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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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I segreti di Riverton
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Quando tutto è cominciato.
Era una tiepida mattina di primavera, erano le 10.30 del mattino quando in cortile si incontrarono Luca, Dennis, Gabriel e Gianni si incontrarono per l prima volta in cortile. Luca stava seduto da solo su una panchina, le ginocchia raccolte al petto. Viveva con sua madre dopo la separazione dai genitori, e gli spazi vuoti della sua casa lo avevano abituato a osservare gli altri senza farsi notare. Quei momenti di solitudine gli davano sicurezza, eppure quel giorno una strana agitazione gli serrava il petto. Gianni correva tra i gruppi di bambini, la risata leggera che mascherava la tensione di una famiglia sotto gli occhi di tutti: il padre politico, sempre impegnato, la madre lontana, sempre assente. Imparare a nascondere le proprie emozioni era una necessità, eppure quella mattina la curiosità lo spinse verso la panchina dove Luca osservava silenzioso. Dennis camminava vicino al bordo del cortile, appena arrivato dall'Albania con la sua famiglia. Tutto gli era nuovo: voci, odori, regole non dette. Ma c'era una parte di lui che cercava coraggio, che desiderava capire dove poteva stare, di chi poteva fidarsi. Gli occhi di Dennis si posarono su Luca e Gianni, e qualcosa lo spinse ad avvicinarsi. Gabriel, figlio di una famiglia tradizionale, osservava la scena da lontano. Abituato a sicurezza e regole, trovava nel cortile uno spazio di libertà, dove poter correre e ridere senza l'occhio vigile dei genitori. Quel giorno, qualcosa in quel cortile gli sembrava familiare, come se appartenesse a qualcosa che non riusciva ancora a spiegare. Fu un piccolo incidente a farli incontrare davvero: Marco inciampò vicino alla panchina di Luca, cadendo rumorosamente. Luca si chinò subito per aiutarlo a rialzarsi. Gianni si avvicinò con un sorriso e una battuta, Dennis osservò curioso e si fece avanti, e Gabriel, incuriosito, si unì al gruppo. Risero insieme, condividendo un momento che avrebbe segnato l'inizio di un legame destinato a durare. Nei giorni successivi, tra corse nel cortile, giochi improvvisati e segreti condivisi, si scoprivano vicendevolmente: le assenze di Luca, la rigidità familiare di Gabriel, la cautela di Dennis e l'osservazione attenta di Gianni. Ma già, tra le risate e le piccole fughe, aleggiava un senso di meraviglia: il sole caldo sulle spalle, il vento che giocava tra i capelli, il suono dei loro passi sul cortile. Ogni angolo sembrava nascondere una nuova possibilità, e ogni risata rafforzava il legame tra loro. Il mondo appariva grande e amichevole, pronto a essere scoperto da quattro bambini curiosi e pieni di vita. E così, tra giochi innocenti e prime stranezze, iniziava il viaggio di Luca, Gianni, Dennis e Gabriel, quattro amici destinati a crescere insieme, tra legami indissolubili. Passano i mesi finisce la scuola ma loro si incontrano al campetto fatto di asfalto e ginocchia sbucciate, tra una partita di calcio e una aranciata sotto il sole caldo d'estate questa amicizia diventava sempre più forte. Due anni sembravano volati via. Le stagioni si susseguivano, i pomeriggi al cortile si trasformavano in corse sempre più audaci, e le risate dei quattro amici riempivano ogni angolo della loro piccola città. Luca, Gianni, Dennis e Gabriel crescevano senza rendersene conto: cambiavano i volti, le altezze, i gesti, ma il filo che li legava restava saldo, invisibile e prezioso. Ormai stavano per finire le scuole medie, e con ogni giorno che passava sentivano crescere dentro di loro una nuova consapevolezza: il mondo fuori dal cortile era più grande, più complesso, eppure il loro legame restava l'unica certezza a cui potevano aggrapparsi.
I cambiamenti
Finite le scuole medie, per la prima volta si trovarono davanti a una scelta che li avrebbe separati. Ognuno di loro prese una strada diversa, seguendo inclinazioni e sogni ancora confusi. Luca si iscrisse al liceo scientifico, attratto dai numeri e dai misteri nascosti dietro formule e logica. Gianni scelse il classico, spinto dall'idea di capire l'animo umano attraverso le parole e le storie del passato. Dennis entrò all'agrario, sentendosi più a suo agio tra spazi aperti, terra e silenzi. Gabriel, invece, seguì l'istinto e si iscrisse all'artistico, dove poteva trasformare emozioni in immagini. Le giornate non erano più condivise come prima. Le mattine iniziavano in scuole diverse, con corridoi sconosciuti e volti nuovi. Arrivarono le prime cotte, gli sguardi rubati in classe, i messaggi scritti e cancellati mille volte. Le prime fidanzatine durarono il tempo di una stagione o di un'estate, lasciando dietro di sé sorrisi timidi e piccole delusioni che sembravano enormi. Nonostante tutto, trovarono un nuovo equilibrio. Durante la settimana si vivevano a distanza, tra racconti veloci al telefono e messaggi notturni. Ma il fine settimana tornavano a essere gli stessi quattro ragazzi di sempre. Si incontravano nei soliti posti, camminavano senza meta, parlavano per ore, come se il tempo trascorso separati non fosse mai esistito. Forse non lo sapevano ancora, ma quella distanza, invece di indebolirli, stava rendendo il loro legame più resistente. E mentre ciascuno iniziava a costruire il proprio mondo, il filo invisibile che li univa continuava a tenerli insieme.
La maturità
Cinque anni passarono quasi senza che se ne accorgessero. L'adolescenza lasciò spazio a volti più adulti, a voci più profonde, a sogni che iniziavano a prendere forma e ad altri che si sgretolavano in silenzio. Luca, Gianni, Dennis e Gabriel erano cambiati, ma quando si guardavano negli occhi rivedevano ancora quei bambini del cortile. Da circa un anno, Luca e Gabriel avevano entrambi una ragazza. Luca stava con Giada. Una storia nata tra banchi di scuola e messaggi notturni, semplice e intensa, fatta di piccoli gesti e promesse sussurrate. Gabriel, invece, stava con Clara, conosciuta a un corso di disegno: tra loro era nato qualcosa di lento ma solido, costruito giorno dopo giorno. La sera della maturità decisero di festeggiare tutti insieme. Una casa presa in prestito, musica troppo alta, bottiglie che si svuotavano più in fretta del previsto, risate che rimbalzavano contro i muri. Per una notte non esistevano responsabilità, scelte, paure. Solo loro quattro, di nuovo uniti, a brindare al futuro senza sapere davvero cosa li aspettasse. Luca bevve più del dovuto. All'inizio rideva, scherzava, abbracciava chiunque gli capitasse vicino. Gabriel cercò di dirgli di rallentare, ma Luca lo liquidò con un sorriso storto. Poi le parole diventarono confuse. I passi incerti. Luca provò ad alzarsi dal divano, barcollò e cadde a terra. Le risate si spensero di colpo. Il viaggio verso l'ospedale fu fatto di sirene, luci intermittenti e silenzi carichi di paura. Quando arrivarono al pronto soccorso, Luca era incosciente. Gianni stringeva il telefono tra le dita senza sapere chi chiamare. Dennis camminava avanti e indietro nel corridoio, incapace di fermarsi. Gabriel restava seduto, gli occhi fissi sulla porta della sala visite. Passarono ore. Poi arrivò un medico che disse che era fuori pericolo. Intossicazione acuta da alcol. Sarebbe rimasto in osservazione. Avrebbe dovuto essere un sollievo. E invece, da quella notte, qualcosa iniziò a non tornare. Rumori nei corridoi vuoti. Porte che sembravano aprirsi e chiudersi da sole. Ombre riflesse sui vetri quando nessuno passava. E soprattutto, Luca, quando si svegliò, disse una frase che nessuno dei tre riuscì più a dimenticare: “Non ero solo.” Fu in quel maledetto ospedale che la loro vita smise di essere normale. E fu lì che il passato, in qualche modo, tornò a guardarli. L'indomani mattina, il telefono di Gianni squillò quando fuori era ancora presto. Per un istante pensò di ignorarlo. La testa gli pulsava per la stanchezza e gli occhi bruciavano per le poche ore di sonno. Ma qualcosa, un presentimento sottile e sgradevole, lo spinse ad allungare la mano verso il cellulare. Sul display comparve un numero che non conosceva. Rispose. Dall'altra parte, una voce spezzata, attraversata da singhiozzi, cercava disperatamente di farsi comprendere. Era la madre di Luca. Gianni riconobbe subito il suo tono, ma non la sentiva così da anni. Ogni parola sembrava uscire con fatica, come se le mancasse l'aria. «Gianni... Luca... Luca non c'è più...» All'inizio non capì. Il cervello si rifiutava di collegare le frasi, di dar loro un senso logico. «Come... non c'è?» riuscì a chiedere. «Stamattina... quando sono venuta a trovarlo... il letto era vuoto. Ho chiamato gli infermieri. Nessuno sa dirmi niente. Nessuno lo ha visto uscire. Non sanno dove sia...» Il cuore di Gianni cominciò a battere troppo forte. Troppo veloce. Promesse confuse, parole di conforto dette senza convinzione, poi la chiamata terminò. Restò seduto sul letto, con il telefono ancora in mano, fissando il muro davanti a sé. Poi chiamò Dennis. Poi Gabriel. Non servivano spiegazioni dettagliate. «Luca è scomparso dall'ospedale.» Silenzio. Poi una sola domanda, identica da entrambi: «Com'è possibile?» Nessuno aveva una risposta. Si diedero appuntamento davanti al pronto soccorso. Il viaggio fu rapido, ma interminabile. Le strade scorrevano fuori dai finestrini come immagini sfocate. Nessuno parlava. Ognuno cercava di costruirsi una spiegazione razionale, qualcosa che potesse rendere accettabile l'inaccettabile. Quando arrivarono, l'ospedale appariva immerso nella solita routine. Persone che entravano e uscivano. Ambulanze parcheggiate. Infermieri che camminavano veloci. La normalità li colpì come uno schiaffo. Dentro, l'aria sapeva di disinfettante e caffè vecchio. Si presentarono al banco informazioni. Ripeterono il nome di Luca più volte, come se pronunciarlo potesse materializzarlo da qualche parte. Un'infermiera controllò il computer. «Risulta ancora ricoverato.» Quelle parole fecero gelare il sangue nelle vene. Li accompagnarono nella stanza dove Luca aveva passato la notte. Il letto era perfettamente rifatto. Il comodino vuoto. Nessun bicchiere. Nessun indumento. Nessun segno di colluttazione. Sembrava una stanza che non fosse mai stata occupata. Gianni si avvicinò al letto e posò una mano sulle lenzuola. Erano fredde. Dennis aprì l'armadio. Vuoto. Gabriel guardava la porta, come se si aspettasse che Luca entrasse da un momento all'altro, chiedendo perché fossero tutti lì con quelle facce. Parlarono con medici, infermieri, responsabili di reparto, sicurezza. Le risposte erano sempre le stesse. Nessuna dimissione registrata. Nessuna richiesta di uscita. Nessuna segnalazione di allontanamento. Le telecamere del corridoio non mostravano Luca lasciare il reparto. Era come se fosse svanito. I tre iniziarono a cercare da soli. Bagni. Scale. Corridoi secondari. Ascensori. Cortili interni. Chiamarono il suo telefono. Una volta. Dieci volte. Venti volte. Sempre spento. Il tempo scorreva, ma loro non se ne accorgevano. Le gambe iniziavano a tremare. La gola era secca. La paura diventava qualcosa di denso, che si infilava sotto la pelle. Alla fine si ritrovarono seduti su una panchina del corridoio, uno accanto all'altro, senza sapere cosa dire. Nessuno piangeva. Nessuno parlava. Era un silenzio carico di tutto ciò che non volevano ammettere. Fu Gabriel a romperlo. Con voce bassa. «Lui ieri sera... prima di addormentarsi...» Gianni sollevò lo sguardo. Dennis fece lo stesso. Gabriel deglutì. «Ha detto che non era solo.» Le parole rimasero sospese tra loro. Improvvisamente, il ricordo di quella frase assunse un peso diverso. Non più il delirio di un ragazzo ubriaco. Non più una frase senza senso. Ma qualcosa di lasciato lì. Come un indizio. Come un avvertimento. Luca era scomparso. E forse, in qualche modo, aveva cercato di dirglielo prima ancora che accadesse.
L'ospedale
Nei giorni successivi, Gianni, Dennis e Gabriel tornarono più volte in ospedale. All'inizio senza una direzione precisa. Camminavano lentamente nei corridoi, fingendo di essere visitatori qualsiasi, ma con gli occhi sempre in movimento, affamati di qualcosa che tradisse una crepa nella normalità. Osservavano le porte socchiuse. Ascoltavano i passi dietro di loro. Scrutavano i volti degli infermieri, chiedendosi se qualcuno stesse mentendo. Ma non trovarono nulla. Nessun infermiere ricordava movimenti strani quella notte. Nessuna guardia aveva visto uscire Luca. Nessuna telecamera mostrava immagini utili. Solo corridoi puliti. Solo sorrisi professionali. Solo risposte vuote. Col passare delle ore, iniziò a farsi strada una sensazione sgradevole: l'ospedale sembrava troppo ordinato. Troppo perfetto. Come se nascondesse qualcosa dietro quella facciata asettica. Fu Gianni, seduto su una panchina del reparto, a rompere il silenzio. “E se stessimo cercando nel posto sbagliato?” Dennis alzò lo sguardo. “Cioè?” Gianni deglutì. “E se il problema non fosse quello che è successo quella notte... ma quello che questo posto è sempre stato?” La frase rimase sospesa. Nessuno rise. Nessuno la liquidò come una sciocchezza. Il ricordo delle parole di Luca tornò a galla. Non sono solo. Fu così che decisero di andare alla biblioteca comunale. Un edificio antico, stretto tra palazzi moderni, con una facciata anonima e finestre alte. Dentro, l'aria odorava di polvere e carta consumata. Ogni passo produceva un suono troppo forte. Ogni scaffale sembrava custodire segreti. Passarono ore a consultare libri di storia locale, vecchi registri catastali, collezioni di giornali rilegati in volumi spessi. All'inizio, nulla. Poi Dennis estrasse un tomo ingiallito, più pesante degli altri. Sfogliò distrattamente. Si fermò. Rilesse. Il respiro gli si bloccò in gola. “Ragazzi...” Gianni e Gabriel si avvicinarono. L'articolo occupava quasi un'intera pagina. Il titolo, stampato in caratteri sbiaditi, recitava: “Misteriosa scomparsa dell'equipe medica del Sanatorio di Riverton” Sotto, una fotografia in bianco e nero mostrava l'edificio. Il loro ospedale. Ma diverso. Più cupo. Circondato da alberi spogli. L'articolo raccontava che, nei primi anni del Novecento, la struttura era un ospedale psichiatrico isolato dal centro abitato. Ufficialmente dedicato alla cura dei disturbi mentali. In realtà, teatro di pratiche che persino all'epoca venivano considerate controverse. Si parlava di terapie sperimentali non registrate. Elettroshock ripetuti. Somministrazione di sostanze sconosciute. Interventi chirurgici senza consenso. Alcuni ex dipendenti, prima di scomparire anch'essi, avevano parlato di “camere sotterranee” e “reparti fantasma” non presenti nelle planimetrie ufficiali. Pazienti che entravano. Pazienti che non risultavano mai dimessi. Alcuni parenti denunciarono sparizioni improvvise. Mariti che non tornavano a casa. Figli che smettevano di rispondere alle lettere. Madri che si recavano in visita e scoprivano che il nome del proprio caro non risultava più negli archivi. Le autorità liquidarono tutto come errori amministrativi. Fughe. Decessi non documentati. Poi, una notte. L'intera equipe medica del sanatorio scomparve. Direttore. Medici. Infermieri. Personale ausiliario. Nessun segno di colluttazione. Nessun corpo. Nessuna traccia di fuga. Solo stanze vuote. Letti rifatti. Strumenti ancora al loro posto. Il sanatorio venne chiuso in fretta. Le indagini ufficiali durarono pochi mesi. Poi il silenzio. Ma non era finita lì. Sfogliando le pagine successive, trovarono articoli più recenti. Anni '40. Un gruppo di operai impegnati nei lavori di ristrutturazione aveva denunciato il ritrovamento di una stanza murata. Dentro, barelle arrugginite. Cinghie di contenzione. Macchie scure sul pavimento. Le foto allegate erano sfocate, ma inquietanti. Il caso venne archiviato come “materiale sanitario dismesso”. Anni '70. Un custode notturno dichiarò di aver udito voci provenire dal seminterrato. Risate. Lamenti. Colpi contro le pareti. Si dimise dopo tre settimane. Anni '90. Due pazienti ricoverati in reparti diversi riferirono di aver sognato lo stesso uomo con un camice scuro che li osservava ai piedi del letto. Entrambi tentarono il suicidio pochi giorni dopo. Ultimi anni. Denunce isolate. Parenti convinti che i loro cari fossero entrati in ospedale e mai più usciti, nonostante risultassero dimessi. Cartelle cliniche incomplete. Orari modificati. Firme illeggibili. Tutto sempre troppo confuso per arrivare a una conclusione. Gianni chiuse lentamente il volume. Sentiva la bocca secca. Dennis aveva le mani che tremavano. Gabriel fissava la foto dell'edificio come se stesse guardando un volto. “Questo posto...” mormorò Dennis. “Non ha mai smesso di fare quello che faceva. ”Nessuno rispose. Ma tutti pensarono la stessa cosa. Luca non era semplicemente scomparso. Era stato inghiottito da qualcosa che viveva lì dentro da più di un secolo. E la parte peggiore... Era che nessuno aveva mai trovato il modo di fermarlo. |
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