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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Costanza F.
Titolo: Ragazzi con l'aureola
Genere Romanzo di Formazione Noir
Lettori 57
Ragazzi con l'aureola
Strisciavo, silenzioso e guardingo sulla sabbia della misteriosa Cala del Pipistrello, quando una visione m'incantò. A occhi aperti iniziai a sognare di essere in un altro posto, diverso dal lungomare rosso e umido di tramonto. Il presente sembrava una proiezione della mia mente e, per la prima volta, mi domandai se la realtà fosse davvero quella che vedevo con i miei occhi, al di fuori di me.
In lontananza, sul viale che costeggiava la passeggiata a mare, avevo notato un motorino color rosa Barbie che, nonostante il traffico ridotto, avanzava con andatura da crociera, rasente al marciapiede. Alla guida c'era una ragazza, con un casco della stessa tonalità del motorino, che si reggeva appena in equilibrio. Con le ginocchia rivolte all'esterno, sembrava un grillo con il capo rosa.
Per quanto non riuscissi a distinguere il suo volto, ero sicuro che quella sul motorino che costeggiava il lungomare fosse Milena Giunti, l'unica figlia dell'architetto Rinaldo Giunti, di professione palazzinaro, compagno classe di mio padre trent'anni prima. Io la vedevo vivida come un'allucinazione.
Come me Milena studiava al prestigioso Liceo Classico di Vico, lo stesso che avevano frequentato i nostri genitori, un covo di figli di avvocati, medici, ingegneri, macellai arricchiti e imprenditori da generazioni.
Qualche mese prima, l'avevo vista davvero sul motorino di Barbie, parcheggiato nel cortile del liceo, a strillare come un'anima all'inferno perché aveva preso un brutto voto al tema. Le sue amiche snob cercavano invano di consolarla. Snob orribili, per non dire vomitevoli, e Milena era di gran lunga la peggiore.
Negli abiti all'ultima moda, restava uno scricciolo con i fianchi larghi e le spalle a gruccia che, per fingersi prosperosa, si strizzava in un reggiseno imbottito sotto le ascelle come una ciambella. Aveva un volto anonimo, incorniciato da riccioli castani e regolari, occhi piccoli e grigi.
Mi colpì quanta importanza dava ai giudizi altrui, proprio lei che aveva tutto. Per quanto incredibile possa sembrare, la sfuriata di Milena nel cortile del liceo fu la causa scatenante del terremoto che mi frantumò l'esistenza. A infastidirmi fu l'immagine di vita ordinaria, riflessa nel suo motorino di pessimo gusto, benché molto in.
Io non ero meno ricco né meno viziato di lei. In Milena vedevo il mio doppio, me stesso allo specchio, l'archetipo del figlio di papà che frequentava il liceo per tradizione di famiglia, il bravo ragazzo dei quartieri alti: quell'ira insensata, scatenata da problemi stupidicome un voto insufficiente, liberò il germe malefico che sentivo piantato nel cuore.
Come un cespuglio viola d'aconito, bello e fatale, sbocciando nella mia coscienza il male spalancò un vuoto, un doloroso squarcio, una nausea cerebrale. Nel piccolo mondo antico del liceo, fra ragazzi bene-stanti e ben integrati, il nero più profondo di me sprigionò un disagio che non sapevo spiegare. La società mi aveva assegnato un posto in prima linea fra i privilegiati, eppure il fatto stesso di avere una collocazione precisa mi stava stretto.
Mentre cercavo un'altra realtà in cui sentirmi meglio, dopo la scenata di Milena la mia vita sconfinò nell'immaginazione. Nonostante voti eccellenti, nel corso del secondo quadrimestre dell'ultimo anno scolastico, abbandonai gli studi e mi dedicai a tempo pieno alla mia banda criminale.

I miei soci mi aspettavano in religioso silenzio nella tenebrosa Cala del Pipistrello, in quel che rimaneva di uno stabilimento balneare, dismesso per l'estensione spropositata della darsena limitrofa. Dalle cabine in legno bianche e blu, che si affittavano ai bagnanti come camerini, su mia richiesta i soci avevano rimosso le pareti divisorie marcite da decenni e arredato lo scheletro della struttura con una sdraio a strisce scolorite, alcune cassette della frutta in plastica per sedersi e un materasso. I nostri libri e innocui passatempi, come la dama e gli scacchi, erano disseminati dappertutto.
Per la verità Martire, il più anziano dei soci, russava acciambellato come un gatto sulle tavole marce del pavimento. Gli capitava di dormire per non affrontare il presente, e non solo nel nostro covo. Era una maniera per star solo, senza conflitti, non sapere e non deludere.
Sotto il cappotto extralarge aveva spalle ossute che gli puntellavano la schiena curva, irrigidita dallo studio e dai frequenti pisolini in posizione fetale. Non si capiva perché la sua faccia, allungata e smunta, ricordasse sempre una notte bianca.
Solo con noi soci, e solo di notte, si concedeva di dipingersi il volto come Brandon Lee ne Il Corvo. Non so quante volte aveva visto il film, in cui amava distinguere le scene di resurrezione digitale dalla vita reale dell'attore.
Il pavimento scricchiolò quando, sentendomi arrivare, Martire si alzò di soprassalto e mi guardò come risorto dalla tomba. Accennò un sorriso, nascosto fra i riccioli neri, indicando con lo sguardo Beirut, il più visionario dei soci, in preda ai suoi incubi come al solito.
Fra la sabbia granulosa e i detriti ammassati all'ingresso, Beirut cercava l'aureola del poeta maledetto Baudelaire. La storia del poeta che perdeva l'aureola, simbolo del dono che distingue l'artista dai comuni mortali, gli si era conficcata nel cervello come un baco nella mela. Era diventato così un maestro nell'alimentare intenzionalmente i deliri altrui, ma si definiva poeta e non faceva che parlare delle opere di Baudelaire
«Questo è Spleen», mi disse infatti, «Siamo ne I fiori del male».
Sentii subito il cielo afoso pesarmi sul collo come le mie colpe e la milza spappolarsi verde di tristezza, mentre scaracchiavo pensieri stagnanti, intrappolati sotto i fradici soffitti del nostro covo.
Poco distante, su una sdraio scolorita sedeva Probo, l'ultimo dei soci, che si accaniva a schiacciare le mosche con le sue mani paffute. Dopo aver estratto con le unghie sporche le palline bianche che contenevano, le appiccicava su un legnetto riportato dalla corrente. Affumicando lo spiedo con l'accendino, ci ricordò che tutti abbiamo il dovere di morire.
Il vento del mare spalancò la porta e un albatros, goffo sulla battigia, si avvicinò a portata di mano, pronto per essere seviziato. Come se non mangiasse da giorni, accarezzandosi la pancia prorompente Probo disse:
«Lo cuciniamo per cena?».
Scese un silenzio spettrale mentre, dalla porta aperta, la notte nera sull'orizzonte del mare riesumava il ricordo delle creature che rendevamo carcasse, fantasmi senz'anima, oggetti di ciccia che galleggiavano lontano dal mondo e dal tempo. Di colpo rientrai nel personaggio di Mago e ordinai ai soci di abbandonare persino Baudelaire per pianificare la prossima missione.
L'incontro di poco prima, sul viale parallelo alla passeggiata a mare, non mi aveva lasciato indifferente, tanto che la mia proposta allucinantaurorale fu Milena Giunti.
Ai soci la descrissi come un oggetto assuefatto al sistema, una conformista che sprizzava banalità da tutti i pori, convinta di vivere in un mondo perfetto. Per questi oggetti avevamo una spiccata predilezione perché, con il loro sacrificio, ci permettevano di mortificare l'intero sistema.
Non eravamo tipi da Ultraviolenza, nonostante fossimo estimatori dei Drughi di Arancia Meccanica, di cui ci divertivamo a imitare lo slang, dicendo “Gulliver” per cervello e “devočka” per ogni giovane donna destinata a diventare oggetto.
Per il resto, una volta definito l'oggetto, a noi piaceva seguire la procedura lineare ideata dal Gulliver bacato di Beirut, più interessante di qualsiasi violenza.
¬Si cominciava spostandosi in treno nel Capoluogo. Senza fretta si restava a sedere sulle scale della cattedrale per individuare una passante di nostro gradimento. Dopo la scelta, si lavorava per scoprirne domicilio e abitudini, con appostamenti calcolati e soffiate involontarie da parte di conoscenti in comune, pregustando il momento in cui l'oggetto sarebbe stato a nostra disposizione.
Quando ci sentivano pronti, vestivamo i panni dei nostri personaggi, Mago, Martire, Beirut e Probo. Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, il nostro film preferito, ci fece riflettere sull'opportunità d'indossare maschere ma concordammo di continuare a vestirci in modo anonimo, completamente in nero come ladri, con il cappello e un collant ad alterare i lineamenti del volto.
Costanza F.
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