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Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Writer Officina
Autore: Franco Mimmi
Titolo: Lontano da Itaca
Genere Narrativa Storico
Lettori 328 1 1
Lontano da Itaca
Sono passati dieci anni da quando Ulisse tornò alla tanto sospirata Itaca, alla tanto desiderata Penelope, al tanto amato Telemaco. Ma qual è stata, dopo il ritorno, la vita dell'eroe la cui astuzia consentì la conquista di Troia? La soddisfazione dei suoi desideri gli ha portato la serenità familiare cui tanto anelava nel corso dei suoi vagabondaggi? O la pacifica esistenza dell'isola ha trasformato il guerriero e il navigatore in un "re neghittoso", che vive, scontento di sé e colmo di rimpianti, "alla vampa del suo focolare tranquillo"? Franco Mimmi riprende il mito del grande eroe greco, protagonista con la sua Odissea del primo romanzo dell'Occidente, per trasformarlo in una parabola dell'esistenza - e della relazione tra umano e divino - in cui si fondono i classici greci e il materiale ulissico di ogni tempo.

– Dieci anni dopo

Pioveva.
Non piove spesso a Itaca, pensò Ulisse, perché proprio oggi? Una nuvola o gli Dei? Al pensiero degli Dei, che potessero di nuovo intromettersi nella sua vita per guidarla ai gelidi confini dell'Oceano o a una terra assolata e arida, provò un senso di nausea. Dieci anni, pensò, dieci anni oggi.
L'aria fredda invase la grande stanza e lo fece rabbrividire, lasciò cadere la cortina che aveva sollevato per contemplare il cielo grigio, la pioggia leggera che offuscava il paesaggio verde, il mare plumbeo. Attese che la mano di Penelope gli si posasse sulla spalla e la guancia di lei sulla schiena, accanto alla scapola. Attese l'immancabile domanda: - Perché sei tornato, Ulisse? - Però la mano di lei non giunse, né la guancia umida, e nella stanza l'unico rumore era quello del vento freddo del mese di Poseideon. Lasciò cadere la cortina e vi appese sopra una pelle di capra per chiudere fuori il vento, una di cervo se la gettò sulle spalle ancora poderose e chiuse il fermaglio davanti al collo, strinse i lacci delle uose di pelle bovina, si coprì il capo con una pelle di lupo nella quale biancheggiavano le zanne. Penelope dormiva ancora, un sonno profondo, una tranquillità quasi di morte, e anche questo era insolito però benvenuto: una mattina senza l'interrogativo al quale da dieci anni cercava inutilmente risposta: Perché sei tornato, Ulisse? Uscì dal talamo silenziosamente per non svegliare lei e la sua domanda, scese la scala.
Le ancelle rassettavano la grande sala, pulivano la mensa di quercia, distendevano le pelli sui seggi, passavano ruvide scope sul pavimento di pietre artisticamente levigate e connesse, e persino facevano scorrere panni umidi sulle lance infisse nell'astiera appoggiata alla grande colonna centrale. Le armi si toccarono, il rame temprato tintinnò brevemente, ma sembrò a Ulisse che nel silenzio ovattato dell'ora e della nebbia risuonasse un clangore lontano, un ricordo che aveva l'odore del sangue. Dieci anni, pensò. Dieci anni oggi.
Le ancelle si fermavano al suo passaggio, chinavano il capo, riprendevano il lavoro. Una accorse portando un pane bianchissimo, appena sfornato, e un largo piatto con carne rimasta dal pranzo della sera prima, ma Ulisse non aveva fame: fece con la mano un cenno di diniego e uscì nella grande corte del palazzo protetta da un muro merlato, l'attraversò sotto la pioggia fino alla piccola torre in cui Telemaco aveva la sua dimora e salì la scala oscura.
Al piano superiore, suo figlio dimostrava un appetito assai migliore del suo: davanti a lui, Euriclea aveva già posto un pane ancora fumante e una brocca piena di latte che, appena munto, pure fumava, un piatto di carne e una conca di bronzo con formaggio di capra e miele dorato, e il giovane passava con evidente piacere dall'una all'altra vivanda accettando i consigli della donna che Laerte aveva comprato per venti tori quasi sessant'anni prima. Era stata nutrice di Ulisse e poi del figlio di lui, quel Telemaco al quale, sebbene carica d'anni, ancora si affannava premurosa intorno e che lui, Telemaco, ancora senza una moglie, continuava a preferire a qualsiasi ancella, per giovane e bella che fosse.
Ulisse si tolse il copricapo ferino e rispose al saluto di Telemaco, respinse l'invito a partecipare del pasto, restituì la carezza alla vecchia e si sedette a osservare suo figlio che riprendeva a far lavorare le mascelle. Nei dieci anni dal suo ritorno molto era cambiato: il giovane snello e dai capelli inanellati, simile a un dio, aveva lasciato il posto a un uomo di certo adipe, la fronte già molto addentro nel cranio, la barba lucida del grasso della pelle. Ma era, Ulisse doveva ammetterlo, un magnifico reggente al quale lui era stato ben contento di abbandonare, via via e senza renderlo ufficiale, le incombenze del governo. Gli itacesi godevano ora di un'abbondanza che pochi popoli dell'Ellade potevano vantare, e più ancora era aumentata la ricchezza della famiglia reale: i dodici armenti che Ulisse possedeva nell'Epiro al momento della sua partenza per Troia, e che avevano subito duri morsi da parte dell'orda dei Proci, erano ora due dozzine, e ancora di più le greggi di pecore e i branchi di maiali. In Itaca, poi, dove gli undici greggi di capre e il branco di porci erano stati ancor più taglieggiati dai pretendenti di Penelope, ora dei primi se ne contavano venti, e il secondo si era tanto moltiplicato che Mesaulio, succeduto a Eumeo nel compito di governarlo, aveva dovuto prendere altri cinque garzoni per la bisogna.
Come Telemaco avesse ottenuto risultati così strabilianti, Ulisse non sapeva e non voleva sapere: considerava di avere già avuto, nella sua vita, tribolazioni sufficienti, e non avrebbe speso un pensiero per ciò che procedeva in favore di vento. Cosi fu con certa annoiata cautela, atta a preparare la strada a un diniego, che chiese: - Dimmi, figlio, che è mai questa misteriosa vicenda della quale vuoi parlarmi? -
Telemaco si passò il dorso della mano sulla bocca mentre con l'altra faceva un gesto che voleva dire c'è tempo, c'è tempo, però non appena si ebbe forbite le labbra disse: - È della nuova taverna che voglio parlarti, padre, quella della baia orientale, che i pescatori chiamano Kioni. -
Ulisse annuì. - L'ho vista dall'alto, - disse, - quando ancora gli operai stavano livellando le assi e preparando la fossa per la base di pietra. Un edificio assai grande, mi sembrò, per essere una taverna, e di legno assai pregiato. Mi chiedo che avventori si aspetti. -
Telemaco fece un gesto di noncuranza: - A quel molo, - spiegò, - arriveranno le navi di una nuova compagnia di traghetti per le isole vicine, e quindi convergeranno lì tutti i giovani ricchi in arrivo o in partenza, e i mercanti non solo di Itaca ma anche di Same, e Zacinto, e Dulichio, e della costa dell'Epiro, per cenare e passare la notte in attesa di imbarcarsi per tornare a casa. -
- Sembra un buon affare, - considerò Ulisse. - Mi chiesi chi fosse il proprietario della taverna, forse il vecchio Egizio, l'uomo più ricco di Itaca. -
- Non più, padre, - disse Telemaco sorridendo.
Ulisse si agitò sul seggio, l'oscurità fumosa della stanza lo ammorbava, avrebbe preferito il vento freddo e anche la pioggia. - Ah, no? - chiese distrattamente.
- Sei tu, padre, - proseguì Telemaco.
- Il più ricco? - chiese Ulisse con stupore.
- E il padrone dei nuovi traghetti. E della nuova taverna. -
Ulisse tacque, rimuginando tra sé. Tanto ricco, era? È vero, era il re, e da Laerte aveva ereditato un buon patrimonio, e lui stesso lo aveva accresciuto nei suoi pochi anni di regno, prima di partire per Troia, a adesso Telemaco, certo, sempre così attento al soldo - prima ancora di riconoscermi, ricordò, mi parlò di come i Proci coprissero i deschi con le membra delle vittime sgozzate e gli consumassero tutti gli averi -, ma tanto ricco?
E solo in quel momento colse l'ultima frase di suo figlio, e sussultò, indignato: - Per Giove olimpio! - esclamò. - Un re non possiede una taverna! -
Telemaco annuì, sempre sorridendo, mentre si dedicava al pane con formaggio e miele. - Naturalmente no, un re non possiede una taverna, ma un porcaro sì. -
- Eumeo! - esclamò Ulisse. - E senza dirmelo! -
- A dire il vero ancora non lo sa, - disse Telemaco, per nulla imbarazzato, - ma sono certo che sarà felice di acconsentire. Di tutti i tuoi servi, non ce n'è mai stato uno che durante la tua assenza guardasse meglio di lui i beni del padrone. -
- È vero, - acconsentì Ulisse senza indugio, - e non esitò, lui, un porcaro, a prendere le armi e a giocarsi, insieme con il bovaro Filezio, la vita al nostro fianco, quattro contro cento. Ma una taverna... -
Telemaco lo lasciò meditare qualche istante e intanto gettava dei bocconi ai due cani bianchi, vecchissimi, distesi al suolo accanto al suo scranno. Qualche istante, ma non di più: - D'altra parte, - disse con un tono di qualche severità, - è ben lì che passate le serate tu e lui, e Femio e Filezio: in una taverna presso il porto di Forcino. -
Ulisse avvertì il rimprovero: erano assai poche le sere che passava in casa insieme con Penelope. Ma il figlio proseguì con una risata che cancellava il tono precedente: - Siete davvero un bel gruppo, bisogna ammetterlo, e la gente accorre per ammirare te e i racconti delle tue gesta, la musica e il canto di Femio che le adorna, e anche gli interventi di Eumeo e Filezio, la parte che ebbero in quel giorno fatale. Ecco, io ti chiedo solo di cambiare taverna e di continuare a raccontare le tue avventure degne di un gigante che sfida gli Dei, senza timore di farle più gigantesche ancora. -
Ora l'aria si era fatta così densa e fuligginosa che anche Telemaco ne era infastidito, e chiamò Euriclea che accorse in fretta, sia pur lamentandosi per gli anni e gli acciacchi, a liberare il vano della finestra perché entrassero l'aria fredda e la luce livida degli ultimi giorni del Poseideon. Ulisse respirò a fondo, con sollievo, ma a disagio ciononostante, e sentì che la vecchia ferita sulla coscia – quella che un cinghiale gli aveva inferto in un giorno di caccia con i suoi zii materni, lui giovanetto, sul monte Parnaso, quella grazie alla quale Euriclea lo aveva riconosciuto al suo ritorno – prendeva a dolergli, come fosse stata appena aperta dalla zanna. Era un segnale di pericolo, e non aveva mai fallito: forse questa volta non era in gioco la vita, come sotto le mura di Troia o nella caverna di Polifemo, ma chi può mai dire, pensò Ulisse, se davvero sia la morte il rischio maggiore.
Franco Mimmi
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