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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Novera
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L'inaugurazione.
Venerdì 3 giugno 2022. Su Corso del Mezzogiorno, negli ultimi vent'anni, non era riuscito a durare niente. Il grande complesso fieristico che aveva dato lustro alla città negli anni Sessanta e Settanta si era ridotto ad un ammasso di erbacce che si insinuavano tra gli enormi padiglioni vuoti e cadenti. Le attività commerciali e industriali affacciate su quella strada senza marciapiedi né illuminazione, venivano puntualmente ignorate dalle automobili che sfrecciavano veloci verso la statale 16. Ciononostante, la Novera Funeral Home era sorta proprio lì, dove fino a sei mesi prima c'era stato un concessionario d'auto fallito durante il Covid e, prim'ancora, un salottificio di cui ormai nessuno più ricordava neppure il nome. Pur occupandosi di morti, la Novera era l'unico segno di vita in quella desolazione commerciale che stonava vistosamente con tutto il resto, come un dolce di Natale servito a Ferragosto. Pietra liscia, acciaio satinato, vetrate alte, aiuole geometriche, alberi già abbastanza cresciuti da sembrare lì da anni. Anche l'insegna rompeva la grammatica abituale delle imprese funebri: c'era scritto soltanto NOVERA, in lettere alte e sottili color antracite, senza croci, senza angeli, senza marmo nero, senza lutti scolpiti in facciata. A guardarla senza sapere cosa fosse, sembrava una clinica privata o lo showroom di un brand di lusso. Era la prima settimana di giugno. La città stava uscendo dall'ultima coda del Covid come un uomo che si rimette in piedi dopo una lunga malattia: capace di camminare, sì, ma ancora con l'incertezza nelle gambe. Le mascherine erano scese sotto il mento di molti se non scomparse del tutto. La gente si rincontrava, si abbracciava, si stringeva nuovamente la mano come prima, anche se con ancora un po' di esitazione. I morti, però, non li aveva dimenticati nessuno. Per mesi i manifesti funebri avevano mangiato i muri della città. Erano attaccati ovunque: sulle saracinesche abbassate dei negozi, sui tabelloni davanti alle chiese, sui muri scrostati dei palazzi, uno sopra l'altro, senza un criterio, senza rispetto. Li attaccavano di notte e al mattino la gente li leggeva con il terrore di trovarci un nome amico. Adesso si erano diradati. Ma la memoria era restata vivida e presente, come una cicatrice che non puoi nascondere. Forse era anche per questo che, mezz'ora prima dell'inizio, il parcheggio della Novera era già pieno. Sotto il portico, due hostess in tailleur nero e camicia avorio distribuivano brochure rilegate con un nastro grigio perla. Sorridevano senza invadenza, con quella gentilezza algida che s'impara, che non viene dal cuore. I curiosi prendevano i dépliant con una cautela quasi rispettosa. La carta era spessa, il logo in rilievo. Un lavoro curatissimo che non lasciava nulla al caso. All'interno, l'aria condizionata cancellava di colpo il caldo e, insieme a quello, i preconcetti. Il pavimento chiaro. Le pareti color sabbia. Le luci incassate. I divani in pelle. I pannelli fonoassorbenti che rubavano eco ai passi. Il pianoforte diffuso dagli altoparlanti a volume appena percettibile. Tutto lavorava su un unico obiettivo: abbassare il tono del mondo. Non c'era niente che ricordasse apertamente la morte. Nessun odore di cera, nessuna penombra, nessuna stoffa scura, nessun simbolo religiosamente invadente. Quel posto non voleva accogliere il dolore. Voleva renderlo compatibile con l'eleganza. Giulia D'Aries era alla reception. Aveva ventisei anni, i capelli castani raccolti in una coda ferma, la camicia avorio e il badge appuntato al petto. Ogni gesto dell'accoglienza ai clienti l'aveva studiato e provato nei giorni precedenti, fino a quando non le era diventato naturale. Dopo due anni in un call center di Bari e sei mesi in una segreteria medica di Lucera dove veniva sottopagata a nero, quel posto le sembrava una specie di risarcimento. Un contratto vero. Uno stipendio vero. Un posto che, raccontato a tavola, faceva tacere sua madre invece di spingerla a domandare se per caso avesse lasciato un altro curriculum da qualche parte “tanto per sicurezza”. Vedeva entrare la gente e, per la prima volta, da molto tempo, si sentiva dalla parte giusta del bancone. Arrivò il Commissario Prefettizio, accompagnato da due funzionari comunali e da una referente dei servizi sociali. Si muoveva con la misurata compostezza di chi era chiamato a rappresentare provvisoriamente le istituzioni nel vuoto di potere dovuto allo scioglimento dell'Amministrazione Comunale per sospetta infiltrazione mafiosa. Dopo di loro, arrivarono i rappresentanti della Camera di Commercio e di Confindustria, la rappresentante di un'associazione di volontariato e il parroco di Sant'Antonio, don Nicola De Stefano. Lello Dioguardi, redattore di Foggia Online, arrivò per ultimo tra gli invitati attesi. Si fermò sotto il portico e iniziò a guardarsi intorno per farsi un'idea del posto e della situazione. Doveva essere un lavoro veloce, uno di quelli che si fanno senza azionare il cervello: qualche foto, due dichiarazioni, un commento del Commissario Prefettizio e della direttrice. Un pezzo pulito e via. Eppure, a pelle, la Novera Funeral Home, gli lasciò addosso un fastidio senza nome. Un'agenzia funeraria in cui era assente il convitato principale: l'idea della morte. «Sembra un hotel a 5 stelle piuttosto che un'impresa di pompe funebri,» sussurrò una donna al marito. «Non ci sono neppure le bare esposte.» Giulia prese due brochure dal banco e gliele porse. «Benvenuti.» La donna le sorrise quasi con gratitudine. Pochi minuti dopo il brusio nell'ingresso cambiò natura: Ines Scerbo, la direttrice, era comparsa con un microfono in mano. Non indossava nulla che chiedesse attenzione, eppure l'attenzione arrivò tutta a lei. Abito blu scuro, taglio perfetto, capelli raccolti, una spilla d'argento così discreta da sembrare destinata più a chi le stava vicino che a chi la guardava da lontano. Le mani ferme. La schiena dritta. Nessun foglio, nessun telefono, nessun gesto da correggere all'ultimo. Giulia la vide e sentì uno scatto di ammirazione. Ines aveva una grande sicurezza e si muoveva nel proprio ruolo con l'agio di chi ne conosce ogni parete, ogni varco, ogni ombra. Dioguardi, invece, appena la guardò, la trovò finta, costruita. Quando il silenzio si fece da solo, Ines iniziò a parlare. «Grazie a tutti per essere qui nonostante il caldo e i vostri impegni.» La voce non era alta. Era nitida. Non si imponeva per volume ma per controllo. Una voce che portava gli altri ad abbassare la propria senza neppure accorgersene. «Oggi non inauguriamo soltanto una nuova struttura funeraria. Oggi mettiamo a disposizione della città un luogo pensato per restituire rispetto, cura e serenità a un momento che spesso viene lasciato al disordine, alla fretta, all'improvvisazione.» Disse “improvvisazione” con una gravità lieve, quasi affettuosa. Non sembrava rimproverare nessuno: dava solo l'impressione di rimettere in asse una cosa storta. «Per molto tempo il commiato è stato vissuto come un peso aggiuntivo per le famiglie. Noi abbiamo pensato che non dovesse essere così. Abbiamo pensato che il dolore non avesse bisogno di altro dolore.» Don Nicola annuì subito, convinto. Il Commissario Prefettizio assunse l'espressione di chi ha appena ascoltato una frase già pronta per essere ripetuta davanti a una telecamera. Dioguardi smise di scrivere per un attimo e si limitò a osservarla: non parlava di numeri, investimenti, autocelebrazione aziendale. Le sue parole erano impregnate solo di lessico morale: dignità, sollievo, accompagnamento. Ed era proprio questo, forse, a segnalargli qualcosa che puzzava d'altro. Ines proseguì. «Abbiamo voluto un luogo in cui le famiglie possano sentirsi accompagnate, non travolte. Un luogo in cui ogni dettaglio sia pensato per togliere peso, non per aggiungerne.» Fece una pausa minima. «E poiché la dignità non può diventare un privilegio riservato a chi ha mezzi, oggi vogliamo assumere un impegno preciso davanti alla città.» Pausa. «Il dieci per cento dei profitti della sede di Foggia sarà destinato a un fondo di solidarietà per contribuire alle spese funerarie dei non abbienti.» Ci fu prima un silenzio di sorpresa, poi gli applausi. Non partirono forti. Crebbero. Si allargarono. Il parroco si chinò verso il Commissario accanto a lui e, disse forte abbastanza da essere sentito: «Ecco la sana imprenditoria cristiana.» La frase gli piacque tanto che la ripeté poco dopo davanti al microfono di una televisione locale. Ines abbassò appena il capo, con quel gesto minimo di chi incassa un applauso senza concedergli intimità. Giulia, da dietro la reception, pensò che nessuno le era mai sembrato così a posto dentro il proprio ruolo. Dioguardi, invece, continuava a sentire addosso un fastidio che non riusciva a mettere a fuoco. In anni di cronaca aveva imparato a riconoscere la menzogna per crepe minime: una parola stonata, un calore eccessivo, un difetto di misura. Ines Scerbo no. Parlava da un punto in cui perfino la smentita sembrava già prevista e neutralizzata. Don Nicola prese la parola dopo di lei. Recitò una preghiera breve, benedisse i locali con l'acqua santa e parlò della pietà dovuta ai morti e della vicinanza alle famiglie. Era sincero. Si vedeva nella faccia, nel tono, nel modo in cui la voce gli si apriva su certe parole senza cercare effetto. Fu allora che Michele Pietrachiara, titolare dell'omonima impresa, ebbe il presentimento che da quel giorno in poi gli affari per lui sarebbero andati sempre peggio. Accanto a lui, Lucia Camporeale, anche lei titolare di un'agenzia funeraria, stringeva tra le mani la brochure distribuita all'ingresso e la spiegazzava agli angoli senza rendersene conto. «Questi ci sotterrano vivi,» disse. Michele sospirò. «Ho già sentito parlare di loro,» disse infine. «Hanno già aperto a Bari, Pescara, Napoli, Roma...» Lucia smise di piegare la brochure. «E quindi?» «Quindi dietro al buonismo c'è l'idea di creare il monopolio del settore. Questi sono sciacalli, altro che santi. Fidati.»
L'eredità di legno
Michele Pietrachiara si lasciò alle spalle l'oasi di silenzio che circondava la Novera Funeral Home e tornò a immergersi nel caos della città: autobus che strombazzavano nel traffico bloccato dalle auto lasciate in curva «giusto il tempo di un caffè», pedoni che attraversavano dappertutto tranne che sulle strisce. Un monopattino elettrico gli spuntò davanti all'improvviso, tagliandogli la strada. Michele sterzò per evitarlo e per poco non si fece tamponare da una Ford che stava tentando di sorpassarlo. L'autista bestemmiò. Il ragazzo sul monopattino non si voltò neppure e continuò a sfrecciare, incurante dell'asfalto sconnesso e rigonfio per le radici di alberi piantati dove non avrebbero mai dovuto stare. La città era tappezzata di manifesti di dentisti che promettevano miracoli in poche ore e di sanitari svenduti. I negozi di ferramenta rovesciavano la merce sui marciapiedi, le bancarelle abusive di frutta se ne mangiavano interi tratti, e dappertutto c'era quel commercio senza eleganza che a Foggia non aveva mai avuto bisogno di fingersi diverso da ciò che era. L'agenzia funebre Pietrachiara si trovava alle spalle di viale Colombo, poco oltre una parafarmacia e un negozio di bomboniere che chiudeva ogni giorno alle dodici e mezza precise, perché la titolare doveva andare a prendere la figlia all'uscita da scuola. L'insegna dorata era lì dal 1962. Le lettere avevano perso lucentezza da anni e la vernice del telaio della vetrina mostrava un'usura che non si poteva più chiamare età, ma trascuratezza. Nella bacheca esterna era ancora affisso il manifesto dell'ultimo servizio: un ex ferroviere di settantasette anni, ritratto in una fotografia scattata quando aveva almeno trent'anni di meno. Rappresentava l'affettuoso tentativo della moglie di celare la sofferenza di suo marito, scegliendo l'immagine di un uomo in salute che meritava di restare ancora qualche anno in seno alla sua famiglia. Michele spense il motore, scese dall'auto, la chiuse con due pressioni sul telecomando e rimase per qualche secondo davanti alla vetrina. Lì dentro c'era tutta la sua vita adulta. E, prima ancora, quella di suo padre. Aprì. Entrò. Si richiuse la porta alle spalle. Subito gli venne addosso l'odore dell'agenzia: legno, carta, un fondo di cera, fiori dimenticati in un vaso laterale. Era l'esatto opposto del profumo studiato di Novera. Le due poltroncine per i parenti erano al loro posto davanti alla scrivania. Sulla parete a sinistra pendeva ancora la fotografia di suo padre in giacca scura e cravatta stretta, baffi sottili, occhi severi. Dietro il vetro della libreria dormivano nella polvere i registri dei servizi, uno per anno, costole scolorite, date, nomi, cifre, cimiteri, annotazioni prese a penna con calligrafie diverse. Sul mobile basso il telefono fisso continuava a occupare il centro del mondo più dei cellulari. Nel cortile, i suoi aiutanti scaricavano delle bare appena arrivate che, stante le cose, sarebbero rimaste nei ripiani espositivi più lungo del dovuto. Michele posò le chiavi sulla scrivania e non si sedette. Restò lì in piedi a guardare. Gli tornò in mente la prima volta che aveva chiuso da solo gli occhi a un morto, con la paura di sbagliare. Gli tornarono in mente le vedove sedute su quelle stesse poltrone, mani sulle ginocchia, sguardo perso, con i figli, ormai adulti, in piedi, alle loro spalle nel vano tentativo di convincerle che ora i mariti avevano finito di soffrire. La vergogna, mai sopita, di parlare di soldi, prezzi e costi di fronte alla morte. Gli tornarono in mente le decine di estati passate a fare avanti e indietro fra casa, ospedale, parrocchia e cimitero con la camicia appiccicata alla schiena. Quel lavoro non lo aveva mai amato. Lo aveva ereditato. Guardò il carro funebre Mercedes parcheggiato davanti all'ingresso a fianco degli altri mezzi dell'agenzia. La vernice nera, lavata con cura da anni, aveva perso l'arroganza del nuovo e preso quella dignità opaca che hanno gli oggetti usati bene. Michele da tempo pensava di cambiare il carro con uno più moderno, ma rimandava sempre, non era mai il momento giusto. Mentre lo guardava attraverso il vetro, notò una berlina grigia metallizzata ferma a pochi metri dalla sua vetrina con il motore acceso. Al volante c'era un uomo con gli occhiali da sole, l'avambraccio fuori dal finestrino e una sigaretta spenta fra le dita. Non guardava l'insegna. Guardava dentro. Restò così ancora qualche secondo, poi alzò il finestrino, mise la freccia e, con una lentezza ostentata, ripartì. Michele lo registrò come si registrano le cose che, per il momento, non hanno ancora un nome ma prima o poi lo avranno. |
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