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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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La fiducia nell' Amore... da Me a Voi
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Storia vera di affido, attesa e legami che restano.
Il testo che segue alterna narrazione e riflessione e racconta una storia vera di affido, soffermandosi volutamente sul tempo dell'attesa che precede l'arrivo dei bambini. È un percorso intimo e misurato, che esplora il significato della fiducia nell'amore e dei legami che si costruiscono senza garanzie. La narrazione si arresta intenzionalmente nel momento del passaggio, lasciando al lettore lo spazio per proseguire nel libro.
La fiducia non è un atto immediato. Non nasce da una certezza né da una promessa mantenuta in anticipo. La fiducia prende forma nel tempo, spesso quando mancano le garanzie e quando l'amore, per esistere, deve prima imparare a stare nel silenzio. È qualcosa che cresce lentamente, a volte in modo quasi impercettibile, mentre la vita continua a scorrere con la sua apparente normalità. Questo libro nasce così. Non da un evento improvviso, ma da un tempo lungo, fatto di domande più che di risposte. La fiducia nell'amore non è il racconto di un arrivo, ma di un percorso. È una storia vera, ma soprattutto è una storia vissuta interiormente, prima ancora che nei fatti. Scrivere di affido significa muoversi su un terreno delicato. Significa parlare di legami che non si fondano sul possesso, di relazioni che non promettono stabilità nel senso tradizionale, ma chiedono presenza. Significa raccontare una forma di amore che non trattiene, che non pretende, che non garantisce nulla se non l'impegno a esserci, nel tempo che verrà. L'affido è spesso raccontato in modo parziale. A volte idealizzato, altre volte semplificato, altre ancora osservato con diffidenza. Raramente si parla del tempo che lo precede, di ciò che accade prima che una storia cominci davvero. Eppure è proprio lì che si costruiscono le fondamenta più importanti. Questo libro nasce dal bisogno di dare dignità a quel tempo invisibile. Un tempo che non produce immagini forti, che non ha colpi di scena, ma che lavora in profondità. Un tempo che trasforma senza fare rumore. Raccontare questa storia significa spostare lo sguardo. Non concentrarsi solo su ciò che accade, ma su ciò che prepara. Non fermarsi all'evento, ma al processo. Non raccontare solo l'incontro, ma l'attesa che lo rende possibile. Nel percorso di affido, l'attesa non è una parentesi. È una fase centrale, densa, impegnativa. È un tempo che chiede presenza anche quando sembra non succedere nulla. Un tempo che mette alla prova la fiducia, perché non offre certezze, ma chiede disponibilità. Mi sono accorta presto che l'attesa non era vuota come avevo immaginato. Al contrario, era piena di pensieri, di emozioni contrastanti, di interrogativi che tornavano ciclicamente. Ogni giorno aggiungeva qualcosa, anche quando sembrava identico al precedente. L'idea di famiglia, in questo tempo, comincia a cambiare forma. Perde i contorni rigidi, le definizioni nette. Diventa uno spazio più ampio, meno prevedibile, ma forse proprio per questo più vero. Non si tratta più di un progetto da realizzare, ma di una possibilità da abitare. Nel tempo dell'attesa si impara che non tutto dipende dalla volontà. Che desiderare non significa ottenere. Che ci sono passaggi che non possono essere forzati. Questa consapevolezza non arriva tutta insieme, ma si costruisce giorno dopo giorno, spesso attraverso piccole frustrazioni. Ci sono momenti in cui l'attesa pesa. In cui sembra di restare fermi mentre tutto intorno va avanti. Momenti in cui si vorrebbe avere una data, un segnale chiaro, una conferma. Ma l'attesa dell'affido non concede questo tipo di appigli. Chiede di restare, anche senza sapere quanto durerà. In questo tempo sospeso, le domande diventano compagne costanti. Non sono domande tecniche, ma esistenziali. Riguardano la capacità di accogliere, di adattarsi, di lasciare spazio. Riguardano il modo in cui si ama. Mi sono chiesta spesso se fossi pronta. Ma presto ho capito che la domanda giusta non era quella. Non si è mai completamente pronti a qualcosa che cambia la vita. La vera domanda era se fossi disposta. Disposta a mettermi in gioco, a rinunciare a certezze, a imparare lungo il percorso. L'attesa educa alla pazienza, ma anche all'umiltà. Insegna che non si può controllare tutto. Che non si può pianificare ogni passaggio. E che proprio in questa mancanza di controllo si apre uno spazio nuovo, più autentico. La quotidianità continua, ma con una consapevolezza diversa. Le giornate sono fatte delle stesse cose di sempre: lavoro, impegni, relazioni. Eppure, sotto questa normalità, qualcosa si muove. È come se ogni gesto fosse attraversato da un pensiero in più, da una possibilità che resta sullo sfondo. Ogni tanto, l'attesa sembra alleggerirsi. Ci sono giorni in cui si riesce a viverla con serenità, come una fase necessaria. Altri giorni, invece, pesa come una domanda senza risposta. Questo alternarsi fa parte del percorso. Non c'è un modo giusto di attendere, c'è solo il proprio modo. In questo tempo, l'idea del bambino resta astratta. Non ha ancora un volto, un nome, una storia definita. È una presenza possibile, non reale. E forse è giusto così. Perché l'attesa dell'affido non chiede di immaginare troppo, ma di prepararsi ad accogliere ciò che non si può prevedere. L'attesa diventa allora uno spazio di preparazione interiore. Si rivedono aspettative, si ridimensionano fantasie, si fanno i conti con i propri limiti. Non è un processo lineare, né semplice. Ma è necessario. Mi sono resa conto che l'attesa stava già facendo il suo lavoro. Stava cambiando il mio modo di pensare all'amore, alla cura, alla responsabilità. Stava insegnando che amare non significa possedere, ma essere disponibili. E così il tempo passava. Non in modo vuoto, ma carico di senso. Ogni giorno aggiungeva un tassello invisibile, ma fondamentale. Senza questo tempo, nulla di ciò che sarebbe venuto dopo avrebbe avuto la stessa profondità. L'attesa non era più solo un intervallo. Era diventata parte della storia. Il desiderio di affido non nasce come una decisione netta. Non arriva tutto insieme, non si presenta con chiarezza. È qualcosa che prende forma lentamente, spesso senza annunciarsi. All'inizio è solo un pensiero, poi diventa una possibilità, infine una domanda che non smette più di tornare. Non è un desiderio che chiede conferme immediate. Al contrario, è un desiderio che mette in discussione. Che obbliga a interrogarsi sul proprio modo di amare, sulle proprie aspettative, sui limiti che si è disposti ad accettare. È un desiderio che non promette nulla, ma chiede molto. Nel tempo dell'attesa, questo desiderio cambia. Perde l'ingenuità iniziale, quella che tende a idealizzare. Diventa più sobrio, più consapevole. Non scompare, ma si trasforma. E proprio in questa trasformazione si rafforza. Affidarsi a un percorso di affido significa rinunciare all'idea di controllo. Significa accettare che l'amore non segua traiettorie prevedibili. Che i legami possano essere intensi anche se non definitivi. Che la cura non coincida necessariamente con la permanenza. Questa consapevolezza non arriva senza resistenze. Ci sono momenti in cui il desiderio si scontra con la paura. Paura di non essere all'altezza, paura di affezionarsi troppo, paura di soffrire. Ma l'affido non chiede di essere senza paura. Chiede di non farsi governare da essa. Mi sono chiesta molte volte se sarei stata capace di reggere l'incertezza. Se sarei riuscita ad amare senza pretendere garanzie. Se sarei stata in grado di restare, anche sapendo che nulla era definitivo. Non sempre ho trovato risposte, ma ho imparato che non averle non significa essere impreparati. Nel percorso di affido, le domande non si risolvono tutte prima. Alcune restano aperte, accompagnano il cammino. Diventano parte della storia. E forse è giusto così, perché costringono a restare vigili, presenti, autentici. Il desiderio di affido obbliga anche a rivedere l'idea di famiglia. Non più come un luogo chiuso, definito una volta per tutte, ma come uno spazio che si apre e si adatta. Una famiglia che accoglie, sapendo che accogliere significa anche saper lasciare andare. Questo è uno degli aspetti più complessi. L'affido non promette continuità, ma intensità. Non garantisce un “per sempre”, ma un “finché serve”. E imparare ad accettare questa temporalità diversa richiede un lavoro profondo su di sé. Nel tempo dell'attesa, il desiderio si confronta con la realtà. Con le procedure, con i colloqui, con le valutazioni. Ma soprattutto si confronta con il proprio mondo interiore. Con ciò che si è disposti a mettere in gioco. Ci sono giorni in cui il desiderio sembra chiaro, quasi naturale. Altri in cui vacilla, si indebolisce, sembra troppo grande. Questo alternarsi non è un segno di incertezza, ma di consapevolezza. Perché l'affido non è una scelta leggera. L'attesa, in questa fase, diventa ancora più densa. Non è più solo attesa di qualcosa che potrebbe accadere, ma attesa di capire chi si sta diventando. È un tempo di trasformazione silenziosa. Mi sono accorta che, mentre aspettavo, stavo già cambiando. Cambiava il mio modo di pensare alle relazioni, al tempo, all'amore. Cambiava il mio modo di immaginare il futuro. Non più come una linea retta, ma come una possibilità aperta. L'affido chiede di abitare l'incertezza. Di accettare che non tutto sia definito. Che non tutto possa essere spiegato. È una scelta che non elimina la fragilità, ma la accoglie come parte del percorso. In questo tempo, le domande diventano più concrete. Non riguardano solo l'idea astratta di affido, ma la vita quotidiana. Come cambieranno le giornate? Come si farà spazio a qualcun altro? Come si riuscirà a conciliare tutto? Ma accanto a queste domande pratiche, ce ne sono altre più profonde. Riguardano il senso stesso dell'accoglienza. Che cosa significa davvero accogliere? Significa offrire stabilità? Significa condividere tempo? Significa farsi carico di una storia che non si conosce? Non sempre è facile rispondere. Ma forse l'affido non chiede risposte definitive. Chiede disponibilità. Chiede di essere presenti, giorno dopo giorno, senza pretendere di sapere tutto in anticipo. Nel frattempo, l'attesa continua. Il tempo scorre, ma non in modo uniforme. Ci sono periodi in cui sembra accelerare, altri in cui rallenta. Ogni comunicazione viene accolta con attenzione, ogni silenzio interpretato. Il telefono diventa un oggetto carico di significato. Ogni squillo, ogni messaggio, porta con sé una possibilità. Anche quando non è quella attesa, lascia comunque una traccia emotiva. In questo tempo, si impara a convivere con la speranza senza lasciarsi travolgere. A tenere aperta una porta, senza restare bloccati davanti ad essa. È un equilibrio fragile, ma necessario. Mi sono resa conto che il desiderio di affido non era più solo un'idea. Era diventato una disposizione. Un modo diverso di stare nel mondo, più aperto, più disponibile. Anche se nulla era ancora accaduto, qualcosa era già cambiato. L'attesa aveva smesso di essere solo un intervallo. Era diventata parte integrante della storia. Una storia che non aveva ancora incontrato i suoi protagonisti, ma che si stava già scrivendo. Ci sono fasi dell'attesa in cui il tempo sembra perdere la sua misura abituale. Le settimane non sono più solo settimane, i giorni non sono più solo giorni. Ogni unità di tempo si carica di un significato diverso, come se fosse attraversata da una possibilità costante. La quotidianità continua a scorrere, ma con una qualità diversa. Le stesse azioni assumono un peso nuovo. Preparare, sistemare, riordinare non è più solo un gesto pratico, ma diventa una forma di predisposizione. Anche quando non si sa esattamente a cosa. In questa fase, l'attesa non è più astratta. È concreta, presente. Si manifesta nei silenzi, nelle pause, nei momenti di sospensione improvvisa. È come se il tempo chiedesse di essere abitato con maggiore attenzione. Non c'è un calendario preciso. Nessuna data certa. Solo una consapevolezza crescente: qualcosa sta per accadere, anche se non si sa quando. Questa incertezza non paralizza, ma rende vigili. Costringe a restare disponibili. Mi sono accorta che l'attesa aveva cambiato anche il mio modo di ascoltare. Le parole degli altri, le comunicazioni, perfino i silenzi, venivano accolti con un'attenzione diversa. Come se tutto potesse contenere un significato ulteriore. Ogni giorno sembrava chiedere di essere vissuto fino in fondo, senza rimandare. Non perché ci fosse fretta, ma perché il tempo non era più dato per scontato. Era diventato prezioso proprio nella sua indeterminatezza. Ci sono momenti in cui l'attesa si fa più faticosa. In cui la stanchezza emerge, anche se non c'è un motivo preciso. È una stanchezza emotiva, sottile, che nasce dal restare aperti troppo a lungo. Dal non potersi chiudere per proteggersi. Eppure, anche in questi momenti, qualcosa tiene. Una fiducia che non è euforia, ma resistenza. Una fiducia che non elimina la fatica, ma permette di attraversarla. Il tempo dell'attesa non è mai lineare. Alterna momenti di calma a momenti di tensione. Giorni in cui sembra tutto fermo a giorni in cui tutto sembra possibile. Imparare a stare in questo alternarsi è parte del percorso. Poi arriva un passaggio diverso. Non annunciato, non solenne. Arriva attraverso una comunicazione semplice, essenziale. Poche parole, dette con un tono che non enfatizza, ma che porta con sé un peso enorme. In quel momento, l'attesa cambia natura. Non è più solo un tempo sospeso. Diventa un tempo che prende forma. Le parole ascoltate restano lì, come se avessero bisogno di essere assimilate lentamente. Non c'è subito un'esplosione di emozioni. C'è piuttosto una sospensione ancora più intensa. Come se il corpo e la mente avessero bisogno di un attimo per allinearsi a ciò che sta accadendo. Mi sono resa conto che tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento stava trovando un senso nuovo. L'attesa, le domande, le incertezze non erano state inutili. Avevano preparato uno spazio. Il tempo, improvvisamente, sembra accelerare. Le ore si riempiono di pensieri, di organizzazione, di piccoli gesti necessari. Ma anche in questa accelerazione resta una forma di silenzio. Un rispetto profondo per ciò che sta per accadere. Non c'è ancora un incontro, ma c'è già una presenza. Non concreta, non visibile, ma reale. È la consapevolezza che l'attesa sta per trasformarsi in relazione. In questa fase, si cerca di non immaginare troppo. Di restare aderenti alla realtà, senza sovraccaricarla di aspettative. È un equilibrio delicato, che si costruisce momento per momento. Mi sono accorta che la fiducia, in quel punto, non riguardava più solo il futuro. Riguardava il presente. La capacità di stare in ciò che stava accadendo, senza anticipare, senza fuggire. L'arrivo dei bambini non è un evento spettacolare. Non ha bisogno di enfasi. È un passaggio. Un confine che separa due tempi diversi: quello dell'attesa e quello della presenza. Tutto ciò che viene prima conduce a questo punto. Ma questo punto non è una conclusione. È un inizio che chiede rispetto. Un inizio che non va raccontato in anticipo. Perché ciò che viene dopo appartiene a un altro tempo. Un tempo che non può essere spiegato, ma solo vissuto. Un tempo che richiede presenza, ascolto, attenzione quotidiana. E qui la narrazione si ferma. Non per mancanza di parole, ma per scelta. Perché la fiducia, a volte, consiste anche nel sapere dove fermarsi. Da questo punto in avanti, la storia chiede di essere vissuta, non anticipata... |
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