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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Angelo Messina
Titolo: Lo Strano Caso del Bosco delle Ombre che fuggono
Genere Thriller Fantasy
Lettori 2
Lo Strano Caso del Bosco delle Ombre che fuggono
L'antica radice fu scossa da un fremito, poi iniziò a sussultare nel sottosuolo dov'era, quasi fosse più animale che vegetale. Decine di estremità nodose—dure come osso, appuntite come lame—si infilarono nelle crepe della roccia cercando di farsi strada in quelle remote profondità. Il luogo nel quale era giaciuta, quasi inanimata, per un tempo indefinito non era più adatto a lei: ora occorreva nuova energia, nuova forza per la prossima fase della sua vita. Aveva sentito il richiamo.
Si spinse con impeto verso l'alto; la direzione del campo di gravità era facile da individuare, ma la roccia era dura. Si contrasse e i suoi microscopici opercoli lasciarono fluire il potente acido.
La roccia si dissolse sfrigolando e ruggendo con un rumore di mille crepe che spaccarono il cuore prima compatto del gigante di pietra. Poi fu il gas prodotto dall'acido a cercare violentemente la via di fuga, sibilando e urlando, facendo risuonare del suo grido l'intera valle.
La titanica lotta proseguì a lungo, scuotendo la montagna e facendo tremare la terra. La radice si insinuò nelle viscere del monumento di roccia, scavando gallerie e provocando profonde fratture. Poteva sentire la fatica delle proprie fibre chiamate a un tale sforzo dopo tanta inattività. L'acido bruciava le ferite sulla propria scorza procurate dalla lotta con la dura pelle del suo inconsapevole nemico. Il barlume di intelligenza che la guidava la incitò ancora al duello. Null'altro importava: lui chiamava.
Finalmente sentì alleggerire la pressione su una delle appendici superiori. Non più roccia granitica e ostile ma argilla compatta, facile da superare, poi acqua, uno scroscio potente ma innocuo. Alla fine rimase solo terriccio molle e cedevole, infine più nulla: l'appendice era libera. Una sensazione di calore percorse la scorza, doveva essere energia irradiata. Altri gangli vitali si riattivarono, la rudimentale intelligenza si arricchì di nuovi elementi, sensazioni e volontà cominciarono a soppiantare l'esigenza primaria di riemergere: ora desiderava conoscere!
Dove si trovava? Occorreva definire il luogo. Gangli della memoria si riaccesero e con essi i ricordi di un altro posto, freddo, buio, vuoto. Sì, certo: la luce; era quello il nome della radiazione che permette di definire i luoghi, acquisire informazioni dello spazio circostante quando non c'è il contatto tattile. Attivò alcuni gangli speciali sulla scorza, dei sensori spuntarono qua e là sulla superficie rugosa del tentacolo che ormai spuntava fuori dal terreno.
C'era luce e non solo: sentì la presenza di una miscela gassosa che fluttuava intorno e portava sospese tracce di vita. Tanta vita! Un numero enorme di gangli ibernati tornò ad animarsi, si accesero tutti insieme. La volontà cieca e il desiderio impellente divennero pensiero e poi primordiale coscienza.

Vita di provincia (Anno 2011)

Walter Marino si svegliò di soprassalto, le lenzuola appiccicate al corpo dal sudore. Il buio della stanza sembrava avere consistenza, quasi palpabile. Nel sogno—sempre lo stesso maledetto sogno— qualcosa di nero si muoveva verso di lui avvolgendolo, con un'ondulazione lenta, liquida. E quando era a contatto, sentiva che la scatola non era vuota. Il buio sussurrava.
Gettò uno sguardo incerto alla sveglia: come sempre, mancavano pochi minuti alla suoneria. Si alzò borbottando:
«Maledetta scatola. Maledetto quel buio vivo. Prima o poi dovrò parlarne con qualcuno.»
Non uno psicologo. La parola gli sembrava ridicola, inadeguata, sapeva di malattia. Ma con chi altro si parla di sogni in cui il buio sembra voler comunicare con te?
Lo specchio del bagno—ben più grande di quello che la stanza avrebbe richiesto—rifletteva un quarantenne che si manteneva in forma, anche se l'addome tradiva le colazioni al bar e le cene da asporto. Walter si passò una mano tra i capelli neri e disse:
«Buongiorno, amico mio.»
Era un rituale stupido, lo sapeva. Il tentativo inutile di cancellare il ricordo di quel buio che lo affliggeva nei sogni. Un'ostentata ricerca di sicurezza nella normalità.
Indossò il suo Zenit d'epoca ultrapiatto d'oro come il cinturino, con il quadrante rivolto all'interno del polso. Si vestì rapidamente; un'altra colazione veloce al bar sotto casa era tutto ciò che il tempo rimanente gli avrebbe consentito.
Il commissario Walter Marino imprecò contro l'ignoto automobilista che gli aveva appena tagliato la strada. Lui stesso, in ritardo come al solito, non si poteva dire che stesse guidando con prudenza.
Riprese nervosamente la marcia dopo la brusca frenata a cui l'aveva costretto "l'imbecille", rimuginando sulla mancanza di educazione, e non solo stradale, dei suoi concittadini. Che poi tali non erano! Marino era uomo del sud, ma si considerava torinese d'adozione in virtù dei suoi trascorsi scolastici e di inizio carriera in Polizia. Un molisano scontroso ma educato che con quella piccola città di provincia del sud del Lazio non c'entrava proprio. Un trasferimento che aveva cercato di evitare, ma che alla fine aveva dovuto subire.
Arrivò nel parcheggio della questura. Sarebbe stata un'altra giornata barbosa con quei "casi" di provincia a metà tra il crimine organizzato e le beghe condominiali. Non che mancassero veri problemi con varie mafie, ma le attività in zona erano sommerse, silenziose. Nella zona i clan investivano e non volevano veri guai. Le autorità, senza un'effettiva pressione da parte della stampa e dei cittadini, si limitavano a contenere e sorvegliare senza prendere iniziative eclatanti.
In pratica, per Marino si trattava di portare avanti il mandato senza grossi traumi fino al prossimo gradino della carriera.
Il commissario ricambiò con un cenno distratto il saluto dell'ispettore Aurunco, suo aiutante che sedeva al proprio posto di lavoro nell'anticamera dell'ufficio. Poi si fermò un istante e chiese:
«Come va, Matteo?»
«Come al solito, capo. La fotocopiatrice è ancora rotta e la dottoressa Chiamenti ha già telefonato ricordando che vuole la situazione delle licenze per Natale.»
«Che palle! Siamo a ottobre!»
«Veda che c'è un tizio di là che vuole parlare con lei. Ha detto che parla solo con il commissario.»
«Pure i lunatici a inizio settimana, ci mancavano.»
Marino si sedette alla scrivania e guardò sconsolato la pila di carte che giaceva nel cestino della posta in arrivo. "Altro che protocollo informatico!" Nella Pubblica Amministrazione l'uso dell'informatica aveva solo significato affiancare alla circolazione della carta quella delle e-mail. I faldoni carichi di documenti erano ancora tutti là in attesa della auspicata dematerializzazione.
«Matteo! Fai entrare.»
Qualunque scusa era buona pur di procrastinare le noiosissime scartoffie. Un uomo magro sulla sessantina entrò, con la faccia di chi ha dormito poco. Vestito in modo trasandato ma, si sarebbe detto, ragionevolmente curato e sicuramente pulito.
Si asciugò le mani sudate sui pantaloni prima di sedersi.
«Si accomodi», disse indicando una delle poltroncine di fronte alla scrivania. L'uomo si guardò alle spalle fissando la porta aperta, quasi a invocare maggiore privacy.
«Matteo, chiudi la porta per cortesia!»
«Allora, chi è lei e che cosa posso fare per aiutarla?»
«Mi chiamo Aldo Nitti, signor commissario. Sono il proprietario della fattoria che sta alla fine della strada di Monte Scuro.»
Aldo non sembrava un contadino. L'occhio esperto del poliziotto notò subito la stranezza.
«Succedono cose strane dalle mie parti, non riusciamo più a vivere tranquilli. Da qualche tempo ci sono delle... cose, nel nostro bosco di castagni.» Si interruppe, come se attendesse l'inevitabile richiesta di chiarimento che infatti arrivò:
«Cose? Sia più preciso, per cortesia.»
«Il problema è che non so come descriverle, quelle cose. Da lontano sembrano figure umane, ma se ci si avvicina non si riesce a vederle meglio, come se fossero sfocate, traballanti... ma non è una questione di vista, è come se non si riuscisse a tenere lo sguardo fisso su di loro per un tempo sufficiente.»
Nitti si passò una mano sulla fronte. «E quando sono vicine... sentiamo una pressione. Qui.» Indicò le tempie. «Come un ronzio nella testa. Non un suono vero, qualcosa... dentro.»
Walter serrò la mascella, ma c'era tuttavia qualcosa nell'uomo che lo faceva apparire tutt'altro che un pazzoide visionario. Forse era malato ma...
«Non sono schizofrenico, sa?» disse Nitti sorprendendo Marino. «Ho consultato ben tre medici noti per la loro fama e il costo delle loro parcelle. A parte uno stato d'ansia e un po' d'esaurimento da stress, non ho nulla. La stessa cosa vale per mia moglie Rita e mia figlia Gianna.»
Nitti appoggiò sulla scrivania dei fogli di carta intestata: i referti delle visite di cui aveva appena parlato. Su uno spiccava il nome del famoso neurochirurgo Marinelli di Roma.
Il commissario, di nuovo sorpreso per la prontezza di quella esibizione di documenti, si convinse ancor di più che i modi di Nitti non erano quelli di un contadino. Occorreva definire meglio il personaggio per capire dove volesse andare a parare.
«Che ci fa lei nella "vecchia legnaia" di Monte Scuro? Non è così che i locali chiamano la fattoria?»
«Facevo il consulente finanziario, poi, un paio d'anni fa, siamo venuti in gita sul Monte Scuro e ci siamo innamorati del posto. Io avevo già guadagnato abbastanza soldi per vivere bene e, francamente, non ne potevamo più della città. Ho delle rendite che mi consentono una certa tranquillità e la fattoria stessa produce un piccolo reddito. Sempre se i castagni continueranno a rimanere indenni dal cancro che li sta sterminando dappertutto. La nostra zona sembra essere un'oasi immune.»
Aldo Nitti si appoggiò allo schienale, il respiro più regolare, anche se quell'aria preoccupata non l'abbandonava.
«Allora, mi dica delle "apparizioni".»
«Non le definirei neppure così. Oh, beh... va bene: c'è qualcosa che si aggira per il bosco, direi una dozzina, forse più, "individui" che non si riesce a definire meglio o ad avvicinare.»
«Si starà chiedendo perché sono venuto da lei. Ebbene, quelle figure comunicano con noi!»
Nitti si chinò in avanti, le mani serrate sul bordo della scrivania.
«Ci mostrano delle scene. È come... come se le immagini si formassero direttamente nel cervello, senza passare dagli occhi. Succede sempre allo stesso modo: sentiamo che sono là—una pressione dietro le tempie, quasi un ronzio—e andiamo nel bosco. Le vediamo in distanza, sfocate. Poi aumentano di numero e... le immagini arrivano tutte insieme. Una sequenza breve, violenta. Come un film accelerato che qualcuno ti proietta nel cranio.»
«Il ricordo rimane vivo per giorni, poi scompare e di lì a poco succede di nuovo tutto daccapo e termina con un'altra breve sequenza.»
La tensione sul volto di Nitti era molto più evidente ora. Sembrava provato dall'aver dovuto raccontare quelle cose, quasi controvoglia. Un tic nervoso gli contrasse l'angolo della bocca.
«Le stesse cose, o meglio, più o meno le stesse cose le potrebbero essere riferite da mia moglie e da mia figlia.»
«Perché dice più o meno?»
«Perché le visioni possono essere diverse, anche molto diverse da persona a persona. Comunque io non sono qui solo per chiederle di aiutarci a capire cosa succede nel nostro bosco, ma anche per segnalarle un pericolo.»
L'espressione di Nitti si fece cupa.
«In genere le brevi sequenze si riferiscono a persone che non conosciamo o che non siamo in grado di riconoscere. Ma l'ultima volta mia figlia ha visto un'ex compagna di liceo che veniva uccisa.» Nitti deglutì.
«Nella visione, Gianna ha visto un uomo avvicinarsi da dietro. L'uomo era di spalle, corporatura notevole. C'era immondizia sparsa intorno—cassonetti, forse un vicolo. E poi... poi la ragazza è caduta.»
«Dopo qualche ora Gianna ha provato a rintracciare l'amica, che non vedeva da tempo, senza successo. Il cellulare è staccato e i genitori non sono in casa da giorni.»
Le spalle di Nitti si rilassarono leggermente.
«Ecco, questo è tutto!»
Il commissario era, tutto sommato, colpito dalla storia. Non tanto per il contenuto in sé, quanto per il modo con il quale Nitti l'aveva esposta. Che interesse poteva mai avere a esporsi così con un funzionario di polizia con una storiella inverosimile?
Certo, di veggenti e santoni ce n'erano un'infinità, ma Nitti sembrava diverso. Aveva mostrato una sorta di pudore nel parlare della vicenda. «Si è rivolto a qualche esperto per spiegare le presenze?»
«E a chi dovrei rivolgermi? Non ho mai creduto ai cosiddetti fenomeni paranormali e per quanto riguarda la religione, non sono neppure credente. Ci deve essere una spiegazione razionale per tutto ciò! Comunque, al momento la nostra preoccupazione è sapere se la visione della ragazza uccisa è una semplice allucinazione o qualcosa di più.»
«Certo, mi dia le generalità della persona e provvederemo subito a un controllo discreto.» Marino era certo che non ci fosse nulla di serio in questa parte del racconto. Era invece intrigato dalle visioni collettive: una di quelle storie paranormali che fanno parlare i giornalisti e attraggono l'attenzione del pubblico. Quel tipo di vicenda che, se ben sfruttata, dà visibilità e fa fare carriera.
«Le spiace se mando qualcuno a dare un'occhiata nel suo bosco?»
«Certo che no! Faccia pure, ma mi raccomando la ragazza!» Chinò lo sguardo per scrivere su un foglietto che il commissario gli aveva passato.
«Si chiama Annalisa Severi.»
Marino stava per congedare il suo ospite, quando fu preso da uno scrupolo professionale.
«Lei ha detto di aver visto altre persone nelle visioni. Qualche altro decesso o atto di violenza?»
«Purtroppo sì! È questo che ci sta logorando. Siamo sempre in attesa che quelle cose ci chiamino per farci vedere eventi terribili!»
«Le dispiacerebbe dare un'occhiata alle foto di persone scomparse?»
Aldo aveva accettato controvoglia di scorrere quell'album. Ma voleva, evidentemente, mostrarsi disponibile. Dopo alcuni minuti, tuttavia, arrivò alla fine della lista di foto senza aver riconosciuto nessuno.
«Mi dispiace, non so nemmeno se le persone nelle nostre visioni siano reali.»
Richiuse il grosso raccoglitore. Il suo sguardo cadde su un foglio che giaceva sulla pila di fascicoli della posta in arrivo sulla scrivania del poliziotto. Anche sottosopra quel viso gli sembrò familiare.
La mano di Nitti si bloccò a mezz'aria.
Afferrò il foglio e lo guardò meglio.
«Ehi, che sta facendo? Quello è un documento d'ufficio... è riservato!»
Nitti afferrò il foglio con entrambe le mani, le dita tremanti.
«L'ho visto! Questo ragazzo era in una visione non più tardi di un mese fa.»
La voce gli si incrinò.
«L'ho visto mentre veniva colpito alla nuca. Il proiettile, l'impatto, il sangue. Ho visto tutto. E poi l'uomo—sempre di spalle, forse lo stesso uomo—che si allontanava senza fretta, come se non fosse successo niente.»
«Chi è? Chi è questo ragazzo?»
Marino sentì un gelo risalirgli la schiena. Il sangue gli pulsava nelle tempie.
Il ritrovamento era della sera prima. Dodici ore. Un ragazzo di ventiquattro anni circa, scomparso da tre settimane e rinvenuto con la nuca forata da un proiettile sotto un cavalcavia della statale.
Nitti non poteva saperlo. Nessuno poteva saperlo. La foto era arrivata quella mattina stessa.
«Matteo!»
Porse il foglietto sul quale Nitti aveva annotato i dati dell'amica della figlia all'ispettore.
«Dirama subito un ordine di ricerca per questa ragazza e manda una volante a casa.»
Poi si fece scuro in volto e rivolto a Nitti disse:
«Che cosa sa di questo ragazzo?»
«Solo quello che le ho detto. Le immagini delle visioni rimangono in mente per qualche settimana, a volte di più. Non ho idea di chi possa essere.»
Nitti sostenne lo sguardo di Marino senza distogliere gli occhi. Il commissario, tuttavia, diffidava di tutti per istinto e ne aveva viste abbastanza per non credere mai a nessuno sulla sola base delle dichiarazioni rese. Il peggior assassino poteva apparire candido come un bambino e credere sul serio di essere innocente. Magari Nitti aveva improvvisato la cosa per impressionarlo. Dopotutto una foto sulla scrivania di un commissario si presta a una simile recita.
«La ringrazio per ora e le chiedo di rimanere a disposizione. Per me lei è una "persona informata dei fatti" in un caso di omicidio.»
Nitti annuì senza esitare. Forse non capiva le implicazioni di ciò che gli aveva appena detto? O forse non gli importava, quasi fosse preso da altre cose.
«Non c'è problema, commissario, non prevediamo di andare in nessun posto a breve scadenza.»
L'uomo si avviò verso l'uscita accennando un fugace saluto.
Walter rimase per un po' assorto nei suoi pensieri, lo sguardo perso nel vuoto. Stava pensando di chiamare un amico giornalista per passargli discretamente la storia. Un caso paranormale conclamato lo avrebbe fatto uscire dall'anonimato di quel buco di provincia. Ma servivano conferme, altri testimoni.
Nitti poteva essere un visionario sincero oppure un bugiardo manipolatore. O magari un assassino talmente intelligente da presentarsi in questura con una storia impossibile per depistarlo.
In ogni caso, la ragazza andava trovata. Quella parte non era negoziabile. Marino prese il telefono e compose il numero della Scientifica. Se Nitti diceva il vero, c'era qualcuno là fuori che sparava alla nuca delle persone. E questo, almeno, era un problema che sapeva come risolvere.
Ma mentre riattaccava, il pensiero tornò all'incubo. Al buio che ondeggiava vivo. E per un istante—solo un istante—Marino si chiese se quello che Nitti aveva visto nel bosco fosse davvero un'allucinazione.
O se fosse lui, Walter Marino, a non vedere abbastanza.
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