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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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White Smoke
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Nelle viscere della città, dove il silenzio pesa come un macigno e le ombre si allungano senza fine, pulsa un fuoco che nessuno osa guardare. È un incendio invisibile, alimentato dal rimorso, dalla paura e da segreti che divorano la verità. Le strade bagnate riflettono luci tremolanti, spezzate da nebbie dense che avvolgono ogni cosa come un sudario. Il respiro della notte è un sussurro tagliente: passi furtivi, battiti accelerati, sguardi che cercano invano una via d'uscita. In una stanza immersa nel buio, mani guantate sfiorano vetri freddi, sfidando il tempo e il destino. Ogni gesto è un atto di attesa, ogni fremito un grido trattenuto. Perché in questo angolo dimenticato dal mondo, si nasconde il cuore di un incubo che nessuno può spezzare. Dall'altra parte della città, occhi vigili scrutano l'oscurità; la giustizia si affaccia timidamente tra le crepe del dolore e della follia. Una voce lontana, un sussurro di verità, si leva sopra il fragore delle menzogne. La nebbia continua a salire, densa e opprimente, pronta a inghiottire ciò che resta di un equilibrio fragile. In questa notte densa e pesante, il primo atto di una danza crudele sta per essere svelato. White Smoke. Il gioco è iniziato. E nessuno sarà più al sicuro. Capitolo 1: Le mani di vetro Nessun suono rompeva il silenzio. Solo il respiro lento e controllato di Trevor sfidava l'immobilità della stanza, tagliando l'aria come una lama invisibile. Il laboratorio era avvolto in un odore pungente e incongruente: un misto di disinfettante, metallo freddo e quel leggero retrogusto dolciastro dei reagenti chimici, che si mescolava con l'acre sentore del cemento vecchio e della muffa nascosta nelle crepe invisibili del pavimento. Le luci soffuse, giallastre e tremolanti, filtravano da lampadine basse, gettando più ombre che chiarore. Era un mondo sospeso tra la precisione chirurgica e il mistero, tra l'ordine maniacale e il caos nascosto sotto la superficie. Trevor era lì, immobile sullo sgabello di legno, con la postura tesa e composta, il mento leggermente sollevato come a sfidare l'oscurità dentro di sé. Alto e asciutto, sembrava scolpito da linee nette, i capelli castani corti e spettinati incorniciavano una fronte alta, quasi tesa dalla concentrazione. La sua pelle pallida lasciava sgorgare vene bluastre sulle tempie, freddo riverbero di un tormento nascosto. Un taglio sottile, cicatrice muta di vecchie abitudini, attraversava il dorso della mano destra; le dita sottili si muovevano ora impassibili, ora nervose. Gli occhi, indefiniti tra il grigio e il verde, sembravano sfiorare ogni cosa senza mai lasciarsi catturare, come vetro opaco attraverso cui si intravede un abisso insondabile. Indossava una camicia stinta, con le maniche arrotolate fino ai polsi ossuti, i jeans scuri che accarezzavano gambe magre e scarpe consumate che non facevano mai rumore. Solo i guanti neri, sottili come pelle di chirurgo, spezzavano la monotonia, diventando parte di lui, estensione naturale delle sue mani. Sul banco di acciaio davanti a lui, tutto era disposto con una precisione maniacale: bisturi, pinzette, lame sottili che catturavano la luce incerta, boccette etichettate con scrupolo. Accanto, fogli di carta millimetrata impregnati di un vago profumo di cellulosa e inchiostro secco, custodi muti di pensieri e calcoli. Ogni singolo oggetto, ogni cassetto, seguiva un ordine geometrico immutabile, unico rifugio contro il disordine del mondo esterno. Con un movimento lento sollevò una scatola di vetro dallo scaffale, e la luce tremolante vi si rifletté, proiettando sul suo volto un'immagine sfumata, fragile come cristallo. All'interno della teca, immerso in un liquido chiaro, galleggiava un piccolo oggetto: silenzioso e fermo, custodiva un ricordo che Trevor nascondeva nel profondo, un segreto da proteggere fino all'ultimo istante di vita. Il telefono sul tavolo vibrò piano, interrotto appena dal sussurro di quella microfonica ovattata. Trevor posò con cura la teca, si tolse i guanti con un gesto misurato e sfiorò lo schermo con dita leggere. Dall'altra parte una voce parlava di appuntamenti, opportunità, di un mondo da cui lui sembrava sempre più lontano, una realtà fatta di rumori vuoti come vento che si infrangeva sulle spesse pareti del suo isolamento. Nel laboratorio, il mondo restava fuori, filtrato solo da odori pungenti e ombre immobili. Trevor attendeva il prossimo segno, pronto a scrutare ancora una volta ciò che si nascondeva oltre la superficie apparentemente immobile della realtà. Capitolo 2: Il ritmo delle ossessioni La notte avvolgeva la città con un manto spesso e umido, frantumando le luci in riflessi sparsi su strade bagnate e selciati consumati. Lucy camminava con passo deciso, assorbendo ogni dettaglio attorno a sé: il sentore acre dell'asfalto bagnato, il richiamo smorzato di foglie marce sotto i suoi passi, l'ombra furtiva di una figura che si celava dietro una tenda illuminata a intermittenza. In quell'oscurità avvolgente, la vita sembrava trattenere il respiro, sospesa in un attimo eterno. Si muoveva come un'ombra, quasi invisibile, mimetizzando la sua presenza in un mondo che chiedeva segretezza e silenzio. Indossava un giubbotto scuro, consumato ai bordi, la trama impregnava l'odore di pioggia e tensione repressa. Sotto il giubbotto, una camicia stropicciata e jeans logori accompagnava il ritmo incessante dei suoi passi. I capelli scuri erano raccolti in una coda alta, lasciando libera la nuca dove il freddo si insinuava senza pietà. Sul polso sinistro portava il tatuaggio sottile di una linea serpentina, segno indelebile di un passato che non si riusciva a dimenticare. Il portamento di Lucy era quello di chi si concede poca grazia: statura media, silhouette asciutta, movimenti rapidi ma decisi, accompagnati da una rigidità nello sguardo che ne tradiva lo stato d'animo. I grandi occhi limpidi scrutavano ogni angolo, sempre alla ricerca di minacce invisibili, di verità nascoste sotto la superficie delle cose. Nel suo volto si leggeva la tensione di chi ha visto e sopportato troppo, ma anche la fragile, silente speranza che qualcosa possa ancora essere salvato. Dentro di lei il lavoro si insinuava come acqua piovana nelle crepe della città, permeando ogni pensiero, ogni respiro. L'odore della carta umida, del toner, le dava una strana sensazione di conforto; perdersi negli indizi, ricostruire storie a partire da un dettaglio apparentemente insignificante, una crepa sul pavimento, una traccia dimenticata su una tazza. La razionalità era il suo rifugio, ma anche la sua condanna: più cercava di mantenersi distaccata, più i volti dei morti emergevano nei suoi sogni, confondendosi con la realtà. L'ufficio era una caverna di carta e polvere, con fascicoli sparsi come macerie di un mondo che tentava disperatamente di rimanere in piedi. Una tazza scheggiata di caffè, ormai tiepido, e una matita spezzata due volte completavano il quadro di un ambiente segnato dalla fatica e dall'attesa. Sopra di lei, il neon vibrava leggermente, diffondendo una luce blu tremolante sulle pareti spoglie. Lucy si sedeva sempre nello stesso punto, appena fuori dalla porta, dove il silenzio era più spesso e lei poteva osservare il mondo senza lasciarsi vedere. Da bambina aveva imparato a contare i secondi tra un tuono e l 'altro, a leggere nelle pause la vera minaccia nascosta nel silenzio. Ora faceva lo stesso con il vuoto tra un messaggio e l'altro del killer, sapendo che spesso la verità si cela proprio nell'attesa sospesa, nel silenzio carico di promesse inesaudite. La voce di suo padre si faceva ancora sentire dentro di lei, ruvida e gentile all'orecchio, spingendola a non cedere alla stanchezza. Era quella voce che la riportava sempre sulla scena, a cercare conferme in un mondo che sembrava ogni giorno più oscuro. A Lucy non importava più essere dalla parte giusta. Ciò che contava era inseguire, fino all'ossessione, quel senso di disordine che il male lasciava dietro di sé, quel respiro affannato tra le pieghe di una città che nascondeva troppe verità. Sentiva il caso pulsare dentro di sé, percepiva il battito irregolare del rischio, il sapore metallico della paura intrecciato con l'inquietante fragilità della verità. Ma quella notte, dietro la foschia che avvolgeva la città, qualcosa nel suo stesso riflesso appariva diverso. Lucy avrebbe presto imparato a temere il buio che si portava dentro. Capitolo 3: Tracce invisibili L'alba filtrava a fatica tra le tende impolverate delle finestre, diluendo la notte in un grigio incerto e specchio di una città ancora intorpidita dal sonno. Le strade erano vuote, i lampioni accesi più per distrazione che per necessità, gettavano fasci di luce fioca su marciapiedi bagnati e angoli nascosti. Trevor camminava senza fretta, le mani chiuse nelle profonde tasche del cappotto scuro, il passo calmo ma deciso, quasi un rituale che seguiva ogni mattina. Le sue scarpe, consumate e silenziose, annunciavano a stento il percorso abituale tra vicoli pieni di odori vivi: la cenere dei camini spenti, il metallo ammaccato di un'officina che si preparava al lavoro, il profumo appena tiepido del pane caldo nei forni già attivi. Aveva dormito poco, il sonno rubato dal peso di un piccolo oggetto stretto tra le dita, fasciato da un tessuto spesso. Un bottone, staccato con cura da un cardigan appartenuto a una giovane vittima. Un frammento mutevole e anonimo, ma per lui un sigillo di identità, una firma indelebile. Attraversò un cortile interno, dove l'odore acre dell'umidità si mescolava al sentore indefinibile della ruggine. Un gatto grigio balzò leggero su un muretto, le pupille strette in fessure sottili, come fenditure in un giorno incerto e piovoso. Trevor proseguì, indifferente, i suoi pensieri vagavano tra ogni gesto e dettaglio, fissando nella mente l'architettura precisa del messaggio che stava costruendo, un mosaico di indizi nascosti e inganni. Altrove, l'alba trovava Lucy sulla soglia della sala riunioni della centrale, ancora vestita degli abiti scuri della notte, la coda alta a tradire la fretta che la spingeva avanti. Di fronte a sé, un pannello proiettava immagini sgranate di una scena raccolta nel crepuscolo: superfici bagnate, luci dei fari che scivolavano su dettagli sfuggiti a occhi meno attenti. Lucy era quella che vedeva ciò che gli altri non notavano: la differenza sottile e inquietante. Si avvicinò al tavolo, le dita sfiorarono la superficie graffiata, mentre nell'aria si mescolavano odori di cera per pavimenti, caffè bruciato e carta. Rileggendo i rapporti, individuò una nota particolare: un piccolo bottone grigio, troppo pulito per essere casuale, nascosto tra i detriti della scena, lasciato come una firma appena percettibile. Un brivido le attraversò la schiena. Non era un errore, ma un gesto deliberato, un messaggio ben studiato. Un collega tentò di minimizzare, con tono calmo e rassegnato: “Forse solo una distrazione...” Ma Lucy non rispose. Sapeva che la verità si muoveva silenziosa, nelle pieghe dei dettagli strazianti e stranianti. Uscì dalla stanza con la cartelletta stretta al petto, il corridoio odorava di detergenti e incertezze. Scese le scale a due a due, come se dovesse rincorrere un'ombra invisibile, un pericolo liquido che si era adagiato tra le pieghe di un nuovo giorno appena iniziato. Nel parcheggio umido, si concesse un attimo di respiro, inspirò a fondo il profumo acre dell'alba, sentendo il cuore accelerare al ritmo dell'attesa e della paura di scoprire più di quanto fosse pronto a sopportare. Nel frattempo, Trevor aveva già lasciato la sua traccia, nascosta in una rientranza sotto un ponte, un luogo scelto con cura, dove solo uno sguardo realmente curioso avrebbe potuto scovare il suo enigma. Si allontanò rapidamente, lasciandosi dietro un'eco impercettibile del suo passaggio, consapevole che qualcuno avrebbe colto l'invito. Era solo questione di tempo. Il sole, ancora incerto, lottava per farsi strada attraverso la nebbia che avvolgeva la città in un abbraccio fragile. In quella luce incerta, due mondi si sfioravano, senza ancora incontrarsi davvero. La partita era appena cominciata, ed entrambi inconsapevoli, inquieti inseguivano le proprie ossessioni. |
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