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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il silenzio della torba
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Le indagini di Sarah McCoin.
La pioggia di Dublino non cadeva, sospirava. Un respiro umido e persistente che avvolgeva la città, appannando i finestrini delle auto e annerendo i mattoni dei cottage. Avvolta in un silenzio carico di pensieri, Sarah McCoin conduceva il furgone dell'ERU, unica oasi di calma nel caos del mattino. Il dolore al braccio, una fitta sorda e familiare, le ricordava il caso O'Malley ogni volta che l'umidità calava così. Una cicatrice non solo sulla pelle, ma nella memoria. Accanto a lei, Tom Kelly fissava il panorama che sfumava oltre il vetro. Il suo profilo da surfista sembrava fuori posto contro lo sfondo grigio.
«Posto incantevole», borbottò lui, accendendo una sigaretta col finestrino abbassato di un centimetro. L'aria fredda e il fumo si mescolavano in una danza invadente nell'abitacolo.
«Spegnila, Tom. O esci e corri accanto al furgone». La voce di Sarah era piatta, la stanchezza già un peso sulle spalle nonostante fossero solo le nove del mattino. Aveva salutato Aaron mentre sua madre, Emily, gli preparava la colazione: la loro sacra e immutabile routine del venerdì mattina. Lui sorrise, un gesto rapido che gli illuminava gli occhi chiari. Tirò un'ultima, lunga boccata e schiacciò la sigaretta nel portacenere strapieno. «Come comandi, capo», rispose infine con una docilità troppo disinvolta per essere davvero autentica.
La meta non aveva nulla di rassicurante. La chiamata arrivata due ore prima annunciava un corpo nella torbiera. E un corpo nella torbiera è quasi sempre preludio a qualcosa di peggio.
Le Wicklow Mountains, soprannominate "Il Giardino d'Irlanda", accolsero le auto della Garda con una cortina di nebbia spettrale, che si infilava tra gli scheletri grigi degli alberi e avvolgeva le distese di brugo come un sudario. La bellezza del luogo era aspra, primordiale, e in un giorno come quello, profondamente sinistra.
Il luogo del ritrovamento era un pantano di attività controllata. Figure in tute bianche andavano e venivano come spettri, il loro movimento contrastava nettamente con l'immobilità mortale del paesaggio. Un agente locale, il volto pallido e tirato, li condusse oltre il nastro della polizia. L'odore era il primo impatto: terroso, denso, con una sottile, inquietante punta di dolciastro marcio, un profumo di tempo fermo e di segreti custoditi troppo a lungo.
«L'ha trovato un escursionista con il cane», spiegò l'agente, la voce un po' tremula, indicando un uomo avvolto in una coperta termica che fissava il vuoto, accanto a un pastore tedesco che ringhiava basso, irrequieto. «Sta male, poveretto. Dice che il cane ha scovato un... un pezzo di legno strano. Poi ha realizzato che era una mano.»
Sarah annuì, un cenno breve. Il suo sguardo era già oltre, già concentrato sulla figura scura che giaceva nella pozza d'acqua nera e stagnante. Non era un corpo nel senso comune del termine. Era una reliquia macabra, una scultura organica modellata dalla torba. La pelle, conciata dall'acido umico e dalla mancanza di ossigeno, aveva il colore e la consistenza del cuoio antico, tirato su uno scheletro che sembrava troppo fragile. Sembrava più una radice mostruosa, strappata via dalla terra con violenza, che un essere umano che un tempo aveva respirato e riso.
Tom Kelly fischiò piano tra i denti. «Cristo santo!» La sua maschera da duro si era incrinata per un attimo, lasciando trasparire un brivido di genuino orrore.
«Non bestemmiare, Tom», lo redarguì Sarah automaticamente, avvicinandosi con passo cauto, gli stivali che affondavano nel terreno molle. Il suo sguardo da investigatrice era già al lavoro, catalogava, analizzava: i brandelli di tessuto che aderivano al torso, i capelli scuri e stopposi, la posizione contratta. Il medico legale, un uomo sulla cinquantina di nome Caldwell, era accovacciato accanto al corpo come uno stregone davanti a un altare primitivo. Alzò lo sguardo, e la luce fredda dei neon scivolò sulle lenti spesse dei suoi occhiali, gli occhi sembravano due piccoli specchi grigi, attenti e impassibili. Aveva il volto scavato da notti insonni, la pelle pallida che tradiva anni trascorsi sotto luci artificiali più che alla luce del sole. I capelli, un tempo neri, erano ormai striati d'argento e pettinati con una cura distratta, come un dettaglio irrilevante. Indossava un camice leggermente sgualcito, macchiato di polvere e di formalina, e i suoi gesti lenti, quasi cerimoniali, davano l'impressione di un uomo abituato a trattare con la morte più che con i vivi. C'era in lui qualcosa di quietamente inquietante, una calma che non nasceva dall'indifferenza, ma dall'intima familiarità con l'orrore. «Ispettrice McCoin, cominciavo a pensare che si fosse persa...» la sua voce era grave, roca di chi fuma troppo o dorme troppo poco.,«il corpo invece è qui da un bel po'. Parecchi anni, direi. La torba è un ottimo conservante, ma non è gentile.» Caldwell si rialzò con lentezza, poggiando una mano sul ginocchio per aiutarsi. La torcia appesa al suo petto oscillò, gettando bagliori giallastri sul volto del cadavere. La pelle, scurita e tesa come cuoio, sembrava più una maschera che un viso. «Guardi», mormorò il medico, più per sé stesso che per Sarah, «ogni piega, ogni fibra... è rimasta intatta. Ma sotto, dentro, il tempo ha fatto il suo lavoro. È come se la torbiera avesse voluto tenerselo, non restituirlo mai.» La McCoin si accovacciò accanto al patologo. L'umidità del luogo le entrò nei polmoni e il fiato le uscì in una nuvola pallida, subito inghiottita dall'aria fredda. Il terreno sotto le ginocchia era molle, impregnato di acqua stagnante e di odori antichi. «Uomo o donna?» chiese, senza distogliere lo sguardo dal corpo. Caldwell non rispose subito. Con movimenti lenti, quasi rituali, si tolse gli occhiali, li pulì con un fazzoletto stropicciato e li rimise a posto sul naso. Era un gesto che Sarah aveva imparato a riconoscere: lo faceva sempre quando qualcosa lo metteva a disagio. «Uomo», disse infine, «ma non chiedetemi come è morto. Non ancora.» Seguì un breve silenzio, rotto solo dal gocciolio lontano dell'acqua e dal fruscio dei rami mossi dal vento. Poi Caldwell aggiunse, abbassando la voce, come se temesse di essere ascoltato: «A volte penso che questi corpi non vengano trovati per caso. È come se scegliessero loro il momento giusto per tornare alla luce.» Kelly rimase due passi indietro, le mani infilate nelle tasche del giubbotto. Preferiva mantenere una certa distanza, fisica ed emotiva. «Età?» domandò. «Giovane, direi», Caldwell si chinò leggermente, osservando con attenzione, «trenta, forse meno. La dentatura è in ottimo stato, per quello che può valere.» Con una pinzetta sollevò un brandello di tessuto rimasto attaccato al torace. Il gesto era delicato, quasi rispettoso. «Jeans», continuò, «una taglia che suggerisce magrezza.» Fece scorrere lo sguardo lungo ciò che restava dell'abbigliamento. «E un giubbotto... quel taglio lì. Primi anni Duemila.» Sarah seguì la scena in silenzio. Quel dettaglio la colpì più di quanto avrebbe voluto ammettere. Quel giubbotto, quella linea ormai fuori moda, le parvero improvvisamente familiari, come una fotografia tirata fuori da una scatola dimenticata. Un frammento della sua giovinezza, quando il mondo sembrava ancora aprirsi davanti invece di richiudersi su se stesso. Distolse lo sguardo dal corpo e fissò l'oscurità tra gli alberi. Per un istante ebbe la strana sensazione che non fosse solo un'indagine, ma un ritorno: qualcosa che il passato aveva deciso, finalmente, di pretendere. Poi, il suo sguardo si fissò sulla mano destra, contratta in un artiglio perpetuo. Un anello, consumato ma riconoscibile, un intricato nodo celtico che sembrava stringere la carne mummificata. E, mentre Caldwell si spostava per esaminare l'altro lato, Sarah vide che nella tasca interna del giubbotto, protetto in una tasca chiusa dal bottoncino di plastica che miracolosamente aveva resistito, c'era qualcosa che non era marcio. Un rettangolo di carta, spesso, ingiallito ma intatto.
«Tom...» disse, la voce improvvisamente più bassa, più stretta. Un presentimento le serrò lo stomaco.
Lui si avvicinò, il suo passo pesante che faceva schioccare il fango. Seguì il suo sguardo. Con le pinze chirurgiche, Caldwell estrasse con cura l'oggetto, maneggiandolo come un reperto archeologico. Era un biglietto da visita, logoro, i bordi sfrangiati. Illeggibile in alcune parti a causa dell'umidità, ma il logo della Garda Síochána, era ancora vivido. E, sotto, stampato in un font semplice e ormai datato, un nome.
Patrick McCoin.
Il mondo intorno a Sarah perse consistenza, colore, suono. Il brusio degli agenti, il fruscio del vento tra l'erica, il respiro affannoso di Kelly. Tutto si allontanò in un sordo, assordante ronzio, come se qualcuno avesse spento l'audio dell'universo. Il suo cuore, invece, batté all'impazzata contro le costole, un tamburo furioso di panico e incredulità. Sentì il sangue defluire dal suo viso, un gelo improvviso che niente aveva a che fare con la temperatura esterna.
«Capo?» la voce di Tom le arrivò da lontano, come dal fondo di un pozzo. «Sarah? Tutto bene? Sei bianca come un lenzuolo.»
Lei non riuscì a rispondere. Incapace di staccare gli occhi da quel nome. Il nome di suo padre. Morto da cinque anni per un infarto mentre potava la siepe nel giardino del loro cottage. L'eroe della sua infanzia, il poliziotto integerrimo che le aveva insegnato a leggere le impronte e a dubitare sempre delle apparenze. Cosa diavolo faceva il suo biglietto da visita addosso a un corpo sepolto da anni?
«Chi è?» chiese Tom, chinandosi per vedere meglio, la fronte corrugata in un'espressione di confusione.
Sarah riuscì a trovare la voce, un soffio strozzato che a malapena uscì dalle sue labbra. «Mio padre.»
Il silenzio che scese tra loro, in quell'istante, non fu rotto dai suoni primordiali della palude, ma dal peso schiacciante di quella rivelazione. Il corpo nella torba non era solo un cold case, un mistero da archiviare. Era un messaggio dal passato, una bomba a orologeria lanciata nel presente. E, con un'orrore che le gelò l'anima, Sarah McCoin capì che era diretto esclusivamente a lei. |
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