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Writer Officina
Autore: Leo Sloane
Titolo: I gialli del Conservatorio
Genere Thriller Musicale
Lettori 10
I gialli del Conservatorio
Racconti noir tra musica, mistero e segreti in Puglia.

Non avevo mai visto Livia così agitata. Era il primo lunedì di ottobre, e il Conservatorio era tornato al suo ritmo: voci, strumenti, studenti che rincorrevano i ritardi come se il tempo fosse un'opinione. L'aria aveva quell'odore che ha solo l'autunno a Monopoli: sale, mosto lontano dalle campagne, pietra che si raffredda dopo l'estate. Stavo fingendo di trascrivere una variazione jazzistica del Clair de Lune quando Livia entrò nell'aula prove come una raffica di tramontana. «Tommaso!» «Sei in ritardo di undici minuti, signorina sviolinoista.» «Ascoltami. È arrivato.» «Chi? Il corriere o il principe azzurro?» «Il violino.» Aprì la custodia con quella cura che si ha per le cose fragili. Dentro, avvolto in velluto scuro, un violino dal legno rosso cupo, quasi color lacca di rabbia. La vernice catturava la luce della finestra e la restituiva trasformata: non il riflesso piatto di uno strumento lucidato, ma qualcosa di più interno, come un fuoco visto attraverso il vetro. Mi alzai e mi avvicinai. «Chi te lo ha dato?» «Un collezionista. Il dottor Cosimo Mirante. Mi ha contattata la settimana scorsa dicendo che ha conosciuto mia madre quando studiava qui, e che questo violino è legato a quel periodo. Vuole solo che io lo suoni al concerto di sabato. Poi lo riprende.» Rimasi a guardare lo strumento senza toccarlo. Aveva quella qualità silenziosa degli oggetti che hanno aspettato a lungo. «E hai detto di sì.» «Certo. È un'occasione che non si rifiuta.» Avrei voluto dirle che a Monopoli, ogni volta che qualcuno dice "occasione che non si rifiuta", di solito finisce in modo complicato. Ma lei aveva già preso l'archetto. La prima nota che tirò fuori da quel violino era calda e densa, come il suono di una voce che non si sentiva da molto tempo. Mi feci da parte e ascoltai. Era uno strumento vivo. Non nel senso romantico della frase: nel senso che ogni nota aveva una risposta immediata, una risonanza che sembrava venire da dentro il legno più che dalla corda. Come se stesse raccontando qualcosa che aveva tenuto fermo troppo a lungo.

Il dottor Cosimo Mirante era un uomo di settantadue anni, capelli bianchi, occhi chiari con quella qualità di chi ha imparato a guardare le cose a distanza di sicurezza. Aveva insegnato storia della musica al Conservatorio di Monopoli dalla fine degli anni Sessanta fino al 1985, quando aveva lasciato l'insegnamento per dedicarsi al collezionismo di strumenti antichi. Lo sapevo perché Pasquale, il bidello, me lo aveva raccontato quella stessa mattina con il tono di chi conserva le storie del posto come un archivio vivente. «Il dottor Mirante? Certo che lo conosco. Insegnava qui quando ero giovane anch'io. Un uomo serio, molto preparato. Poi nel 1985 sparì, come un fa diesis in un coro di stonati.» «Sparì perché?» «Ci fu una storia. Una studentessa si ferì durante una lezione: una corda del violino che si spezzò di netto e le tagliò il palmo della mano destra. Non grave, ma la ragazza non tornò più. E Mirante, qualche mese dopo, andò via senza spiegazioni. Qualcuno disse che si sentiva responsabile. Qualcuno disse altro.» «Come si chiamava la studentessa?» Pasquale ci pensò. «Esposito. Anna Esposito. Una ragazza bravissima, dicevano. Violino, come la nostra Livia.» Rimasi fermo nel corridoio con quella risposta in mano. La madre di Livia. Quella che il maestro Lanzetta aveva aspettato per quarant'anni con tre lettere in una busta gialla. Quella che aveva smesso di suonare e non era mai tornata. E adesso il suo nome tornava fuori, legato a uno strumento rosso e a un uomo che aveva aspettato anch'egli, ma in modo diverso. Quella sera andai al bar del porto e raccontai tutto a Lucia. «Un violino rosso» disse lei, con la tazzina sospesa a mezz'aria. «In dono. Da un collezionista che conosceva la madre di Livia. Tommaso, quanti segnali ti servono?» «Magari è solo un uomo anziano che vuole sistemare una storia vecchia.» «O un uomo anziano che custodisce un segreto e ha bisogno di qualcuno che lo tiri fuori al momento giusto. Non fidarti mai di chi regala strumenti antichi senza spiegarsi del tutto.» «Parli per esperienza?» «Parlo da donna che ti conosce. Ti stai già immischiando, vero?» «Curiosità artistica.» «O gelosia armonica.» «Tutte e due in quattro quarti.» Lucia scosse la testa con quella rassegnazione affettuosa che aveva perfezionato negli ultimi mesi.

Il dottor Mirante mi ricevette il giorno dopo nel suo appartamento al primo piano di un palazzo del centro storico, a due vicoli dal Conservatorio. Era uno di quegli appartamenti che riflettono chi ci abita: librerie fino al soffitto, strumenti appesi alle pareti in teca di vetro, una scrivania coperta di cataloghi d'aste e fascicoli. Sulla scrivania, una foto in cornice: un uomo giovane accanto a una donna dai capelli scuri con un violino tra le mani. La donna aveva un sorriso che riconobbi, perché l'avevo visto su un altro viso quasi ogni giorno negli ultimi mesi. «È la madre di Livia» disse Mirante, che aveva seguito il mio sguardo. «Anna Esposito. La foto è del 1973.» Si sedette sulla poltrona accanto alla finestra con la lentezza di chi ha imparato a non sprecare i movimenti. «Sa chi sono, immagino» «So che ha insegnato qui. So della studentessa che si ferì. So che è andato via nel 1985.» «Allora sa quasi tutto.» Una pausa. «Anna era la mia allieva più dotata. Aveva quel modo di ascoltare la musica che si incontra raramente: non la sentiva, la abitava. Scrivemmo un brano insieme, quell'anno. Una cosa piccola, ma onesta. Poi lei si ferì, e smise. Non riuscii a perdonarmelo: avrei dovuto fermarla prima, convincerla a prendersi una pausa, non a spingere così forte. Ma la musica che aveva dentro la consumava in un modo che non sapevo come gestire.» «Il violino rosso» dissi. «È quello di quella storia.» «Era il suo. Glielo avevo comprato io, per il recital di fine anno. Quando andò via, lo lasciò qui. Per trent'anni ho cercato di capire se avesse senso restituirglielo. Poi ho saputo di Livia: che studia qui, che suona il violino, che ha preso da sua madre qualcosa che Anna non ha mai potuto finire. E ho pensato che fosse il momento giusto.» «Dentro il violino c'è qualcosa» dissi. Non era una domanda. Mirante mi guardò. «Perché lo pensa?» «Perché un uomo che aspetta trent'anni e poi agisce in fretta di solito ha una ragione precisa. E perché ieri ho incontrato il maestro Cerrone, il suo ex socio nella Fondazione Musicale Mirante, e aveva l'aria da qualcuno che cerca qualcosa che non trova.» Un'ombra passò sul viso del vecchio. «Cerrone» disse piano. «Da quanto tempo siete in contatto?» «Non siamo in contatto. L'ho visto alla Fondazione quando sono andato a cercare informazioni su di lei. Mi ha fatto molte domande sul violino. Troppe per essere casuali.» Mirante rimase in silenzio per un momento. Poi: «C'è un documento dentro il violino. Non un segreto sentimentale: un documento legale. Un atto di donazione dei diritti su quel brano, firmato da me e controfirmato da Anna nel 2019, quando l'ho rintracciata. I diritti appartengono a lei e a Livia. Cerrone lo sa, perché era presente quando ho deciso di procedere con la donazione, e sa che se quel documento viene registrato, la Fondazione perde i diritti su tutta la mia raccolta di composizioni inedite, incluse quelle che Cerrone ha sempre considerato sue da gestire.» «Quindi Cerrone vuole il violino per recuperare il documento e distruggerlo.» «Sì. E sa dove si trova, perché era con me quando l'ho nascosto.» Mi alzai. «Dov'è Livia adesso?»

Livia era nelle aule prove, come quasi ogni pomeriggio. La trovai che stava ancora suonando con il violino rosso: aveva smesso di portare il suo strumento da quando l'aveva ricevuto, il che mi preoccupava per ragioni che non sapevo ancora come articolare. Le raccontai quello che mi aveva detto Mirante. La vidi cambiare espressione due volte mentre parlavo: prima quando nominai sua madre, poi quando spiegai del documento. «Mia madre ne sapeva?» disse. «Del documento sì, l'ha firmato lei stessa nel 2019. Del fatto che Cerrone potesse essere un problema, non so.» «Non me ne ha mai parlato.» «Forse non voleva trascinarti in una questione legale prima che fosse risolta.» Livia posò il violino nella custodia con cura, poi rimase ferma con le mani sul coperchio. «Tommaso, io sapevo del maestro Lanzetta, che aveva conosciuto mia madre qui, che si erano voluti bene. Ma non sapevo di Mirante. Non sapevo di questo brano, di questa storia precedente.» Alzò gli occhi. «Mia madre ha avuto due vite musicali che non mi ha mai raccontato.» «Forse le pesavano troppo per raccontarle. O forse aspettava il momento giusto e non è ancora arrivato.» Rimanemmo in silenzio. «Devo parlare con Cerrone» dissi infine. «No.» Livia si alzò. «Vengo anch'io.» «È meglio se...» «Non discutere. È una storia di mia madre. Ci vengo io.» Non discussi.

Il maestro Edoardo Cerrone aveva sessantotto anni, una barba curata grigio acciaio, e quell'aria da intellettuale offeso che hanno certi uomini abituati a considerare le proprie opinioni fatti acquisiti. Era il co-fondatore della Fondazione Musicale Mirante e si trovava al Conservatorio per una serie di incontri sul catalogo delle composizioni inedite, che la Fondazione intendeva pubblicare in una collana di CD didattici. Lo trovammo nell'ufficio prestato dalla segreteria, con tre fascicoli aperti sul tavolo e un'espressione da chi sta facendo i conti. «Rizzi. Ci eravamo visti ieri, no?» «Sì. Stavo raccogliendo informazioni sulla storia del Conservatorio. Oggi sono tornato con una domanda più specifica.» Cerrone notò Livia accanto a me. «E lei è?» «Livia Esposito» disse lei, con quella calma diretta che aveva quando era decisa. «Mia madre è Anna Esposito. La conosce.» Qualcosa cambiò nell'espressione di Cerrone, non molto, ma abbastanza da vedere. «Il nome mi è familiare» disse. «Le sarà familiare anche il violino rosso» dissi. «Quello che il dottor Mirante ha dato a Livia questa settimana.» Cerrone posò la penna sul tavolo con una precisione studiata. «Mirante fa quello che vuole con i suoi strumenti.» «Come è di sua proprietà il documento dentro lo strumento» dissi. Silenzio. Poi: «Non so di che documento parla.» «L'atto di donazione dei diritti sul brano scritto con Anna Esposito nel 1973. Firmato da entrambi nel 2019. Quello che ridistribuisce i diritti sulla raccolta di composizioni inedite di Mirante, incluse quelle che lei gestisce attraverso la Fondazione.» Cerrone non rispose subito. Guardò Livia, poi guardò me, poi guardò il fascicolo aperto davanti a sé come se contenesse una risposta. «Mirante è un uomo anziano» disse alla fine. «A volte prende decisioni senza valutarne le conseguenze. Quell'atto, se autentico, avrebbe implicazioni serie per la Fondazione.» «Lo so» dissi. «Ecco perché vuole recuperare il violino prima che il documento venga registrato.» «Non ho detto...» «No, non l'ha detto. Ma ieri mi ha chiesto tre volte dove si trovava il violino, usando tre scuse diverse. E stamattina Mirante mi ha chiamato per dirmi che qualcuno era entrato nel suo appartamento durante la notte. Non hanno rubato niente. Hanno cercato.» Cerrone rimase immobile. «Non ero io» disse. «Non ho detto che era lei» risposi. «Ho detto che qualcuno ha cercato. Il che significa che il violino non è al sicuro dove si trova adesso.» Guardai Livia. Lei annuì: aveva capito. Uscimmo dall'ufficio e chiusi la porta piano. Nel corridoio, Livia mi prese il braccio. «Era lui?» «Non lo so ancora. Ma non era tranquillo, e non era tranquillo nel modo sbagliato.»
Leo Sloane
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