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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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I Racconti dell'Orrore e del Delirio
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Il custode del cimitero.
È un lavoro tranquillo, m'avevano detto. Ma certo. Ma sicuro. Come no. Vedrai, al massimo t'ammazzerai di noia. Sì. Col cazzo. Intanto sono finito in questa maledetta fossa, che io stesso ho scavato con la vanga e il piccone per la tomba di quel povero bambino. E mancano giusto un paio d'ore all'alba. In una mano stringo ancora con forza, fino a sentire dolore alle dita, la Smith&Wesson calibro 38 special che mi regalò quel gran figlio di puttana di mio nonno, quando ero solo un ragazzo. Anche lui faceva 'sto cazzo di mestiere e mi disse di usarla per i ladri e i tombaroli. Nel caricatore ci entrano sei colpi, sei botte sicure, precise, ma ora il tamburo è quasi scarico. In una tasca ho ancora una manciata di proiettili... ma intanto quei dannati "cosi" stanno per arrivare qui. Oh sì, sì, io li sento. Cazzo se li sento. Sento squittire quei fottuti da qualche parte in mezzo alle tombe. Nel mentre, dalla casetta in pietra e calce, concessami in uso dal comune, sento arrivare fin qui, leggerissima, su ali nere come un corvo, la Hurdy gurdy man dei Donovan. Ho riesumato il mio vecchio stereo e poi ho alzato il volume al massimo prima d'uscire fuori per lavorare. Devo dire che è una colonna sonora perfetta, a suo modo quasi confortante, anche se un tantino inquietante, se stai per crepare in una fossa di merda. Mentre l'ascolto, tiro su un attimo la testa da questa cazzo di buca fangosa, come fa una testuggine impaurita dal suo guscio. E di colpo li vedo. Uno sciame di occhietti rosso sangue che punteggiano l'oscurità nebbiosa e migliaia di zannette appuntite che sembrano rasoi affilati. Di solito 'ste orride bestiacce sono grandi come un pugno, invece questi figli di troia sembrano dei fottuti bulldog. E sono davvero tanti, cazzo, forse a centinaia, addirittura migliaia. E hanno fame... oh sì... tanta fame. Non ho alcun dubbio che siano stati loro a sbranare le pecore del vicinato. Questi bastardi si sono mangiati persino i cani pastore, mio Dio, dei maremmani grossi come cavalli! C'è poi quel vecchio ubriacone di Stria, il paesetto di cacciatori e pazzoidi alcolizzati qui vicino, che è svanito nel nulla. Quel povero cristo non è precipitato in un burrone come dicono tutti. Sono stati loro. Cazzo. Quelle fottute bestiacce se lo sono mangiato vivo. Ne sono certo. Lo so perché la notte scorsa, io l'ho sentito che urlava stridulo come un maiale al macello, nel buio profondo del bosco. È stata una cosa davvero orribile, orribile, orribile. Ma io che cazzo ci potevo fare? Mi occupo dei morti, mica dei vivi. Maledizione! E pensare che tutto è cominciato quando quella cosa luccicante è piovuta giù dal cielo. Era una meteora verdastra. Oh, sì, me lo ricordo bene. È precipitata nel bosco con una fiammata e un gran boato. E poi, da allora, quelle orride bestie sono cresciute e si sono moltiplicate. E hanno sempre una fame tremenda, cazzo. Stanotte all'improvviso mi hanno attaccato in branco. Sembravano impazzite. Erano così affamate. E così feroci. Senza alcun timore dell'uomo. Ed è stato per quello che io ho capito tutto. Eh sì. L'ho capito per la loro totale assenza di paura. E adesso sono pieno di morsi dalle gambe fino al collo. E da circa dieci minuti, ormai, inizio a sentire gli effetti della ipovolemia: la stanchezza, il fiato corto, la mancanza di lucidità. Oh cazzo! Eccoli che arrivano! Sento le loro zampette che corrono e saltellano in mezzo alle tombe! Sì! Sì! Si stanno avvicinando! Ma io so bene ciò che devo fare: carico il tamburo del revolver e poi lo scarico in mezzo alle tombe, urlando, mirando a casaccio. Bell'idea. Peccato che gli faccio a malapena un graffio. Qui mi ci vorrebbe roba grossa tipo un kalashnikov o una molotov o una cazzo di bomba a mano. Ma certo. Peccato che non sono John Rambo. E adesso, mentre mi curvo per vomitare l'ultima cena, sfinito dalla nausea e dalla debolezza, li sento riorganizzarsi in un piccolo esercito. Non hanno più bisogno nemmeno di squittire. Come se avessero una sola mente. Ed ecco che li sento avvicinarsi quatti quatti rasenti al terreno. Sono delle bestiacce molto scaltre. Ma sarà davvero così? Oppure ho perso troppo sangue e non capisco più quel che sta accadendo? Mi viene da ridere. Cazzo, scoppio in una fragorosa risata che suona come il lamento disperato di un povero pazzoide nella notte. E adesso... adesso però li vedo. Cazzo, se li vedo. Vedo i loro piccoli occhietti rossi tutt'intorno alla tomba in cui sono scivolato. E quelle loro schifose zannette che sfregano l'una contro l'altra come tanti piccoli coltelli. Ridendo come un pazzo, con le lacrime che mi bruciano negli occhi, ricarico il tamburo del revolver di mio nonno con l'ultimo proiettile che m'è rimasto. Intanto, sento sulla pelle il sudore gelido che si mescola al sangue caldo, in questa bollente notte di fine estate. Ma che fregatura, mi dico. Avrei dovuto fare il poliziotto, mi dico, il vigile del fuoco, la guardia giurata, il rapinatore! Tutti mestieri meno pericolosi di questo! Eh, sì, lo so. Avrei dovuto dare retta ai miei genitori quando mi dicevano: studia, somaro, studia! Avrei potuto farmi una vita tranquilla e decorosa, una casa in un condominio alveare, accendere un mutuo trentennale, la busta paga, una moglie che mi rompe le palle, dei figli che non danno retta. Invece col cazzo! Posso solo farmi l'ultimo goccio di whisky e rivolgere al cielo l'ultima risata disperata. Soltanto risate e lacrime. Niente preghiere, perché io non c'ho mai creduto nel Grande Vecchio che ci protegge tutti. È solo un misero inganno, una stronza bugia per farci sentire meno soli, una favoletta della buonanotte per ragazzini impauriti. E sai cosa c'è, nonno? dico rivolgendomi a una stella tra le tante. C'è che mi sono rotto le palle di avere paura. E così mi piazzo la canna alla tempia e col dito sfioro il grilletto mentre quelle orride bestiacce si preparano a lanciarsi nella mia umida fossa come una cazzo di alluvione. Me la rido per l'ultima volta, rivedendo tutta la mia vita come in un assurdo film in bianco e nero, tutto sfocato, coi fotogrammi accelerati. Rivivo sulla pelle i ceffoni di mio padre e le carezze di mia madre. Sento ancora una volta nelle orecchie le risate con gli amici. Ricordo le prime sbronze nei bar e le scopate allegre con le ragazze sui sedili posteriori. Tutto questo mi passa davanti agli occhi umidi, iniettati di sangue, magnifico e lucente e veloce, come un treno che sfreccia sulla banchina. Ma è un peccato, eh sì, davvero un gran peccato, penso tra me e me, mentre 'ste orribili bestiacce si gettano nella fossa come un solo mostro per sbranarmi vivo e io premo il grilletto. Oh sì, è veramente un gran peccato, penso per l'ultima volta, nell'istante esatto in cui la palla di piombo mi attraversa il cervello. Perché, a dire la verità, in fondo in fondo, a me piaceva un casino... fare il custode del cimitero...
L'ultimo plenilunio...
Che gran notte stanotte. Sarà una notte di follia e delirio. Sarà la notte più bella e libera e selvaggia di tutta la mia vita. Proprio adesso, in questo momento, sento il richiamo dei miei fratelli echeggiare dalle foreste della vallata. Loro mi amano, per questo mi avvertono del pericolo che risale su per i monti. I "Cacciatori". Loro, quei maledetti figli del demonio, molto presto saranno qui. Ma c'è ancora un po' di tempo... sì... per l'ultimo saluto. Mi allontano dalla finestra che incornicia i monti tenebrosi e selvatici del Gévaudan e poi, pian piano, salgo di sopra, in assoluto silenzio, facendomi strada con la lanterna ad olio. In punta di piedi, entro in camera da letto, dove lei adesso sta riposando. Mia moglie. L'amore profondo e sincero di una vita intera. Le accarezzo il bel volto emaciato, così dolce, reso pallido e smagrito dalla lunga malattia, le febbri che tanto a lungo l'hanno tormentata. Per fortuna ora sta molto meglio. Anche perché sarà lei a doversi occupare del nostro cucciolo. Adesso però le do un bel bacio sulla fronte, per l'ultima volta. Accidenti. A guardarla bene, così tranquilla, in pace sotto le coperte, pare quasi che mi sorrida, con quel modo tutto speciale che hanno le donne, come se loro conoscessero dei segreti che noi poveri uomini ignoriamo. Però non stavolta, amore mio. Stavolta ho dovuto mentirti per proteggervi. Perché io ho fatto cose terrificanti, cose mostruose, cose per cui il dio dei cristiani non avrà pietà di me. Ma sai una cosa? In fondo in fondo, siamo tutti figli del demonio. Bestie e uomini. Io e loro... i Cacciatori. Certo, ad esser sincero, devo ammettere che non ho rimpianti, nessun pentimento. Ma ti chiedo comunque di perdonarmi, amore mio. Spero che tu un giorno possa perdonarmi davvero. Lo spero con tutto il mio cuore dannato. E spero anche che tu e lui, il nostro cucciolo, insomma che voi due un bel giorno mi possiate dimenticare. Adesso però devo andare via. Il tempo stringe e voglio salutare il nostro cucciolo. Avanzo in punta di piedi in questa bolla di tiepida luce e attraverso l'oscurità della casa e per un attimo, una scheggia di infinito, mi illudo, sì, credo che ci sia una speranza. Ma non è così. Non c'è speranza per i mostri. Intanto la luce mi accompagna fino alla cameretta di mio figlio, il mio cucciolo. Lui ha solo cinque anni. È un vero amore. Ha il viso dolce e grazioso della mamma. Purtroppo, però, ha i miei stessi occhi. Come io ho gli stessi occhi di mio padre e mio padre aveva gli stessi occhi di mio nonno e così via... indietro di secoli e secoli... fino ai bei tempi delle foreste solitarie e selvagge dei Carpazi... nell'oscuro medioevo. Ed è così che la nostra antica maledizione si tramanda, di generazione in generazione, di padre in figlio, da uomo a uomo. È nel nostro sangue. Nei nostri occhi. E forse non finirà mai. Accarezzo la mia carne, pregando ora Dio, ma anche il Diavolo, perché mio figlio non sia maledetto come me. Prego tutte le forze del cielo e dell'inferno perché mio figlio non abbia il mio stesso veleno nel sangue. Lo bacio adesso sulla fronte, forse per l'ultima volta, colmando questo fuggevole momento di pura eternità. Ma proprio ora sento il vecchio pendolo, giù di sotto, al pian terreno, che rintocca la mezzanotte. È il mio tempo: il tempo delle "Bestie"! Saluto il mio cucciolo e poi scendo, vado giù per le scale, senza fare rumore. Torno alla finestra per guardarla... però lei ancora non c'è... lei si cela ai miei occhi. Io la cerco avidamente. La bramo. E finalmente... Eccola! Risplende nella notte, tonda e pallida, evanescente, tra una nube e l'altra, come fosse un fantasma che vaga tra i bastioni di un tenebroso castello. Ella adesso viene a me... oh sì... dalle tenebre alla luce! Ed ecco... finalmente sento il suo potere! Entra sotto la mia pelle, nelle carni, dentro le ossa. Mi possiede! Risveglia la mia anima nera. E adesso... sì, adesso sento dentro un gran calore... come se le mie ossa e i miei muscoli bruciassero simili alla legna secca che divampa. È da sempre così. Mi strappo di dosso la blusa e la lancio via. Poi comincio a graffiare la mia pelle, a straziarla, come se volessi strapparla via dal corpo per liberare il manto che cresce sotto. Un prete confessore, tempo fa, mi chiese che cosa si provasse. E io gli dissi che era come una sensazione di paura... di forza... di rabbia! Subito dopo gli confessai anche i miei mostruosi peccati, di avere massacrato dei pastori, delle ragazze, dei poveri ragazzini. Perché una bestia affamata preda qualsiasi cosa viva. La natura non ha pietà per i deboli. E neanch'io ho mai avuto pietà. Neanche per me stesso. Oh, ma che grande delizia provai, quando poi uccisi quello sciocco prete, sventrandolo proprio lì, sull'altare, per mangiargli cuore e fegato. La fame della Bestia è cosa molto potente... e anche ora la sento in me. E sento anche la pelle bruciare, le mie articolazioni dolere, irrobustirsi, allungarsi, così i miei denti. La sofferenza è sempre tanta... quando essi si trasformano in zanne! Guardo me stesso allo specchio e i bagliori del caminetto acceso mi restituiscono i riflessi di canini appuntiti buoni per strappar le carni e di molari possenti per spezzar le ossa. Anche la mia barba è cresciuta. Ma no, no... forse no... forse io la avevo così lunga già da prima. Quando il prodigio accade la mia mente è confusa e vivo di istinti. Il mio istinto adesso, per esempio, è di andare là fuori, nella notte, nella foresta buia... a caccia di uomini. Prima però devo prendere il coltello che sta sopra il caminetto, lo stesso che mi regalò mio padre, lo stesso con il quale gli spaccai il cuore prima che lui mi uccidesse. Che grande notte quella notte. E questa notte sarà eccitante, proprio come quella. Ora sfilo il coltello dal fodero. È una baionetta lunga circa dieci pollici e io la guardo luccicare ai riflessi rosso arancio delle fiamme. Questa lama sono i miei "artigli". Mentre sono qui che l'ammiro estasiato... eccoli... sì... finalmente li sento arrivare. È giunto il mio momento. Esco fuori di casa nel pallido plenilunio e lancio un ululato che si perde tra i monti. I miei feroci occhi gialli intravedono fiaccole e lanterne che appaiono e scompaiono nel bosco nero. Eccoli! Si avvicinano! Vado loro incontro correndo a piedi nudi e mi scaglio su un giovane e baldo Cacciatore, in avanscoperta. Non gli lascio neppure il tempo di mirare con il moschetto. Lo atterro brutalmente e lo pugnalo con tanta violenza che lui mi vomita addosso tutto il sangue che ha in pancia. Allora, solo allora, lo finisco azzannandogli la gola finché non sento il sapore metallico del sangue caldo. Lo bevo avidamente. Esso mi disseta con gli ultimi pulsanti istanti della sua giovane vita... quando ecco che un colpo di moschetto mi morde la spalla. È come ricevere un pugno, niente di più, perché la bestia è furiosa e non prova alcun dolore. Mi avvento su uno dei due Cacciatori che sopraggiungono e lo atterro. Lo sgozzo in fretta. Poi mi rialzo e ficco la mia baionetta nell'occhio dell'altro, prima che abbia il tempo di sparare. Affondo la lama e poi la rigiro nel cranio, più volte, spappolandogli il cervello. Lui cade a terra di schianto. È morto. E subito gli sono addosso. Lo sventro con facilità dall'ombelico fin su allo sterno. E dopo tiro fuori le interiora. Sono tiepide e fumanti, nel gelo della notte. Le addento con avidità, provando la solita estasi. Mi perdo in me stesso, per un breve momento, finché un grosso mastino non mi azzanna un braccio e allora gli pianto la baionetta nel torace. Lo trafiggo da parte a parte. Poi mi tolgo il suo peso di dosso e salto in piedi, sbavante, furioso, insozzato di sangue. Il peccato senza il rimorso, la lussuria senza la vergogna, la malvagità senza la pietà, mi dico. È magnifico essere lupo! Ora però sono tutti qui, tutti intorno a me, scorgo le fiaccole e le lanterne dei Cacciatori, i moschetti oliati e puntati su di me. Che grande notte stanotte! La notte del mio ultimo plenilunio. Lecco bene la lama della baionetta. E poi mostro le zanne umide di sangue a questi pavidi. Il mio ghigno è qualcosa a metà tra il sorriso di un uomo e il ringhio di una belva. Sento il loro odio ma anche la loro paura. Mi batto le zampe sul petto lanciando un ululato selvaggio. E dopo mi scaglio su di loro. E i moschetti tuonano e mi mordono... ma io continuo ad avanzare. Finalmente, stanotte rivedrò mio padre e mio nonno, e tanti, tantissimi altri fratelli, all'inferno. E lì vivremo di nuovo tutti insieme... vivremo liberi ed eterni... ...in luogo di meraviglia e di gloria... |
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