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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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I Tre Nodi
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Anno del Signore 934.
L'Atlantico sferzava le scogliere dell'isola di Cill Rúnach con venti carichi di sale e pioggia sottile. Le onde si frangevano contro le rocce nere, mentre il monastero di San Colmán, antico di due secoli, si ergeva come un cuore di pietra e legno sul promontorio più alto. La luce pallida del mattino filtrava attraverso le finestre a feritoia, disegnando scie di polvere sospesa nell'aria umida. Le mura, spesse e scure, conservavano il freddo del mare e il silenzio dei secoli. Ogni passo risuonava, eco di voci perdute e canti dimenticati. Il monastero era piccolo, ma perfettamente organizzato: la navata centrale con pavimento in pietra irregolare, dove le campane scandivano le ore dei vespri, il chiostro interno, dove i monaci camminavano lentamente, recitando preghiere e meditando, il scriptorium, polveroso e illuminato a malapena da candele e lucerne ad olio, custodiva manoscritti rari e libri di preghiera antichi, alcuni risalenti all'epoca di Colmán stesso. Un senso di isolamento permeava tutto: l'isola era raggiungibile solo con piccole imbarcazioni e non tutti i giorni il mare era abbastanza calmo da permetterlo, così, Cill Rúnach viveva sospesa tra il mondo umano e un silenzio quasi sacro, dove ogni gesto e parola erano sorvegliati dalle regole millenarie del monastero. Fionán aveva ventitré anni, i capelli castano scuro gli cadevano sulla fronte, mentre le mani, abituate a piegare pergamene e a maneggiare calami, erano forti ma delicate. Aveva trascorso gran parte della sua vita nell'abbazia: orfano a dieci anni, accolto dai monaci, aveva imparato a leggere, scrivere, recitare i salmi e interpretare i simboli sacri. Era un giovane metodico, devoto, ossessionato dall'ordine delle cose. La disciplina quotidiana, i vespri, le mattutine, la meditazione, il lavoro manuale, lo rassicuravano, ma c'era in lui una curiosità insaziabile per gli angoli nascosti del monastero, per i libri dimenticati, per ciò che non era documentato nei testi ufficiali. Fionán amava i silenzi del chiostro e il rumore del vento contro le pietre, ogni mattina percorreva lo stesso percorso, dalla sua cella al refettorio, fino allo scriptorium. Ma più cresceva, più si accorgeva di dettagli che gli altri trascuravano: segni sulle colonne, incisioni nelle travi, corridoi che terminavano in muri apparentemente solidi, ma con piccole aperture invisibili se non cercate con attenzione. Una sera, mentre recuperava pergamene per completare il suo lavoro nello scriptorium, Fionán udì un fruscio insolito: passi leggeri che provenivano dal sottolivello della cripta. Spinto da curiosità, si avvicinò al corridoio stretto che conduceva alle sale inferiori, senza fare rumore. Dietro ad una nicchia, ben nascosta al primo sguardo scorse una porta di legno scuro, con incisioni di nodi intrecciati che sembravano pulsare nella luce tremolante delle candele. Non aveva mai visto quella porta prima d'ora, e avvicinandosi di più scoprì che era aperta, così spinto dalla sua insaziabile curiosità, avanzò lungo il corridoio stretto di pietra. Il cuore iniziò a battere così forte da sembrare un tamburo nella sua cassa toracica, l'aria si fece più satura di umidità e un odore indefinibile aleggiò diventando sempre più pungente, tra incenso antico e terra umida. Tutto d'un tratto si sentì piccolo, fragile, come se la pietra stessa lo stesse scrutando, giudicando la sua curiosità. Ogni fibra del suo corpo iniziò ad essere tesa, le mani sudarono, eppure continuò a stringere il mantello come se fosse percorso da strani brividi. Un'altra porta socchiusa davanti a lui sembrò respirare, aprendo un varco verso un mondo che non avrebbe mai dovuto vedere. Una parte di lui avrebbe voluto voltarsi e scappare, tornare alla sicurezza dello scriptorium, ma l'altra parte, quella più profonda e inquieta, lo spinse a osservare. Quando scorse le figure inginocchiate nella Stanza dei Tre Nodi, Fionán sentì un brivido percorrergli la schiena. Non era paura per sé stesso, né vergogna: era terrore della conoscenza, di ciò che non avrebbe potuto comprendere né spiegare. Il suo intelletto razionale cercò di decifrare la scena, ma il cuore e l'intuito percepirono qualcosa di più antico, potente, quasi sacro. I tre nodi incisi nel pavimento parvero vibrare nella luce tremolante delle candele. Ogni gesto dei monaci, ogni movimento delle corde, era calibrato, preciso, ma carico di energia. Fionán iniziò a percepire uno strano equilibrio tra dominanza e sottomissione, tra controllo e resa, che gli fece girare la testa. Non riuscì, però, a distinguere la linea tra rituale sacro e dominio fisico: l'atmosfera era così intensa da far vibrare l'aria stessa, come se la stanza respirasse insieme a loro. Il suo respiro si fece affannoso, ogni fibra del suo essere si allertò: il silenzio era più assordante di qualsiasi rumore, i suoi sospiri cominciarono a seguire il ritmo di una marcia antica che percorreva la stanza. Fionán provò contemporaneamente ammirazione e paura, desiderio e repulsione: la scena lo stordì e lo rese partecipe, come testimone di un potere che trascendeva la sua comprensione. La mente di Fionán oscillò tra il bisogno di fuggire e la necessità di capire. Le parole di preghiera e i simboli antichi si mescolarono nella sua testa aggiungendosi ad emozioni confuse: la disciplina dei monaci era un'arte che piegava mente e corpo, un linguaggio segreto che solo i partecipanti conoscevano. Lui non era ancora pronto, eppure non riuscì a staccare lo sguardo. Ogni nodo, ogni corda intrecciata, si trasformò in un enigma che cominciò a sfidarlo, promettendo rivelazioni e pericoli allo stesso tempo. Quando la scena si concluse e i monaci lasciarono la stanza, Fionán rimase solo, nascosto nell'ombra, ma tremante. Il silenzio ora era diverso: pesante, denso, come se la stanza trattenesse un respiro antico. Ogni battito del suo cuore sembrò un segnale, perché aveva visto qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la sua percezione del mondo, del potere, e del desiderio. Con mani ancora tremanti, ripercorse il corridoio e uscì, poi cercò una pergamena e un calamaio, dato che le parole che stava per scrivere non sarebbero state solo un avvertimento, ma un tentativo disperato di ordinare la confusione della sua mente, di dare un senso a ciò che aveva appena visto, di proteggere sé stesso e il futuro da una verità troppo grande per essere ignorata. Si rifugiò nello scriptorium, chiudendo lentamente la porta alle sue spalle. Le mani s'impossessarono di un tremore così forte che temette di rovesciare l'inchiostro. Il fiato gli si fece corto, e ogni battito del cuore sembrò martellare contro le ossa. Era solo, ma il silenzio diventò tutt'altro che rassicurante: ogni ombra sulle pareti, ogni raggio di luce filtrante dalle finestre a feritoia, gli parlò ancora della Stanza dei Tre Nodi, dei gesti lenti, dei simboli pulsanti. Si sedette al tavolo di legno grezzo, il calamaio accanto, il pennino pronto, e chiuse gli occhi per un istante. Doveva mettere ordine nel caos che gli bruciava dentro, doveva trasferire su pergamena ciò che aveva visto. Ma come tradurre l'indicibile? Come descrivere l'energia, il potere, la tensione che aveva colto senza comprenderla davvero? Respirò a fondo e cominciò a scrivere. Ogni parola fu scelta con cura, ma le frasi tremarono di paura e urgenza, perché sentì la responsabilità gravargli sulle spalle: se qualcuno avesse scoperto la Stanza prima che il mondo fosse pronto, o se la lettera fosse caduta nelle mani sbagliate, le conseguenze sarebbero state irreparabili. "A Colmán..." cominciò, e già il nome del santo antico gli dava la sensazione di parlare con un testimone invisibile, le parole iniziarono a scorrere, oscillando tra descrizione, avvertimento e confessione: il terrore che provò nel vedere il rituale, la meraviglia e l'ammirazione per l'arte dei gesti dei monaci, la consapevolezza di aver assistito a qualcosa che trascendeva il tempo e la comprensione umana. Il braccio divenne pesante, la mano si fiaccò, ma Fionán continuò a scrivere, come se fermarsi significasse tradire la verità e sé stesso. Le lettere si formarono tremolanti sul foglio, eppure perfette nella loro intenzione: un avvertimento per chi sarebbe arrivato secoli dopo, un messaggio custodito nel tempo.
"A Colmán, Tá rud éirithe faoin talamh seo nach de thaispeántas Dé é. Chonaic mé an seomra trí snaidhm, agus an gníomh a rinneadh ann. Ní thuigim a nádúr, ach mothaím cumhacht dorcha ag corraí. Má léann tú é seo, bíodh a fhios agat: tá an áit seo beo. Ní mór an geata a dhiúnadh arís. Ar eagla Dé, déan tapaidh. — F."
Quando finì, arrotolò la pergamena con delicatezza, come se contenesse un cuore pulsante, la sigillò con un filo cerato, fissandolo con un nodo, e si sentì per un momento come se stesse racchiudendo una scintilla di vita, fragile e potente allo stesso tempo. Fionán si alzò, il corpo ancora scosso dall'adrenalina e dalla paura, e aprì uno scaffale antico. Lì, tra libri polverosi e tomi dimenticati, scelse il più robusto e voluminoso: un sermone rilegato in pelle, ingiallito dal tempo. Con mani tremanti, inserì la pergamena nel dorso, tra la rilegatura e le pagine antiche, come se il libro stesso fosse un cofano segreto. Ogni fibra del suo essere gli disse che stava facendo la cosa giusta: il monastero, l'isola, i segreti... tutto doveva essere nascosto. Avrebbe potuto correre via, dimenticare la scena, ignorare il pericolo, ma non lo fece. La paura, la responsabilità, l'urgenza lo avevano guidato: il segreto doveva sopravvivere al tempo, nascosto tra le pagine che nessuno avrebbe sfogliato per secoli. Fionán tirò un respiro lungo, il corpo ancora teso, gli occhi fissi sul tomo chiuso, e per un attimo, la Stanza dei Tre Nodi sembrò respirare ancora nella sua mente; eppure, il giovane monaco comprese che nulla sarebbe stato più come prima: il peso della conoscenza, il senso di responsabilità, il mistero antico lo avrebbero accompagnato per tutta la vita. Silenziosamente, si alzò e uscì dallo scriptorium, chiudendo la porta alle spalle. L'eco dei suoi passi si perse tra le navate, e il vento dell'Atlantico continuò a sferzare le mura dell'isola, portando con sé segreti che attendevano solo il momento di tornare alla luce Se quelle parole fossero state interpretate male, avrebbero potuto condannare la pratica, eppure fu consapevole di aver assistito a qualcosa che nessuno avrebbe mai dovuto vedere... e che, forse, il mondo moderno sarebbe stato pronto a scoprire solo secoli dopo.
Anno 2025
Il monastero di San Colmán non era mai stato silenzioso come in quel momento. Non più il silenzio vivo del X secolo, carico di preghiere e passi trattenuti, ma un silenzio artificiale, quasi innaturale, quello dei luoghi restaurati e svuotati della loro funzione originaria. Le mura erano state ripulite, consolidate, illuminate. L'odore di umidità antica era stato sostituito da quello neutro dei materiali moderni, dei detergenti industriali, della pietra “salvata” dal tempo, eppure, sotto quella patina di ordine, il monastero continuava a respirare in completa solitudine. Infatti, il Museo di San Colmán, riaperto al pubblico da appena sei mesi per merito del Centro Nazionale per la Tutela dei Siti Storici Insulari, non era mai realmente decollato. Mostre temporanee, visite guidate, percorsi didattici: tutto era stato progettato con cura per rendere il complesso sicuro, comprensibile, leggibile a un pubblico ampio. Ogni intervento mirava a restituire al monastero una funzione ordinata, rassicurante, priva di ambiguità. Eppure, nonostante l'investimento e l'attenzione istituzionale, i visitatori arrivavano a ondate irregolari, insufficienti a giustificare i costi ingenti della ristrutturazione. Rientrare dalle spese sarebbe stato arduo, se non impossibile, senza un elemento capace di distinguere San Colmán da qualsiasi altro sito monastico restaurato. Alastair Rowe, il direttore del museo, lo sapeva bene. Dietro la facciata di rigore amministrativo e prudenza conservativa, aveva compreso che il monastero aveva bisogno di qualcosa di più di una narrazione storica lineare. Serviva una scoperta, un enigma, una storia capace di accendere l'immaginazione e attirare studiosi, appassionati, visitatori disposti a spingersi fino all'isola di Cill Rúnach. Era un uomo sulla cinquantina, preciso nei gesti, con l'abitudine di osservare i luoghi come se potessero rispondergli. Non credeva al soprannaturale, né ai miti celtici che tanto affascinavano i visitatori, ma credeva nell'esperienza. E l'esperienza gli diceva che qualcosa, in quel monastero, non era mai stato davvero scoperto. La biblioteca del monastero di San Colmán era stata l'ultima sala ad essere restaurata, non per mancanza di fondi o di interesse, ma per rispetto. I tecnici avevano lavorato lentamente, sotto la supervisione di restauratori specializzati, archeologi del libro e archivisti. Ogni mensola, ogni nicchia scavata nella pietra, ogni volume era stato catalogato, fotografato, valutato. Alcuni tomi erano stati salvati, altri dichiarati irrecuperabili: troppo umidi, troppo fragili, troppo compromessi dal tempo. L'apertura al pubblico era prevista per il fine settimana successivo, così Alastair Rowe, incaricato della gestione del complesso, decise di fare un ultimo controllo personale. Non era solo una formalità: Rowe era convinto che certi luoghi non potessero essere capiti fino in fondo solo attraverso relazioni tecniche, occorrevano anche controlli meticolosi. Entrò nella biblioteca nel primo pomeriggio, accompagnato dall'odore inconfondibile di legno antico e pietra fredda. Le luci erano soffuse, studiate per non danneggiare ciò che restava delle pergamene più antiche, l'ambiente era ordinato, quasi austero, eppure conservava un'importanza che non dipendeva solo dall'architettura. Al centro della sala, contro il muro nord, c'era una cassa di legno massiccio, lunga poco più di un metro, rinforzata da fasce metalliche. Era stata sigillata con un cartellino provvisorio: Materiale librario non recuperabile – smaltimento programmato. Rowe si fermò davanti alla cassa più a lungo del necessario. Non era superstizione, ma una forma di resistenza morale, perché gettare libri antichi, anche quando fossero ridotti a oggetti inutilizzabili, gli era sempre sembrato un atto di arroganza. Chiamò uno degli addetti al restauro, Patrick O'Neill, che stava lavorando nella sala adiacente. «Per favore apri la cassa Patrick, vorrei dare un'ultima occhiata,» disse semplicemente. «Direttore, sono tutti volumi dichiarati...» «Lo so, ma voglio vederli comunque.» Patrick esitò solo un istante, poi ruppe il sigillo e sollevò il coperchio. Dentro, i tomi erano impilati senza ordine apparente, avvolti in teli di lino per proteggerli dalla luce. Molti erano gonfi di umidità, altri avevano le pagine fuse insieme, era evidente perché fossero stati destinati allo smaltimento. Rowe cominciò ad osservarli a uno a uno, senza fretta, finché non notò quello in fondo. Non era il più grande né il più integro, anzi, la copertina in pelle era screpolata, annerita ai bordi, ma a differenza degli altri, il dorso non era collassato. C'era qualcosa di... teso, come se il libro contenesse più di quanto dovesse. «Questo,» disse, indicando il volume, «Tiralo fuori.» Patrick lo estrasse con cautela, e quando lo appoggiò sul tavolo, Rowe notò subito l'anomalia: la rilegatura interna non aderiva completamente al blocco delle pagine. Non era un danno casuale, era una modifica intenzionale. Rowe infilò due dita con delicatezza e ...sentì del materiale. Non una pagina, ma un oggetto arrotolato, sottile, nascosto tra il dorso e il corpo del libro. Il silenzio della biblioteca cambiò consistenza, Rowe ne fu consapevole senza saper spiegare il perché. «Grazie, puoi andare» disse all'addetto, senza alzare la voce. Quando Patrick uscì, Rowe srotolò lentamente la pergamena. La superficie era sorprendentemente ben conservata. L'inchiostro, sebbene sbiadito, era ancora leggibile. La scrittura era antica, elegante, inclinata con una mano ferma e insieme nervosa. Gaelico arcaico. Rowe non era in grado di tradurlo, ma riconobbe immediatamente che non si trattava di un testo liturgico, quindi non era una preghiera, era una sorta di...lettera, quasi un antico messaggio. Osservandolo con cura, Rowe ebbe l'impressione che fosse quasi un avvertimento, lo percepì nel modo in cui le righe sembravano serrate, come se, chi avesse scritto, avesse avuto poco tempo, temendo di essere scoperto. Infine, una specie di simbolo disegnato, lo colpì come un pugno allo stomaco, sembravano nodi intarsiati, ma non ne fu tanto sicuro. Richiuse lentamente il tomo, poi la pergamena, e comprese che quel libro aveva, per secoli, custodito un messaggio segreto, che non sarebbe mai stato scoperto, e solo per merito della sua precisione e meticolosità nei controlli era stato ritrovato. Rowe appoggiò una mano sul legno del tavolo, avvertendo una sensazione sgradevole, simile a un richiamo. Il monastero era stato restaurato, ripulito, reso sicuro, ma c'era una parte della struttura che non era ancora stata toccata, perché considerata inaccessibile per il pubblico. Mosso da un dubbio che non riusciva più a ignorare, decise di prendere il telefono. Non avrebbe coinvolto subito le autorità accademiche, non ancora, prima di esporre il ritrovamento a comitati, revisioni e prudenza istituzionale, aveva bisogno di capire se quel testo meritasse davvero di essere portato alla luce. O se, al contrario, fosse qualcosa che non avrebbe dovuto essere tradotto superficialmente, pertanto sarebbero serviti due pareri distinti. Due esperti in rami differenti. Due uomini disposti a leggere oltre il significato letterale, ad arrivare fino in fondo senza fermarsi alla prima interpretazione rassicurante. Due menti incompatibili, se necessario: una razionale, metodica, ancorata alla storia; l'altra aperta all'illogico, alle stratificazioni simboliche, a ciò che la tradizione aveva lasciato ai margini. Era l'unico modo per evitare che il manoscritto si trasformasse in una leggenda fuori contesto... o, peggio, che venisse normalizzato fino a perdere il suo vero peso. Inoltre, se quella consulenza fosse andata a buon fine e se quel ritrovamento avesse davvero rivelato qualcosa di più di una semplice curiosità filologica, il monastero avrebbe potuto richiamare nuovi studiosi, appassionati, visitatori, magari in un numero tale da salvare il Museo da una lenta e silenziosa emorragia economica. Rowe sapeva esattamente chi chiamare. Fuori, il vento dell'Atlantico riprese a soffiare contro le mura del monastero, e per la prima volta dopo secoli, qualcosa di celato, sotto la pietra, non sarebbe più stato al sicuro.
L'attico di Edmund Sinclair si affacciava sul Tamigi come un punto di osservazione silenzioso sul mondo. Le grandi vetrate lasciavano entrare una luce invernale pulita, riflessa sull'acqua del fiume, che illuminava gli interni con una chiarezza quasi chirurgica. L'arredamento era essenziale: legno scuro, linee nette, pochi oggetti scelti con attenzione, nessun eccesso, nessuna concessione al superfluo. Ogni cosa aveva una funzione, un posto preciso. Edmund, Eddy, come lo chiamavano in pochi, era seduto al tavolo di lavoro, circondato da libri aperti, appunti ordinati in pile rigorose, una tazza di tè ormai freddo dimenticata accanto al computer. Stava confrontando trascrizioni di testi monastici altomedievali, annotando differenze minime tra versioni che solo un occhio allenato avrebbe considerato rilevanti. Era immerso nella ricerca con quella concentrazione totale che lo isolava dal resto del mondo, come se il tempo stesso si piegasse al suo ritmo. Fisicamente, Edmund incarnava un contrasto simile a quello che governava la sua mente. Sulla trentina, alto, proporzionato, con spalle larghe e movimenti misurati, aveva un'eleganza naturale che non cercava di esibire. I capelli nero corvino erano pettinati con cura distratta, gli occhi di un azzurro terso e freddo tradivano un'intelligenza acuta, sempre vigile. Il volto, dai tratti decisi, conservava una bellezza raffinata, ma distante, che rendeva difficile avvicinarsi davvero a lui. Era un solitario, per indole più che per scelta. Aveva amato due uomini nella sua vita. Due relazioni importanti, profonde, che gli avevano lasciato cicatrici silenziose e ricordi luminosi allo stesso tempo. Non rinnegava nulla di ciò che era stato: c'erano stati dolore, incomprensioni, perdite, ma anche momenti di autentica felicità. Tuttavia, col tempo aveva imparato che la solitudine gli offriva un controllo che le relazioni spesso gli avevano tolto. Lavorava come consulente storico per diverse università britanniche ed europee, specializzato in testi religiosi e tradizioni monastiche dell'Europa settentrionale. In quel momento, però, si era concesso una pausa di due mesi, ufficialmente per riordinare appunti e pubblicazioni arretrate, in realtà, per respirare e ritrovare una calma che sembra aver perso. Si alzò dalla sedia con un sospiro lieve, stirando le spalle, stava per dirigersi in cucina quando il telefono vibrò sul tavolo. Era un numero sconosciuto, esitò un istante, poi decise di rispondere «Pronto.» «Il dottor Edmund Sinclair?», la voce era maschile, controllata, con una leggera inflessione che Eddy non seppe collocare subito. «Sì, sono io.» «Mi chiamo Alastair Rowe. Sono il direttore del Centro Nazionale per la Tutela dei Siti Storici Insulari. La chiamo per una questione di carattere... storico, direi.» Edmund si appoggiò al bordo del tavolo, già preparato a declinare con cortesia, «La ascolto.» Rowe si presentò con precisione, spiegando brevemente il contesto: un monastero restaurato, un progetto statale, una scoperta inattesa durante la fase finale dei lavori. Parlò con chiarezza, senza enfasi inutile, Edmund ascoltò, ma il suo interesse rimase tiepido, dato che ritrovamenti di manoscritti erano sempre stati all'ordine del giorno. Troppo spesso si rivelavano meno importanti di quanto promesso. «Capisco,» disse infine, «Ma se si tratta di una semplice pergamena medievale, temo di non essere la persona adatta. Al momento non sto accettando nuovi incarichi.» Ci fu una breve pausa dall'altra parte della linea, «Comprendo perfettamente,» rispose Rowe, «però dovrei aggiungere un dettaglio: la scrittura è in gaelico antico.» Edmund si immobilizzò. Il rumore distante della città sembrò attenuarsi, il suo sguardo si spostò istintivamente verso uno scaffale, dove erano allineati testi che pochi studiosi in Inghilterra erano in grado di leggere con competenza. «Gaelico antico?» ripeté, con tono neutro, ma gli occhi improvvisamente attenti, «Sì. E non si tratta di un testo liturgico.» Ci fu un breve silenzio, «Dove l'avete trovato?» chiese infine Edmund, Rowe gli parlò dell'isola, del monastero di San Colmán, della biblioteca, del contesto del ritrovamento. Non entrò nei dettagli del contenuto, ma lasciò intendere che la pergamena sembrava avere la forma di un avvertimento. «Se accettasse la consulenza,» concluse, «tutte le spese sarebbero a carico dell'Ente. Viaggio incluso. Per l'alloggio, potremmo offrirle una delle camere del monastero. È stato completamente ristrutturato. Avrebbe uno spazio riservato.» Edmund rimase in silenzio ancora qualche secondo, in fondo amava i luoghi isolati, ma soprattutto i progetti avvolti nel non detto, e la combinazione di gaelico antico, monastero e isola remota, gli aveva acceso una curiosità che non avrebbe potuto ignorare. «Due giorni,» disse infine, «posso essere lì tra due giorni.» Rowe parve sollevato, «Perfetto, dottor Sinclair. Le invierò subito i dettagli.» Quando la chiamata si concluse, Edmund rimase immobile, il telefono ancora in mano. Guardò Londra oltre le vetrate, il fiume che scorreva indifferente, ed ebbe la netta sensazione che quella non sarebbe stata una consulenza come le altre. |
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