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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Amore al forno
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Lievito e sguardi.
Il forno si accendeva sempre prima dell'alba. Marco Bellandi non aveva bisogno della sveglia; il suo corpo era diventato un orologio biologico tarato sulla fatica e sul buio. Apriva gli occhi quando il mondo fuori era ancora una macchia indistinta, restando immobile a respirare il silenzio della casa. Scivolava fuori dal letto con la cautela di un ladro, un movimento lento e studiato per non svegliare Giulia. Non era più una premura d'amore, ma una forma di rispetto per quel confine invisibile che avevano tracciato tra i loro cuscini. O forse, semplicemente, era l'unico modo per godersi quell'ultima manciata di minuti in cui non doveva essere il marito di nessuno. La casa era gelida. Il pavimento contro la pianta dei piedi nudi era lo schiaffo necessario per tornare alla realtà. Marco attraversava il corridoio al buio, sfiorando i mobili con la punta delle dita: conosceva ogni spigolo, ogni ombra, ogni scricchiolio di quel corridoio che negli anni si era allungato fino a diventare un deserto. Accese il forno con un clic secco che parve un colpo di pistola nel silenzio. Il ronzio che seguì era il suo unico conforto: un suono che non cambiava mai, una macchina che, a differenza delle persone, rispondeva sempre nello stesso modo a ogni comando. Si lavò le mani con una cura quasi ossessiva. L'acqua fredda era la sua piccola punizione quotidiana. Guardando il riflesso nel vetro scuro della finestra, vide un uomo di cinquantadue anni con i capelli spruzzati di cenere e spalle che sembravano aver accettato il peso del soffitto. Non era vecchio, ma si sentiva usurato, come un ingranaggio che gira a vuoto da troppo tempo. Giulia dormiva ancora. Da anni il loro sonno era una zona neutra, una tregua firmata senza parole. Dormivano nello stesso letto come due estranei che dividono la cabina di un treno: si sfioravano per necessità di spazio, mai per desiderio. Il loro matrimonio era diventato un elenco di gesti corretti, di frasi funzionali e silenzi perfettamente organizzati. Non c'erano più urla, ma solo una distanza che si era fatta abisso a forza di non dirsi nulla. Marco prese la ciotola di ceramica bianca, quella con la piccola crepa sul bordo. Un regalo di Giulia di vent'anni prima, quando il futuro non sembrava ancora una strada già asfaltata. Versò la farina, aggiunse l'acqua e il lievito madre: quel lievito che lo accompagnava da decenni, l'unica cosa in quella casa che sembrava avere ancora il diritto di crescere, cambiare e respirare. Impastò con movimenti ritmici. Le sue mani cercavano nella massa bianca una risposta che la mente non sapeva più formulare. Pensò a Giulia, alla sua precisione chirurgica nel tenere tutto sotto controllo, anche le macerie del loro rapporto. Non si chiedeva più quando avessero smesso di cercarsi; si chiedeva solo quando aveva iniziato ad andargli bene così. Uscì di casa mentre il cielo virava verso un blu elettrico. Il quartiere dormiva, ma Marco sentiva lo sguardo delle case allineate, spettatrici silenziose pronte a giudicare non appena le tapparelle si fossero alzate. Marco Bellandi, il fornaio affidabile. L'uomo che non dava scandalo. Una certezza per il paese, una prigione per sé stesso. Aprì la serranda del forno con uno stridio metallico che squarciò l'aria. L'odore del pane del giorno prima lo accolse come un vecchio amico, caldo e rassicurante. Ma quel mattino, la routine ebbe un sussulto. Lei era lì. Elisa Serra era seduta vicino alla vetrina, avvolta nel cappotto, con una tazza di caffè tra le mani. Aveva i capelli raccolti in modo disordinato, come se fosse scappata di casa in fretta o come se non le importasse affatto di apparire perfetta. Marco si fermò un istante di troppo. Elisa alzò lo sguardo. Non gli offrì un sorriso di cortesia, ma un'espressione misurata, intelligente. Un sorriso che diceva: ti vedo, Marco, e vedo anche quello che nascondi. «Buongiorno,» disse lei. La sua voce era calma, senza l'urgenza febbrile del mattino. Marco sentì una reazione strana, un calore improvviso allo stomaco, come un impasto che reagisce improvvisamente a una temperatura diversa. «Buongiorno,» rispose lui, cercando di recuperare la sua freddezza professionale. Elisa lavorava con loro da poco come consulente culinaria. Per il paese era solo "quella nuova", un'estranea da osservare con sospetto. «Sei in anticipo,» notò lui, togliendosi il cappotto. «Il caffè qui è migliore del silenzio di casa mia,» rispose lei, stringendo la tazza come per scaldarsi l'anima. Marco non fece domande. Aveva capito subito che il silenzio di Elisa non era mai vuoto, ma denso di significati. Iniziò a lavorare, ma sentiva lo sguardo di lei seguirlo tra il banco e le teglie. Era una presenza attenta, quasi fisica. Elisa si avvicinò al banco. «Posso?» chiese, indicando l'impasto fresco. Lui esitò, poi annuì. Lei affondò le dita nella pasta con una delicatezza che Marco non vedeva da anni. «Ha bisogno di tempo,» mormorò quasi tra sé. «Come tutto quello che vale la pena salvare.» Marco la guardò davvero. Per la prima volta non vide la collega, ma una donna che possedeva una consapevolezza calma e ferocemente lucida. Sentì un disagio profondo, perché in quegli occhi non c'era il giudizio del quartiere, ma qualcosa di molto più pericoloso: la comprensione. In quell'istante, mentre fuori il paese iniziava a svegliarsi con i suoi soliti rumori, Marco capì che il lievito era finalmente entrato in circolo. Qualcosa stava iniziando a muoversi nel buio, sotto il panno umido della sua quotidianità. E come ogni cosa che lievita nel silenzio, presto avrebbe chiesto tutto lo spazio disponibile. Niente sarebbe rimasto uguale. E il quartiere, spettatore spietato, non glielo avrebbe perdonato. Briciole di segreti
Il pane iniziava sempre in silenzio. Marco lo sapeva bene: prima delle mani, prima del calore, prima ancora dell'odore onnipresente che avrebbe colonizzato la strada, c'era quel momento sospeso in cui nulla sembrava accadere. Era una stasi ingannevole. Sotto la superficie, la vita stava già spingendo, fermentando nel buio del contenitore. Era così anche quella mattina. Fuori, il quartiere riprendeva a respirare con il ritmo metallico delle serrande che si alzavano. Il forno, come una calamita, attirava i primi passanti ancor prima che la luce del giorno fosse piena. Marco lavorava con una precisione che rasentava l'ossessione: ogni gesto era il distillato di anni di errori silenziosi. Le sue mani affondavano nell'impasto con una sicurezza che non trovava più in nessun altro angolo della sua esistenza. Elisa lo osservava da pochi passi di distanza. Non era una presenza statica. Si muoveva nello spazio con una naturalezza che Marco trovava quasi irritante, o forse solo spiazzante. Sistemava i sacchetti, controllava le etichette, cancellava le tracce di farina dal bancone con gesti che non invadevano mai il suo territorio, ma ne alteravano la percezione. Elisa lasciava tracce invisibili: come le briciole dopo una giornata di lavoro. Piccole, discrete, ma impossibili da ignorare una volta che ne notavi la consistenza. «Hai abbassato la temperatura del forno,» disse lei all'improvviso, senza smettere di sistemare le pagnotte. Marco sollevò lo sguardo, sorpreso. «Sì. Di dieci gradi.» «Ci sta,» commentò lei, avvicinandosi per osservare il colore della crosta. «Resta più umido dentro. Ha più cuore.» Marco provò una soddisfazione sottile, quasi infantile. Non era vanità; era il sollievo di essere capito senza dover tradurre i propri pensieri in parole. «Lo facevo anche prima, ogni tanto,» aggiunse, quasi a voler difendere la sua autonomia. Elisa gli rivolse un sorriso che non arrivò a diventare una risata. «Lo so. Ma ora lo fai con più convinzione. Come se non avessi più paura di sbagliare il colpo.» Quelle parole trovarono una fessura nell'armatura di Marco e vi si insediarono. Il forno si animò rapidamente. I clienti entravano e uscivano, portando con sé sguardi che scivolavano veloci e altri che, invece, indugiavano un secondo di troppo. Marco conosceva quella grammatica del sospetto: il quartiere non parlava, ma archiviava ogni dettaglio. «Tua moglie oggi non viene?» chiese la signora Rinaldi, con quella curiosità che somigliava a un interrogatorio. «Più tardi,» rispose Marco, senza staccare gli occhi dal bancone. Era la verità. Giulia era la parte visibile, ordinata e contabile del forno. Marco, invece, era la parte sommersa. Era solo le mani. Elisa ascoltò la domanda ma non alzò ciglio, continuando il suo lavoro in un silenzio che Marco trovò immensamente prezioso. Quando il flusso rallentò, l'aria rimase densa di calore e voci residue. Marco si asciugò le mani sul grembiule, sentendo finalmente il peso della stanchezza. Elisa gli si avvicinò con due tazze di caffè fumante. «Pausa,» disse, porgendogliene una. Marco esitò, lo sguardo fisso sull'orologio. «Non dovresti... c'è ancora da fare.» «Marco,» lo interruppe lei con una dolcezza ferma. «Il pane sta riposando. Possiamo permettercelo anche noi.» Accettò la tazza. In quel passaggio, le loro dita si sfiorarono. Fu un contatto millimetrico, quasi accidentale, ma Marco sentì una scossa breve, un avvertimento elettrico che gli risalì il braccio. Si sedettero uno di fronte all'altra al vecchio tavolo di legno segnato dai tagli delle lame. Marco si rese conto, con un sussulto, di non essersi mai seduto lì per bere un caffè in quindici anni. Era sempre stato un luogo di transito, mai di sosta. «Ti pesa?» chiese Elisa all'improvviso, fissandolo sopra l'orlo della tazza. «Cosa?» «Essere quello che tiene tutto insieme. Il forno, le aspettative, il nome sulla targa.» Marco accennò un sorriso amaro. «È il mio lavoro, Elisa.» «Non parlavo della farina, Marco.» Il silenzio che seguì fu più rumoroso di una confessione. Marco guardò il vapore del caffè svanire nell'aria calda. «Non so fare altro,» disse infine. «O forse non mi è mai stato permesso di provare.» Elisa non rispose subito. Lo guardava come se stesse leggendo una mappa che lui stesso aveva dimenticato di possedere. «Io credo,» disse piano, «che tu sappia fare molte più cose di quelle che mostri a questo quartiere.» Marco sentì un nodo stringergli lo stomaco. Nessuno gli parlava così da una vita. Nessuno sembrava vedere l'uomo dietro la divisa bianca. «E tu?» chiese lui, cercando di spostare il mirino. «Perché sei finita proprio qui?» Elisa sorrise, ma fu un sorriso fragile, che sembrava potersi spezzare al primo soffio di vento. «Perché avevo bisogno di un posto dove le cose crescono lentamente, senza urla. E perché ero stanca di essere invisibile anche a me stessa.» Quelle parole rimasero lì, sospese sul tavolo tra le briciole di farina. Marco capì che quello era il loro primo, vero segreto. Non era un tradimento, non ancora. Era qualcosa di più sottile: era il riconoscimento di due solitudini che avevano trovato un banco di marmo su cui riposare. Il forno emise un segnale: era tempo di tornare al lavoro. Marco si alzò, sentendosi improvvisamente esposto. Il resto della mattina scorse con la solita routine. Giulia arrivò poco dopo, precisa e cordiale, controllando i conti e scambiando battute sul tempo con Elisa. Marco osservava la scena come se fosse fuori dal proprio corpo, guardando la sua vita ufficiale incrociarsi con quella nuova, sotterranea, che stava lievitando senza permesso. Elisa rimase professionale, distante, perfetta. Ma ogni tanto Marco sentiva il suo sguardo: non era una pretesa, era una conferma. Quando chiusero per la pausa pomeridiana, Marco rimase solo per qualche minuto. Raccolse le briciole dal banco con un gesto lento, quasi rituale. Pensò a quanto fosse strano che i cambiamenti più profondi non arrivassero con i tuoni, ma con il rumore soffuso di un caffè preso insieme nel buio di un laboratorio. Il pane avrebbe continuato a crescere. E anche lui, sentiva che non sarebbe più tornato alla forma di prima. |
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