si ignorano. Non se vuoi tornarci.
Il sonar lavora. I dati tornano alla console, lentamente riga dopo riga. La densità non è quella del ghiaccio compatto.
C'è qualcosa dentro.

ORE 07:18 UTC
Abbiamo rallentato a un nodo. La Polaris avanza come un gigante prudente, i motori che sussurrano invece di ruggire.
L'iceberg – se così posso chiamarlo – è ora visibile dall'oblò del ponte. Alto circa sei metri fuori dall'acqua, forse venti sotto. La forma è innaturale: troppo regolare su un lato, come se il ghiaccio si fosse congelato attorno a un nucleo artificiale.
Il dottor Petrov è salito sul ponte. Ha fissato lo schermo del sonar per tre minuti interi senza dire una parola. Poi ha girato lo sguardo verso di me, e nei suoi occhi c'era qualcosa che non avevo mai visto in trent'anni di carriera. Eccitazione. Paura. O forse entrambe.
«Comandante», ha detto, la voce controllata ma tesa. «Deve vedere questo.»
Ha ingrandito l'immagine. Le linee verdi del sonar disegnavano un profilo. Ma la natura non costruisce così. Angoli retti. Curve geometriche. Una struttura lunga circa quattro metri, larga due, intrappolata nel cuore dell'iceberg come un insetto nell'ambra.
«Cosa diavolo è?» ha chiesto Kovac.
Petrov ha scosso la testa. «Non lo so. Ma non è ghiaccio. E non è roccia.»
Ho preso il binocolo e sono uscita sull'ala del ponte. Il vento mi ha colpito come un pugno, la neve mi ha accecato per un momento. Ma quando i miei occhi si sono abituati, l'ho visto. Un'ombra scura, intrappolata nel cuore del ghiaccio turchese. Angolosa. Artificiale.
«Fermate i motori», ho ordinato alla radio. «Preparate la squadra di recupero. Tute termiche, attrezzatura da taglio e piattaforma galleggiante. Voglio quella cosa a bordo entro mezzogiorno.»

ORE 09:03 UTC
La squadra è sul ghiaccio. Cinque uomini: Dimitri al comando, con Yakov, Enzo, Park e la dottoressa Chen. Hanno posizionato gli ancoraggi di sicurezza e stanno testando la stabilità della superficie. Il ghiaccio sembra solido, ma a queste temperature può essere traditore.
Dimitri ha approvato la zona di lavoro. Hanno iniziato a tagliare. Le motoseghe rombano nell'aria gelida. Ogni taglio sprigiona vapore acqueo che si cristallizza immediatamente. Il ghiaccio cede lentamente, in blocchi pesanti che scivolano nel mare con tonfi sordi.
Sul ponte, Petrov è incollato allo schermo del sonar come se temesse che l'oggetto possa sparire. «È troppo ben conservato», mormora. «Il ghiaccio qui si è formato gradualmente, senza fratture da impatto. Significa che l'oggetto era già in acqua quando il pack si è richiuso sopra di esso.»
«Quanto tempo fa?» Ho fatto un rapido calcolo. «Decenni. Forse di più.»
Decenni. In queste acque. E nessuno l'ha mai trovato prima.

ORE 11:47 UTC
Hanno liberato circa l'80% dell'oggetto. È una barca. O meglio, quello che resta di una barca.
Una scialuppa pieghevole. Tipo Engelhardt, se la mia memoria non mi inganna. Legno e tela, piegata su sé stessa, schiacciata dal peso del tempo e del ghiaccio. La vernice è quasi scomparsa, ma su un lato, appena visibile, c'è una targa metallica corrosa.
Dimitri l'ha ripulita con un guanto. Ha letto ad alta voce nella radio:
«W.S.L. – Numero di serie B-4.»
Per un momento, nessuno ha parlato.
W.S.L. White Star Line. «Mio Dio», ha sussurrato Kovac «Non può essere... Il Titanic...»
Il silenzio che è calato sul ponte era quasi palpabile. Tutti sanno cosa significa il Titanic. Tutti conoscono la storia. Ma trovare un pezzo di quella storia, intrappolato nel ghiaccio per più di un secolo, a migliaia di chilometri dal punto dell'affondamento...
«Come è possibile?» ha chiesto qualcuno.
Petrov ha scrollato le spalle. «Le correnti artiche. Il pack si muove. Un oggetto galleggiante può percorrere distanze enormi in un secolo. Ma che sia sopravvissuto così intatto...»
Non ha finito la frase. Non serviva.
«Continuate il recupero», ho ordinato. «Voglio quella scialuppa a bordo. Intera.»

ORE 13:21 UTC
L'hanno sollevata con i paranchi. Lenta, millimetro per millimetro. Il ghiaccio si è rotto in frammenti attorno allo scafo, scivolando via come pelle morta.
La scialuppa è ora sulla piattaforma galleggiante, assicurata con corde. La squadra sta controllando la stabilità prima di trainarla verso la Polaris.
La dottoressa Chen si è avvicinata. Ha esaminato la scialuppa con attenzione, le mani protette da guanti termici mentre palpava il legno indurito dal gelo.
«C'è qualcosa dentro», ha detto all'improvviso.
Tutti si sono fermati.
«Cosa?»
«Non lo so. Ma c'è roba dentro.» Ha indicato la parte centrale della scialuppa, dove la tela era piegata su sé stessa.
Dimitri è riuscito a scambiare uno sguardo con me attraverso la radio. «Comandante?»
«Portatela a bordo», ho risposto. «Non toccate nulla finché non siamo in un ambiente controllato.»

ORE 15:08 UTC
La scialuppa è nella stiva di carico, illuminata da fari led. Il ghiaccio che la ricopriva si sta sciogliendo lentamente sotto il calore controllato dei riscaldatori. L'equipaggio ha formato un cerchio attorno ad essa, come in preghiera davanti a una reliquia.
Petrov e Chen stanno documentando tutto con fotografie e scanner 3D. Ogni dettaglio viene registrato: le venature del legno, le cuciture della tela, i chiodi arrugginiti. Tutto.
«Pronta per l'apertura», annuncia Chen. Mi avvicino. Il cuore mi batte più forte del normale. Sono una scienziata, una comandante. Non credo nei presagi. Ma guardando quella scialuppa, sentendo il silenzio carico di attesa della mia squadra, non posso fare a meno di sentire che stiamo per aprire qualcosa che forse doveva restare chiuso.
«Procedete», ordino.
Dimitri e Yakov si inginocchiano accanto alla scialuppa. Con delicatezza, quasi reverenza, iniziano a sollevare la tela piegata. Il tessuto è rigido, impregnato di salsedine e ghiaccio. Scricchiola. Si spezza in alcuni punti.
E poi, improvvisamente, cedono tutti.
Sotto la tela cerata c'è uno scrigno. Piccolo, lungo forse trenta centimetri, largo venti. Il legno è scuro, quasi nero, lucido per l'umidità. Le cerniere sono di ottone, ossidate ma integre. E sulla superficie, incise con cura, ci sono le iniziali:
A.R.
«C'è un lucchetto», dice Yakov.
«Rompilo», ordino.

ORE 15:34 UTC
Il lucchetto cede. Yakov solleva il coperchio.
All'interno, avvolti in altra tela cerata – miracolosamente intatta – ci sono fogli di carta. Decine di fogli, scritti a mano in inchiostro nero. E sotto, un libro rilegato in pelle.
Chen solleva uno dei fogli con pinze sterili. Lo porta sotto la luce.
La calligrafia è elegante, femminile. Le lettere sono precise, quasi calligrafiche. E in alto, sulla prima pagina, c'è una data:
10 aprile 1912
«È un diario,» sussurra. «O lettere.» La sua voce si spegne. Solleva lo sguardo verso di me.
«Comandante... chi era A.R.?»
Prendo il diario rilegato. Lo apro con tutta la delicatezza possibile sulla prima pagina. E lì, scritta con lo stesso inchiostro elegante, c'è una firma:
Annabelle Rothschild
Prima Classe, Cabina B-52
Il silenzio nella stiva è totale.
Poi Petrov parla, la voce appena un sussurro: «Il Titanic affondò il 15 aprile 1912. Se queste lettere sono state scritte a bordo...»
Non finisce la frase. Non serve. Guardo lo scrigno, le lettere, il diario. Guardo la scialuppa che li ha custoditi per più di un secolo, attraverso oceani e ghiacci, fino a questo momento.
Fino a noi.
«Documentate tutto», dico, la voce ferma nonostante il turbinio di domande nella mia mente. «E contattate la base. Abbiamo bisogno di esperti. Storici. Archivisti.»
«... e qualcuno che sappia cosa fare con un fantasma.»

Nota del Comandante Rostova, aggiunta successiva:
Le lettere di Annabelle Rothschild sono state trasferite alla custodia delle autorità marittime britanniche il 23 gennaio 2025.
Il loro contenuto ha sollevato domande che vanno oltre la storia del Titanic. Domande che, temo, non avranno risposte semplici.
Pierluigi Masia
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