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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Bianca Aliseo
Titolo: I Frammenti
Genere Fantasy Mistery
Lettori 1
I Frammenti
Il motivo per cui Cuba entrò nella sua vita arrivò in modo banale.
Una email.
Arrivò in un momento qualunque. O almeno così sembrò.
Elèna stava bevendo un caffè davanti al computer quando il suono del cellulare ruppe il silenzio del suo ufficio.
Era il.direttore della cooperativa culturale:
"Ferraris le ho inoltrato una email. È una proposta per lei. La legga è mi dia una risposta al più presto." La chiamata terminò.
Il suo capo, Mortis, era così. Telefonate veloci e senza possibilità di replica. Era un uomo gentile, cortese e poco formale. Lasciava ampio spazio di scelta sia sul piano personale che su quello lavorativo.
Amava le persone decise.
Quelle che non rubano troppo tempo al tempo per prendere una decisione.
La cooperativa aveva ricevuto una richiesta da un'università straniera, che stava collaborando con una equipe cubana, per lo studio di un sito archeologico poco conosciuto: una zona costiera dove si intrecciano influenze indigene, africane e coloniali. Cercavano qualcuno, non troppo conosciuto, che parlasse italiano e spagnolo, con una formazione archeologica e una sensibilità per i contesti culturali complessi.
Il nome di Elèna era emerso quasi per caso.
Ma lei sentì subito che non lo era.
L'email che lesse aveva un'intestazione formale, linguaggio asciutto: una richiesta di collaborazione per un sito archeologico a Cuba nella zona occidentale dell'isola. Nulla di urgente, nulla di straordinario. Un progetto che, sulla carta, avrebbe potuto rifiutare.
Eppure quando lesse la parola Cuba, il cucchiaino del caffè le scivolò dalle dita. Quella parola le si posò addosso come un richiamo.
Non fu paura, fu riconoscimento.
Rilesse l'email più volte, come se tra le righe ci fosse qualcosa che le stesse sfuggendo. Il progetto riguardava uno scavo minore, apparentemente poco rilevante. Un sito di passaggio, stratificato, irregolare. Non un luogo famoso, non uno di ugelli che cambiano la carriera. Ma Elèna sentì, con una chiarezza che la destabilizzò, che doveva accettare.
Le parole che continuava a rileggere sembravano normali, tecniche, impersonali.
Eppure mentre leggeva, il cuore cominciò a battere sempre più forte.
Cuba.
Come se qualcuno l'avesse pronunciata dentro di lei, molto prima che comparisse sullo schermo.
Elèna non seppe indicare il momento esatto in cui l'idea di partire per Cuba e accettare la proposta di collaborazione smise di essere un pensiero vago e divenne una necessità. Non fu una decisione razionale, né il frutto di un progetto accurato. Accadde come accadono le cose che non si scelgono: semplicemente iniziarono a chiamarla.
All'inizio fu un'inquietudine leggera, un'equazione di disallineamento. Come se il luogo in cui viveva non fosse più del tutto suo. Elèna avvertiva una pressione sottile sotto la pelle, un impulso che le impediva di restare ferma.
Non era nostalgia. Non era fuga. Era movimento.
Rientrata a casa, uscì con Naira per riflettere e prendere una decisione. Camminava più veloce del solito, cambiava strada senza motivo. Il vento, soprattutto quella sera, sembrava cercarla.
Iniziò a comparire nei momenti più inaspettati: raffiche improvvise, correnti che le sembravano la nuca quando nessun'altra sembrava sentirle. Elèna si voltata spesso, convinta che qualcuno fosse dietro di lei. Non c'era mai nessuno. Eppure, non si sentiva sola.
Sentì improvvisamente una pressione leggera allo stomaco, e più pensava a Cuba, più la pressione aumentava.
Era come se qualcosa le stesse indicando la scelta giusta da fare.
Fu allora che Cuba emerse come una possibilità concreta. Non come una meta turistica, non come un luogo esotico, ma come una risposta silenziosa.
Rientrò a casa dopo una lunga passeggiata e rilesse nuovamente l'email.
Naira era sdraiata accanto a lei.
Alzò la testa di scatto.
La guardò.
Non con curiosità, ma con attenzione.
Elèna si accorse che stava trattenendo il respiro.
"Devo andare, vero?", sussurrò.
Naira non si mosse, ma i suoi occhi si fecero più profondi, più scuri. Come se stessero dicendo: non devi. Ma lo farai. Perché è tempo.
Avvisó subito Morris che sarebbe partita l'indomani.
Rispose direttamente all'email.
Senza pensarci.
Solo dopo si chiese perché.
Quella stessa sera si ritrovò a cercare informazioni senza sapere il motivo, a leggere articoli, a osservare mappe.
Ogni volta che il nome appariva sullo schermo, provava una strana calma, come se qualcosa dentro di lei si allineasse.
Non stava andando verso Cuba.
Stava rispondendo.
Dentro di lei, qualcosa aveva già iniziato a muoversi. Un ingranaggio antico, rimasto immobile per troppo tempo, aveva ripreso a girare. Elèna non conosceva ancora il suo destino, ma il destino la conosceva molto bene.
E la Voce, ancora silenziosa, stava imparando come raggiungerla.
Elèna capì che la sua vita tranquilla, intorno a quelle colline, non stava per essere distrutta. Stava per essere completata.
Cuba non era una partenza.
Era un ritorno che non ricordava ancora.
Quella sera, che precedeva la partenza, Elèna iniziò a fare sogni strani. Non incubi, ma visioni spezzate: mare in tempesta, stoffe che danzano nell'aria, fiumi dorati e un cielo che mutava colore all'improvviso.
In quei sogni non c'erano volti, ma una presenza costante, invisibile, che non parlava, eppure comunicava.
Al risveglio sentì una parola rimanerle addosso come un'eco, senza riuscire a ricordarla del tutto. Una pressione lieve dietro le tempie, come se qualcuno stesse per dirle qualcosa ma si fermasse un attimo prima. Piuttosto un'intuizione profonda, un sapere che non nasceva dal pensiero.
Elèna non lo sapeva, ma quello era il primo segno.
Lei non chiama mai restando ferma.
Lei muove. Sradica. Spinge fuori dai confini.
La partenza non fu rumorosa.
Elèna aveva sempre pensato che i grandi cambiamenti avessero bisogno di gesti teatrali, di valigie troppo piene, di saluti lunghi. Invece no. La sua partenza per Cuba fu fatta di pochi oggetti scelti con cura, di vestiti leggeri, di un quaderno nuovo, e di una fotografia dei genitori. Nient'altro.
La cosa più difficile fu Naira.
La mattina in cui Gennaro salì per prenderla, Elèna era già vestita, ma non aveva ancora aperto la porta. Naira era seduta davanti a le, immobile, come quando vegliava di notte.
Elèna si accovacciò e le prese il muso tra le mani.
"Non ti lascio" sussurrò. "Ti affido."
Naira non oppose resistenza, non si agitò. La fissò negli occhi a lungo, come se stesse imprimere qualcosa dentro di lei. Elèna sentì una stretta al petto, ma non era paura.
Era fiducia.
Quando Gennaro entrò, parlò piano, come se si trovasse in un luogo sacro.
"Stai tranquilla. Con me starà meglio che in un albergo a cinque stelle."
Leda era nel piazzale.
Naira la guardò, poi tornò a guardare Elèna. Una attimo soltanto. Una patto muto.
Poi si alzò e andò dall'altro cane con passo sicuro.
"Ciao Filomè, fai la brava. Noi ti smettiamo presto" sussurrò Gennaro.
"Ciao Gennaro e...grazie.", disse Elèna.
Lui le fece l'occhiolino: "abbi cura di te. Noi ti aspettiamo. Naira ti aspetta."
Poi raggiunse Leda e Naira.
Elèna rimase ferma finché non vide le tre figure scendere lungo la strada.
Solo allora lasciò uscire il respiro.
Capì che l'amore vero non trattiene. Custodisce.

Quando salì sull'aereo, con lo zaino sotto il sedile e il rumore dei motori che vibrava nelle ossa, Elèna ebbe la sensazione netta si stare attraversando una soglia. Non un confine geografico, ma qualcosa di più sottile. Una soglia interiore.
Guardava le nuvole pensando a Naira, non con nostalgia, ma con la certezza che quel legame non conoscesse distanza.
Chiuse gli occhi poco dopo il decollo, lasciandosi cullare dal movimento. Il sonno arrivò rapido, profondo.
Sognò.
Era notte, ma non una notte buia. Il cielo era attraversato da nuvole veloci, spinte da un vento che faceva rumore. Elèna camminava in un luogo che non riconosceva: un sentiero di terra umida, alberi fitti ai lati, l'odore di foglie e acqua nell'aria. Un santuario in lontananza, offuscato.
Non era sola.
Lo sentì prima di vederlo.
Un cane correva verso di lei, attraversando il sentiero come se l'avesse cercata da sempre. Il pelo scuro, gli occhi vigili, il passo deciso. Non abbaiava, non esitava. Le girò intorno una volta, poi si fermò davanti a lei e alzò lo sguardo.
In quell'istante Elèna seppe.
Non il nome. Non il motivo.
Ma il legame.
Bianca Aliseo
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