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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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I Figli del Silenzio
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Nina incrociò le braccia e fissò Sergio con un sorrisetto poco rassicurante. “Ripetimi tutto dall'inizio, Sergio. Mi è sfuggita la parte del tuo discorso dove c'è la fregatura.” Sergio sbuffò alzando gli occhi al soffitto, per poi riportare lo sguardo su Nina, seduta su una malridotta poltroncina dall'altra parte di una scrivania sepolta sotto pile di fogli. “Sei troppo diffidente, Nina. E, se mi permetti, anche un po' ingrata verso chi ti offre un'opportunità di carriera su un piatto d'argento.” “Hai ragione, sono un mostro. Quindi, se mi ripeti la storia, poi potrò implorare il tuo perdono per aver ingiustamente dubitato di te.” “Potrei semplicemente affidare l'incarico a Mauro Matini, se preferisci. È meno sospettoso, anche se non molto sveglio.” “Se tu avessi voluto, lo avresti già fatto. Quindi? Ripartiamo da questa mail che ti sarebbe arrivata da... chi? Henry Kovonen? O era Kapronen?” Sergio chiuse gli occhi. A lungo. “Koivunen. Erik Koivunen. Da Kilpisjärvi, in Finlandia.” “Koivunen, giusto,” disse Nina sorridendo. “Sembra il chitarrista di una band di black metal. So che è un genere che va forte, da quelle parti.” Sergio afferrò una penna e la puntò verso Nina come un'arma. “Se continui a interrompermi, finisce che ci mando davvero Mauro, in Finlandia.” “Per carità,” rispose Nina, “Mauro è un tesoro, ma non sa dire hello senza storpiare tre vocali. E si perderebbe nel salotto di casa sua, figuriamoci in Finlandia. Finirei per averlo sulla coscienza.” Ridacchiò e alzò le mani in segno di resa. “Sto zitta, promesso. Forse.” Sergio la guardò storto. “Questo tizio,” disse, sfogliando distrattamente un fascicolo, “era un tecnico del suono di primo livello negli anni Settanta e Ottanta. Ora sostiene di essere in possesso del master di un album inedito dei Led Zeppelin. Roba che doveva uscire tra Presence e In through the out door.” Nina incrociò le gambe e si appoggiò allo schienale. “In parole povere, uno della stessa famiglia di svitati che sostengono che Paul McCartney sia morto nel 1966 e che al suo posto nei Beatles ci fosse un sosia, o che hanno visto Jim Morrison fare benzina all'autogrill di Cantagallo. Cosa ti fa pensare che questo sia diverso?” Sergio si passò una mano sulla fronte, come se stesse cercando di non perdere la pazienza. “Avevi promesso di stare zitta.” “Avevo detto forse.” Lui sospirò, in maniera fin troppo teatrale. “Mi credi così sprovveduto da non aver fatto le mie ricerche? Pare che nel 1977 Peter Grant, il manager dei Led Zeppelin, abbia effettivamente contattato il Puhtaus, lo studio di registrazione di Turku dove lavorava Koivunen. Se poi la cosa abbia avuto un seguito non si sa, ma...” “E ti è bastato questo per convincerti che tutta questa storia non sia un'enorme cazzata?” Sergio tamburellò con le dita su un faldone polveroso appoggiato sulla scrivania. “È ovvio che è un'enorme cazzata, Nina. Voglio dire, questo tizio è stato davvero il golden boy dei tecnici del suono ai suoi tempi. Pensa che in studio lo chiamavano tutti Roy.” “Roy?” chiese Nina, corrugando la fronte. “Come Roy Batty, l'androide di Blade Runner. Dicevano che un normale essere umano non potesse avere un orecchio come il suo.” “Affascinante,” replicò Nina con un ghigno. “Insomma,” riprese Sergio ignorando il sarcasmo, “Se lo contendevano i migliori e faceva soldi a palate. Poi, quasi quarant'anni fa, ha mollato tutto, blaterando di una missione da compiere, e si è stabilito in questo paesino dimenticato da Dio. Dove probabilmente si è sniffato anche la neve del vialetto di casa e vede la faccia di Robert Plant nei riflessi del lago.” Si piegò in avanti, abbassando la voce. “Dicono che, nelle notti di luna piena, lo abbiano visto ballare nudo nella neve sulle note di Whole Lotta Love.” Nina gli lanciò un'occhiataccia. “D'accordo, questa me la sono inventata.” Lo sguardo di Nina indugiò su una tazza, in un angolo della scrivania, piena di matite rosicchiate. “E nonostante questo vuoi ugualmente spedirmi in Finlandia, spesata di tutto, a caccia di un tizio a cui gli acidi presi in gioventù hanno alla fine presentato il conto? Scusa se te lo dico, ma non mi sembra che la tua rivista navighi nell'oro...” “Esatto,” rispose Sergio. “Perché, anche se la storia del master è chiaramente una stronzata, potrebbe venirci fuori comunque una cosa interessante. Il perché della sua fuga, il passaggio da mito a eremita, aneddoti sul suo periodo d'oro, cose del genere.” Si guardò lentamente intorno, come se si accorgesse solo in quel momento del caos che regnava nell'ufficio. “E comunque, Ritmi&Rumori non è messa poi così male.” “Come no,” rispose Nina, fissando per un attimo la chiazza di muffa nerastra che stava conquistando un angolo della stanza. “A questo punto, l'unica cosa che ancora non capisco è perché vuoi mandare proprio me. Sono solamente una giornalista freelance alle prime esperienze, in fondo.” “Perché sei brava in queste cose, Nina. E poi...” Esitò per un istante, poi aggiunse con un mezzo sorriso, “Koivunen ha chiesto espressamente di te.” Nina spalancò gli occhi. “Scherzi?” “Sono serissimo. Ha letto alcuni tuoi articoli ed è disposto ad incontrare solo te. Dice che sei una persona risonante, qualunque cosa voglia dire.” Nina rimase in silenzio per diversi secondi. Risonante. Non sapeva perché, ma quella parola le lasciava addosso una vaga sensazione di disagio. Però... un master inedito dei Led Zeppelin. Cazzo. Non poteva essere vero, ma la gola le si seccò lo stesso. Scosse la testa e si alzò dalla poltroncina. “A questo punto, orgogliosa di essere la prescelta di un ex figlio dei fiori strafatto, non mi resta che andare a casa a preparare la valigia.” Sergio le porse una busta. “Qui c'è tutto. Prenotazione della pensione, biglietti aerei e del treno per Bergamo. Dovrai solo comprare il biglietto dell'autobus da Rovaniemi. Qualche ora di viaggio e sei arrivata.” Nina lo guardò come se le avesse proposto di scalare l'Everest in pigiama. “Quantifica qualche ora.” Sergio abbozzò un sorrisetto. “Sei, più o meno. Ma mi dicono che i paesaggi sono splendidi. Passeranno in un lampo, se ti piace il bianco.”
* * *
Nina chiuse la zip del trolley, lo guardò dubbiosa per qualche secondo e poi lo riaprì per infilarci un altro maglione pesante. Secondo l'app meteo sul suo cellulare, in quel momento la temperatura massima a Kilpisjärvi era di 4°C, ed erano previste nevicate nei successivi due giorni. A maggio. Richiuse la zip. Adesso aveva davvero tutto il necessario per andare a caccia dello scoop della sua vita. O, molto più probabilmente, di un vecchio hippy con il cervello in pappa. Si preparò una tisana e si accoccolò sul divano con il portatile sulle ginocchia. L'idea era dare una rapida occhiata online al signor Koivunen, giusto per farsi un quadro del tipo d'uomo con cui avrebbe avuto a che fare. Google non offriva molto. I suoi dati anagrafici (era nato nel 1951 a Turku), l'elenco degli artisti con cui aveva lavorato (alcuni decisamente importanti) e poco altro. Poi incappò in un'intervista del 1998 per un canale musicale svedese, caricata su Vimeo. Cliccò sul video, curiosa. Il Koivunen che apparve in video non sembrava un relitto. Almeno, non ancora. Aveva una barba curata, i capelli bianchi raccolti in una coda, e una voce profonda, quasi cantilenante. Parlava un inglese fluido, con un accento appena percepibile. La gente pensa che il suono sia qualcosa di oggettivo. Decibel, frequenze, onde. Ma il suono è memoria. È sangue. Ci sono vibrazioni che non si dimenticano mai. E ci sono vibrazioni... che non dovrebbero esistere. L'intervistatore rideva, pensando forse ad una battuta. Erik Koivunen no. Lo sguardo si era fatto opaco. Subito dopo, il video si interrompeva bruscamente. Continuò a cercare nei forum musicali specializzati, ma senza trovare nulla di utile. Come ultimo tentativo, fece una ricerca su YouTube, e trovò un video di pochi secondi, intitolato Erik Koivunen 2022, Kilpisjärvi. Lo aprì. Era un video amatoriale di scarsissima qualità: mostrava una stradina innevata, con un Koivunen decisamente più anziano che camminava a passi rapidi, inseguito da un giovane con un microfono, che parlava in inglese. Signor Koivunen! Solo una domanda a proposito del suo ritiro...Si è nascosto dall'industria musicale? Oppure da... Koivunen si voltò bruscamente. Hiljaisuuden Lapset! disse. La voce era roca, spezzata. Come se avesse urlato per anni senza che nessuno lo ascoltasse, e ora gli si fosse rotta per sempre. Non capite. Non capite ciò che non dovreste ascoltare. Poi si voltò e riprese a camminare, scomparendo dietro una curva. Il video terminava in quel punto. Fece ripartire il video più volte. Quelle due parole continuavano a rimbombarle in testa. Non ne capiva il significato, ma il tono con cui le aveva pronunciate — secco, accorato — le dava la sensazione che stesse cercando di avvertire qualcuno. O di mettersi in salvo. Scosse la testa. Lo avrebbe chiesto direttamente a lui, una volta arrivata, il significato di quelle parole. Ammesso che fosse in grado di darle una spiegazione. Fece partire su YouTube il video di Comfortably numb dei Pink Floyd e si accoccolò sul divano sorseggiando la tisana ormai quasi fredda. Chiuse gli occhi, godendosi la canzone. Da quanto tempo non la ascoltava? Da quanto... E successe. Ancora una volta. La canzone iniziò a cambiare. Mutamenti minimi, quasi impercettibili. Conosceva quella canzone a memoria. Ogni nota, ogni sfumatura. Ma ora... il cantato sul ritornello aveva una sfumatura diversa, come se la voce di Gilmour fosse stata registrata in un'altra stanza. Un accordo delle tastiere di Wright si allungava appena più del dovuto. E quel passaggio nel secondo assolo... non era così. Non lo era mai stato. Sprofondò nello schienale del divano con un sospiro. Erano mesi che non le succedeva. Tutto era iniziato quando aveva dodici anni. A volte, le canzoni... cambiavano. Piccole differenze, minime ma inconfondibili. Come se qualcuno avesse leggermente alterato la realtà solo per lei. Non ne aveva mai parlato con nessuno, neppure con i suoi genitori, per paura di essere presa per matta. Poi, crescendo, la cosa aveva cominciato a preoccuparla. Si era sottoposta ad ogni possibile esame medico, aveva consultato psicologi e psichiatri. Era sana come un pesce. Con il passare degli anni, il fenomeno si era fatto sempre meno frequente, e Nina aveva semplicemente imparato ad accettarlo. Il brano finì. Appena al di sotto della musica che sfumava, sentì una voce sussurrare, appena percettibile: It's only for you. Nina rimase immobile, lo sguardo fisso sullo schermo. Anche se ormai ci aveva fatto l'abitudine, quell'esperienza finiva sempre per lasciarla disorientata. YouTube passò automaticamente a un altro video. Un semplice sfondo nero. Sotto, un nome: I Figli del Silenzio. Sembrava il nome di un gruppo prog rock degli anni Settanta. Poi iniziò la musica. Una chitarra elettrica distorta, lamentosa, gracchiante, come se fosse stata incisa su un vecchio nastro magnetico degradato. Sullo schermo cominciò a scorrere lentamente il testo, bianco, centrato. La voce che accompagnava il testo era straniante. Maschile e femminile insieme, come due registrazioni sovrapposte, disallineate di qualche millisecondo. Come se qualcuno avesse cercato di fondere due anime insieme, senza riuscirci. Le parole si confondevano con il suono malato della chitarra, Nina iniziò a seguire il testo sullo schermo... e si irrigidì.
Sei pronta per il viaggio Un fantasma ti attende nel freddo Mentre ascolti cose Che nessun altro può sentire...
Quella canzone sembrava parlare di lei. Troppo, per essere un caso. Scosse la testa. “Coincidenze,” mormorò. Era ancora sfasata per l'ascolto sballato di Comfortably numb e, oltretutto, era stanca morta. Niente di paranormale, solo una fantasia troppo fervida. Ma sentì drizzarsi i capelli sulla nuca, come se qualcuno la stesse osservando da un angolo buio della stanza. Cliccò per ricaricare il video. Questo video non è più disponibile.
* * *
Il volo da Bergamo partì in orario, sotto una pioggia sottile e fastidiosa. Nina passò le ore leggendo un romanzo di Glenn Cooper sul suo vecchio Kindle, ma il pensiero tornava ogni tanto al video di due sere prima. Aveva controllato più volte. Sparito. Come se non fosse mai esistito. Nessuna traccia nella cronologia. A Helsinki fece appena in tempo a prendere la coincidenza per Rovaniemi, dove la temperatura, secondo il display del gate, era di 6°C. Meglio di quanto credevo, pensò. Arrivata a destinazione, uscì dall'aeroporto, raggiunse in taxi la stazione dei pullman e salì sull'autobus per Kilpisjärvi. Il viaggio scivolò tra distese innevate senza fine, laghi d'acqua scura, boschi immoti. Ogni tanto l'autobus si fermava in qualche minuscolo villaggio, dove scendevano uno o due passeggeri al massimo. Il resto del tempo, solo il rumore regolare delle ruote e un sole basso che sembrava non volersi mai alzare davvero. A un certo punto, l'autobus si fermò in una stazione di servizio. L'autista, un uomo alto con la voce più stanca dei passeggeri, spiegò qualcosa prima in finlandese, poi in un inglese spezzettato: un guasto ai freni, era necessario aspettare l'arrivo di un mezzo sostitutivo. Nina si rifugiò insieme agli altri passeggeri nel piccolo punto di ristoro della stazione di servizio. Le servirono in una tazza grande un caffè acquoso che sembrava avere nostalgia di una caffettiera: lo sorseggiò con una smorfia, seduta su uno sgabello. Il neon sopra al bancone ronzava a intermittenza, come una vespa intrappolata. Sfogliò distrattamente delle riviste di cui non capiva una parola, poi si sistemò su una sedia in un angolo a leggere sul suo Kindle. L'autobus sostitutivo arrivò dopo oltre tre ore. Per il resto del viaggio, cercò di dormire. Quando si svegliò, il paesaggio era cambiato. Niente più boschi. Solo le acque scure del lago alla sua sinistra e la sagoma innevata del monte Saana alla sua destra. E stava nevicando. Kilpisjärvi apparve come un miraggio bianco e giallo, con luci fioche accese solo per chi sapeva cercarle. Scese alle 22:18. Davanti alla fermata, il display di quella che sembrava una farmacia indicava 0°C. Si spostò sotto una tettoia per ripararsi dalla neve e tirò fuori il cellulare. Mandò un messaggio a Koivunen: Buonasera, sono arrivata. Un guasto all'autobus, mi dispiace per il ritardo. Domani mattina verrò da te, come concordato. Spero che vada bene. Nessuna risposta. Ma probabilmente a quell'ora stava già dormendo. Forse non teneva nemmeno il telefono acceso. Tirò su il cappuccio del giaccone e si incamminò verso la pensione, che era a meno di duecento metri dalla fermata. Una casa di legno a due piani, con infissi blu e una piccola insegna illuminata: Satumaa Lodge. Fu accolta da una donna bionda sulla sessantina, un sorriso educato e mani callose. Il suo inglese, anche se non particolarmente disinvolto, era comunque buono. Le mostrò la camera al piano di sopra e le indicò dove trovare il bollitore, il telecomando della TV, la password per il Wi-Fi. Quando la donna uscì dalla stanza, Nina si tolse il giaccone e sistemò le sue cose. La stanza era semplice, ma accogliente. Letto a una piazza e mezza, piumone pesante, tappeti spessi, una finestra con vetri doppi che affacciava sulla strada. Scese al pianterreno ed entrò nella piccola sala ristoro deserta. Era affamata, ma di certo non avrebbe trovato nulla di aperto a quell'ora. Si sarebbe dovuta accontentare del distributore automatico, che conteneva solo acqua, patatine e tavolette di cioccolato. La donna bionda si affacciò sull'ingresso della sala. “Se hai fame, sono avanzate due Karjalanpiirakka. Posso riscaldarle, se vuoi.” “Due... cosa?” La donna sorrise davanti alla sua espressione interrogativa. “Karjalanpiirakka. Tortini di sfoglia di farina di segale ripieni di riso, burro, uova sode e patate.” “Ti ringrazio,” rispose, “ma non vorrei darti disturbo...” “Nessun disturbo, ci vuole un attimo. Intanto siediti.” “Allora... grazie. sei molto gentile.” La donna sparì nel corridoio e Nina si sedette a un tavolo accanto alla finestra. La nevicata era diminuita di intensità. In giro non c'era anima viva. La donna tornò dopo pochi minuti portando su un piatto due tortine ovali, una bottiglia d'acqua e un bicchiere. “Ecco qua. Spero che ti piacciano.” “Grazie ancora. Quanto ti devo?” La donna si strinse nelle spalle. “Omaggio di benvenuto. Ti lascio mangiare tranquilla, torno più tardi per sapere se ti è piaciuto.” La donna uscì dalla stanza; Nina prese uno dei tortini e lo addentò. Delizioso. Nel giro di dieci minuti, li aveva spazzolati entrambi. Si abbandonò contro lo schienale della sedia con un sospiro di soddisfazione, proprio mentre la donna rientrava nella stanza. “A quanto vedo, ti sono piaciuti,” disse con un sorriso. “Squisiti. Li hai fatti tu?” “Qui, tutto quello che viene servito in tavola è fatto da me,” rispose con una nota di orgoglio nella voce. Rimase in silenzio per qualche secondo, poi aggiunse: “Posso chiedertelo? Cosa ci fa una ragazza come te in un posto del genere? Non hai l'aria dell'escursionista...” “Sono una giornalista musicale. Devo vedere Erik Koivunen per un'intervista. Lo conosci?” La donna alzò un sopracciglio. “Erik Koivunen? E sei venuta fin qui dall'Italia per intervistare quel pazzoide?” Sempre meglio, pensò Nina. “Beh, era un tecnico del suono molto famoso anni fa...” “Qualunque cosa fosse in passato, adesso non è altro che un vecchio suonato che avrebbe bisogno di un barbiere. E di una doccia,” disse con un mezzo sorriso storto, prima di abbassare il tono della voce. “Fai attenzione. Quell'uomo mi fa paura.” “È pericoloso?” La donna scosse piano la testa. “Non è mai stato violento, o aggressivo. Ma è... strano. Molto.” “Capisco. E ti ringrazio per l'avvertimento. Sai dove abita? Dovrei incontrarlo domani mattina.” “In una casa isolata fuori dal paese. Quando esci di qui, vai a destra, sempre dritto fino al secondo incrocio, poi nuovamente a destra. Dopo circa un chilometro troverai la casa. Non puoi sbagliare.” “Ti ringrazio, davvero. Anche per l'ottima cena.” La donna sparecchiò la tavola, la salutò con un cenno del capo e se ne andò. Nina risalì in camera a prendere il giaccone, scese di nuovo ed uscì in veranda. Aveva smesso di nevicare. L'aria era fredda, ma piacevole. Accese una sigaretta e fumò lentamente, lasciando vagare lo sguardo. La notte a Kilpisjärvi era immersa nel silenzio più totale, come se il mondo si fosse messo in pausa. Una ragazza sbucò da dietro l'angolo della pensione. Sui venticinque anni, esile, capelli scuri sotto un cappello di lana, gli occhi grandi e guardinghi. Esitò per qualche attimo, poi si avvicinò a Nina con passi cauti, come se temesse di essere scacciata. “Scusa...” La sua voce era bassa, quasi un sussurro. “Io ho sentito. Ero in stanza vicino...prima. Tu...cerca Erik?” Il suo inglese era elementare, incerto, zoppicante. Nina notò che continuava ad aprire e chiudere lentamente le mani. Come per scaldarle, o per aggrapparsi a qualcosa di invisibile. “Si,” rispose, “devo incontrarlo domattina. Lo conosci?” “Si, un po'. Ma io non vede lui da... tre giorni, credo.” Nina le tese la mano. “Io sono Nina, piacere di conoscerti.” La ragazza esitò per un attimo, prima di tendere la mano per una rapida stretta. “Io... Maarit.” “La proprietaria della pensione dice che Erik è un po' matto.” Maarit scosse la testa con decisione. “Erik buono. Forse strano, ma buono. Lui aiutato me... anno scorso.” “Ti ha aiutato?” “Si. Aiutato. Per... Hiljaisuuden Lapset.” La ragazza si strinse le braccia attorno al corpo, come se pronunciare quelle due parole le avesse provocato un brivido. Nina trasalì. Le stesse parole pronunciate da Koivunen nel video su YouTube. “Cosa significa?” Maarit aggrottò la fronte, aprì la bocca per parlare, poi la richiuse e scosse la testa. “Io.. non so... scusa. Mio inglese è... cattivo.” “Non preoccuparti,” rispose Nina, prendendo il cellulare dalla tasca interna del giaccone. Aprì il blocco note e porse il cellulare alla ragazza. “Puoi scriverlo qui?” La ragazza digitò velocemente e restituì il cellulare a Nina. “Erik buono. Lui aiutato me. E forse ora... tu può aiutare lui.” Poi d'improvviso, come se si fosse resa conto di aver parlato troppo, si voltò e sparì velocemente dietro l'angolo. “Aspetta! Volevo chiederti...” Nina girò l'angolo. Vide la ragazza che camminava a passi rapidi lungo il vialetto che portava verso la strada, la testa bassa, le mani sprofondate nelle tasche del cappotto. “Maarit!” La ragazza si fermò, voltandosi a guardarla. “Aiuta Erik. Forse tu può.” Poi riprese a camminare, raggiunse la strada e sparì dietro una siepe. Nina tornò indietro, gettò il mozzicone in un posacenere di metallo fissato alla parete, rientrò nella pensione e salì in camera. Si sedette sul letto e prese di nuovo il cellulare. Copiò le parole scritte dalla ragazza sul blocco note. Le incollò nella finestra a sinistra del traduttore. Selezionò da finlandese a italiano. Nella finestra di destra apparve la traduzione. I Figli del Silenzio. Sentì la pelle accapponarsi. Lo stesso nome di quello strano e disturbante video che aveva visto un paio di giorni prima. Non voleva farsi suggestionare. Non ancora, almeno. Era tutto troppo vago. Coincidenze. La sua mente che vedeva collegamenti dove non ce n'erano. Aprì Google e incollò le due parole nella finestra di ricerca. I primi risultati erano tutti in finlandese. Aiutandosi con il traduttore, trovò solo poesie malinconiche, progetti scolastici, musica indipendente, canti tradizionali. Niente che spiegasse davvero qualcosa. Poi notò qualcosa di diverso. Un link a un forum tedesco di appassionati di musica underground, estinto da tempo ma ancora consultabile: schattenfrequenz.de. Non padroneggiava il tedesco come l'inglese, ma se la cavava comunque piuttosto bene. Cliccò sul link. Il titolo del thread era breve. Die Kinder der Stille. Die Kinder der Stille. I Figli del Silenzio. Aprì il thread.
Ho visto un video su Youtube, sparito dopo pochi minuti. Sfondo nero, testo bianco. La canzone era disturbante, ma... ti catturava. E il testo... mi descriveva. Come se mi conoscesse.
Sotto, un'unica risposta, utente anonimo.
Non li trovi tu. Loro trovano te. Ognuno li vede e li sente nella propria lingua. Un mio amico francese li ha trovati come “Les Enfants du Silence”, e so che in Finlandia appaiono come “Hiljaisuuden Lapset”. DIMENTICALI.
Nina lesse di nuovo il post. Il cuore batteva troppo forte. Non li trovi tu. Loro trovano te. Chiuse lentamente il laptop. Nonostante il riscaldamento della camera, aveva i brividi lungo la schiena. Il vento si alzò improvvisamente, iniziando a lamentarsi attorno alla pensione come un animale inquieto. Si spogliò velocemente e si infilò sotto il piumone. Nonostante tutto quello che era successo, una stanchezza invincibile la portò rapidamente verso il sonno. Coincidenze, pensò un attimo prima di addormentarsi. Ma stavolta, quella parola sembrò non bastare. Non più.
* * *
Nonostante le emozioni della sera prima, dormì di un sonno pesante e senza sogni. Quando si svegliò, l'orologio del cellulare sopra il comodino segnava le 8:27. Si liberò dal piumone e controllò i messaggi. Ancora nessuna risposta da parte di Erik. Si vestì in fretta e scese nella sala ristoro. “Buongiorno,” la salutò la proprietaria. “Dormito bene?” “Benissimo, grazie.” “Siediti pure, ti porto la colazione. Uova strapazzate e pane di segale?” “Perfetto.” La sala ristoro era quasi deserta. Solo una coppia di ragazzi, forse olandesi, seduti a un tavolo d'angolo, vestiti di tutto punto per un'escursione, e un vecchio che sorseggiava un caffè seduto vicino alla porta d'ingresso. Nina si sedette al solito tavolo della sera prima, vicino alla finestra. Il cielo era di un grigio uniforme, come una lastra di ardesia. Pochi minuti dopo, la proprietaria arrivò con le uova e il pane. “Sempre decisa a far visita a quel vecchio svitato?” “Beh, sì,” rispose Nina con un sorriso. “In fondo, mi pagano per questo.” “Auguri, allora. Ricordi la strada per arrivarci? Se vuoi, posso chiedere al signor Laaksonen di accompagnarti con la sua Jeep.” “Non importa, grazie. Mi piace camminare.” “Come preferisci. Ti lascio alla tua colazione.” La donna se ne andò e Nina mangiò lentamente, guardando il paesaggio oltre la finestra. Un grosso cane, talmente bianco da confondersi con il paesaggio innevato, si fermò a pochi metri dalla finestra. I suoi occhi neri sembravano studiarla. Poi l'animale lanciò un breve latrato, come un saluto. O un avvertimento. Nina non si mosse. Notò che l'orecchio destro dell'animale aveva un taglio irregolare, che lo divideva quasi interamente a metà per la sua lunghezza. Il cane continuò a guardarla ancora per qualche secondo, prima di allontanarsi lungo il marciapiede. Terminò la colazione e salì in camera per lavarsi i denti. Indossò il giaccone, scese di nuovo ed uscì dalla pensione. L'aria fredda le pizzicò il viso. Alzò la sciarpa per coprire naso e bocca e si incamminò lungo la strada. Poca gente in giro. Alcuni la guardavano passare blandamente incuriositi, altri le rivolgevano un cenno di saluto. Il traffico era praticamente inesistente, il silenzio quasi totale, rotto solo dallo scricchiolio della neve sotto i suoi scarponcini. Arrivò al secondo incrocio e girò a destra. La strada si snodava con ampie curve in mezzo a un bosco di rade betulle nane. Più si avvicinava alla casa di Erik, più le sembrava che la temperatura si abbassasse. Fanculo, pensò. Questo posto mi sta facendo andar fuori di testa. Finirò per convincermi di aver visto lo yeti in bicicletta. Dietro l'ultima curva, apparve una casa. Su due piani, muri bianchi, tetto aguzzo con tegole rosse. Le luci erano spente. Arrivò alla porta e bussò. Una, due, tre volte. Nessuna risposta. “Erik?” Chiamò. “Erik, sono Nina! Sei in casa?” Nessuna voce. Nessun rumore. Pescò il cellulare dalla tasca del giaccone e compose il numero di Erik. Sentì la suoneria, lontana ma distinta, provenire dall'interno della casa. Era Immigrant song dei Led Zeppelin, ovviamente. Nessuna risposta. Nina mise via il cellulare e sospirò. Quel viaggio si stava rivelando un completo buco nell'acqua. Girò intorno alla casa. Sul retro, una catasta di legna da ardere coperta con un telo impermeabile, quello che sembrava un piccolo capanno per gli attrezzi e nient'altro. C'era una porta di servizio a vetri. Cercò di sbirciare attraverso, riuscendo a intravedere una parte della cucina, spartana ma ordinata. Bussò alla porta e la sentì ondeggiare lievemente. Perplessa, afferrò il pomello, tirò... e la porta si aprì. Nina rimase sulla porta, indecisa. Doveva entrare? Magari Koivunen era dentro, forse era talmente sordo da non sentire il cellulare, e con tutta probabilità non avrebbe accettato di buon grado quell'intrusione. O magari stava ancora russando al piano di sopra. Oppure si era sentito male e aveva bisogno di aiuto? Oh, al diavolo, pensò. Entrò in casa e si chiuse delicatamente la porta alle spalle. “Erik? Sono Nina! Scusa se sono entrata, ma la porta sul retro era aperta...” La casa rimase silenziosa. Ispezionò la cucina, poi entrò in quella che sembrava essere un salotto e una sala da pranzo insieme. Un tavolo rettangolare in legno da un lato, un divano a due posti davanti ad una TV appesa alla parete. Un grande caminetto, spento. Toccò la cenere; era fredda. Alle pareti, scaffali traboccanti di vinili e CD. In un angolo, un impianto stereo degli anni Settanta, enorme, quasi fuori posto. Nessuna traccia di Erik. Cambiò stanza, continuando a chiamarlo, senza risposta. Uno studio. Una scrivania ingombra di fogli, un computer, un tavolino coperto di riviste musicali. Notò una copia di Ritmi&Rumori. Ricordava quel numero, con una retrospettiva che aveva scritto su Nick Drake. Salì al piano di sopra. Un breve corridoio, a destra la porta del bagno, socchiusa. Bussò. “Erik?” Aprì lentamente la porta. Non mi manca altro che trovarlo stecchito sulla tazza, pensò. Il bagno era ordinato, pulito... e vuoto. Rimaneva solamente la camera. Aprì la porta. Letto perfettamente rifatto. Deserta. Nina tornò al pianterreno. Perfetto, pensò. Quel tizio era sparito, vai a sapere dove fosse finito. Magari era talmente svalvolato da non ricordarsi nemmeno dell'appuntamento. Poi ripensò al cellulare, che aveva sentito squillare poco prima. Era uscito di casa senza portarlo con sé. Nulla di strano, magari era un tipo distratto. Compose nuovamente il numero e seguì la suoneria. Lo trovò sul tavolino dello studio, sotto una rivista. C'era il suo messaggio non letto della sera prima, le sue telefonate senza risposta. Cercò qualche indizio, ma era tutto in finlandese. Appoggiò nuovamente il telefono sul tavolino, e notò in cima a una pila di riviste un quaderno con la copertina nera. Lo prese, lo aprì. Sembrava un diario. Scritto in finlandese, ovvio. La scrittura era minuta ma chiara, anche se in alcune pagine la grafia correva veloce, irregolare, come se avesse avuto paura di essere interrotto. Altre pagine erano piene di disegni; onde sonore, spirali, note musicali, semplici scarabocchi. Una pagina era interamente occupata dal disegno di due occhi sbarrati, che sembravano osservarla con la fissità di un cadavere. Fu costretta a distogliere lo sguardo. Valutò se prenderlo, poi decise che non era il caso di aggiungere il furto alla violazione di domicilio. Fotografò le pagine con il cellulare; avrebbe cercato di tradurle in camera più tardi. Rimise il quaderno al suo posto e si voltò per andarsene, quando lo sguardo le cadde sul computer sulla scrivania. Il tasto di accensione era illuminato. Il computer era acceso. Il monitor si illuminò senza che Nina avesse toccato niente. Come se la stesse aspettando. Browser aperto su YouTube. Video consigliati. Primo video, sfondo nero. Sotto, il titolo: Hiljaisuuden Lapset. Nina fece un passo indietro, gli occhi spalancati. Il video partì da solo. Una nota elettronica, bassa, che le vibrava nello stomaco. Distorta, pulsante, ossessiva. Sotto i suoi occhi, il titolo cambiò. Da Hiljaisuuden Lapset a I Figli del Silenzio. Come se sapesse chi stava guardando. Il testo, bianco, iniziò a scorrere sullo schermo, insieme a quel cantato disturbante, sfalsato, maschile e femminile insieme.
Ragazza, hai camminato Nel bianco, nel freddo Dov'è l'uomo che cerchi? Adesso galleggia nel silenzio...
Nina si voltò e corse via. Attraversò il salotto, la cucina, spalancò la porta di servizio e si precipitò fuori. Girò intorno alla casa e corse via lungo la strada. Dopo qualche centinaio di metri si fermò, ansimante. Si voltò. In fondo alla strada, la casa era immobile e silenziosa, come l'aveva trovata al suo arrivo. Si passò una mano sul volto, fradicio di sudore nonostante il freddo. Puro terrore. Ecco cosa aveva provato prima davanti a quel video. Deve esserci una spiegazione logica, pensò. Deve. Ma per quanto si sforzasse, non riusciva a trovarla. Perché quella canzone... parlava di lei. Di nuovo. |
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