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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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L'invito
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Il tempo non è mai neutro.
L'ultimo ospite dell'Hotel Aurora morì in una notte di gennaio del 1962. I giornali dell'epoca parlarono di incidente. Una donna anziana, una delle ultime habitué delle terme, scivolata nelle vasche al piano inferiore. L'acqua era gelida da settimane — le caldaie avevano smesso di funzionare, il personale era stato ridotto all'osso, e l'Hotel Aurora stava morendo lentamente, come tutti gli imperi che si ostinano a non vedere la propria fine. Ma chi conosce la storia vera sa che la donna non scivolò. E che l'Hotel Aurora non chiuse per ragioni economiche. Chiuse perché doveva chiudere. Perché certi luoghi, dopo aver visto abbastanza, devono essere sigillati. Negli anni successivi, i documenti legati all'Hotel Aurora cambiarono più volte di mano. Fallimenti, successioni, archivi incompleti. Nulla di illegale, ufficialmente. Solo abbastanza confusione da permettere a qualcuno, decenni dopo, di ricostruire ciò che altri avevano cercato di seppellire. Sessantadue anni dopo, qualcuno ha deciso di rompere quel sigillo. * * * La busta era color avorio, pesante, del tipo che non si trova più in commercio. Nessun francobollo, nessun indirizzo di ritorno. Solo un nome scritto a mano con inchiostro nero, una calligrafia elegante che sembrava appartenere a un'epoca passata. Cinque buste identiche raggiunsero cinque persone diverse, in cinque città italiane, nella stessa mattina di novembre. Il contenuto era semplice: un cartoncino rigido con poche righe stampate e un biglietto da visita vuoto su un lato, con un numero di telefono sull'altro. Gentile Ospite, Lei è cordialmente invitato a un soggiorno esclusivo presso l'Hotel Aurora, nelle Alpi piemontesi, dal 13 al 16 dicembre. Il Suo nome è stato selezionato con cura. La Sua presenza è essenziale. Non si tratta di una proposta. Si tratta di un'opportunità che non si presenterà due volte. Sia puntuale. Venga solo. Non parli di questo invito con nessuno. L'Orologiaio Nessuna spiegazione. Nessun contesto. Solo quella firma bizzarra e un numero da chiamare per confermare. Chiunque dotato di buon senso avrebbe gettato quella lettera. L'avrebbe ignorata come uno scherzo elaborato o il delirio di qualche eccentrico. Ma i cinque destinatari non erano persone comuni. Erano persone che avevano costruito le loro fortune sulla capacità di riconoscere le opportunità — e sulla disponibilità a correre rischi che altri non avrebbero mai contemplato. E c'era qualcos'altro, qualcosa che nessuno di loro avrebbe mai ammesso: insieme all'invito, nella busta, c'era una fotografia. Una fotografia diversa per ognuno. Una fotografia che non sarebbe dovuta esistere. Un momento catturato che ciascuno di loro credeva sepolto per sempre. L'Esteta guardò la sua per quasi un minuto intero, immobile nel suo studio milanese. La luce del mattino filtrava attraverso le tende di lino, illuminando scaffali di libri d'arte e opere appese con cura alle pareti. Era un uomo che aveva fatto della bellezza la propria religione e del controllo il proprio vangelo. Quella fotografia non era bella. Mostrava lui accanto a un uomo — un cliente, anni prima — in una galleria veneziana. Ma c'era qualcos'altro nella foto che gli fece stringere lo stomaco: sullo sfondo, sfocata ma riconoscibile, una donna giovane con i capelli scuri. Anna. Anna che non avrebbe dovuto essere lì. La donna che lui credeva di aver cancellato dalla propria vita senza lasciare tracce. Appoggiò l'immagine sulla scrivania, a faccia in giù, e prese il telefono. Tre squilli. Poi una voce registrata, priva di inflessioni: «La Sua partecipazione è confermata. Un'auto La attenderà il 13 dicembre alle ore sei. Non porti bagagli voluminosi. Tutto il necessario sarà fornito.» * * * Il 13 dicembre l'inverno arrivò sulle Alpi con una settimana di anticipo. La neve iniziò a cadere poco dopo mezzogiorno, fiocchi grandi come monete che in poche ore coprirono le strade e piegarono i rami degli abeti. Le previsioni parlavano di una perturbazione intensa ma breve. Cinque auto nere — identiche, senza targa visibile — partirono da cinque città diverse e conversero verso lo stesso punto, risalendo valli sempre più strette, superando paesi sempre più piccoli, fino a quando l'ultima traccia di civiltà scomparve dietro un muro bianco di neve. L'Hotel Aurora apparve all'improvviso, oltre una curva, come un miraggio sbagliato. Era enorme. Più grande di quanto qualsiasi fotografia avrebbe potuto suggerire. Quattro piani di pietra grigia e finestre ad arco, una facciata liberty decorata con fregi di ferro battuto che la neve stava lentamente cancellando. La torre centrale, con il suo orologio fermo sulle 3:47, svettava contro un cielo che non prometteva nulla di buono. Le luci erano accese. Questo era l'unico dettaglio rassicurante — e, come tutto ciò che rassicura troppo facilmente, avrebbe dovuto essere un avvertimento. Le cinque auto si fermarono davanti all'ingresso a pochi minuti l'una dall'altra. I cinque passeggeri scesero nella neve, stringendosi nei cappotti, osservandosi a vicenda con la diffidenza calibrata di chi riconosce nei propri simili non degli alleati, ma dei concorrenti. Nessuno parlò. Le auto ripartirono prima che qualcuno potesse protestare, i fari rossi inghiottiti dalla tormenta nel giro di pochi secondi. L'Esteta fu l'ultimo a distogliere lo sguardo dalla strada ormai invisibile. Contò mentalmente i suoi nuovi compagni: una donna elegante sulla cinquantina, un uomo anziano dai capelli bianchi, un tipo anonimo che sembrava già voler scomparire, un uomo asciutto con una cicatrice sul sopracciglio. Quattro sconosciuti. Una fotografia impossibile in tasca. E un albergo che non avrebbe dovuto essere aperto. La porta principale si aprì da sola, rivelando un ingresso illuminato da lampadari che non vedevano ospiti da sei decenni. Da qualche parte, in fondo alla hall, un orologio a pendolo batté un colpo. L'Esteta varcò la soglia per primo. Non perché fosse coraggioso, ma perché sapeva che esitare significava mostrare debolezza — e lui non aveva mai mostrato debolezza a nessuno. Gli altri lo seguirono, uno alla volta. La porta si richiuse alle loro spalle con un suono morbido, definitivo, come la pagina di un libro che si volta. Nessuno di loro sapeva ancora che non tutti avrebbero rivisto quella porta dall'esterno. * * * Sul bancone della reception, accanto a una campanella d'ottone che nessuno avrebbe suonato, c'erano cinque buste. Cinque nomi. No — non nomi. Soprannomi. L'Esteta. La Vedova. Il Cardinale. La Volpe. Il Chirurgo. E sotto le buste, inciso nel legno del bancone con una precisione che non poteva essere casuale, un messaggio: Ogni ingranaggio ha il suo momento. Il vostro è arrivato. — L'Orologiaio L'Esteta prese la busta con il suo nome. La carta era fredda, più fredda di quanto avrebbe dovuto essere. La aprì. Dentro c'era un'altra fotografia. Diversa dalla prima. Peggiore. Mostrava Anna — questa volta nitida, riconoscibile — seduta da sola in un caffè, lo sguardo perso. La data sul retro era di tre settimane prima del suo funerale. E un foglio con una sola frase: So cosa hai fatto a Venezia. Tutto. Alzò lo sguardo. Gli altri quattro stavano leggendo i propri messaggi. Vide la Vedova impallidire. Vide il Cardinale serrare la mascella. Vide la Volpe fare un passo indietro, verso la porta — la porta che, come avrebbero scoperto presto, non si apriva più dall'interno. Solo il Chirurgo rimase impassibile, ma i suoi occhi — quegli occhi che avevano visto cose che nessuno dovrebbe vedere — tradivano qualcosa che somigliava alla paura. Fuori, la neve continuava a cadere. Dentro, l'Hotel Aurora si stava svegliando. E da qualche parte, in una stanza che nessuno di loro aveva ancora trovato, un orologio riprese a battere. La prima sera La hall dell'Hotel Aurora era un monumento alla vanità di un'epoca che non esisteva più. L'Esteta la osservò con l'occhio di chi aveva passato una vita a giudicare la bellezza, e quello che vide lo disturbò in un modo che non riusciva a definire. C'era un'anomalia in quella magnificenza congelata nel tempo. I lampadari di cristallo, ancora intatti, proiettavano una luce dorata su pareti ricoperte di carta da parati a motivi floreali — gigli e rose intrecciati in un disegno art nouveau che doveva essere costato una fortuna. Le colonne di marmo verde che sostenevano il soffitto a cassettoni erano scheggiate in alcuni punti, ma mantenevano una dignità silenziosa. E ovunque, su ogni superficie, un sottile strato di polvere che nessuno aveva disturbato per decenni. Eppure, le luci funzionavano. Brillavano come se qualcuno le avesse accese pochi minuti prima del loro arrivo. «Qualcuno vuole spiegarmi cosa diavolo sta succedendo?» La voce apparteneva alla Volpe. L'Esteta lo aveva già catalogato mentalmente: un uomo sulla quarantina, aspetto deliberatamente anonimo, il tipo che si mimetizza in qualsiasi ambiente. Ma in quel momento la sua maschera di invisibilità si era incrinata. Teneva in mano il foglio della sua busta, e le dita gli tremavano appena. «Credo che la situazione sia piuttosto evidente» disse il Cardinale, con quella calma impostata che doveva avergli fatto vincere decine di cause. Imponente nonostante l'età, la voce profonda che riempiva lo spazio. «Qualcuno ci ha attirati qui. Qualcuno che sa cose su di noi.» «Cose che non dovrebbe sapere» aggiunse la Vedova. Non era una domanda. L'Esteta la studiò con interesse. Più giovane di quanto avesse pensato inizialmente — la cinquantina appena sfiorata, con quella bellezza affilata che certi volti acquisiscono con l'età invece di perderla. Indossava un cappotto di cachemire grigio che valeva quanto un'auto di media cilindrata, e i suoi occhi — di un verde pallido, quasi acquoso — non avevano smesso di analizzare la stanza dal momento in cui erano entrati. «La porta» disse il Chirurgo. Furono le prime parole che pronunciava. Tutti si voltarono. Era già all'ingresso. Esaminava la serratura con la concentrazione di chi smonta ordigni per mestiere. Provò la maniglia. Spinse. Tirò. «Bloccata. Dall'esterno. Meccanismo elettronico, a giudicare dal suono. Senza corrente non si apre.» «Ma la corrente c'è» disse la Volpe, indicando i lampadari. L'Esteta notò che alcune prese elettriche erano moderne, stonate rispetto al resto della hall. Qualcuno aveva lavorato lì dentro molto tempo dopo la chiusura ufficiale. E non per restaurare. «Controllata. Qualcuno decide cosa funziona e cosa no.» Un silenzio pesante calò sul gruppo. L'Esteta avvertì il gelo per la prima volta — non quello che veniva da fuori, dalla tormenta che seppelliva la valle, ma quello che saliva dal pavimento di pietra e si insinuava attraverso le suole delle scarpe. «Dobbiamo esplorare» disse il Chirurgo. «Trovare altre uscite. Cibo. Acqua. Riscaldamento.» «Ha ragione» concordò la Vedova. «E dobbiamo farlo prima che faccia buio del tutto. Non mi fido dell'elettricità di questo posto.» L'Esteta annuì. Pratica, la Vedova. Pericolosa, probabilmente, ma pratica. Restarono fermi per qualche istante, tutti e cinque, in una disposizione che non era casuale ma che nessuno aveva scelto consapevolmente. Il Cardinale al centro, come se la sua statura e la sua età gli conferissero un diritto naturale a occupare quel posto. La Vedova alla sua sinistra, abbastanza vicina da sembrare un'alleata, abbastanza distante da potersene dissociare in qualsiasi momento. La Volpe contro la parete, il più lontano possibile dalla porta — o il più vicino possibile a una via di fuga laterale. Il Chirurgo ancora sulla soglia del salone, le braccia lungo i fianchi, la postura di chi è pronto a muoversi in qualsiasi direzione. L'Esteta si rese conto che stava già costruendo gerarchie nella sua testa. Era un'abitudine professionale — nel mondo dell'arte, capire chi comanda davvero in una stanza è la differenza tra chiudere un affare e tornare a casa a mani vuote. Ma qui la posta era diversa. Qui non si trattava di denaro o di reputazione. Qui la posta era la sopravvivenza, e i segnali da leggere non erano più le cravatte o gli orologi, ma le mani — dove stavano, cosa stringevano, se tremavano. «Dovremmo almeno sapere i nostri veri nomi» disse la Volpe. Era un tentativo di normalità, un gesto sociale che in qualsiasi altro contesto sarebbe stato banale. Nessuno rispose. Il silenzio che seguì non fu imbarazzante — fu informativo. Disse a tutti, senza bisogno di parole, che nessuno in quella stanza era disposto a cedere nemmeno quel minimo frammento di sé. I soprannomi sarebbero rimasti. Le maschere sarebbero rimaste. E quel silenzio fu il primo muro che costruirono, tutti insieme, senza rendersene conto. Il freddo, nel frattempo, aveva smesso di essere un disagio per diventare una presenza costante, quasi un sesto membro del gruppo. L'Esteta sentiva le dita dei piedi intorpidirsi, il naso bruciare, e notò che il respiro di tutti produceva piccole nuvole di vapore che salivano pigramente verso il soffitto. L'hotel non era solo freddo. Era ostile. Le pareti sembravano respingere il calore umano come un organismo che rigetta un corpo estraneo. * * * L'esplorazione rivelò un edificio più vasto di quanto apparisse dall'esterno, e molto più gelido. L'Hotel Aurora si sviluppava su quattro piani, più un seminterrato dove un tempo si trovavano le terme. La hall occupava il centro del piano terra, circondata da una serie di saloni: un ristorante con tavoli ancora apparecchiati sotto teli bianchi, un bar con bottiglie polverose allineate dietro il bancone, una biblioteca con scaffali che arrivavano al soffitto, una sala da ballo con specchi alle pareti che moltiplicavano il vuoto. L'Esteta notò qualcosa di strano mentre passavano accanto alla sala da ballo. Una delle pareti laterali aveva una porta stretta, quasi nascosta tra due specchi. La aprì: un corridoio angusto, largo appena mezzo metro, che sembrava perdersi nell'oscurità. «Passaggio di servizio» disse il Cardinale alle sue spalle. «Gli hotel di quest'epoca ne avevano molti. Per la servitù, perché non fosse vista dagli ospiti.» Illuminò l'interno con lo smartphone. Il corridoio proseguiva per qualche metro, poi curvava. Ma qualcosa non quadrava: un muro di mattoni freschi lo bloccava. Murato di recente, a giudicare dalla malta ancora chiara. «Perché sigillare un passaggio di servizio?» Nessuno rispose. Ma il dettaglio restò nella sua mente, un piccolo allarme che non voleva tacere. Trovarono due camini. Uno nella biblioteca, l'altro nel salone principale accanto alla hall. Il Chirurgo li esaminò entrambi, verificando le canne fumarie con il telefono. «Funzionano. Ma la legna è poca.» L'Esteta contò: una catasta accanto a ciascun camino, forse venti ciocchi in tutto. Abbastanza per una notte, due al massimo, se usati con parsimonia. E fuori la temperatura stava precipitando. «Le camere sono ai piani superiori» riferì la Vedova, che era salita con la Volpe. «Ce ne sono una ventina per piano. Cinque sono state preparate. Letti rifatti, asciugamani puliti, i nostri nomi sulle porte.» «I soprannomi, vuole dire» la corresse il Cardinale. «Sì. I soprannomi.» «Il seminterrato?» chiese l'Esteta. «Bloccato» rispose il Chirurgo. «Porta d'acciaio, serratura moderna. Qualcuno non vuole che scendiamo.» «Ancora» aggiunse la Vedova, e quella singola parola conteneva più inquietudine di un intero discorso. La Volpe aveva iniziato a camminare avanti e indietro lungo il corridoio, un percorso breve e ripetitivo che tradiva un nervosismo ormai impossibile da mascherare. L'Esteta si chiese quanto tempo sarebbe passato prima che quell'uomo crollasse. Ogni persona ha un punto di rottura. La Volpe sembrava già vicino al suo. «Smetta di camminare» disse il Cardinale. Non fu brusco, ma il tono non ammetteva repliche. Era la voce di un uomo che aveva passato la vita a controllare le stanze in cui entrava. La Volpe si fermò. Per un istante i suoi occhi incontrarono quelli del Cardinale, e l'Esteta vide qualcosa passare tra i due — non ostilità, ma una sorta di riconoscimento. Entrambi sapevano cosa significava esercitare il potere sugli altri. La differenza era che il Cardinale lo faceva con le parole, e la Volpe con l'assenza di esse. «Ci stanno guardando» sussurrò la Volpe. Non a nessuno in particolare. Forse a sé stesso. «In questo momento, qualcuno ci sta guardando e sta ridendo.» Nessuno lo contraddisse. E fu quello, più di qualsiasi scoperta fatta durante l'esplorazione, a far capire all'Esteta quanto fossero vulnerabili. Non perché fossero chiusi in un hotel abbandonato, non perché la neve bloccasse ogni via di fuga, ma perché avevano già cominciato ad avere paura l'uno dell'altro. Il gruppo si riunì nel salone principale, attorno al camino spento. Le finestre mostravano un muro bianco di neve che cadeva sempre più fitta. Il vento aveva iniziato a ululare, trovando fessure negli infissi centenari, infiltrandosi come dita gelide. Il Cardinale si avvicinò alla finestra, osservando la torre dell'orologio. «Le 3:47» disse. «Strano orario per fermarsi, non trova?» «Cosa intende?» «Niente. Solo che gli orologi di solito si fermano a mezzanotte. A mezzogiorno. A ore rotonde. Le 3:47 sembra... intenzionale.» L'Esteta non rispose, ma registrò l'osservazione. Il Cardinale aveva ragione. Quell'orario sembrava scelto, non casuale. Ma scelto per cosa? «Accendiamo il fuoco. Uno solo, per risparmiare legna. Resteremo qui per la notte.» «E chi ha deciso che lei comanda?» chiese la Volpe. C'era una nota stridula nella sua voce, quella di un uomo che sentiva il controllo sfuggirgli. «Nessuno. Ma ho fatto una proposta ragionevole. Se ne ha una migliore, sono tutto orecchi.» La Volpe non replicò. Il Chirurgo si inginocchiò davanti al camino e iniziò ad accendere il fuoco con movimenti efficienti, quasi automatici. C'era qualcosa di ipnotico nella sua precisione, ogni gesto calibrato, nessuno spreco di energia. Un uomo abituato a operare in condizioni difficili. Le fiamme presero vita, proiettando ombre danzanti sulle pareti. Il calore si diffuse lentamente, insufficiente ma reale, e per un momento il gruppo si concesse di respirare. «Dovremmo parlare» disse il Cardinale, sistemandosi in una poltrona con la naturale autorità di chi è abituato a presiedere. «Di quello che sappiamo. Di quello che ci ha portati qui.» «Lei per primo, allora» ribatté la Vedova, sedendosi di fronte a lui. «Cos'ha ricevuto nella sua busta?» Il Cardinale esitò. Un'esitazione quasi impercettibile, il tipo che solo un osservatore attento avrebbe colto. L'Esteta la colse. «Una fotografia» disse infine il vecchio avvocato. «E una frase. So cosa hai fatto a Roma. Nient'altro.» «La fotografia mostrava cosa?» insistette la Vedova. «Questo non lo dirò.» «Perché?» «Perché non è affar suo. E perché, signora, dubito che lei sia ansiosa di condividere il contenuto della propria.» La Vedova sostenne il suo sguardo per un lungo momento, poi sorrise. Un sorriso sottile, affilato come una lama. «Touché.» «Io propongo che ci raccontiamo i nostri peccati» intervenne l'Esteta, e tutti gli sguardi si voltarono verso di lui. «Non i dettagli, se non volete. Ma almeno il tipo. Se c'è un filo che ci collega, dobbiamo trovarlo.» «E perché dovremmo fidarci l'uno dell'altro?» chiese la Volpe. I suoi occhi guizzarono da un volto all'altro, nervosi, calcolatori. «Per quello che sappiamo, uno di noi potrebbe essere l'Orologiaio.» Il fuoco crepitò, ma sembrava improvvisamente più debole. L'Esteta non aveva considerato quella possibilità. O meglio, l'aveva considerata e scartata troppo in fretta. Ora, guardando i quattro volti illuminati dalle fiamme, si rese conto che la Volpe aveva ragione. L'Orologiaio poteva essere chiunque. Poteva essere seduto accanto a lui in quel momento, a scaldarsi allo stesso fuoco, fingendo la stessa paura. «Se fosse vero» disse lentamente, «significherebbe che questa persona è disposta a intrappolare sé stessa insieme a noi. A rischiare la propria vita.» «O che ha un piano per uscirne» replicò il Chirurgo. La frase più lunga che avesse pronunciato dall'inizio della serata. La Vedova si alzò, avvicinandosi al camino. Le fiamme le illuminavano il volto dal basso, scavando ombre sotto i suoi occhi. «Allora guardiamoci bene» disse. «Guardiamoci tutti, adesso. Perché, se l'Orologiaio è uno di noi, prima o poi commetterà un errore. E quando lo farà, voglio essere pronta.» Il vento soffiò più forte, facendo tremare i vetri. E in quel momento, da qualche parte nell'edificio, un telefono iniziò a squillare. * * * Il suono era impossibile. Nessuno di loro aveva visto telefoni funzionanti durante l'esplorazione. E il tipo di squillo — metallico, antico, il trillo di un apparecchio a disco — apparteneva a un'epoca in cui quell'hotel era ancora vivo. «Viene dalla reception» disse la Vedova. Si mossero insieme, attratti da quel suono come falene da una lampadina. L'Esteta notò che nessuno voleva restare indietro, nessuno voleva trovarsi solo. La paura aveva iniziato a lavorare su di loro, sottile e persistente. Il telefono era sul bancone della reception, accanto alle buste ormai vuote. Un apparecchio nero, lucido, con il disco combinatore e una cornetta pesante che vibrava a ogni squillo. Si fermarono tutti a guardarlo. Insieme, nello stesso istante. L'Esteta annotò mentalmente il dettaglio. Se l'Orologiaio fosse stato uno di loro, non avrebbe potuto essere al telefono in quel momento. A meno che... «Qualcuno deve rispondere» disse il Cardinale. «Allora risponda lei» replicò la Volpe. L'Esteta fece un passo avanti. «Lo faccio io.» Sollevò il ricevitore. Era gelido, più di quanto avrebbe dovuto essere. Lo portò all'orecchio. «Pronto?» Per un momento, solo silenzio. Poi una voce. Distorta, metallica, chiaramente alterata elettronicamente, ma comprensibile. «Benvenuti all'Hotel Aurora. Spero che il viaggio sia stato confortevole.» Fece cenno agli altri di avvicinarsi. Inclinò il ricevitore perché potessero sentire. «Chi è lei? Cosa vuole da noi?» «Sono l'Orologiaio. E non voglio nulla da voi. Lo voglio per qualcun altro.» «Parli chiaro.» «Ognuno di voi ha commesso un crimine. Non un crimine qualunque — un crimine perfetto. Nessuna conseguenza, nessuna punizione, nessun rimorso. Avete continuato le vostre vite come se nulla fosse accaduto. Ma qualcuno non ha dimenticato.» Un brivido gli corse lungo la schiena. «E quindi cosa? Ci terrà prigionieri finché non confessiamo?» «No, Esteta. La confessione non mi interessa. Quello che mi interessa è la giustizia. E la giustizia richiede un prezzo.» «Che tipo di prezzo?» «Lo scoprirete. Ogni giorno che passa, uno di voi pagherà. Uno alla volta, fino a quando il debito non sarà saldato.» La Vedova gli strappò il ricevitore di mano. «Mi ascolti, chiunque lei sia. Non so che gioco stia giocando, ma—» «Vedova.» La voce la interruppe, tagliente. «Il suo defunto marito non era poi così defunto quando lei ereditò tutto, vero? Problemi cardiaci, disse il medico. Un medico molto comprensivo, pagato molto bene.» La Vedova impallidì. Le dita si strinsero attorno alla plastica nera. «Come fa a—» «So tutto. Di tutti voi. E domani, quando sorgerà il sole, il primo di voi scoprirà cosa significa pagare.» La linea si interruppe con un clic secco. La Vedova rimase immobile, il ricevitore ancora premuto contro l'orecchio, il volto di un pallore cadaverico. «Cosa ha detto?» chiese la Volpe. «Cosa ha detto di lei?» Abbassò lentamente il ricevitore. Quando parlò, la sua voce era un sussurro. «Ha detto abbastanza.» Il silenzio che seguì fu rotto solo dal vento che scuoteva gli infissi e dal crepitio delle fiamme nell'altra stanza. L'Esteta guardò i suoi compagni di prigionia. Erano tutti lì quando il telefono aveva squillato. Nessuno si era allontanato, nessuno aveva avuto il tempo di registrare un messaggio o programmare una chiamata. Il che significava che l'Orologiaio — se davvero era una persona e non un'elaborata messinscena — si trovava altrove. Ma dove? Le auto erano ripartite. Le strade erano impraticabili. E l'hotel sembrava deserto. Sembrava. «Dobbiamo restare insieme» disse. «Nessuno si separa dal gruppo. Nessuno resta solo.» Tornò verso il salone, verso il calore. Gli altri lo seguirono. Alle sue spalle, nell'ombra della hall, l'orologio a pendolo batté dodici colpi. Mezzanotte. La prima notte all'Hotel Aurora era appena iniziata. E nel seminterrato, dietro quella porta d'acciaio che nessuno poteva ancora aprire, qualcosa si mosse nel buio. |
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