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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Laura Novelli
Titolo: Il destino della guerriera
Genere Storico/Romance
Lettori 1
Il destino della guerriera
La novizia.

1500 a.c., Asia Minore

L'ultimo vento invernale aveva attraversato il mare. Con le sue fredde raffiche scuoteva la pianura deserta al di là delle colline portando con sé granelli di sabbia che graffiavano la pelle, ma Lynn, incurante, continuava la corsa.
Le impronte dello stallone nero che cavalcava marchiavano la terra dell'Anatolia, lasciando tracce del passaggio destinate a svanire sotto i colpi delle violente folate. Su quella distesa rossa la giovane amazzone galoppava assaporando l'inebriante sensazione di libertà.
Solo quando le prime tracce di vegetazione spuntarono all'orizzonte e i fruscii delle foglie si fecero più intensi, Lynn ridusse l'andatura dell'animale. Un nitrito scalfì l'aria e dopo un breve trotto il cavallo si fermò permettendole di scivolare a terra.
Finì per acquattarsi tra le mangrovie in attesa. Il loro intrico di rami la nascondeva alla vista di chiunque, dandole una posizione di vantaggio.
La novizia inspirò piano e il suo sguardo chiaro vagò lungo la sponda. Il fiume Termodonte, dalle acque del colore dello smeraldo, scorreva calmo, accogliendo come un fratello i raggi del sole che s'infrangevano luminosi sulla sua superficie.
Incantata da quello spettacolo e desiderosa di saggiare a sua volta il tepore del sole anche lei si sporse lasciandosi sfiorare.
Subito i raggi la colpirono, accarezzandole il volto e il corpo fino a scaldarle la pelle con il loro calore.
Intensi ma leggeri, simili a braccia robuste, l'accoglievano in un tenue abbraccio e il senso di mancanza che Lynn percepiva nell'animo svanì.
Chiuse gli occhi per godersi quel momento, crogiolandosi in quella sensazione fino a quando l'incanto non finì. Solo allora si costrinse a tornare alla realtà e i suoi occhi osservarono di nuovo la foresta.
La familiare brezza, l'erba, il cielo... dalla caccia successiva non le sarebbero sembrati più così. La giovane novizia avrebbe lasciato il posto all'agguerrita guerriera e avrebbe bandito lontano da sé ogni sensibilità: la durezza sarebbe stata la sua corazza, il coraggio la sua arma.
Lynn si permise di godere degli ultimi istanti di quell'esistenza poi, quando il pelo maculato di una lince si distinse in mezzo al fogliame, la lasciò andare.
Per un istante interminabile la sua mano non si mosse, poi fu pronta ad afferrare l'arco. Era la sua caccia di Iniziazione e non poteva fallire. Così Lynn rimase nascosta a osservare i movimenti aggraziati dell'animale fino a quando non ne comprese le intenzioni. Il felino, vinto dalla sete, si stava dirigendo verso il fiume.
La novizia lasciò che si allontanasse di diversi passi restando controvento per impedirgli di fiutare il suo odore poi, mentre l'animale si fermava per abbeverarsi, tese l'arco concentrandosi sul bersaglio.
I muscoli tesi per lo sforzo, le dita ben salde sulla corda: tutto confluiva nella freccia che stava per scoccare.
La sua mano stava per lasciarla andare quando il felino si girò. I loro sguardi si incrociarono e la preda schiuse le fauci.
«Non sono stata io ad averlo spaventato.» realizzò subito Lynn, abbassando l'arma. Il senso di pericolo che percepiva sarebbe dovuto cessare ma, al contrario, lo sentiva crescere fino a sommergerla. Così si mosse e i suoi sensi acuiti dagli anni di addestramento le vennero in soccorso.
L'amazzone girò su se stessa, gettandosi a terra proprio mentre l'improvvisa zampata di un orso fendeva l'aria sopra di lei. Il colpo andò a vuoto e Lynn, agilmente, si rimise in piedi mentre il predatore, sbilanciato, barcollava.
Era il momento di colpire!
La giovane scoccò la freccia che volò trapassando una zampa della bestia. Si levò un grugnito di dolore ma, invece di crollare, l'orso continuò ad avanzare verso di lei.
Lynn preparò subito un nuovo attacco mentre lo aspettava senza indietreggiare e un sorriso spavaldo le comparve sulle labbra. Era perfettamente calma: mantenere il sangue freddo era una cosa che le avevano insegnato fin da bambina.
Doveva solo aspettare che si avvicinasse ancora, così trattenne il fiato e tese la corda dell'arco.
Quando l'animale avanzò di nuovo, scoccò la freccia e lo colpì trapassandogli il petto.
L'orso cadde a terra. Lynn aspettò immobile di vedere se si sarebbe rialzato, ma non accadde. Il predatore giaceva riverso, ormai privo di vita. Così ripose l'arco e si avvicinò.
Una volta giunta a Temiscira l'avrebbe scuoiato e la sua pelle, insieme a quella degli animali che le altre novizie avrebbero catturato, sarebbe stata cucita per formare il tappeto sul quale, quella notte, durante il Rito, avrebbero camminato per andare incontro alla Sacerdotessa.
Lynn immaginò le parole di elogio che avrebbe ricevuto dalla Madrina. Gli orsi erano difficili da trovare.
Poi si chinò sul corpo dell'animale ed emise un lungo fischio.
«Grazie, Madre.» sussurrò, apprezzando il dono che la terra le aveva fatto, mentre il suo cavallo, inseparabile compagno di vita, le trottava incontro.
La novizia osservò lo stallone che la sovrastava con espressione fiera, poi avvicinò la mano al suo collo per accarezzargli il manto scuro. A quel contatto Zeus emise un nitrito soddisfatto e Lynn gli salì in groppa.
La barella che aveva improvvisato, fatta di stoffa e di rami, non sarebbe bastata per trasportare l'orso fino a Temiscira. Sarebbe dovuta tornare in città per chiedere alle compagne disponibili di aiutarla. Così spronò il cavallo e si diresse al galoppo verso le abitazioni, contenendo a stento l'emozione. Tra una luna i raggi del sole avrebbero scaldato il corpo di un'amazzone.

La lama della daga che portava al fianco lo aiutava a farsi spazio tra la fitta vegetazione. Dragan recise l'ennesimo arbusto. Il tramonto stava calando in fretta mentre le ombre dei rami andavano allungandosi.
Gli uccelli, difatti, avevano smesso da tempo di cantare avvolgendo la foresta nel silenzio tipico della notte.
L'uomo si adattò ad esso muovendosi furtivo, con passi simili a fruscii di foglie al vento. Per mesi aveva galoppato lungo le terre al di là delle colline, vagando come spia tra i villaggi dei popoli vicini. Un'ombra che si muoveva tra le ombre e che aveva udito, non vista, sussurri di conversazioni su piani di conquista.
Incappucciato sotto la tunica nera che lasciava intravedere ciuffi di capelli scuri, la sua figura imponente di guerriero spiccava tra gli alberi.
Dragan rilassò le spalle, allentando la tensione che per giorni gli aveva attanagliato i muscoli. Finalmente aveva concluso la missione affidatogli. Nessuna minaccia di un attacco incombeva sul popolo dei Gargarensi.
La foresta, intanto, cominciava a diradarsi, lasciando intravedere i primi tetti di paglia delle capanne del villaggio. Dragan affrettò l'andatura, incurante del rumore che i suoi passi pesanti avrebbero prodotto. Gli stivali di cuoio che gli fasciavano i polpacci, adesso, premevano con forza sulle felci.
La trepidazione di tornare dopo tanto tempo alla sua casa natale e il desiderio di rivedere il piccolo Fergus gli facevano desiderare di salire in groppa al cavallo e di spronarlo a estinguere la poca distanza che ancora lo separava da ciò.
Si bloccò, sorpreso. Era la prima volta che provava dei sentimenti verso il bambino che aveva in affido. Era... strano. Nel profondo dell'animo non aveva ancora accettato il suo ruolo di padre.
Dragan ricordava ancora il giorno in cui il piccolo gli era stato affidato. Agnus, figlio legittimo del capoclan, aveva bussato alla sua porta con un fagotto in braccio. La stagione degli amori si era conclusa e come di consuetudine avveniva lo smistamento dei bambini maschi.
A quel tempo Dragan contava ventotto inverni ed era restio a prendersi cura di quella creatura. Non aveva, però, potuto opporsi alla scelta. Le regole del clan non lo permettevano. Così si era trovato a dover crescere un bambino, a cacciare per lui. Non aveva che tre lune ma, una volta cresciuto, Fergus sarebbe diventato a sua volta un guerriero.
Dragan scosse il capo cercando di scacciare quei pensieri. Lui era un combattente, non un padre! Eppure il destino aveva deciso diversamente.
E mentre la foresta si diradava per lasciare posto ai campi, Dragan capì che, ancora per pochi metri, avrebbe potuto non essere entrambi.

I tetti bronzo-argento dei templi della città di Temiscira risplendevano sotto il sole del tramonto. Lynn spronò Zeus al galoppo, sollevando foglie e polvere e il cavallo nitrì, felice di obbedire al comando.
Corsero percorrendo vie di ciottoli fino a quando la piazza non comparve davanti a loro.
Solo allora, ignorando gli sguardi contrariati che le altre amazzoni le rivolsero, Lynn ridusse l'andatura dell'animale e si diresse verso la capanna della madrina.
Aveva scuoiato l'orso e Ivres l'attendeva per la Vestizione. Restava poco tempo. Non appena il sole fosse calato all'orizzonte, la Cerimonia avrebbe avuto inizio.
Quando la sentì arrivare, la vecchia amazzone uscì sulla soglia. Il volto dell'anziana era tirato e le rughe che lo solcavano non facevano altro che accentuare la sua espressione seria.
«Eccomi, madrina.» la salutò Lynn, poi smontò con un balzo esponendosi interamente al suo sguardo.
«Hai fatto tardi. La cerimonia sta per cominciare.» la rimproverò la donna scuotendo il capo.
«Il trasporto della preda richiedeva un aiuto dalle sorelle.» spiegò Lynn, tenendo il capo basso in segno di rispetto. Ivres era una delle amazzoni più esperte e valorose. L'aveva cresciuta, addestrata, mostrandole il suo valore in battaglia. Era certa che non avrebbe potuto avere una maestra migliore e, a quel pensiero, l'affetto misto al rispetto la scossero dentro.
L'altra borbottò qualcosa in risposta per poi indicarle di entrare e Lynn eseguì senza discutere.
Superato l'ingresso la novizia posò subito l'arco per poi prendere la veste che la donna le porgeva.
«Pelle di lince.» sussurrò, non appena le sue dita ne sfiorarono il tessuto. «L'hai cacciata per me?»
Ivres annuì mentre lei si spogliava, poi la raggiunse per aiutarla.
«Agile.» esclamò la donna, intingendo il pollice destro in una ciotola ricolma di terra.
«Letale.» proseguì, tracciando una striscia obliqua sulla guancia della giovane.
«Amazzone.»
Ripeté il gesto sulla sua guancia, poi le prese le mani tra le sue.
Lynn restò in silenzio per ascoltare ciò che l'anziana mentore voleva dirle ma, proprio in quel momento, il suono di una cetra risuonò deciso nell'aria annunciando il raduno.
«Andiamo.» la voce della madrina bloccò qualsiasi domanda. Poi Ivres le prese la mano e la condusse fuori, attraverso l'oscurità della notte.

«Sei convocato.»
Quelle parole rimbombavano senza sosta nella mente di Dragan mentre, con passo svelto, il gargarense si dirigeva verso la tenda del capoclan.
Una volta arrivato davanti all'ingresso, il guerriero entrò senza esitare.
Virtius lo aspettava adagiato sullo scranno di pelli che fungeva da trono. Nella penombra l'aspetto stanco del suo corpo conferiva al suo volto un'espressione sofferente.
Dragan si trattenne dal fare la domanda che premeva per uscire dalla sua bocca, attendendo che fosse Virtius a spiegargli il motivo di quell'inaspettata convocazione.
Quando infine il suo capoclan si alzò, Dragan si fermò e lentamente accennò un inchino.
Non appena rialzò lo sguardo, Virtius gli fece cenno di avvicinarsi e, quando Dragan obbedì, appoggiò la sua mano rugosa sulla sua testa con un gesto pacato. Poi parlò e la sua voce ammorbidita dagli anni risuonò nella tenda.
«Figlio.»
Illegittimo era una parola che aleggiava silenziosa tra loro, facendo percepire a Dragan qualcosa di simile al dolore.
«Padre... come posso servirvi?» gli domandò allora il guerriero, inchinandosi e sforzandosi di scacciare quella sensazione.
«Ho un compito per te, una missione delicata che non posso affidare ad altri. Io ormai sono vecchio e Agnus mi serve qui.»
Dragan fece una smorfia cercando, invano, di nascondere il suo disappunto.
Il capoclan sembrò percepirlo, perché si affrettò ad aggiungere «Mi dispiace. Nel giro di poco tempo ti chiedo di lasciare di nuovo la tua casa, ma se lo faccio è per il suo stesso bene.»
Virtius trattenne un attimo di respiro e, dopo aver placato la tosse che lo colse, svelò. «Devi andare oltre la collina, figlio mio.»
Non aggiunse altro, non ce n'era bisogno. Dragan capì quello che avrebbe dovuto fare e la rabbia minacciò di sopraffarlo.
Sarebbe andato dalle Amazzoni a Temiscira. I giochi Targarei stavano per avere inizio e il capoclan dei Gargarensi, in quanto alleato, avrebbe dovuto presenziare per rinsaldare il loro accordo.
Era un compito estremamente delicato e Virtius sapeva che Agnus, con il suo agire impulsivo, non sarebbe stato adatto. Perciò inviava lui, certo del fatto che non l'avrebbe deluso.
«È necessario, padre?» chiese, conscio della risposta che avrebbe ricevuto.
«Lo è. Lo sai meglio di me.»
Dragan strinse i denti, trattenendo a stento l'istinto che lo spronava ad andarsene. Lo sapeva, ma la sua mente si rifiutava di accettarlo. Non voleva avere niente a che fare con le amazzoni.
Una smorfia gli uscì dalle labbra senza che se ne accorgesse. Com'era diverso il suo pensiero fino a pochi anni prima!
Allora, come tutti i ragazzi della sua età, non aveva esitato ad approfittare dell'accordo con le donne guerriere. Ogni primavera, ogni notte, per due mesi, aveva avuto una donna da soddisfare e che lo soddisfasse senza alcun vincolo da rispettare, se non quello di dare appagamento. Ma da quando Fergus era apparso nella sua vita, la prospettiva del piacere era stata sostituita dal disprezzo per quel popolo di sole donne.
Ogni figlio maschio, frutto di quelle unioni stagionali, veniva abbandonato dalle amazzoni con ribrezzo ed indifferenza. Lui stesso era nato da quegli incontri occasionali e non avrebbe mai saputo chi l'avesse generato.
Ma se da piccolo Dragan ne aveva sentito la mancanza, ora tutto ciò che provava era odio verso la madre che non l'aveva voluto. Da allora non aveva più toccato un'amazzone, né partecipato ad altri riti d'accoppiamento.
Più volte aveva cercato di convincere Virtius a sciogliere l'accordo, invano. Troppi membri del clan sarebbero morti in uno scontro contro quelle spietate guerriere. Per non parlare del fatto che, indeboliti dalla lotta, i gargarensi avrebbero rischiato di venire sopraffatti dai bellicosi vicini che aspettavano solo un pretesto per invadere i loro confini.
Così non era rimasta che la rabbia, che si accentuava ogni volta che incrociava lo sguardo del piccolo Fergus e che traboccava ogni qualvolta si nominavano le donne guerriere.
Sapeva che gli occhi di Virtius erano posati su di lui, intenti a cogliere ogni minima emozione, come sapeva che non ci sarebbero state alternative. Sarebbe andato a Temiscira ad assistere ai giochi.
Lo capì non appena il suo sguardo s'incrociò con quello dell'anziano. Avrebbe protetto la sua casa a qualsiasi prezzo, poco contava il sacrificio personale.
«Andrò, padre.» esalò senza ombra di incertezza nella voce. «Per il bene del clan.»
Virtius emise un lungo sospiro. Vedere la sofferenza negli occhi del figlio lo colpiva, ma il dovere verso il suo popolo gli impediva di lenirla.
«Così sia.» stabilì allora con voce ferma.
Avrebbe voluto dirgli quanto fosse fiero dell'uomo che aveva davanti, ma non ci riuscì. Il capoclan dei Gargarensi non poteva concedersi debolezze. Così Virtius restò in silenzio ad osservare Dragan uscire. Le spalle rigide gli confermavano che il guerriero era rimasto ferito dalle sue parole dure.
«Verrà il momento, figlio, in cui lo farò.» sussurrò poi il capoclan alla tenda ormai deserta, mentre la stoffa che fungeva da porta si chiudeva davanti a lui...
Laura Novelli
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