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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Risvegli
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Il rombo attutito di un motore seguito dal tonfo di passi frettolosi la misero in allarme: eppure era stata attenta, non aveva acceso fuochi né lasciato tracce di cibo dietro di sé. Come riuscivano a trovarla sempre? Si costrinse a rialzarsi e riprese a correre nella boscaglia, i rami la sferzavano a ogni passo e il cuore le rimbombava nelle tempie. Procedeva alla cieca, come un cerbiatto smarrito che cercava di districarsi nel fitto sottobosco senza punti di riferimento. Aveva la mente ottenebrata dall'angoscia ed era incapace di formulare pensieri razionali. Da quanti giorni scappava? Due? Sei? Dieci? Aveva perso il conto delle albe e dei tramonti che si erano susseguiti da quando era fuggita. L'avrebbero mai lasciata in pace? Era sfinita e cominciava ad accarezzare l'idea che essere catturata, forse, non sarebbe stata una brutta alternativa. In un flash si rivide inginocchiata a terra davanti a una videocamera amatoriale, mentre con voce tremante leggeva il contenuto minaccioso di un foglio, la canna del mitra puntata alla testa. Sentiva ancora la punta arrotondata, dura e gelida, che spingeva contro la nuca. Meglio morta subito che finire in quel modo. Al culmine della disperazione, aveva anche tentato di suicidarsi usando il coltello su di sé, ma si era soltanto procurata innocue abrasioni. Qualche giorno prima si era ferita a un polpaccio scivolando su una roccia affilata. Era un taglio lungo e profondo, il sangue secco si era incrostato di polvere e terriccio. Quella fuga senza posa le aveva impedito di medicarsi in modo decente, e, in realtà, poco le importava visto il livello di prostrazione cui era arrivata. Si era strappata una striscia dalla casacca lercia e l'aveva avvolta attorno al taglio prima di riprendere la corsa, pur avendo dell'acqua e conoscenze mediche idonee per arrangiare una sutura grossolana. Ora, un rigagnolo di siero appiccicoso le colava lungo la caviglia, fin dentro la scarpa e la febbre dell'infezione si era diffusa nell'organismo, come un fluido malefico, togliendole lucidità e debilitandola. Esausta, si addossò alla corteccia di un albero, il corpo scosso da un tremito che la solidità della pianta riuscì a smorzare. In uno sprazzo di lucidità, comprese che doveva curarsi altrimenti sarebbe morta attanagliata dagli atroci dolori della cancrena. Aprì la sacca a tentoni e cercò di riconoscere le fiale di penicillina. Ne prese una. Tutto attorno le arrivava distorto: la boscaglia, i rumori, la luce. Tirare la linguetta per scoprire il tappo di gomma fu più difficile che aprire una scatoletta senza apriscatole. Lo stesso accadde per la siringa sterile, con quel maledetto film di plastica che non voleva saperne di staccarsi. Le sembrava fossero passate ore quando infine riuscì a farsi l'iniezione. Andò meglio con l'adrenalina, già pronta in confezioni monouso. Goccioloni di sudore le colavano sulle palpebre e lungo il collo, i palmi erano bagnati come se li avesse tenuti a mollo. Riuscì comunque a riporre ogni cosa nella sacca. Dei passi. Alzò la testa, gli occhi sbarrati. Stanno per raggiungermi! Scattò in piedi e riprese a correre. I tonfi degli scarponi le arrivavano forti e minacciosi. Presto! Non posso fermarmi! Dopo pochi metri scivolò e cadde lunga distesa. Prima di svenire sentì i passi raggiungerla.
***
Il ragazzo osservò il mucchio di stracci sporchi che giaceva a terra. Non era la prima volta che vedeva un morto, c'erano stati i nonni e una sorellina appena nata; si avvicinò e cominciò a scuoterlo con il bastone, mentre una delle caprette mordicchiava un lembo dei vestiti. Stava imparando a fare il pastore sotto la guida dello zio Hassad, l'anno successivo ci sarebbe stato il suo Ukli Bulà e gli avrebbero affidato un gregge da gestire da solo. Dal mucchietto si alzò inaspettata una mano, le dita piegate ad artiglio sembravano volerlo ghermire. Lui balzò indietro, ma non successe altro. Beba, questo era il nome del ragazzo, si accucciò accanto al corpo e gli dette diversi scrolloni che non sortirono effetto alcuno. Rimase in attesa per alcuni istanti, poi si risolse. «Hassad, vieni. C'è un ferito.» L'uomo accorse e storse la bocca di fronte a ciò che il nipote gli indicava. S'inginocchiò e con il suo aiuto lo girò per scorgerne il viso. «È una straniera.» Hassad arricciò il naso e scosse la testa. «Porta guai.» Lo sguardo del ragazzo rimase affascinato dal volto della sconosciuta: a suo modo di vedere era bella. Poi fissò lo zio e rimase perplesso di fronte al fastidio che vi lesse. I calzoni ampi della straniera erano inzaccherati di macchie scure che potevano essere solo una cosa. «È ferita, dobbiamo portarla al villaggio e curarla!» «Non è dei nostri. Causerà problemi a noi e a tutta la comunità.» Hassad gli fece notare il viso e le mani piene di graffi e lividi. «Sta fuggendo da qualcuno. Se la raccogliamo, la voce si spargerà e arriverà alle orecchie di chi la cerca. No, Beba, è moribonda. Lasciamo che se ne occupino gli animali della foresta» sentenziò, poi si rialzò e pulì le mani sui calzoni. «Guarda, stringe qualcosa!» Il ragazzo tornò ad accucciarsi e riuscì con delicatezza a scostare le dita per estrarre il foglio accartocciato. Lo aprì, gli diede un'occhiata e lo passò allo zio. «È una specie di mappa. Chi l'ha fatta voleva che arrivasse viva fino a noi!» L'altro stropicciò la barba con fare meditabondo, mentre gli si accovacciava accanto. Lo vide afferrare il polso della straniera, le dita che si attardavano su un fine bracciale di pelle. «Proviene da una tribù Hamer!» Beba aveva lo sguardo acceso mentre fissava alternativamente l'ornamento e lo zio. Quest'ultimo lasciò andare la ragazza e si rialzò, pulendosi con cura le mani per la seconda volta, lo sguardo seccato fisso sul nipote. «Beba, dobbiamo parlare.»
Normalità
Pisa, lunedì 22 settembre 2014
Ogni volta che i politici lanciavano una trovata burocratica per “semplificare” la vita ai cittadini, Sara incrociava le dita. Si chiedeva cosa avessero escogitato per spremerli di più, sperando di non averci niente a che fare. Piuttosto difficile in verità, giacché facendo la ragioniera si occupava di magagne amministrative tutti i santi giorni. Passò le dita tra i riccioli arruffati e riprese a smanettare sul PC, in cerca di un'applicazione gratuita che le permettesse di creare una fattura elettronica valida per la Pubblica Amministrazione. Certo, come inizio di settimana non è male. Il sito della Camera di Commercio pubblicizzava un sistema a uso e consumo delle piccole imprese iscritte all'albo. Aveva cercato di accedervi con la smartcard, ma era stata bloccata e il servizio gratuito d'assistenza le aveva suggerito di aprire l'app con altri server, cosa ovviamente già tentata. Per ulteriore supporto, avrebbe dovuto rivolgersi al numero a pagamento. Sono in un vicolo cieco. Il titolare era stato categorico: «Niente spese extra, figuriamoci per una funzione che useremo una volta sola.» Cambiò qualche parola nella ricerca su Google e questa volta fu premiata: il sito utilizzato per la PEC offriva, in prova gratuita per un anno, l'applicazione che le serviva. Inserì le credenziali d'accesso, cliccò sulla scheda e la schermata, completa di istruzioni interattive, le consentì di creare una bozza di fattura per la Pubblica Amministrazione. Stirò le membra rattrappite, lo sguardo cercò l'orologio. Mannaggia, già le sei! Sono in ritardo. Salvò, spense tutto e uscì di corsa dall'ufficio, salutando con un cenno De Nicola, il principale, intento a riparare un macchinario nell'officina della “De Nicola & Zilio Impianti”, ormai deserta.
***
L'anonima Panda verde era l'armatura scintillante che le permetteva di sfidare il flusso disordinato di veicoli sulla circonvallazione che, dalla zona industriale di Ospedaletto, portava a Pisa Nova, quartiere dove abitavano i genitori. Sara teneva le mani contratte sul volante, la fronte corrugata: le condizioni di salute del padre erano critiche e la lucidità della madre si stava appannando. Al pensiero di poterli perdere sentì un tuffo al cuore e le si inumidirono gli occhi. Andare giornalmente da loro però voleva dire rincasare tardi e scontentare il marito, che mugugnava davanti alle cene veloci che gli preparava. Io e Marco, sposati da dieci anni. Sbuffò. Meno male che non abbiamo avuto figli. Si rivide, giovane sposina seduta sulla punta della vasca da bagno, i denti che mordicchiavano le unghie in attesa del risultato di un test di gravidanza, che l'avrebbe delusa. Il tempo era passato, i problemi si erano accumulati e il discorso figli era stato accantonato, accomodando la routine coniugale alle rispettive necessità personali. Non aveva grandi amicizie, anzi, evitava l'eccessiva confidenza. Amava Marco e a lui non piaceva che troppa gente le ronzasse intorno. Per evitare polemiche e discussioni, aveva iniziato a tenere le persone a distanza. Anche se un'amica con cui confidarsi a volte le mancava. La riflessione fu interrotta da un'auto che cercò di tagliarle la strada alla prima rotonda dell'ospedale. Sara suonò e sfanalò per ribadire che no, non l'avrebbe fatta entrare. Anche i corsi universitari per infermiera professionale che aveva ripreso a frequentare durante la cassa integrazione erano bersaglio di pesanti critiche, sia da parte del marito che della madre. “Un hobby”, lo chiamavano loro. Un passatempo inutile. |
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