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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il Respiro Profondo del Mare
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La Luna, nella sua lucentezza limpida, espandeva un chiarore tenue e si imponeva sul manto scuro della notte, imprigionando il buio nel suo segreto di ancella divina. Contornata dalla danza arcana di piccole stelle, era sospesa in un alone misterico che sembrava raccogliere in sé ogni energia cosmica, per attraversare il tempo, immutata nella sua bellezza atavica. In uno spazio tutto suo, rivendicato ogni notte, all'arroganza maschile del sole, si manifestava in tutta la sua eterea delicatezza, sublimando la propria femminilità in una eterna ciclicità, senza principio né fine. I suoi raggi sottili, come immaginari lamenti argentei, si irradiavano verso il basso e si infrangevano sulla superficie addormentata del mare in infinite gemme rilucenti che dondolavano mollemente sulle lievi increspature. Il loro bagliore tremolante vibrava intenso e pulsava, all'unisono, con il suo respiro. Diviana, seduta sulla riva, affondò le mani nella sabbia fredda. Strinse tra le dita l'intimità della terra e cercò un contatto che la facesse sentire, ancora una volta, parte di qualcosa di molto più grande della sua stessa finitezza. Per dei lunghi minuti, scompigliò dolcemente i granelli sottili, in modo da penetrare la loro essenza più profonda, poi tirò fuori una mano e, d'istinto, la alzò verso il ciondolo di ottone che portava appeso al collo. Lo strinse con decisione, percependo dentro di sé tutta la sua energia. Respirò a fondo, alzò gli occhi e, calamitata dalla pienezza della luna, la fissò con i suoi grandi occhi verdi, perdendosi nei suoi meandri più reconditi. Con il volto proteso, tese il suo animo in uno spasmo di piacere e si lasciò pervadere. Appagata, socchiuse gli occhi e rallentò il respiro. Sotto l'influsso vivificatore della Luna di maggio, la natura era pronta per il suo risveglio, pensò, accennando un sorriso, e, con essa, anche lei, si disse, distendendo i lineamenti del viso. Sospirò e, rincuorata da un nuovo inizio, si alzò con decisione, respirò il profumo acre del mare e si tolse, lentamente, il lungo vestito blu che, nella sua leggerezza, le accarezzava delicatamente le linee del corpo. Lo lasciò scivolare a terra e si mosse verso la schiuma bianca che spumeggiava, soffice, sulla sabbia compatta. Toccò l'acqua fredda con i piedi nudi e dei brividi la attraversarono. Sentiva solo un bisogno impellente di entrare in comunione con la vastità liquida. Avanzò lentamente e si immerse, lasciandosi avvolgere dalla massa d'acqua. Si fuse in essa e, per un attimo, ebbe la sensazione di aver perso la materialità delle sue membra e di essersi sciolta, in un abbraccio eterno, nell'infinitezza delle minuscole gocce di mare. Affondò la testa e i suoi lunghi capelli neri fluttuarono leggeri, come fili di seta, tra le onde gorgoglianti, e lei chiuse gli occhi, per udire il loro mormorio sommesso. Pregna del sospiro dell'immensità, galleggiò, per dei lunghi minuti, lasciandosi cullare dalla corrente, senza volontà, senza alcun desiderio di riemergere. All'improvviso, il rumore sordo di un tuono, la scosse e la costrinse ad aprire gli occhi. Scrutò il cielo impensierita e, notando dei nuvoloni neri che incombevano minacciosi all'orizzonte, sospirò contrariata e, a malincuore, nuotò verso la riva. Si sollevò di scatto e riaffiorò nella sua nudità di dea lunare di un tempo remoto. Il suo corpo longilineo, illuminato dalla chiarità cristallina della luna, apparve in tutta la sua fisicità e sembrò emanare riflessi di luce. Con un incedere lento e sinuoso, da ninfa acquatica, affondò i piedi sul fondale e, come chi compie un cammino rituale, avanzò solenne. Un altro tuono la scosse, alzò gli occhi e puntò di nuovo le nubi che correvano veloci nell'oscurità. Come corpi informi, si ingrossavano e si fondevano in un unico ammasso che sembrava soffocare il cielo con la sua pesantezza. Un tremito improvviso la fece fremere e si dilatò nel suo animo in un turbamento. Quei nuvoloni neri, carichi di pioggia, erano forieri di cattive notizie. Una folata di vento le scompigliò i capelli. Afferrata da un timore inconsapevole, si rivestì in fretta e corse via.
Un cielo nero e profondo, come un'immensa voragine, sovrastava minaccioso e sembrava inabissarsi sulla vita, per dissolverla nella sua vuota oscurità. Forti raffiche di vento percuotevano, con rabbia selvaggia, gli arbusti che circondavano il piccolo cortile e strappavano, brutali, foglie tremanti. Dopo essere state lanciate in aria, in un vortice confuso e spietato, venivano scaraventate, ferocemente, sui mattoni di pietra grezza. Come anime senza speranza di salvezza, si lasciavano trasportare, esanimi, dalla furia carontesca di una pioggia incessante che alimentava un impetuoso fiume di fango. L'urlo furente della tempesta si fondeva con il fragore, roco e sordo, di lampi improvvisi. Si materializzavano da profondità recondite e, con il loro bagliore accecante, squarciavano la fitta trama delle tenebre da cui, per un attimo, sembravano riemergere bianche e sinistre forme di irreali simulacri. Unico appiglio di vita, una luce fioca di una lampada opaca, che si intravedeva, a stento, da una finestra semiaperta della vecchia casa padronale. Si accendeva e si spegneva, come un singhiozzo attonito, e pendeva, stancamente, da uno sgangherato lampadario di rame. Febbrilmente attaccata all'unico braccio integro, tentava, in un ultimo disperato sforzo, di resistere all'inesorabile consunzione del tempo. Il suo chiarore velato si espandeva nella piccola stanza e si depositava sui mobili, segnati dagli anni, in un velo giallognolo che evidenziava il logorio del legno ammuffito e impregnato, fin nelle sue parti più nascoste, di un odore stantio e rancido di vite passate e sfiorite. Una donna, avvolta in un lungo scialle nero di lana sfilacciata dall'usura, era in piedi tra il piccolo tavolo traballante e un vecchio lavatoio scheggiato, al cui interno larghe chiazze grigiastre predominavano, con arroganza, sui sparuti pezzetti dell'originaria porcellana bianca. Un boato, molto più forte dei precedenti, risuonò nell'aria e la percosse con ferocia. Penetrò nella stanza e strisciò sulle pareti. Come un tremito minaccioso, si insinuò tra i mobili, facendoli fremere. Disorientata, la donna sobbalzò, si voltò di scatto, osservò le persiane, scrostate dal sole intenso delle estati isolane, e strizzò gli occhi neri e profondi, come buchi senza fondo. Percependo una presenza, scrutò con ossessività il buio ostinato, che premeva sui vetri rigati dalla pioggia battente. Dopo qualche minuto di attesa, si convinse dell'assurdità dei suoi timori. A quell'ora di notte e, per di più, con quel violento temporale, a nessuno dei suoi clienti sarebbe venuto in mente di uscire e di attraversare la strada di campagna che portava a casa sua. Rassicurata dalle sue stesse considerazioni, si girò e fissò le boccette di vetro che stavano poggiate alla rinfusa sul piano di legno scolorito. Con la stessa deferenza di chi è stato investito di un ruolo di estrema importanza, riprese, con delicatezza, la boccetta che aveva in mano poco prima, la strinse tra le dita, come se avesse paura di romperla, e la sollevò in alto. La osservò per qualche attimo con attenzione, poi la abbassò, molto lentamente, e la riempì con il liquido verde contenuto in una vecchia pentola di ferro. Non appena raggiunse il bordo, la alzò di nuovo e, attraverso il vetro opaco, osservò, per dei lunghi minuti, le striature più scure che si contorcevano come infidi rettili di un mondo arcano. Socchiuse gli occhi, li penetrò e, quando li sentì dentro di lei, nella loro misteriosa danza, scosse i capelli annodati in una grossa treccia, sbiadita dall'inclemenza dell'età. Storse la bocca in un ghigno perverso, avvolse la boccetta con tutte e due le mani, come per stabilire un contatto più intimo, e risucchiò tutta l'energia che percepiva muoversi all'interno. Abbassò le palpebre, molli e cadenti, riempendosi di un piacere sottile che fluì veloce nelle sue vene, penetrando in ogni angolo del corpo. Nel momento in cui raggiunse l'apice, non riuscendo a contenerlo, spalancò gli occhi di colpo e il suo respiro si spezzò, come se non avesse più aria. Barcollò per qualche secondo. Poggiò le mani, ossute e raggrinzite da anni di pesante lavoro manuale, sul piano per sostenersi e si lasciò andare in un sospiro rigenerante. Allargò la bocca per sorridere ma, la sua indole, raggelata da una vita gretta e meschina, come una rete invisibile, sembrò avvilupparle le labbra, impedendole di muoverle. Il suo viso rugoso si contorse in una maschera beffarda, una macchietta da operetta, condannata a una perenne espressione di durezza. Dopo dei lunghi minuti di immobilità, si riscosse, risvegliata dalla consapevolezza di dover portare a termine il suo compito. Presto, sarebbero arrivati i suoi clienti e ognuno di loro avrebbe ricevuto ciò che aveva chiesto. Un altro tuono rimbombò cupo e sembrò stritolare ogni altro suono con il suo fragore e, di nuovo, le persiane sbatterono, con violenza, contro i vetri. La donna sobbalzò e l'ultima boccetta le cadde dalle mani, frantumandosi sul pavimento. Il liquido fuoriuscì veloce e si incuneò nelle fessurazioni dei vecchi mattoni in cotto. Si allargò in sottili venature che serpeggiarono come animate di vita propria e, con il loro verde vivido, sembrarono far pulsare il colore smorto del pavimento. Seguendo un loro imperscrutabile fine, si intrecciarono in una trama ingarbugliata. La donna seguì il loro movimento e, per qualche istante, fissò immobile i contorti intrecci. A un tratto, sussultò e, istintivamente, fece un passo indietro. Alzò entrambe le mani e le agitò per aria e su se stessa, come se volesse strapparsi di dosso i vestiti, intrappolata in quegli insidiosi li verdi. Spalancò la bocca per imprecare, ma non riuscì ad articolare alcun suono. Un'inquietudine profonda l'aveva inondata e si era tramutata in un inatteso presagio di sventura. Assorbita dalle sue stesse sensazioni, non si accorse che la porta d'ingresso si spalancò dietro di lei. Una raffica di vento penetrò irruente e trasportò, con sé, la rabbia feroce di una figura completamente vestita di nero.
Diviana dormì un sonno agitato, tormentata da un vortice di immagini. Come fash improvvisi, si materializzavano dalle profondità della sua mente da cui emergevano, a tratti, il volto contorto della donna, che abitava nella casa isolata in campagna, e il suo, immersi in una gigantesca pozza di acqua torbida. Alle prime luci dell'alba, si svegliò di soprassalto. Stordita dalla notte inquieta, indugiò tra le lenzuola. Sentendosi senza forze, d'istinto, si concentrò sulle fusa di Febe, la gatta che dormiva nel letto con lei e che le stava accanto sin da quando era una ragazzina. Immerse ogni suo pensiero nel pacato brontolio e si lasciò avvolgere dalle vibrazioni positive. “Cucciola adesso devo proprio alzarmi” mormorò, accarezzandole il lungo e soffice pelo bianco. Le sorrise grata per il suo amore incondizionato e si alzò con decisione. Si coprì con una vestaglia di seta, si avvicinò alla finestra e la spalancò. Aveva bisogno di respirare. Il turbinio, che l'aveva assalita la notte prima come una bestia famelica, l'aveva divorata e adesso il suo animo giaceva svuotato. Scosse i lunghi capelli che, ondeggiando sulle spalle, brillarono nella loro lucentezza nera avvolti dalla luce dei timidi raggi. Respirò a fondo l'odore della natura bagnata e si sporse per scrutare il cielo, dopo la tempesta della notte. Un sole schivo sporgeva, furtivo, dagli sbuffi di nuvole bianche, quasi avesse paura di illuminare lo scempio provocato dalla pioggia. Diviana si allungò in avanti per farsi inondare dalla chiarità mattutina che illuminò il suo viso, rendendolo diafano. Emise un altro profondo respiro e ascoltò il nascente cinguettio, immaginando uccellini che, nascosti tra gli alberi, stendevano le loro piume bagnate al calore e diffondevano il proprio canto nell'aria trasparente, speranzosi di catturare il tepore di una primavera che stentava ad affermarsi. Rasserenata, si lasciò andare in un sorriso ma, non appena abbassò gli occhi sul piccolo giardino che circondava la sua villetta, fu assalita dallo sconforto. Foglie sparse alla rinfusa a terra e rami spezzati vibravano al brillio dei raggi tiepidi, come se non avessero mai smesso di tremare. Li osservò con insistenza e il loro aspetto, di vite strappate con ferocia, fece riaffiorare di nuovo la sua inquietudine e, immediatamente, si materializzò il volto della donna del suo incubo. Sussultò e ritornò al giorno precedente, al momento in cui l'aveva incrociata in una stradina del paese. La sua figura era immersa in una foschia grigia e densa che sembrava avvolgerla come in un bozzolo spesso, da cui non sarebbe più potuta uscire. Un battito più forte la trafisse. La vita di quella donna era stata travolta brutalmente, così come le nuvole nere di quella notte avevano sconvolto la natura. D'istinto, afferrò il ciondolo di ottone e lo strinse con rabbia. Esso rappresentava ciò che lei era. Respirò forte e contrasse i muscoli del viso, come per contenere il subbuglio interiore che non smetteva mai di angosciarla. Nessuno avrebbe potuto salvarla dalla sua condanna: vedere al di là della materialità degli esseri umani, percepire i loro stati d'animo e sentire le energie negative che li circondavano. Sin da bambina, la sua diversità l'aveva allontanata dalle sue coetanee, lei non avrebbe mai fatto parte delle loro esistenze. Ogni giorno di più si era rintanata nel suo silenzio, rifiutandosi di accettarlo, provando dolore misto a disgusto per se stessa. Era una creatura mostruosa, celata dietro anonime sembianze umane. Non degna di vivere. Se fosse rimasta nella penombra, nessuno si sarebbe accorto di lei. Non appena era cresciuta, era scappata lontano dal piccolo paese in cui era nata, credendo che, trasferendosi, si sarebbe lasciata tutto alle spalle, ma presto si era resa conto che, ovunque sarebbe andata, non avrebbe potuto fuggire da se stessa e dal suo destino. Sua nonna le aveva detto che il suo era un dono da custodire, così come avevano sempre fatto le donne della loro famiglia. Ma lei non era mai riuscita a considerarlo tale, piuttosto una maledizione. La maledizione di percepire le profondità nascoste delle vite degli altri. Con il passare degli anni, una nuova consapevolezza l'aveva attraversata e, come una luce inaspettata, era penetrata tra le ombre che la circondavano, e lei ci si era aggrappata nella speranza di poter ricominciare a vivere. Anche se non poteva cambiare ciò che era, poteva, però, usare questa sua particolare sensibilità per sostenere le donne che, come lei, si sentivano sbagliate e inutili, le donne vessate da uomini prevaricatori e violenti. Percependo le loro sofferenze, al di là delle loro parole, avrebbe potuto lenire le loro umiliazioni e, forse, sarebbe riuscita a salvarle. La natura l'aveva voluta a quel modo. Era destinata a sentire, dentro di lei, le vite imperfette delle sue pazienti per lottare insieme a loro e per restituirle alla loro dignità di donne. Ogni volta che accadeva, un barlume di quella dignità riconquistata si insinuava nel suo animo e lo nutriva, rinfrancandolo, come se lei traesse da ognuna di esse la forza necessaria per sopravvivere e per andare avanti. Si era laureata in Psicologia e, dopo i primi anni trascorsi in città, era ritornata nel suo paesino di mare, nella casa dove erano vissute sua madre e sua nonna, e aveva trasformato il salottino in un grande studio, dove poter incontrare il destino di tutte le donne che avevano bisogno del suo aiuto. |
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