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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Matteo Brunetto
Titolo: l'esiliata
Genere Post Apocalittico
Lettori 213 1 2
l'esiliata
La Fuga e il Canyon.

La Dune Buggy sfrecciava tra la sabbia rovente. Il terreno pianeggiante agevolava la fuga, ma i grossi massi che affioravano appena sotto la superficie della polvere finissima la facevano sobbalzare di continuo. Miky stringeva il volante di ferro grezzo, un pezzo di recupero troppo grande per quel mezzo piccolo e maneggevole che rendeva ogni sterzata una sfida muscolare.
I suoi occhiali a scansione termica emisero un segnale acustico: un ostacolo parzialmente interrato a pochi metri. Sterzò bruscamente a destra, ma il volante sovradimensionato rispose con lentezza. La ruota anteriore colpì il masso e il veicolo quasi si ribaltò. La piccola scocca sobbalzò, accompagnata da uno scricchiolio sinistro che culminò nel rumore secco del metallo spezzato. D'istinto, Miky sollevò il piede dall'acceleratore. Non appena riprese il controllo, pestò di nuovo sul pedale arrugginito.
“Maledizione,” imprecò tra sé. “Doveva essere un colpo pulito, sta andando tutto storto.”
Gettò uno sguardo preoccupato al carico: le tre taniche di benzina erano ancora saldamente ancorate al retrotreno. Almeno quelle erano salve. Controllò alle spalle. Grazie ai visori, le sagome stilizzate dei due inseguitori erano chiaramente visibili oltre il muro di polvere che sollevava. Senza quegli occhiali, avrebbe visto solo nebbia marrone. Un indicatore digitale lampeggiò: 800 metri. Si stavano avvicinando; il rallentamento dovuto all'impatto gli era costato caro.
All'improvviso, l'interfaccia della realtà aumentata iniziò a sfarfallare. L'icona della batteria morì nell'ultimo segmento rosso. “Dannazione!” Affondò l'acceleratore ignorando un crampo alla gamba. Gli occhiali erano stati il suo più grande colpo di fortuna, un reperto dell'Antico Mondo, ma la cella energetica era ormai esausta. Con un ultimo guizzo, il visore si spense. Buio totale.
Con una mano sola sul volante, Miky usò l'altra per sollevare i visori. Si dimenticò della bandana che gli copriva il volto; gli occhiali se la trascinarono dietro, scoprendogli naso e bocca. All'istante, la polvere finissima gli riempì i polmoni. Un attacco di tosse violento lo scosse, facendolo sbandare. Il calore infernale e la sabbia gli incendiarono gli occhi, trasformando le lacrime in una fanghiglia irritante che gli appannò la vista.
Lottando contro il soffocamento, riuscì a rimettere a posto la bandana. Si voltò di nuovo: ora vedeva solo un muro ocra impenetrabile, ma il rombo dei motori nemici era più nitido. Un dardo laser rosso solcò l'aria, impattando sulla sabbia alla sua destra e sollevando una nuvola di vetro fuso.
“Cazzo! Hanno anche un fucile!”
Le armi laser antiche erano tesori leggendari. Lui portava al fianco una piccola Esmet, una pistola comune, ma un fucile era tutta un'altra storia. Aveva sottovalutato quel campo di predoni. Doveva sparire dalla loro visuale prima che colpissero le taniche. Sterzò bruscamente a sinistra. La buggy emise un gemito metallico; il moncone della protezione spezzata batteva ritmicamente contro il telaio.
Il terreno divenne più accidentato. Proprio quando il rumore alle spalle sembrava farsi più distante, una massa scura emerse dal nulla. Sterzò con un riflesso felino, mancando di un soffio una parete rocciosa. Era arrivato al Canyon. Decise di costeggiarlo, usandolo come punto di riferimento visivo in quel mare di polvere. Drizzò le orecchie. Il silenzio era rotto solo dal battito del tubo rotto e dal vento.
Poi, improvviso e brutale, il rombo degli inseguitori gli esplose nelle orecchie. Alzò lo sguardo e capì: in quel punto la parete del canyon era più bassa. Le due Dune Buggy balzarono oltre il ciglio, sorvolando il suo mezzo per atterrargli ai lati con un boato metallico.
Una delle vetture sbandò, ma l'altra atterrò con precisione millimetrica, incollandosi alla sua fiancata. Erano così vicini che Miky poteva distinguere i due occupanti: indossavano cappucci di un tessuto logoro e grosse lenti nere. Mentre il pilota guidava, il passeggero stava in piedi, il busto incastrato nella gabbia di sicurezza, e puntava il fucile laser azzurrino contro di lui.
Miky sterzò violentemente contro l'aggressore. L'impatto fece saltare la sua buggy in aria, ma l'urto strappò il fucile di mano al predatore. Quest'ultimo, senza perdersi d'animo, sguainò un lungo coltello. Contemporaneamente, un colpo di pistola laser arrivò dalla seconda buggy alla sua destra. Era sotto tiro da entrambi i lati.
Prese una decisione drastica: diede un colpo a destra per scuotere l'inseguitore e poi inchiodò il volante a sinistra. Le tre macchine, incastrate, sbandarono verso la parete rocciosa in una pioggia di scintille. L'uomo col coltello si sporse nell'abitacolo e sferrò un pugno violentissimo sul volto di Miky. Il ragazzo vide le stelle; il sapore del sangue gli riempì la bocca.
In quel caos, il cecchino della seconda macchina balzò sul sedile del passeggero di Miky, puntandogli la pistola alla tempia. Miky gli afferrò il polso e il colpo laser centrò il cruscotto in una scarica di fumo. Sfruttando l'inerzia, diresse il braccio armato del nemico verso l'altro aggressore: i colpi falciarono prima l'uomo col coltello e poi il pilota della macchina a sinistra.
Miky tornò al volante, ma i veicoli erano incastrati. Notò che la tuta del suo aggressore si era impigliata nel moncone del tubo rotto. Lo colpì con tre pugni in rapida sequenza, poi sterzò tutto a destra con un ultimo sforzo sovrumano. La macchina del morto si staccò; l'altra buggy fu spinta con violenza contro la roccia.
Miky afferrò la Esmet. Senza sfilarla dalla cintura, ne sollevò la canna e fece fuoco. Il colpo trapassò il petto del predatore, sbalzandolo fuori, ma il corpo rimase macabramente impigliato tra le vetture. Davanti a lui, uno sperone di roccia apparve dal nulla. Sterzò d'istinto, schivandolo per un soffio mentre l'ultima buggy nemica si polverizzava in un'esplosione di fuoco.
«UAHHH, FIGLI DI PUTTANA! MAI METTERSI CONTRO MIKY!» urlò, inebriato dall'adrenalina.
Il canyon era diventato una gola strettissima. Aveva perso l'orientamento, ma doveva continuare a correre. Davanti a lui, la polvere si fece densa. Poi, il vuoto. Lo stomaco gli salì in gola, il motore urlò mentre le ruote perdevano aderenza. La nebbia di sabbia si diradò rivelando che il canyon finiva nel nulla. La Dune Buggy iniziò a roteare nel vuoto. I secondi di caduta sembrarono un'eternità sospesa.
Poi, lo schianto. Il suono del metallo che si accartocciava sul fondo della gola fu l'ultima cosa che Miky udì prima che il buio lo inghiottisse.

La Città Autosufficiente

Jenny si svegliò di soprassalto. Nel buio della stanza, il cuore le martellava nel petto. Pensò a un incubo, ma se anche ne avesse fatto uno, i dettagli erano già svaniti. Si voltò: suo marito John dormiva sereno al suo fianco, il respiro regolare che scandiva il silenzio.
Una strana morsa allo stomaco la colse alla sprovvista. Fame? Guardò il display sul comodino: 07:13. La sveglia sarebbe suonata a breve. Si tirò su, appoggiandosi alla testiera del letto, ma non appena mutò posizione un'ondata di nausea la travolse.
Saltò giù dal letto prima che i conati prendessero il sopravvento. Al contatto dei piedi con il pavimento, la scia luminosa di cortesia si accese di un verde spettrale; era una luce debole, studiata per non disturbare chi dormiva ma sufficiente a guidare chi era sveglio. La scia correva lungo il perimetro della stanza per poi dividersi: a sinistra verso il bagno, a destra verso la cucina.
Jenny corse a sinistra. La porta di metallo lucido scivolò via al suo passaggio e le luci del bagno si accesero automaticamente. L'ambiente era lussuoso, dominato da toni nero lucido e sanitari in metallo che riflettevano la luce asettica. Jenny si inginocchiò davanti alla tazza e vomitò. Fu una scarica acida e violenta di succhi gastrici giallognoli che le lasciò un gusto amaro in bocca.
Rimase immobile per qualche istante, il respiro corto, fissando la ceramica imbrattata. Poi, improvvisamente come era arrivata, la nausea sparì, sostituita da un appetito vorace.
Cosa ho mangiato ieri? si chiese. Avevano ordinato sushi, ma John stava bene, e se il pesce fosse stato guasto ne avrebbe risentito anche lui. Stress? Influenza? Nella Città Autosufficiente le regole erano ferree: se eri malato, dovevi indossare la mascherina per non compromettere l'equilibrio sanitario della comunità.
Si alzò, azionò lo sciacquone e si sciacquò il viso al lavandino. Allo specchio, i suoi occhi verde intenso apparivano vivaci nonostante i segni della notte. Si sciolse i capelli castani, lasciando che la chioma ribelle le ricadesse sulle spalle olivastre. Si osservò con attenzione: per avere più di sessant'anni, la sua pelle mostrava solo un accenno di rughe intorno agli occhi. Non era affatto male.
In quel paradiso tecnologico la vita media sfiorava i centottant'anni grazie alla rigenerazione cellulare. Jenny, a sessanta, era tecnicamente ancora una ragazza. Ma quella longevità aveva un prezzo: lo spazio era limitato e le nascite erano regolate da un'Intelligenza Artificiale che calcolava le risorse al millesimo. Lei e John erano in lista d'attesa per un figlio da dieci anni. Conosceva persone che aspettavano da trenta. Quel desiderio di maternità, però, iniziava a bruciarle dentro con un'urgenza che la logica della città non poteva placare.
Si tolse il pigiama grigio scuro — la divisa standard della cittadinanza — e si infilò sotto la doccia. Mentre l'acqua calda le solleticava il collo, il profumo di pancake, uova e pancetta iniziò a filtrare attraverso le fessure della ventilazione.
Quando uscì dal bagno, avvolta nell'accappatoio, John era già in cucina. Indossava un pigiama identico al suo ed era intento a spadellare di spalle. Sul bancone di sintesi che usavano come tavolo da colazione c'era già un banchetto pronto.
«Spero tu abbia fame,» disse John senza voltarsi.
Jenny sorrise. Amava il modo in cui lui riusciva a leggerla. «Da morire,» rispose sedendosi sullo sgabello e versandosi del caffè fumante.
John si girò con una padella piena di pancetta croccante. Era un bell'uomo, di qualche anno più grande di lei, magro ma con spalle larghe e robuste che a Jenny facevano impazzire. I suoi capelli argentati erano impeccabili, come se non avessero mai toccato il cuscino.
«Beh? Che c'è?» chiese lui, notando lo sguardo di lei mentre versava la pancetta nel piatto.
«Sei bello quando cucini.»
«Sono sempre bello. Piuttosto, mangia,» scherzò lui, riponendo la padella nello scomparto di lavaggio automatico.
Jenny portò la tazza alle labbra, ma l'odore forte del caffè le fece rivoltare lo stomaco per la seconda volta. Posò il caffè e si avventò su uova e pancetta, divorando tutto con una foga insolita.
«Vacci piano, ragazza. Lasciami qualcosa o dovrò andare al lavoro a stomaco vuoto,» commentò John divertito.
«Vedremo...» rispose lei con la bocca piena.
John si avvicinò e le diede un bacio rapido.
«Sono sporca, aspetta che mi pulisco,» protestò lei cercando un tovagliolo.
«Non importa,» mormorò lui fissandola negli occhi verdi. Le diede un altro bacio, stavolta più profondo, al sapore di pancetta, poi si diresse verso il bagno.
Jenny lo guardò allontanarsi. Era l'uomo perfetto; sarebbe stato un padre eccezionale, se solo l'Autorità avesse concesso loro quel privilegio.
«Lo so che mi stai fissando, piantala o ci verranno strane idee e faremo tardi,» disse John, sempre senza voltarsi, indovinando i suoi pensieri.
Jenny sorrise tra sé. Sapeva che anche lui stava pensando la stessa cosa. Mise da parte il piatto, si pulì la bocca e lo raggiunse sotto la doccia.
Matteo Brunetto
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