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Autore: Elsa Zambonini Durul
Titolo: Acque del Bosforo Acque del Piave
Genere Thriller - Narrativa
Lettori 112
Acque del Bosforo Acque del Piave

Sto finendo di consumare la colazione sulla nostra terrazza di Beyoğlu. La sedia di fronte a me è vuota ma il piatto sul tavolo reca tracce di Emre che ora è andato a lavorare dopo aver mangiato. Penso con una certa ansia al trasferimento nella casa nuova di Yeşilköy, che Emre sta ultimando. È l'abitazione dove hanno vissuto la mamma e i nonni che non ho conosciuto, essendo morti quando ero troppo piccola. Ha quindi nel mio cuore un passato di affetti tramandati da persone terze, ricostruiti anche sui racconti teneri e nostalgici di Katia, compagna d'infanzia di mia madre.
Lei è viva e contemporanea, anche se per lo più lontana, perché risiede abitualmente in Svizzera, ma ha un pied à terre giusto vicino alla casa in cui ci trasferiremo, dove abita nel poco tempo che trascorre a Istanbul. Per il momento terremo anche questo appartamento vicino a Sant'Antonio, molto comodo per me essendo vicino alla scuola dove lavoro. Cominceremo intanto ad abitare a Yeşilköy d'estate, approfittando del tempo libero per completare gli innumerevoli particolari che devono ancora essere ultimati.
Bevo il mio caffè allungato con latte ormai tiepido e mi guardo intorno godendomi una brezza deliziosa che arriva dal mare. Mi mancherà questa terrazza, il mio piccolo paradiso da quando sono emigrata qui, in cui mi sembra che quello che vedo, e in cui mi sento immersa, un po' mi appartenga, anche se per queste stanze paghiamo un regolare affitto ai religiosi della chiesa. Mio è l'azzurro elegante del mare popolato da placide imbarcazioni bianche o colorate della grandezza di giocattoli che lo solcano seguite da lunghe scie luccicanti, e mie sono le nuvole bianche e leggere, soffitto protettivo del mio soggiorno all'aperto. E poi le costruzioni basse di cui molte col tetto a cupola del Topkapi, che mi controllano dalla lingua di terra che ho di fronte, promontorio che si spinge fino a fronteggiare la costa asiatica costringendo il mare a restringersi fino al Marmara, dove poi si allarga.
E mie sono anche le fantasticherie non tanto sugli abitanti di quella reggia - le storie di potere dei sultani scritte nei libri di storia non mi intrigano più di tanto - ma sulle sue abitanti.
Mi hanno sempre appassionato le vicende del mondo femminile lì ampiamente rappresentato, e serraglio, termine con cui è usualmente indicato in italiano, ben si adatta alla condizione di prigionia delle donne che vi furono rinchiuse. Donne spesso colte e straniere, provenienti da corti o alti strati sociali di diverse nazioni in genere europee, costrette a convivere in regime di schiavitù con altre di estrazione, lingua, cultura, religione ed età diverse, in una promiscuità imposta.
Allungo le gambe sulla sedia di fronte e l'operazione riporta il mio sguardo su di me. Anch'io vengo da fuori, benché non certamente da una corte, non sono nemmeno stata rapita, ma sono venuta di mia iniziativa per seguire le tracce di mia madre, e sono rimasta qui liberamente. Muovo le gambe a disagio sul mio improvvisato poggiapiedi e inghiottisco d'un colpo il caffè rimasto nella tazza, ormai al limite della bevibilità. È l'avverbio liberamente, riferito alle mie scelte, che mi mette a disagio, specie se lo confronto con le incorreggibili smanie di potere del mio compagno. Non ho voglia di approfondire le riflessioni sulla mia vita, per cui riporto lo sguardo al complesso di tetti, guglie e cupole che stanno sullo sfondo, non compromettenti perché riguardanti un tempo e delle vicende lontane da me, anche se non a me estranee.
Mentre guardo da quella parte, oltre a immergermi nella bellezza del quadro, è a quelle donne che penso e ai modi in cui sono state rapite e portate qui. In quel luogo hanno trascorso come prigioniere delle vite, magari anche lunghe, in cui è stato loro inculcato, fino a espellere dalla loro mente ogni altro interesse, che loro erano lì per sollazzare un essere superiore, un sole. E ogni singola fibra della loro persona doveva essere finalizzata a diventare strumento di piacere di questa semi-divinità.
Anche d'inverno, quando non vado in terrazza, queste infelici sono sempre una presenza scontata e sottintesa, una sorta di compagnia; e per ricordarle non mi occorre nemmeno scostare la tenda a vedere il Topkapi che contiene i loro fantasmi. Mi mancheranno quando me ne andrò di qui. E mi sono compagne più vicine e affini quando Emre che, anche se la cosa non mi piace considero il mio sole personale, tende a bruciarmi coi suoi raggi troppo cocenti, col concetto molto alto che ha di sé e con quello alquanto modesto che assegna a me, benché si ostini ad affermare il contrario.
Finito il mio caffè e mi affretto a sparecchiare il tavolo. Oggi ho da fare: devo cominciare a scegliere gli oggetti che domattina Emre caricherà in macchina per portarli a Yeşilköy. Vestiti estivi, costumi da bagno, cappelli, asciugamani da mare, e poi, via via, pezzi di arredamento per la casa. Questo tipo di lavoro mi disturba sempre, anche quando faccio il normale cambio di stagione, perché sono abitudinaria e vorrei trovare le cose sempre allo stesso posto.
Il fatto di spostarmi in una casa nuova, poi, mi pone ulteriori problemi e mi sento come se dovessi separarmi per sempre dagli oggetti che metto in valigia. Il vestito che indossavo la prima volta che sono venuta a Istanbul, il primo regalo di Emre, un grembiule da cucina cucito dalla mia tata Ginetta, un quadretto regalatomi da mio padre tolto alla nostra casa di Treviso a cui avrei trovato una sistemazione ideale a Yeşilköy. E poi c'è una cosa che prende inutilmente molto spazio in questa abitazione piuttosto piccola, ed è il famoso bauletto che proprio nel sottotetto di quella casa in ristrutturazione fu ritrovato, e che conteneva indicazioni sullo ‘Stivale d'oro di Istanbul'. Lì deve ritornare, più o meno nel posto dove è stato nascosto per quasi trent'anni, visto che in questa camera, che già grandissima non è, occupa un posto eccessivo.
Mi siedo sul letto ed estraggo alla rinfusa gli oggetti dal cofanetto; alla fine lo rovescio direttamente sopra la coperta. Mentre lo pulisco con un panno umido, penso che dovrei buttar via tre quarti di quella roba. Che senso ha tenere delle vecchie bollette della luce o dell'acqua dei miei nonni? Capisco che appartengono alla vita che è stata di mia madre e quindi costituiscono un ricordo di lei, ma insomma, erano solo conti da pagare, non delle reliquie.
Faccio una bella pila di questo tipo di documenti che metto da una parte per eliminarli, e poi esamino altri reperti più interessanti che rimetto nel bauletto pulito. Ci sono ritagli di giornale che parlano dei concerti di piano, anche all'estero, della mamma prima del matrimonio, diplomi e attestati della sua bravura, il doppione di alcune foto che conservo in un album speciale, corrispondenza fra nonno e nonna, e altra meno personale. Trovo anche un cartoncino molto strano: c'è una bocca disegnata a penna e sopra questa sono incollati dei bellissimi, verissimi e lunghissimi baffi a manubrio sale e pepe. Sul retro è specificato che mio nonno aveva dovuto tagliarli per una scommessa persa con un amico. Seguivano anche i termini della sfida di cui però non ho mai capito un granché.
Mentre sto nuovamente riempiendo il bauletto, lo urto e finisce a gambe all'aria dopo essere rotolato un paio di volte. Lo recupero dandomi della stupida, soprattutto quando mi accorgo che un angolo si è deformato e il fondo si è spostato dalla sua sede. Guardo meglio, e noto che si intravede un secondo fondo. In men che non si dica recupero la borsa degli attrezzi, e, con martello e cacciavite, cerco di estrarre la base superiore. A dispetto della sacralità delle reliquie, rompo tutti i bordi fino a che il pannello superiore si stacca lasciando vedere qualcosa fra le due superfici. Un doppio fondo suggerisce sempre qualcosa di nascosto: cosa celerà questo? Senza esitazioni, apro la lettera lì sigillata.
- Caro Pompeo,
Da tempo non ci vediamo e certamente di questo sei contento. Sei fuggito come un ladro dopo la nostra notte d'amore... amore almeno da parte mia. Per me è un ricordo caro e prezioso perché sei stato il mio idolo fin da quando ero bambina, anche se non ti sei forse mai accorto di me. Il tuo matrimonio con Heraclia è stato il dolore più grande della mia vita.
Quando ti ho rivisto da solo ho pensato che non potevo sciupare l'occasione di averti: era un obbligo morale che sentivo verso me stessa. Se il destino aveva deciso che tu fossi di un'altra, per una volta lo avrei smentito e corretto io: un po' di alcool e una pastiglietta datami da un'amica che legge il futuro e fa accadere ‘cose', ti avrebbero concesso a me almeno per una notte. Cosa ci avrebbero perso tua moglie e tua figlia? Loro da sempre possono stare con te 365 giorni all'anno. Se io ti avessi chiesto in prestito (alla madre, certo non alla figlia) per una sola notte pensi che mi avrebbe dato il consenso?
E senza la pillola forse nemmeno tu mi avresti dato il tuo.
Ho dovuto fare tutto io, magari anche qualcosa la mia amica, e ne ho avuto in cambio un ricordo meraviglioso per gli anni trascorsi fin qui e per il tempo a venire: poco. Alla mattina, quando ti sei svegliato fra le mie braccia, mi hai guardato come se fossi stata un'estranea. C'era imbarazzo sul tuo viso quando hai realizzato quanto era successo nella notte, e, avendo visto la tua espressione tramutarsi in disgusto, ho girato la testa dall'altra parte per non vedere. Io non mi ero svegliata... perché non mi ero mai addormentata. Non avrei potuto perdere nel sonno un solo secondo di quel nostro stare insieme: erano attimi che dovevano dilatarsi negli anni e bastarmi fino alla mia morte.
È trascorso del tempo, e ti chiederai perché questo fantasma del passato abbia deciso di riapparire nella tua vita. Finora non ti ho disturbato, infatti, avendo avuto allora il nutrimento dal cielo, la manna per trascinarmi fino a qua. Devo confidarti un particolare: il nostro incontro non mi ha consegnato solo uno struggente ricordo, ma un meraviglioso quotidiano di nome Isabella. E questo anche se non ha lasciato nessuna traccia in te. Non avresti mai dovuto sapere di lei perché il mio amore avrebbe dovuto bastarle, ma da qualche tempo sono gravemente malata e mi resta poco da vivere. Lascio quindi a te il dolce onere di crescere la nostra bambina, anche se ciò ti potrà portare qualche problema con tua moglie. Falle leggere questa lettera e capirà che non c'è colpa in te, ma sei stato vittima di una donna diabolica che ti ha ingannato e plagiato.
Non posso affrontare la fatica del viaggio e quindi affido il nostro dolce tesoro a una mia amica che te la porterà.
Con infinito amore Solo tua S. -
Il foglio mi cade di mano. Non è possibile. Quindi mio nonno aveva avuto una figlia fuori dal matrimonio, anche se la lettera sosterrebbe che lui non ci ha messo poi eccessivo impegno nel chiamarla al mondo. Questa Isabella sarebbe stata quindi... sarebbe, sorella...stra di mia madre e quindi mia zia. Ziastra non l'ho mai sentito dire.
Sono affezionata a Katia perché è stata coetanea e grande amica della mamma. Benché non la chiami materialmente zia, la considero un po' in cuor mio come tale. Ho anche amato la figura tenera e dolente della mia prozia Lisa, ma questa è una zia diretta, una zia vera, con metà DNA in comune con la mamma. E il nonno, che avrà fatto dopo aver ricevuto la lettera?
Mille domande mi si affollano alla mente riguardo al suo comportamento a seguito del ricevimento di queste belle notizie. E questa fantomatica S., che quando ha scritto la lettera diceva di essere in procinto di morire, avrà poi mantenuto la parola? In ogni caso, nel resoconto delle sedute della mamma, la psicanalista non ha mai segnalato la presenza di una sorella. Cerco di immaginare quello che Emre dirà di tutto ciò.
Sarebbe meglio che non ne pensasse assolutamente nulla; tutto sommato erano problemi di mio nonno, morto da tempo, con cui lui non ha niente a che spartire. Quanto a me, so già che quella lettera sarà come un tarlo che mi roderà la mente finché non avrò saputo tutto quello che c'è da sapere. Il fatto di non aver mai conosciuto quel mio famigliare, mi rende abbastanza indipendente da giudizi morali nei suoi confronti e dall'impellente bisogno di difendere mia nonna. Potrei quindi cercare senza troppi problemi questa Isabella, magari a tempo perso. Non occorre nemmeno che Emre lo sappia visto che non gradisce che io metta il naso in vicende lontane e oscure, che mi hanno anche messo nei guai in passato.
Mi alzo e comincio a girare per la camera guardando come un corpo estraneo il cofanetto offeso e il suo contenuto sparso sulla coperta. Vado in cucina, mi faccio velocemente un altro caffè, e poi esco in terrazza a riflettere allungandomi sulla chaise-longue. Mentre guardo i tetti del Topkapi chiedendomi se il destino di Isabella ha contemplato la reclusione in luoghi orribili come collegi e comunità, mi colpisce improvvisamente l'idea che questa zia non trattiene in sé solamente il DNA che in parte ha in comune con me, ma anche dei diritti legali che al momento sto esercitando io, fino a ora in perfetta buona fede.
Insomma, questa donna, se viva e consapevole di questi diritti, potrebbe benissimo presentarsi a reclamare una parte della casa di Yeşilköy nonché una quota del denaro liquido che papà aveva ricevuto in eredità come mio tutore e che mi ha recentemente versato sul conto corrente.
Rifletto chiedendomi se sia più contenta di sapere che ho una zia materna, o se i miei entusiasmi di resurrezioni parentali non siano frenati da considerazioni concrete che, magari, molto onore non mi fanno. Anche se la lettera è scritta in un buon italiano, potrebbe sempre trattarsi di una levantina che ha frequentato il Liceo Italiano e ha conosciuto mio nonno quando era già qui, oppure potrebbe essere una sua conoscenza di quand'era in Italia.
Però un conto sarebbe se la rediviva si presentasse di sua iniziativa a chiedere quello che le spetta, altro è invece andare a scovarla io. E perché dovrei farlo? Perché mi tolga di mano proprietà che sono ormai mie, con tutti i crismi di legge, giusto per la soddisfazione di abbracciare una zia, anzi una ziastra sconosciuta? Di lei ho fatto felicemente a meno fino a ora, magari potrei continuare senza eccessiva nostalgia.
Piuttosto ho sentito acuta la mancanza di una madre, anche se Ginetta, la mia dolce tata, si è fatta in quattro per supplire alla sua assenza. In lei magari potrei cercare delle somiglianze fisiche con la mamma, e neanche più di tante, visto che sono figlie di madri diverse. Comunque, sempre che la donna sia ancora viva, non ha in comune con mamma nessuna esperienza di vita, nessun ricordo, probabilmente ha vissuto in un ambiente socio-culturale opposto. Insomma: una perfetta estranea.
Rifletto. L'intestazione della casa a me è avvenuta in modo assolutamente tranquillo. Immagino che, se mio nonno avesse riconosciuto Isabella ufficialmente, durante il passaggio di proprietà qualche problema sarebbe emerso. Questo, unito al fatto che nel diario psicanalitico della mamma mai si sia fatto cenno a lei, mi convince che la povera donna abbia vissuto, dopo la morte di sua madre, con estranei e probabilmente con un cognome che nulla ha a che fare con Tonetti, che è quello della mia famiglia materna.
Sono rimasta così sconvolta da questa lettera, che ho omesso di controllare se c'era altro nel doppio fondo. Torno in camera ed estraggo altri due grossi pezzi del pannello. Non trovo altro di scritto, solo un medaglione con all'interno una piccola foto: una donna giovane, castana, e piuttosto bella. Non saprei dire se assomigli poi molto alla mia mamma, ammesso che si tratti di Isabella, perché potrebbe invece trattarsi di S. e poi la foto è anche piccolissima.
Metto il medaglione dentro una piccola cassaforte in un involto dove tengo i miei pochi gioielli, esamino di nuovo uno per uno gli altri documenti, ma non trovo più niente sull'argomento. Butto via i pezzi di legno rotti e rimetto tutto nel cofanetto, comprese le fatture e i conti di casa che pensavo di buttar via: chi lo sa, forse potrei trovarvi qualche indizio in seguito. Da quando quel bauletto è diventato un pezzo di arredamento della mia casa, l'ho sempre guardato con affetto perché mi portava una ventata di vita della mamma e della sua famiglia, essendone una specie di concentrato. Ora mi accorgo di guardarlo con fastidio perché ha aperto nella mia vita una nuova falla affacciata sul caos.
I nonni, morti quand'ero molto piccola, li conosco solamente dalle foto, la maggioranza delle quali trovate proprio in quel cofanetto. Le ho sempre viste come persone simpatiche e protettive per me come lo sono state con la mamma, che adoravano, e in sua funzione li ho sempre considerati. Ma ora il nonno emerge dal nostro gruppo familiare con una sua storia autonoma, e mi è difficile capirlo. Le parole della sconosciuta nella lettera alleggeriscono la sua colpa è vero, però mi chiedo: - Da quando ha scoperto dell'esistenza di una figlia, anche se lui non l'aveva programmata, non ha fatto nulla? - Dopo una notizia del genere non è che puoi comportarti come se avessi preso solo un caffè con una tua vecchia amica, e poi l'ammazzacaffé.
Dal momento che lo sai realizzi che c'è in giro per il mondo un figlio che, in qualsiasi modo sia nato, è sangue del tuo sangue, è un essere indifeso che ha bisogno di un minimo di sostegno per crescere in modo equilibrato. Minimo che dovrebbe essere somministrato dai genitori che hanno verso di lui obblighi morali, legali, religiosi e di ogni altro tipo, e questo dovrebbe incidere profondamente su di te. Lo stesso fatto che il documento ritrovato sia nascosto in un doppio fondo, fa intuire che fosse stato tenuto nascosto anche alle persone di famiglia. Fa inoltre sospettare che il mio bravo nonnino questa politica da struzzo l'abbia usata anche con se stesso, soffocando ogni rigurgito di rivolta della sua coscienza.
Mentre incomincio svogliatamente a riempire una valigia con vestiti e articoli tessili per la casa, mi fermo a pensare che il punto di vista femminile e maschile può essere molto diverso su questo tema. Se lui ha concepito la figlia nel ventre di questa donna essendo stato da lei drogato, in pratica è come se fosse stato violentato, e il seme gli è stato in qualche modo carpito. E questo lo assolve dall'oblio della figlia? Certo che no. Questa era una notizia di cui avrei fatto volentieri a meno. Vorrei mettere l'orologio indietro di un paio d'ore per far sì che il bauletto ritornasse integro, si riappropriasse del suo doppio fondo e vi seppellisse per sempre quella notizia angosciante.
In passato ho dovuto più volte cambiare il mio punto di vista e la mia posizione affettiva verso i miei ascendenti, genitori in primis. Anche se non avrei voglia di rettificare quella verso mio nonno e di trinciare giudizi morali, ciò avviene automaticamente lasciando dietro di sé un'immagine opaca e offuscata. Un giudizio sull'argomento potrei ricavarlo da Emre stasera quando tornerà, ma decido di sorvolare per il momento, perché la cosa riguarda la mia famiglia e lui si impiccia già a sufficienza di questioni che riguardano solo me.
Arriva presto. Sembra stanco, ma, quando gli apro la porta, lo trovo particolarmente bello con i pantaloni crema, la camicia di lino azzurra e i capelli schiariti dal sole per il suo lavoro al cantiere. Lo bacio come sempre e gli butto le braccia al collo, anche per nascondere la sorpresa che provo. La casa è piuttosto in disordine dato che ho aperto valige e cassetti per cercare gli effetti da mandare a Yeşilköy, e contavo di avere almeno un'altra oretta prima di preparare la cena. Si guarda attorno con espressione vagamente disgustata e io mi affretto a fornirgli spiegazioni un po' affannose sui motivi del caos. Mi chiede allora cosa c'è per cena e qui comincio veramente a sentirmi in difficoltà.
- Ma non arrivi mai prima delle sette, - dico, - in genere comincio a preparare la cena alle sei. -
- È mai possibile che tu faccia tutto all'ultimo momento? Naturalmente, per farmi da mangiare un'oretta è più che sufficiente, ma cosa
caspita fai tutto il giorno mentre io mi sbatto a lavorare? -
La sua logica elementare recita che tutto il tempo che non dedico a lui è tempo perso.
- Sbattimento per sbattimento, vorrei comunicarti che lavoro anch'io e... -
- Sì, l'insegnamento è proprio un lavoro faticoso. State sempre in vacanza. -
- A parte che io ho anche la casa a cui badare, e pare che questo impegno non ti riguardi visto che non metti neanche il piatto sporco nell'acquaio, oggi ho passato la giornata in mezzo a valigie, cassetti e bagagli per mandare quel che serve a Yeşilköy. Come vedi, non sono stata qui con la pancia all'aria, né in giro a spasso. E poi mi piace avere un minimo di indipendenza economica. -
- Vuoi insinuare che io non ti posso mantenere? -
Mi rendo conto di aver messo il piede su una mina, anzi, su un'intera santabarbara. E oggi non sembra proprio giornata visto che Emre sta cercando ogni pretesto per litigare. È infatti ipersensibile a qualsiasi accenno che si avvicini, anche vagamente, alla bilancia della nostra situazione economica che non pende quasi mai dalla sua parte. Il fatto è che lui non ha ancora ingranato a pieno col suo lavoro di architetto, e il mio stipendio non è un optional superfluo, ma un contributo necessario al nostro budget familiare che lui difficilmente potrebbe sostenere da solo. Per me non è un problema, ma per lui è un chiodo fisso.
- Gradirei che tu non usassi questo verbo: qui nessuno è mantenuto né servo di nessuno, ognuno collabora con quel che può fare o che ha.
Adesso ti preparo qualcosa. -
- Cosa vuoi dire con quel - collabora con quello che ha? - Vuoi insinuare che la casa dove sto lavorando è a tuo nome? Per quel che mi riguarda puoi anche darla in affitto e tenerti i soldi. Io sto benissimo qua, dove l'affitto lo pago io, non ho nessuna smania di andare a Yeşilköy, anzi, vai a starci tu, visto che è casa tua. -
Di sfuggita mi passa per la mente che è vero che la pigione la paga lui, ma io pago tutto il resto, che è ben di più. Va da sé che non mi sfiora nemmeno l'idea di dar voce a questo mio pensiero perché so che la risposta la condividerei con tutto il quartiere: da Galatasaray a Tünel. Vado in cucina tirandomi dietro sonoramente la porta, che comunque non riesce a coprire la sua voce che mi urla dietro:
- Scappa, scappa, è l'unico metodo che conosci per evitare i problemi! -
Io penso che i problemi siano, in realtà, suoi e miei solo di rimando. Il suo maschilismo esasperato gli suggerisce istericamente che una donna non può guadagnare più di un uomo e, se mai accade, bisogna trovare altri motivi per farla sentire inadeguata e in colpa. Se il principio base maschile è - la baracca la mantengo io e quindi comando io - , il problema che sembra disorientare Emre è: - se la baracca è mantenuta principalmente da lei, io, che scusa ho per comandare? - Se provasse a sostituire il verbo comandare con il verbo collaborare non sarebbe più necessaria tutta questa violenza verbale, ma è un'operazione che è al di là delle sue possibilità.
Mentre cerco di pianificare una cena superveloce, sento sbattere la porta d'ingresso. Questo mi esime per stasera dal mio compito di cuoca.

Capitolo 2
Ieri sera Emre è arrivato molto tardi quando ero già a letto, e stamattina si è alzato presto. Mentre era in bagno sono scivolata in cucina per preparargli la colazione, visto che non ho voglia di trascinare musi all'infinito. Mentre mangia, mi siedo a prendere il caffè con lui e un paio di comunicazioni di servizio ce le scambiamo. Riesco anche a rifilargli le valigie che ho preparato per Yeşilköy, che mi riporterà stasera vuote. Per il trasporto chiamiamo il portiere che porta giù anche il bauletto per cui faccio mille raccomandazioni di ogni cura.
Uscito lui, torno a letto dove vorrei rilassarmi pigramente. Mi lascio invece percorrere la mente da un sacco di pensieri, la maggioranza dei quali sgradevoli, in attesa di un po' di voglia di alzarmi. Il campanello. Accidenti, anche il portiere stamattina ha anticipato la sua venuta. Pure lui sembra complottare contro di me. Spalanco la porta con aria vagamente polemica e una vestaglietta indossata a sghimbescio giusto prima di uscire, ma fermo l'anta a metà e la richiudo in fretta e furia privilegiando le regole di prudenza a quelle di ospitalità, perché di fronte a me si staglia un perfetto sconosciuto.
A porta chiusa gli chiedo in turco chi sia. Dopo qualche esitazione, mi risponde in italiano:
- Andrea, sono Andrea, figlio di Anna e Matteo, nipote di Ginetta. -
Il nome della mia tata è una chiave per aprirmi il cuore, figurarsi le porte, e quindi comincio a ridurre le misure antiassedio inserendo la catenella e aprendo quello spiraglio che mi permetta di intravedere ed essere intravista. Si tratta di un ragazzo alto, poco oltre la ventina, con barba e baffi discretamente curati, dei jeans, una camicia, e una maglietta a V normali, ma l'impressione è di una certa proprietà nell'abbigliamento e di una vaga eleganza.
Lo guardo con aria interrogativa cercando di trovare qualche familiarità nei suoi lineamenti. Provo a fare mente locale. Se è la Anna che intendo io, si tratta della cognata di Ginetta moglie di suo fratello Matteo. La loro famigliola, che abitava a Belluno, veniva ogni tanto a trovare la mia tata di sabato anticipando la domenica che era il suo giorno libero. Finché i due figli avevano avuto l'età per seguire i loro genitori, almeno una decina di anni fa, mi era capitato di dividere un po' di tempo con loro.
Più che giocare insieme, vista la troppa differenza d'età, stavo in giardino con loro, come una sorella maggiore, con un libro o qualche altra occupazione in mano. Magari chiamavo un paio di altri ragazze e ragazzi del vicinato della loro età per formare un gruppetto, e con loro giocavano a palla, a nascondino o simili. Per quel che mi ricordo fratello e sorella litigavano spesso fra loro e mi capitava a volte di essere chiamata come giudice nei loro battibecchi, cosa che detestavo perché, a chiunque dei due dessi ragione, mi guadagnavo l'ostilità dell'altro.
Comunque era Emma, la ragazzina, a essere attaccabrighe, e finiva con l'accapigliarsi anche con gli amichetti che io avevo recuperato dal vicinato. Aveva un atteggiamento piuttosto mascolino nei suoi litigi, e non ci pensava due volte a passare alle mani quando era arrabbiata, cosa che non la rendeva certo popolare. Il fratellino, che aveva un paio d'anni meno di lei ma che di giorno in giorno accorciava la differenza d'altezza, da piccolo subiva, ma in seguito aveva cominciato a rispondere alle aggressioni fisiche, con esiti disastrosi per me quando dovevo occuparmi di loro.
Finalmente nel viso d'uomo che mi si presenta davanti, che appare teso e angosciato, incomincio a intravedere qualche lineamento del bambino paffuto e grassottello di allora, e devo ammettere che il tempo intercorso ha operato con grazia e bravura perché il ragazzo ha lineamenti piacevoli, regolari e, anzi, attraenti.
Un trolley e uno zaino in spalla, che non annunciano la visita per un caffè, contribuiscono ad aumentare la mia preoccupazione, ma anche una certa curiosità. Con un sospiro chiudo la porta per togliere la catenella e riapro l'anta con una certa ritrosia lasciando giusto lo spazio per il passaggio materiale del mio ospite, che urta la porta tirandosi dietro la valigia.
Chiudo l'uscio della camera, volo in salotto dove ci sono ancora pesanti tracce del mio lavoro di ieri, e cerco di dare all'insieme una qualche parvenza di ordine, mentre l'ospite si ferma imbarazzato nell'ingresso.
- Vieni Andrea... ancora non ho rassettato... mi sono appena alz... -
- Figurati! - risponde lui facendo un cenno vago con la mano a intendere che non è neanche il caso di parlarne. Entra nel salottino e si guarda intorno cercando di capire se io abbia intenzione di farlo sedere da qualche parte e, nel caso, dove.
- Posso darti del tu? - aggiunge.
Sorrido all'idea che cerchi di trasferire su un piccolo problema formale quello sostanziale dell'invasione della mia privacy a quest'ora di mattina. Lo dirotto sul terrazzino, che non è ancora preda del disordine che dilaga in casa, e dove la non desiderata intimità a due mi sembra meno complice.
- E così tu saresti Andreino - esclamo sorridendo non sapendo cos'altro dire a questo ectoplasma del mio passato, con cui ho avuto pochissimo da spartire, ma che sembra deciso a occupare il mio presente con armi e bagagli. Lui si siede su una delle seggiole di legno presso il tavolo senza riuscire a staccare gli occhi dal blu cobalto del Bosforo, punteggiato dai battelli che si muovono placidi. Un gabbiano decide di posarsi proprio ora sulla ringhiera emettendo il suo grido rauco. Gli rispondono i suoi compagni in volo.
- È il Topkapi? - mi chiede indicandomi le costruzioni di pietra raggruppate alte al di là del braccio azzurro, le cui sagome si stagliano proprio di fronte a noi. - E le moschee? - continua guardando intimidito le morbide e materne forme di Ayasofya e la Moschea Blu. - Ma è bellissimo qui. -
Poi, con viso accorato, continua:
- Ti chiedo veramente scusa di essermi presentato così presto senza nessun preavviso, ma temo... di avere qualche problema. Sono arrivato ieri sera in aereo, un amico avrebbe dovuto incontrarmi, ma non è venuto a prendermi e al numero di telefono che mi aveva dato non risponde. Io non sapevo cosa fare e quindi ho deciso di venire da te, anche se non avrei voluto. -
- Ma come hai avuto il mio indirizzo? -
- Lo avevo chiesto tempo fa a zia Ginetta. -
- Dove hai passato la notte? - gli chiedo guardandolo diritto in viso perché lui faccia altrettanto e si decida a spiegarmi finalmente cosa sta accadendo. Sfuggendomi, si guarda invece le mani che si tormenta l'una con l'altra angosciato.
- In giro - , risponde.
- Esattamente, cosa ti succede Andrea? -
- Niente... voglio dire... ho dovuto lasciare l'Italia. - - Hai litigato con i tuoi genitori? - chiedo.
- Non esattamente... il fatto è che... Emma è scomparsa e... - - Emma... tua sorella? - incalzo.
- Sì, proprio lei. -
- Che significa scomparsa? - insisto perplessa.
Inaspettatamente incomincia a piangere, prima piano, e poi dei veri e propri singhiozzi cominciano a scuoterlo. Lo guardo, non so se più dispiaciuta, imbarazzata o irritata, e vado in camera a recuperare dei fazzolettini di carta, che gli porgo.
- Scomparsa significa letteralmente che non si trova più... e certo se n'è andata per i cavoli suoi, - risponde quando si è calmato un po'.
- E la stai cercando qui? -
- Nooo, perché mai Emma dovrebbe venire in Turchia? A stento è uscita una o due volte dall'Italia. -
- E allora? -
- Sono dovuto fuggire: c'è il concreto pericolo che mi mettano in galera perché dicono che l'ho fatta... sparire io. -
- Insomma, credono che tu... oh santo cielo, ma se è come dici tu, come sei potuto salire su un aereo? Non ti hanno ritirato il passaporto? - - Degli amici mi hanno dato una mano. -
Evito di chiedergli in che modo sia arrivato questo miracoloso supporto, e penso che la cosa stia prendendo una piega come peggio non l'avrei potuta prevedere. Già non sono esattamente di buonumore e ora, neanche l'avessi ordinato per posta, mi è arrivato in casa, già confezionato, un bel caso che sembra di omicidio, con tanto di ricercato dalla polizia italiana. - Fuori subito, fuori dalla mia casa e dalla mia vita! - dovrei dirgli immediatamente. Cosa caspita c'entro io con questo ragazzo... quest'uomo che avrò visto sette o otto volte in tutta la mia vita? Che non è neanche mio lontano parente e quindi non ha una singola stilla del mio sangue nelle vene?
- Dovremo avvisare come minimo i tuoi genitori. -
- Tanto vale che mi denunci alla polizia: hanno i telefoni controllati. E poi non è che siano così preoccupati per me, io vado spesso in giro. L'anno scorso sono andato in India per un mese e ci saremo sentiti al telefono in tutto un paio di volte. -
- Immagino che prima di andarci li avrai informati, questa volta glielo hai detto? -
- Certo che no. Penso che, tutto sommato, anche loro credano che io sia colpevole... e poi sono sconvolti per Emma, non hanno tempo di occuparsi di me. -
- Mi sembra normale, santo cielo! Tu sei qui sano e salvo con tutta una vita davanti, e lei non si trova... e loro pensano che sia morta... mentre tu sostieni che sia viva... vero? - Lo guardo intensamente aspettandomi che lui faccia altrettanto. Per un po' continua a osservarsi le mani, ma poi alza su di me degli occhi tempestosi:
- L'ultima volta che l'ho vista lo era, dopo di che non ho la più vaga idea di cosa cazzo abbia deciso di fare: semplicemente è sparita. Se si è ammazzata, se qualcuno l'ha ammazzata, non lo so, ma se semplicemente si nasconde, quando la troverò la ammazzerò io con le mie mani, per la situazione di merda in cui mi ha messo. -
- Non diciamo cavolate, il desiderio di sparire senza lasciar traccia
è più diffuso di quanto tu non creda. Magari non per sempre, ma solo per un po' di tempo. Gli espatriati come me, per esempio, hanno una componente di Mattia Pascal. Vogliono sparire dalla realtà quotidiana e riprendere la loro vita in un altrove dove le beghe e le noie di ogni giorno siano sostituite da una realtà favolosa, una felicità perenne. Però magari noi qualche traccia la lasciamo, e i vecchi legami ci possono
inseguire anche nell'altrove. Infatti tu hai potuto trovarmi. -
Mi guarda solo vagamente interessato al mio erudito discorso, che lo distrae in modo molto superficiale dalla sua pressante preoccupazione per la propria incolumità:
- E l'hai poi trovata la realtà favolosa... la perenne felicità... a parte questo panorama? - Gira la testa a centottanta gradi, e il suo sguardo va a posarsi sulla porta da cui si intravede la saletta palesemente disordinata, nonostante il mio frettoloso e poco incisivo intervento al suo arrivo, che è una sorta di manifesto di greve realtà quotidiana. Visto che sono rimasta in piedi, mi sposto sulla terrazza mettendomi fra lui e l'ingresso alla casa quasi a difendere la mia scelta di vita, per quanto disordine essa possa contenere.
- Ho trovato qui un compagno, la sua famiglia, una città e una nazione che amo, ho un lavoro, tutto sommato il mio altrove non è poi stato così male. -
- Mi fa piacere per te. In quanto a mia sorella, non me ne frega niente del suo pirandellismo; nei guai ci sto io. Se vuole fare l'espatriata come te, prego si accomodi, basta che ci dia notizie e mi tolga dalla merda. - La risposta denuncia una sua discreta preparazione culturale, che apprezzo.
- Ma come possono i tuoi genitori sensatamente pensare che tu abbia potuto fare una cosa del genere... a tua sorella? -
- D'accordissimo non siamo mai andati, ma da questo... - risponde incerto guardando per terra.
- Litigavate spesso? - mi informo.
- Lei non litigav... non litiga solo con me, ha la specialità di attaccare briga con chiunque. -
- Hai mangiato? - gli chiedo rientrando nei panni di sorella maggiore che avevo indossato in passato.
- Adesso questo non è importante. -
- Aspetta, i problemi si vedono con altri occhi a pancia piena - osservo con praticità.
Da quanto ho capito il ragazzo non ha dormito, o al massimo lo ha fatto su una panchina, e meno che mai ha mangiato. In casa non ho un granché, visto che io al mattino mangio solo frutta ed Emre fa una veloce colazione alla turca. Preparo comunque un paio di uova all'occhio di bue e li metto in tavola di fronte a lui insieme a un po' di affettato, del pomodoro, pane e delle olive. Andrea guarda questi cibi con un pelo di altezzosità, forse chiedendosi se a Treviso fosse questo il tipo di colazione che mi preparava Ginetta, e cominciando a capire che l'espatrio, poi, la quotidianità delle persone finisce per cambiarla.
Rientro senza commenti a fare un caffè per tutti e due con la moka, per confortarlo con un po' di colore nazionale. Quando torno, vedo che la fame ha avuto la meglio su ogni perplessità e il ragazzo sta spazzolando tutto quello che gli avevo messo davanti, compresi i pomodori, visto che non si tratta di cavallette o alghe, ma di cibo normalmente commestibile anche in Italia, magari a orari diversi delle nove e qualcosa di mattina.
Mi siedo anch'io a tavola e insieme sorbiamo il nostro caffè in silenzio. Vorrei buttar lì qualche parola di consolazione. Il ragazzo sembra sconvolto dalla sparizione della sorella, (fatto di cui voglio credere che sia totalmente innocente) ma non sembra nutrire alcuna fiducia nella solidarietà dei genitori. Naturalmente ogni figlio ha il diritto naturale e sacrosanto di essere amato da chi lo ha messo al mondo, a dispetto di tutte le sorelle, del carattere, del fisico, dell'atteggiamento, o abitudini sbagliati. Non voglio nemmeno pensare ad archetipi tipo Caino e Abele. Perfino nella più orribile delle ipotesi, comunque, anche Caino ha dei diritti: come lo Stato gli dà la difesa di un avvocato d'ufficio, così la natura quella dei genitori.
Cosa posso dire per consolare questo ragazzo vista la mia superficiale conoscenza con sua madre Anna e la quasi nulla con suo padre che lui accusa di disinteresse nei suoi confronti? Di lei ricordo che è una donna alta, piuttosto bella, se vogliamo un tipo un po' sbrigativo, ma comunque interessata ai propri figli. Quando veniva da noi, infatti, li controllava costantemente dalla finestra mentre in cucina chiacchierava con Ginetta. Anche se in teoria erano sotto il mio controllo, quando sollevavo gli occhi dal libro e guardavo verso l'abitazione, era il suo sguardo vigile che incontravo, e se i ragazzi si allontanavano e andavano a giocare sul retro della casa, fuori dalla portata della sua vista, dopo un po' li richiamava in ordine alfabetico:
- Andreaaa, Emmaaa! -
In effetti, loro sarebbero stati congiunti di una nostra dipendente e, se non io, mio padre avrebbe potuto non gradire le loro invasioni. Ma Ginetta era più che altro la mia tata: una mamma, se pur surrogata. E così i suoi parenti erano un po' anche i nostri. Io, cresciuta troppo sola senza quella importante filiera di supporto costituita da nonni, zii e cugini, vivevo in loro una parentela, se pur surrogata anch'essa, e con una frequentazione molto saltuaria. Anna aveva sette o otto anni meno della cognata, ma la differenza sembrava maggiore. Ginetta vestiva non con stile casual, ma proprio a caso, mettendo quello che le capitava su un corpo florido e rotondetto, mentre l'altra era più snella e ricercata nelle scelte di abbigliamento. La tata se la cavava bene in cucina, ma Anna era bravissima, e quando venivano a trovarci mangiavamo dei manicaretti deliziosi, compresi i dolcetti che ci davano per merenda.
All'inizio mi sembravano un po' troppo dolci, poi però non solo mi ero abituata, ma avevo finito per apprezzare quella specie di sfoglie farcite di noci e lucide di sciroppo, tagliate a losanghe: delle bombe di calorie. Adesso che ci penso, ecco perché quando sono venuta qui ho trovato familiare il baklava. I dolcetti di Anna questo erano in effetti.
Mentre il trolley è rimasto nell'ingresso, lo zaino ha seguito il ragazzo fin sulla terrazza quale muto testimone della sua intenzione di appoggiarsi presso di me anche per l'alloggio, progetto che ho intenzione di scoraggiare al più presto.
- Ma insomma, Andrea, dove caspita avete perso le tracce di Emma? -
- Eravamo andati nella nostra casa di Jesolo, lei e io, per seguire dei lavori di ristrutturazione del bagno. Fra l'altro, avevamo litigato abbastanza aspramente nel pomeriggio, anche se avrei preferito non farlo davanti agli operai. Lei pretendeva infatti di far installare dei sanitari qualsiasi reperiti in un negozietto non lontano da casa tanto per fare presto, mentre io insistevo per comprarne di migliori andando a prenderli nell'entroterra, cosa che ho fatto in seguito.
Poi, dopo aver scaricato la merce che avevo comprato, ero andato in discoteca da solo, visto che Emma non ama questo tipo di divertimenti; inoltre ero ancora arrabbiato con lei perché degli acquisti avevo dovuto occuparmi da solo. Quando tornai verso le due di mattina, la trovai sul divano che piangeva disperatamente. Per quanto la interrogassi, e la pregassi quasi, non ci fu verso di farmi dire cosa fosse successo. Una tale disperazione non poteva certo essere collegata al nostro litigio, anche perché ne avevamo spesso e non l'avevo mai vista ridotta in quello stato.
Alla fine mi stufai e andai in camera mia. Poco dopo lei entrò tenendosi il naso con un asciugamano rosso di sangue. Aveva smesso di piangere ma era spaventata a causa di un violento attacco di epistassi, forse per essersi tormentata il naso piangendo. La feci stendere sul divano evitando di portarla nel suo letto per non sporcare tutte le lenzuola, le bagnai la fronte con acqua fredda e stavo preparandomi anche ad andare in farmacia a prendere un emostatico, quando pian piano il flusso si fermò.
Le riempii tutte e due le narici con del cotone, e poi lei andò in camera sua. Approfittai per chiederle conto ancora una volta del suo pianto disperato, e, già che c'ero, le diedi pure un bacio. Alla fine le voglio bene e non sopporto l'idea di vederla soffrire anche se debbo spesso fare i conti con la sua testa dura. Rimandai all'indomani la pulizia del pavimento, visto che erano quasi le quattro e crollavo dal sonno.
La mattina seguente fui svegliato dagli operai. Siccome non avevo sentito battere alla porta dell'appartamento a piano terra, - il campanello era fuori uso - vennero a scuotere le persiane della mia camera facendo il giro intorno alla casa. Quando entrarono, alla vista del divano in sky chiaro su cui spiccava il sangue raggrumato, mi chiesero se mi fossi fatto male... o magari se si fosse ferita Emma.
Spiegai quel che era successo e chiamai a testimone mia sorella a gran voce. Non rispose e la sua camera si rivelò vuota, anche se il pavimento e il letto erano vistosamente macchiati di rosso, segno che l'emorragia era continuata anche dopo il mio intervento. Pensai che fosse andata a fare la spesa e dissi agli operai di cominciare a lavorare intanto che io cercavo di ripulire. Mentre tornavo in camera mia a vestirmi, sentii una specie di click e mi passò per la mente l'idea che uno di loro avesse scattato una foto, cosa che al momento mi sembrò abbastanza strana. -
- Vi eravate portati gli operai da Belluno? - intervengo curiosa in quanto il racconto mi sta prendendo.
- No, li avevamo trovati sul posto su consiglio dell'inquilino dell'ultimo piano, un infermiere che lavora all'ospedale e risiede a Jesolo tutto l'anno - mi risponde distrattamente ansioso di riprendere il racconto.
- Man mano che il tempo passava senza che Emma arrivasse, il mio nervosismo aumentava. Quando avevo provato a chiamarla, il cellulare aveva suonato a vuoto e poi era stato spento. Intanto io avevo pulito il sangue in giro per casa, compatibilmente con lo sporco e la polvere portati dai lavori edili in bagno. Gli operai mi avevano già chiesto un paio di volte dov'era mia sorella, per il momento ancora rassicurati dalle mie parole. Uscii furibondo. Ma che scherzi erano questi? Dove caspita era andata? Girai i supermercati delle vicinanze con pochissima speranza: il tempo trascorso metteva la spesa fuori questione. Andai poi in spiaggia, la battei prima per un bel tratto a destra e poi a sinistra, e cominciai quindi ad aggirarmi per le strade guardando con pochissima convinzione dentro i negozi di abbigliamento e bazar diversi. Mi venne in mente l'epistassi e mi chiesi se non avrebbe potuto essere sintomo di una patologia magari grave, e forse Emma era uscita e poi era svenuta chissà dove. -
- Ma aveva mai avuto emorragie in precedenza? - chiedo.
- Per quel che ne so era la prima volta, e ha scelto di averla proprio quando a occuparmene c'ero solo io. -
Non replico che forse Emma non aveva programmato l'emorragia a tavolino e lo lascio proseguire nel racconto.
- Chiamai l'ospedale per sapere se avessero notizie di lei, e poi tornai a casa sperando di trovarla là. A questo punto gli operai cominciarono a guardarmi in modo strano, e mi chiesero quanto spesso io litigassi con Emma. Li mandai a quel paese perché la richiesta nascondeva sottintesi molto sgradevoli per me. Loro mi presero in parola e girarono i tacchi, anche se non andarono esattamente al paese dove li avevo spediti io, ma a mangiare da qualche parte, visto che intanto si era fatta ora di pranzo.
Cominciavo a essere molto preoccupato, però cercavo di tranquillizzarmi pensando che stesse facendomi dei dispetti a seguito del litigio del giorno prima, e non volevo ancora avvisare i miei genitori, per non metterli nell'agitazione in cui ero io. Cercai di chiamare tutti i suoi amici che conoscevo, qualcuno dei quali avevamo in comune. Nulla di nulla.
Passai il pomeriggio girando per l'appartamento come un leone in gabbia e facendo qualche altro giretto in spiaggia e nei negozi del lungomare, dove incontrai qualche conoscenza a cui chiesi se l'avessero vista, e verso le sei ero di ritorno a casa. Ero veramente spaventato e decisi che era il momento di parlarne con i nostri genitori. Stavo per comporre il numero di mamma, quando entrarono due poliziotti dalla porta d'ingresso che, essendo a piano terra, stava sempre spalancata verso il giardinetto antistante e il piano stradale.
Guardai i due operai che continuavano a lavorare molto assorti, e mi ripromisi di fare poi i conti con loro, il cui zampino si intuiva a un miglio di distanza. In effetti avevo poco da fare la voce grossa. Una persona era sparita da una casa dove c'erano discrete tracce di sangue, io avevo promesso che sarebbe ricomparsa subito, ma ancora non se ne avevano notizie. Non potevo stupirmi se i due uomini avevano preso delle iniziative. Mi chiesero se avevo dei problemi. Risposi di no. Allora direttamente mi domandarono di mia sorella. Chiesi perché la cercavano.
Il più alto rispose che il suo nome con relativo indirizzo era stato trovato in un covo di malviventi fra la refurtiva e mi chiese se ultimamente le fosse stato rubato qualcosa. Siccome a Emma non era stato sottratto neppure un ago, e per di più eravamo in quell'abitazione per caso, compresi che si trattava di un pretesto. Quando mi chiesero apertamente se fosse uscita, risposi che certamente lo era e che non era stata vittima di nessunissimo furto. Chiesi poi perché poi mia sorella avrebbe dovuto essere lì per forza. Non aveva l'obbligo di dimora, ed era libera di andare dove le pareva. Mi guardò freddo e irritato e mi disse che sembrava ci fosse un'inversione di ruoli visto che in genere le domande le fanno loro. Poi mi chiesero di fornire un documento, nonché le generalità di mia sorella.
Eravamo fuori da tutte le regole, visto che io mi trovavo a casa mia e in pratica questi poliziotti avevano violato il mio domicilio, sottoponendomi inoltre al fuoco di fila di tutte queste domande. Certo in condizioni normali avrei sonoramente protestato, ma nello sconforto in cui mi trovavo non ero in vena di discutere e così andai a prendere la mia carta d'identità e diedi le generalità di Emma senza ulteriori obiezioni. - - Forse sarebbe stato meglio chiedere subito il loro aiuto - intervengo.
- Io avevo dalla mia una coscienza cristallina e la speranza che Emma avrebbe ancora potuto comparire. La diffidenza che provavo verso quei due poliziotti si è d'altronde rafforzata quando poi le forze dell'ordine sono intervenute sul serio nella faccenda, e sappiamo come. Comunque il poliziotto osservò la stanza, che era piena di polvere, ma dal sangue era stata ripulita, - continua il suo racconto Andrea, - e mi disse che l'indomani ci saremmo dovuti presentare in questura, altrimenti sarebbero ritornati. La visita mi aveva imbestialito perché era evidente l'ingerenza dei due operai, ma la ostinata assenza di Emma mi toglieva anche la capacità di indignarmi. Oltretutto la visita dei due metteva fuori discussione la richiesta di intervento alla polizia, che è sempre l'altro luogo dove cercare uno scomparso insieme con l'ospedale.
I due uomini prima di andarsene senza nemmeno guardarmi in viso, mi chiesero se potevano fare qualcosa per me. In effetti avevano già fatto anche troppo. Superai la voglia di dirgliene quattro, e li congedai mostrando indifferenza a mia volta; feci poi un paio di altre telefonate a conoscenti che avevo dimenticato. Intanto si era fatta sera e la paura cominciò a crescere in quell'appartamento reso squallido dai lavori edili che portavano disordine, sporcizia, e odore di malta bagnata in tutta la casa. -
- Ma come mai eravate andati voi a seguire i lavori? Non sarebbe stato più logico che lo facessero i vostri genitori? - chiedo pensando a quanto il ragazzo si fosse sentito abbandonato.
- Avevano da fare, quei lavori erano stati rimandati per anni e volevamo che l'appartamento fosse in ordine prima della stagione estiva; purtroppo il bagno, e soprattutto la doccia, erano vecchi e rotti, - ribatte lui prima di riprendere il suo angoscioso racconto.
- La pancia cominciò a gorgogliare ricordandomi che non avevo mangiato nulla dalla mattina. Non avevo proprio fame, ma decisi di mandar giù un po' di pane e formaggio, giusto per fare qualcosa. Cercai di farmi coraggio. Emma poteva essere stata in giro tutto il giorno per farmi dispetto, ma di sicuro sarebbe tornata a dormire, non aveva mai passato la notte fuori senza avvertire. Purtroppo questa volta non accadde. Passai una notte d'inferno alzandomi in continuazione per controllare l'altra stanza, e alle tre decisi di dormire, o meglio, di sdraiarmi direttamente lì.
Avevo lavato le macchie sulle lenzuola di Emma dentro un grosso catino che avevo usato nel cucinino, dato che il bagno era occupato. Avevo cambiato più volte l'acqua rosata, e avevo usato il sapone di Marsiglia, ma dei deboli aloni erano rimasti. Sfregai rabbiosamente la stoffa, e poi ancora, e poi di nuovo. Quelle macchie che non venivano via erano inquietanti, erano irrimediabili, mi sembravano la conferma che fosse successo qualcosa da cui non si poteva tornare indietro. Mi illusi che se solo fossi riuscito a farle venir via, tutto sarebbe tornato in ordine ed Emma avrebbe varcato l'ingresso di casa.
Naturalmente poche volte in vita mia avevo fatto il bucato. L'avevo fatto in viaggio sciacquando magliette e biancheria nei lavandini di ostelli e alberghetti, ma mai qualcosa della grandezza di un lenzuolo. Lo sfregavo quasi con rispetto, avrei voluto accarezzarlo, baciarlo, nelle pieghe della stoffa si nascondevano i miei ricordi di lei, della sua capacità di farmi uscire dai gangheri, della sua tendenza a correre dalla mamma o dal papà a lamentarsi di me, della sua invariabile vittoria perché in loro trovava sempre il sostegno cercato. E a me invece piovevano i rimproveri. Però quando ero distante da lei, quando per esempio ero andato in India per un mese, lei mi era mancata. Da lontano le volevo bene, e se avessi pensato a come avrei voluto una sorella, non sarei riuscito a concepire nessuna diversa da lei.
In poche ore le lenzuola si erano asciugate al sole ma le avevo messe nell'armadio con quegli aloni di cui non ero riuscito a liberarmi, sicuro che mia madre, lei sì, avrebbe saputo meglio come farle ritornare candide. Avevo messo poi sul suo letto della biancheria pulita.
Alle prime luci dell'alba mi alzai, definitivamente stufo di rigirarmi di qua e di là sul letto. Andai al mare. La giornata era nuvolosa e l'acqua era molto mossa. Pochissimi insonni circolavano in spiaggia: alcuni sportivi con scarpe da jogging correvano o marciavano, una donna raccoglieva conchiglie che metteva in un cestino, una coppia di anziani andava a passi lenti e lei si fermava a tratti ad aspettare lui che aveva più difficoltà nel camminare.
Mi sedetti sul muretto del lungomare e stetti a guardare come estranei questi esseri viventi che pure popolavano un mondo normale che ormai per me, si era trasformato in un incubo. Non avrei voluto, avevo atteso quanto era possibile attendere, ma era ora di avvisare i miei genitori.
Telefonai a casa e mi rispose dopo un po' la voce assonnata della mamma, che mutò improvvisamente tono non appena accennai al problema in cui mi dibattevo. -
Il ragazzo mi riferisce poi della telefonata intercorsa con la madre riportando vividamente le sue parole:
- - Oh Dio Andrea, come sarebbe che non è venuta a casa stanotte... e tu, disgraziato, aspetti mattina per avvertirci? Sai bene che Emma non ha mai fatto una cosa del genere... solo Dio sa che cosa le è successo - . Non seppi rispondere e incominciai a piangere, cosa che non mi era ancora capitata. Era come se il fatto di aver condiviso il problema con la mamma mi avesse improvvisamente dato la consapevolezza di quel che era realmente successo e che c'era la tangibile possibilità che fosse accaduto qualcosa di orribile a mia sorella. Lei è maggiore di me, è vero, ma io sono maschio, e lei ha anche qualche tratto immaturo e infantile nel carattere che i miei genitori sottolineano quando, in sua assenza, mi esortano a proteggerla, magari con discrezione. Mi feci un rapido esame di coscienza e mi chiesi se io potessi imputarmi qualche colpa. Avevo litigato con lei, certo, ma era ben assurda la sua pretesa di mettere dei sanitari di bassa qualità in un bagno nuovo! E poi l'avevo piantata da sola a casa andandomene in discoteca, ma insomma, che colpa ne ho io se lei odia i locali notturni? E quel pianto, Dio, quel pianto dirotto che motivazioni aveva? Avrei dovuto insistere di più per farmi spiegare i motivi?
- E il cellulare è attivo? Suona? Ma tu, quando l'hai vista l'ultima volta? -
No, mamma, ha suonato per un po' a vuoto, ma poi è stato disattivato. Lei è da ieri mattina che manca, ma pensavo che volesse farmi un dispetto perché avevamo litigato.
- Ecco, lo sapevo! Cosa le hai fatto? Andrea, io devo mettermi in testa che non posso fidarmi di te. Tua sorella era con te, affidata a te, come hai potuto lavartene le mani fino al punto di lasciarla scomparire? -
Non risposi a questo. Emma ha 22 anni, due più di me, frequenta l'università, non è una bambina, perché mai dovrebbe essere affidata a me? Io sono più piccolo, sarò anche maschio, ma sono più piccolo, perché mi buttava questa responsabilità sulle spalle?
- E la polizia, hai avvisato la polizia? -
- Più o meno, - risposi. Le mie parole la mandarono decisamente fuori
di testa. Le parve sintomo del mio pressapochismo se non addirittura del mio disinteresse, anche se corrispondeva abbastanza fedelmente alla realtà, in quanto la polizia era al corrente che intorno a mia sorella stava accadendo qualcosa di anomalo, anche se io non l'avevo avvisata direttamente.
- Andrea, se le è accaduto qualcosa la pagherai cara, oh se la pagherai cara! E con la polizia ci parlerò io. - -
Intervengo: - Non puoi meravigliarti se è andata su tutte le furie, se ti ha minacciato anche, forse la sera precedente avresti fatto bene a fare una denuncia di scomparsa. Inoltre avresti dovuto telefonare ai tuoi genitori, magari avrebbero potuto essere di aiuto. In ogni caso avevano il diritto di essere informati. Tu dici che Emma piangeva a dirotto la notte della scomparsa, come non l'avevi mai vista piangere: forse aveva ricevuto una notizia terribile, che l'aveva destabilizzata, che l'aveva precipitata nel disordine mentale. E se una persona in quello stato è sempre esposta ai pericoli di malintenzionati di giorno, tanto più lo è una ragazza, e di notte. -
Mi guarda ostile e mi chiede irritato:
- Ti ci metti anche tu adesso? Son tutti bravi ora a parlare. E poi mia sorella è maggiorenne, ha fatto tutte le vaccinazioni che doveva fare, e per quel che ne sappiamo sta girando il mondo ridendosela alle mie spalle. -
- Se ti fa piacere pensarlo - ribatto io.
Si alza irritato dalla sedia che rischia di cadere per il brusco movimento e incomincia a girare furiosamente per la terrazza con le mani in tasca. Lo lascio fare e approfitto dell'interruzione per portare alcune stoviglie sporche nel cucinino e sistemarle nella lavastoviglie. Quando, dopo un quarto d'ora, ritorno sul terrazzino, lo trovo seduto di nuovo al suo posto a contemplare il mare. Mi appoggio al parapetto con le braccia conserte, lo guardo, e lui ricomincia a parlare come se non si fosse mai interrotto.
- Il cellulare che avevo fra le mani abbandonate lungo il corpo era ormai muto - riprese Andrea. - Guardai verso il mare. L'acqua verdazzurra si mescolava con il primo piano delle mie lacrime dandomi una visione liquida e confusa. Pensai che mia madre aveva ragione e che la prima cosa da fare fosse avvisare ufficialmente la polizia. Anzi avrei dovuto approfittare il giorno precedente, durante la visita dei due poliziotti che tanta noia mi avevano dato, per avviare subito le ricerche. Ma allora pensavo ancora che sarebbe tornata verso sera.
Spensi il cellulare, mi avviai lungo la spiaggia, e cominciai a camminare sempre più in fretta. Volevo allontanarmi da quel posto come se avessi potuto abbandonare lì l'incubo dentro il quale ero entrato. Non volevo pensare a nulla, non volevo accettare il fatto che avrei dovuto affrontare sia mia madre che mio padre e, soprattutto, i miei sensi di colpa. Camminai, corsi a tratti, senza quasi vedere dove mettevo i piedi. Un paio di volte entrai anche in acqua, che prontamente mi invase le scarpe.
A un tratto mi accorsi che avevo superato piazza Nember e stavo per arrivare al faro. Mi fermai, mi asciugai gli occhi con la manica della felpa e mi guardai intorno. Non avevo più strada davanti; in ogni caso anche essere andato lì non cambiava nulla dentro di me. E poi cosa volevo fare? Scomparire pure io perché i miei genitori si preoccupassero anche per me? E dove sarei andato? Tornai lentamente sui miei passi e andai a casa. Avrei anche dovuto recarmi a presentare la denuncia di scomparsa. Mentre aprivo il cancelletto del giardino un'auto si fermò dietro a me con stridio di freni. Mi sentii strattonare per il braccio. Era mio padre che mi chiese dove fossi stato e perché mai avessi spento il cellulare, visto che loro avevano fatto il viaggio da Belluno in preda all'ansia, senza notizie, e nell'impossibilità di comunicare con me.
Lo lasciai fare senza rispondere e mi avviai dentro la casa, mentre anche mia madre, che mi aveva preso il polso dall'altra parte, aveva cominciato a incalzarmi con altre domande sul perché del litigio e sugli avvenimenti risalenti all'ultima volta che avevo visto Emma. Entrammo concitati e io mi buttai distrutto sul divano mentre loro due cominciavano ad alzare la voce visto che non ottenevano risposte. Mentre mamma era china su di me, si accorse di una macchia scura sul divano di finta pelle chiara che era evidentemente sfuggita alle mie inesperte pulizie.
- E questo cos'è? - chiese sospettosa mentre invitava anche papà a controllare.
- Sangue - rispose una voce dietro a lei. Gli operai erano venuti regolarmente a lavorare e i miei genitori da quel momento poterono contare su delle gole profonde che non chiedevano altro che di cantare. Raccontarono quello a cui avevano assistito la mattina precedente citando le chiazze rosse che avevano notato e magari aggiungendone altre per completare il quadro. Non la definirono mai scena del crimine, ma ne parlarono con dovizia di particolari raccontati ai miei genitori, come se lo fosse.
Visto che da me non riuscivano a ottenere informazioni, papà e mamma smisero di torchiarmi e si avvicinarono a loro come i bambini al seguito del piffero magico. Quando tutti e due non ebbero più nulla da aggiungere, mia madre, terrorizzata dalle informazioni avute, si girò verso di me che stavo seduto sul divano e riprese un interrogatorio battente e metodico, mentre mio padre girava per la stanza imprecando e lanciandomi delle domande e degli insulti scomposti.
Decisi di collaborare nell'unico modo in cui potevo farlo: dicendo la verità. Mia madre si sedette di fronte a me posandomi entrambe le mani sulle braccia quasi a cercare un contatto fisico che la facesse comunicare meglio con me, una sorta di macchina della verità che le permettesse di sentire anche i movimenti del mio corpo, oltre al suono e alle inflessioni delle mie parole, per sapere cos'era realmente accaduto a sua figlia.
- Ma possibile che tu non le abbia chiesto perché piangeva in quel modo? Oh, Andrea, questa storia non regge, ti prego dimmi la verità. Siamo i vostri genitori, abbiamo il diritto di sapere cos'è veramente successo! -
Mentre cercavo di comunicarle con tutta la forza di convinzione di cui ero capace che le avevo detto la verità, arrivò la polizia. -


Elsa Zambonini Durul
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