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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Raffaele Corona
Titolo: L'eco del silenzio
Genere Thriller Suspance
Lettori 10
L'eco del silenzio
Risveglio nella nebbia

Jason si svegliò con il respiro affannoso. Non era la sua stanza, non era la sua casa, non era nemmeno nell'ospedale: era un edificio isolato in mezzo al bosco, circondato da alberi scuri che sembravano piegarsi verso di lui. La luce del mattino filtrava a fatica attraverso le tende spesse e polverose,
proiettando ombre lunghe e tremolanti sul pavimento. Il legno scricchiolava sotto i suoi piedi mentre si alzava, cercando di orientarsi. Ogni oggetto nella stanza, una sedia rotta, una scrivania scrostata, un vecchio orologio fermo gli dava un senso di familiarità distorta, come se l'avesse già visto... o vissuto in un sogno. Poi lo vide. Emily. Seduta vicino al camino spento, gli occhi fissi su di lui. Ma qualcosa non quadrava. Il suo volto era familiare, eppure i lineamenti sembravano più duri, meno riconoscibili. Jason fece un passo avanti, ma le pareti della stanza sembravano espandersi e contrarsi nello stesso istante, come se respirassero insieme a lui. La sensazione era quasi fisica: la realtà stessa era instabile. Un brivido lo attraversò quando una voce lontana, sconosciuta, gli parlò dentro la testa: «Non sei qui per caso... ricorda.»

E con essa arrivò il déjà-vu: Jason si ricordò di correre tra gli alberi, di una porta di metallo arrugginita e di un ticchettio incessante. Ma era impossibile: quelle immagini non dovevano esistere... eppure lo facevano. Il bosco attorno alla casa era silenzioso, ma il silenzio pesava come una presenza. Jason sentì che qualcosa o qualcuno lo stava osservando. Non c'era via di fuga, non ancora. E qualcosa dentro di lui sapeva che la verità nascosta lo avrebbe trovato prima o poi.

Ricordi spezzati

Jason si avvicinò a Emily con cautela. «Dove... siamo?» chiese, la voce rotta dal sonno e dall'ansia. Emily lo guardò per un attimo in silenzio, poi parlò, lentamente: «Non lo so esattamente. So solo che dobbiamo restare qui... per ora.» Il suo tono era familiare, eppure ogni parola suonava come se fosse stata registrata in anticipo, calibrata per guidarlo senza rivelare troppo. Jason si fermò, fissandola. Un lampo lo attraversò: un corridoio, una porta di metallo, un ticchettio... «Ti ricordi?» sussurrò, ma la voce tremava. Emily scosse la testa, con un sorriso triste: «Non... non ancora. Ma senti, Jason... alcune cose è meglio lasciarle per un attimo sepolte, finché non siamo pronti.» Jason strinse i pugni.
La sensazione era stranissima: sapeva che le parole di Emily erano vere, eppure il suo corpo reagiva come se la mente volesse ignorarle. Ogni oggetto nella stanza, ogni raggio di luce filtrante, sembrava evocare una memoria che non gli apparteneva completamente. Un rumore improvviso lo fece sobbalzare: un ramo che si spezzava fuori dalla finestra. Emily si alzò, andando verso il vetro, ma le sue mani tremavano leggermente. «Non siamo soli,» mormorò, quasi a se stessa. Jason si avvicinò, sentendo come se quel momento lo avesse già vissuto: la stessa paura, la stessa tensione, ma con dettagli leggermente diversi. Era come se il tempo si ripetesse a scatti, e lui stesse vivendo più versioni della stessa scena, senza poter distinguere la realtà dal ricordo. «Dobbiamo capire dove siamo davvero... e chi ci osserva,» disse Jason, la voce più ferma di quanto si sentisse.
Emily lo guardò, gli occhi grandi e pieni di un misto di timore e decisione: «Hai ragione. Ma attenzione: il bosco qui attorno... non è come quello che ricordi. Qui, ogni passo può riportarti a qualcosa che hai dimenticato... o peggio, a qualcosa che non avresti mai dovuto ricordare.» Jason sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Il déjà-vu non era più solo un ricordo: era un avvertimento. E nel profondo del bosco, tra nebbia e silenzio,
qualcosa si muoveva. Osservava. Aspettava.

Tracce nell'ombra

La nebbia avvolgeva le strade di Bonsville come un sipario silenzioso. Marcus avanzava a passo deciso, il cappotto scuro serrato attorno al corpo, lo sguardo fisso davanti a sé. Ogni tanto si voltava, controllando che nessuno li stesse osservando. Non era solo una questione di prudenza: sapeva che la città nascondeva più di quanto mostrasse. Nora lo stava aspettando in un vecchio parcheggio abbandonato, accanto a una macchina dai finestrini opachi. I suoi occhi erano concentrati, attenti, con quell'intensità che tradiva una mente sempre in allerta. «Finalmente» disse Marcus, avvicinandosi. La voce era bassa, quasi un sussurro. «Non avevo certezza che saresti venuta.» Nora incrociò le braccia, fissandolo. «Non posso restare ferma.
Jason è sparito. E nessuno, nessuno sa dove sia. Nemmeno quei tipi quelli della Stanza 213.» Marcus annuì lentamente. «Ecco perché siamo qui. Per capire chi lo ha preso... e perché.» La tensione tra loro era palpabile. Nessuno dei due si fidava completamente dell'altro, ma entrambi avevano lo stesso obiettivo: trovare Jason prima che fosse troppo tardi. «Cosa sai?» chiese Nora, la voce tagliente come un coltello. Marcus tirò fuori una foto piegata, consumata ai bordi. «L'ho trovata vicino alla biblioteca. Jason l'aveva con sé prima di sparire. Non è solo una fotografia. È un messaggio. Qualcuno sta giocando con la sua mente.» Nora guardò attentamente l'immagine. C'era Jason, di spalle, davanti a una porta di metallo arrugginita. Sul retro, la scritta a penna blu: “Non dire niente. Loro ascoltano.” Il silenzio calò tra loro. Il vento frusciava tra le foglie, portando con sé l'odore umido del bosco circostante.
«È chiaro che non vogliono che trovi la verità» disse Nora, mordendosi il labbro inferiore. «E Jason... non sa nemmeno di chi fidarsi. Sta camminando su un terreno minato.» Marcus osservò la nebbia davanti a loro. «Se è nelle mani di qualcuno collegato alla Stanza 213... dovremo muoverci in fretta. E dovremo farlo senza farci vedere.» Nora annuì. «Ho raccolto informazioni su ogni movimento sospetto negli ultimi giorni. Telecamere, spostamenti strani... e tracce lasciate da chi cercava di manipolarlo. Possiamo risalire alla sua posizione, ma serve collaborazione. E coraggio.» Marcus, con voce ferma e decisa, disse: «Allora siamo d'accordo. Insieme. Anche se non sappiamo di chi possiamo fidarci.»
I due si scambiarono uno sguardo carico di tensione, complicità e paura. L'aria intorno a loro sembrava farsi più densa, come se il bosco stesso trattenesse il respiro.
«Dobbiamo trovarlo» disse Marcus. «Prima che sia troppo tardi.» Nora annuì. «E quando lo troveremo, tutto cambierà.» La nebbia si fece più fitta, inghiottendo le loro sagome. Marcus e Nora scomparvero tra gli alberi, pronti a seguire le tracce che Jason, forse senza saperlo, aveva lasciato dietro di sé.

Tra nebbia e ricordi

Jason si svegliò al suono del vento che sbatteva contro i vetri. La casa era immersa in un silenzio quasi innaturale, interrotto solo dal fruscio delle foglie contro le finestre. Il legno del pavimento scricchiolava sotto i suoi passi mentre si muoveva tra le stanze vuote. Non ricordava come fosse arrivato lì. Non ricordava nemmeno chi lo avesse portato. Il camino spento emanava ancora un flebile odore di cenere. La luce fioca filtrava attraverso le tende, disegnando ombre strane sulle pareti. Jason si fermò davanti a una porta socchiusa, respirando a fatica. Qualcosa, in quel posto, non era giusto. Poi lo vide: una scritta a pennarello blu sul pavimento, vicino al tappeto. “Non sei solo. Ma non sei chi pensi di essere.”
Il brivido lo attraversò dalla nuca ai piedi. Ogni muscolo del suo corpo gli diceva di scappare, ma qualcosa dentro lo costringeva a rimanere. Una parte di lui sapeva che lì, tra quelle mura, era nascosta una verità che doveva affrontare... Nel frattempo Marcus e Nora: La nebbia avvolgeva ogni cosa. Marcus avanzava a passo lento, occhi attenti a ogni movimento tra gli alberi. Nora lo seguiva, silenziosa, con la macchina fotografica appesa al collo e il blocco degli appunti in mano.
«Qualcosa non torna,» disse Marcus, fermandosi all'improvviso. «Le tracce portano verso il bosco, ma ci sono segni di manipolazione... telecamere nascoste, segnali elettronici... qualcuno lo osserva.» Nora annuì, il volto teso. «Lo so. E se Jason sta già percependo qualcosa di strano, dobbiamo arrivare prima che perda il controllo. Non sappiamo quanto possa resistere all'ansia e al panico.» Marcus strinse i pugni. «Non è solo il bosco.
È quel che lui porta dentro. La Stanza 213... il progetto Eclisse... tutto è collegato. E qualcuno vuole che Jason rimanga perso.» Si fermarono davanti a un cancello arrugginito, mezzo nascosto dalla vegetazione. La pista li aveva portati lì. Il cuore di Nora batteva forte. «Questa è la zona. Qui lo hanno visto l'ultima volta.» Marcus annuì. «Prepariamoci a tutto. E ricordati: lui deve trovare sicurezza, non ulteriori traumi.» Jason si avvicinò a una finestra e guardò fuori. La nebbia del bosco era fitta, quasi palpabile. Ombre scure si muovevano tra gli alberi, sfuggenti, quasi come fantasmi. Jason rabbrividì. Aveva la sensazione di essere osservato, e non solo fisicamente. C'era qualcosa dentro di lui che stava cercando di emergere, qualcosa che la sua mente aveva nascosto troppo a lungo. Un rumore improvviso lo fece voltare. Qualcuno stava camminando sul vialetto.
Due figure indistinte si avvicinavano tra gli alberi. Il cuore gli balzò in gola. «Marcus? Nora?» sussurrò tra sé, la voce tremante. E un'altra parte di lui, più profonda, sentiva che il loro arrivo non era casuale. Qualcuno lo stava guidando, forse per salvarlo, forse per prepararlo a un confronto inevitabile. Marcus e Nora si avvicinarono alla casa, attenti a ogni passo. La porta era socchiusa. Marcus indicò a Nora di fermarsi. «Lui è dentro. Senti l'energia? Non è solo paura. Sta cercando risposte.» Nora annuì, silenziosa. «Andiamo con cautela. Se lo spaventiamo, scapperà.» Marcus respirò a fondo. «Dobbiamo solo mostrargli che non è solo. Non ancora.» Si avvicinarono alla porta, pronti a fare il primo passo dentro il mistero della casa nel bosco e nella mente di Jason.
Raffaele Corona
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