|
Writer Officina Blog
|

Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
|
|
|
|
|
|
Conc. Letterario
|
|
|
|
Magazine
|
|
|
|
Blog Autori
|
|
|
|
Biblioteca New
|
|
|
|
Biblioteca Gen.
|
|
|
|
Biblioteca Top
|
|
|
|
Autori
|
|
|
|
Recensioni
|
|
|
|
Inser. Estratti
|
|
|
|
@ contatti
|
|
|
Policy Privacy
|
|
Dietro porte chiuse
|
La vera storia di Virginia.
«Rimanere in silenzio, di fronte al male, è esso stesso un male.» Dietrich Bonhoeffer
I nomi delle persone e dei luoghi sono stati volutamente cambiati.I discendenti di chi ha vissuto queste vicende hanno diritto all'oblio, e questo diritto va rispettato. Scrivo sotto pseudonimo per la stessa ragione: per proteggere il silenzio di chi è rimasto, lasciando che a parlare sia solo la storia di Virginia.
Premessa
Di Virginia, in famiglia, si è sempre parlato. Mia madre la ricordava con affetto: la sorella morta giovanissima, suora di clausura. Provavo per Virginia una punta di ammirazione. Credevo che la sua fosse stata una vocazione d'acciaio — una di quelle ragazze che sentono il richiamo di Dio con certezza. La immaginavo coraggiosa mentre assisteva i malati in un convento per incurabili, con la sua fede come scudo contro l'orrore quotidiano.
Non sapevo ancora niente.
1 — Il fienile
Era l'estate del 1919 e il mondo stava ancora contando le sue ferite di guerra. Ma a Valdirosso i bambini correvano tra i campi come se il tempo della paura non fosse mai esistito. Il fienile era un gigante di legno che odorava di polvere e di sole, di fieno secco e di quel caldo particolare che si accumula nelle travi dopo mesi d'estate. Virginia, a sei anni, non ne vedeva il pericolo — vedeva solo il cielo più vicino, e le colline di Valdirosso che si stendevano in tutte le direzioni come un'unica promessa verde. «Virginia, scendi subito di lì!», le gridò sua madre dal cortile, la voce tesa come un filo che sta per spezzarsi. Ma la bambina non aveva paura. Si sporse dal bordo con la naturalezza di chi non ha ancora imparato che i corpi possono farsi del male, e rispose ridendo: «Guarda mamma, da qui vedo tutto il paese!». Poi, d'improvviso, scivolò. Cadde nel vuoto con un grido breve, quasi sorpreso, ma per fortuna finì sopra un grosso mucchio di paglia che attutì il colpo, sollevando un polverone dorato che brillò nella luce del pomeriggio.
Rimase un momento senza fiato, gli occhi spalancati verso il tetto del fienile da dove era caduta, finché non sentì i passi della madre che correva verso di lei — passi veloci, disperati, il rumore delle suole sul terreno secco. «Virginia! Cosa hai combinato? Ti ho detto mille volte di non salire fin lassù!». La madre la sollevò di peso, stringendola a sé con tutta la forza di chi ha avuto paura. Aveva le mani che tremavano, e Virginia lo sentiva chiaramente. Ma proprio mentre stava per sgridarla sul serio, la bambina le rivolse un sorriso così dolce e così incurante del pericolo appena scampato, che la rabbia svanì all'istante, lasciando il posto a qualcosa di più complicato. La donna la abbracciò forte, senza riuscire a dire altro.
Il luogo in cui vivevano era Valdirosso, un paesino sulle colline nel nord-est d'Italia, abbastanza piccolo da conoscere tutti i segreti di tutti, abbastanza bello da far sembrare il mondo fuori quasi irrilevante. Correre tra i vigneti, salire e scendere da quei pendii, bagnare i piedini nell'acqua fresca del rivo che passava lì accanto — erano gioie semplici e intense per Virginia, che rideva e cantava a squarciagola felice di stare al mondo. Sua madre era una giovane vedova stanca. Da ragazza aveva studiato, sapeva disegnare motivi per ricami preziosi — aveva quella pazienza delicata che trasforma con ago e filo le stoffe in qualcosa di bello. Lei e il marito avevano sognato una vita diversa: per togliersi dal faticoso lavoro dei campi avevano aperto una bottega di coloniali, comprato un carretto e un cavallino per andare in città a far le compere all'ingrosso. Volevano che le figlie non sapessero cosa fosse la fame. Poi la guerra e l'invasione avevano inghiottito tutto. Il marito era tornato ferito ed era morto l'anno dopo, lasciandola sola, in una casa non sua, con sei bambine che avevano bisogno di tutto. Era una povertà per sventura, la più crudele. Con la loro intraprendenza e intelligenza avevano creato qualcosa che era esistito davvero, e che era svanito in un soffio lasciando solo vuoto e dolore.
2 — L'istituto
L'estate finì in fretta, come finiscono sempre le cose belle. Qualche mese dopo la caduta dal fienile il sindaco si presentò in cucina, con quel suo cappello in mano e quella voce sicura di chi porta soluzioni certe per un problema. «La bambina è vivace, Maria» esordì «troppo vivace per una casa senza padre. Non puoi correre dietro a lei e pensare a tutte le altre, non sei fatta di ferro». «A Rive di San Biagio hanno aperto un istituto per orfani di guerra», continuò il sindaco, come se stesse offrendo un regalo. «È un posto serio, con le suore. Ma accolgono solo un bambino per ogni famiglia, non di più. Mandate Virginia! Sapranno darle una direzione. Imparerà un mestiere. Ti piacerebbe studiare, piccola? È per il tuo bene». Virginia alzò gli occhi dalla sua bambola, luminosi di curiosità. «Studierò come i signori? Avrò i libri veri?». «Sì. Libri veri e regole certe». Non era solo gentilezza e compassione da parte del sindaco. Maria era una vedova di guerra con sei figlie e poco pane — esattamente il tipo di famiglia che lo Stato aveva imparato a sistemare in fretta, aprendo istituti e firmando carte, come se questo bastasse a saldare il conto con chi aveva perso tutto.
Dietro consiglio della maestra Luigia, che suggerì di mandare «quella tra le figlie che le sembrava più pericolosa, quella più vivace», la decisione fu presa. Nell'autunno del 1921, a otto anni, Virginia entrò in istituto. Il giorno del distacco fu più breve di quanto dovesse essere. Un abbraccio caldo della madre, che le sistemò il colletto e le disse di fare la brava e non rispondere mai in modo maleducato. Uno più lungo di Aurelia, la sorella maggiore, che le stringeva il viso tra le mani e le disse, come magra consolazione, che sarebbero andate lì a trovarla domenica sì e domenica no. Poi la porta si chiuse e il mondo di prima rimase fuori, con le colline e il fienile e il rivo e tutto il resto. Virginia sentì da subito il vuoto della loro mancanza, tra quelle mura spesse e grigie, in mezzo a bambine che le erano estranee, eppure unite dalla stessa sorte e dalla stessa divisa, e a suore vestite di nero che non le toglievano gli occhi di dosso e la richiamavano anche solo per una parola sbagliata, sempre per il suo bene. Imparò presto l'ordine e la disciplina: rifare il letto con gli angoli tirati, camminare in fila lungo i corridoi, mangiare in silenzio mentre una suora leggeva ad alta voce vite di santi. La sua vivacità, quella che a casa faceva disperare Maria ma accendeva le stanze, lì dentro aveva imparato a farsi discreta. La riservava tutta per i momenti di gioco nel cortile, dove poteva correre sotto lo sguardo vigile e severo delle suore, sempre attenta a non superare quel confine invisibile tra l'allegria e il richiamo. Le regole erano tante e precise come i punti di un ricamo. Ma nelle ore di studio brillava in modo che le suore non potevano ignorare. Aveva una fame di sapere che stupiva: mentre le altre bambine faticavano sulle tabelline, lei divorava i libri come se ogni pagina fosse un posto nuovo dove andare. E, nel tempo, Virginia cresceva in sapienza, età e grazia.
3 — La canonica
Uscita a quattordici anni dall'istituto, Virginia tornò a vivere con la madre, applicandosi con buona volontà ad aiutarla nel ricamo e in tutti i lavori necessari. Era una casa di sole donne, e c'era una pace tranquilla in quella convivenza — la pace di chi sa come stare insieme senza sprecare le parole. Le altre sorelle erano già uscite: sposate o a lavorare lontane. A volte tornavano per le feste, con i loro racconti di vite nuove, e Virginia le ascoltava con una fame silenziosa che non riusciva a definire del tutto. Non era invidia — era qualcosa di più vago, il pensiero che il mondo aveva molte porte e lei ne aveva aperte ben poche. Quei due anni con la madre furono forse i più quieti della sua vita. Sedevano vicine al tavolo di cucina, Virginia con l'ago e il filo e la madre con i suoi disegni, e a volte passava un'intera mattina senza che nessuna delle due dicesse niente di importante. Era il silenzio di chi non ha bisogno di riempire il tempo con le parole.
Ma l'autunno del 1929 portò con sé un gelo precoce che entrava nelle ossa. La madre di Virginia se ne andò in una sola settimana, portata via da una polmonite fulminante che non lasciò il tempo nemmeno di capire cosa stesse succedendo. Un giorno aveva la febbre, il giorno dopo non riusciva più ad alzarsi, e poi era finita. Come una candela che il vento spegne prima che tu possa proteggerla con le mani. Eppure aveva resistito per anni — alla guerra, alla morte del marito, alla perdita della bottega che avevano sognato insieme. Aveva tenuto insieme sei figlie con tutte le sue forze, con la capacità di tagliare abiti, cucire e ricamare, con quella dignità silenziosa di chi non si lamenta perché non c'è tempo. Virginia e le sorelle erano rimaste attonite. Una morte così improvvisa, così crudele, non se l'aspettava nessuno. Si strinsero l'una all'altra in un tacito patto: qualunque cosa fosse successa, si sarebbero sostenute a vicenda. In quella casa che una volta era piena di vita, di fili colorati e di voci, ora regnava un silenzio che occupava ogni angolo, interrotto solo dal rumore dei passi di Virginia che cercava di capire cosa sarebbe stato di lei.
Aveva solo sedici anni, era orfana, senza mezzi e senza lavoro. Le sorelle avevano ormai le loro case e i loro impegni. Non c'era posto per Virginia nelle loro vite già tracciate.
Il prete don Bartolo Minuzio, da tutti chiamato don Minuzio per brevità, sembrava quasi stordito dalla rapidità di quella morte. Dopo il funerale, la questione del futuro della ragazza sembrava urgente quanto irrisolvibile — almeno per lui. Qualche settimana più tardi Virginia fu chiamata in canonica. Entrò nell'ufficio del prete, che odorava di carta vecchia e incenso spento. Don Minuzio era seduto alla sua scrivania ingombra di fogli, intento a fissare la penna tra le dita con quella sua solita espressione un po' assente, come se i suoi pensieri fossero altrove. «Siediti, Virginia», esordì, senza guardarla direttamente negli occhi. «Ora che anche tua madre riposa in pace, non puoi restare da sola. Le tue sorelle hanno le loro famiglie e i loro impegni e non possono darti l'assistenza di cui avresti bisogno». Virginia annuì in silenzio. Sapeva che era la verità.
«Ho scritto a dei conoscenti a Roma», continuò il prete, schiarendosi la voce. «Gente di riguardo, una casa signorile che cerca una ragazza per bene, istruita e capace come te. È una grande opportunità, Virginia. Avrai un tetto, il vitto e un compenso che ti garantirà il decoro necessario. È la soluzione migliore per tutti». «E chi sono questi signori?», chiese Virginia, con la curiosità di chi vuole sapere tutto del proprio futuro. Non era diffidenza — non le era mai venuto in mente di essere diffidente con un prete. «Gente perbene, Virginia, gente raccomandata da... be', da persone influenti nella Capitale. Non preoccuparti troppo. Preparati, perché la partenza è fissata tra qualche settimana. Ti ho già procurato il biglietto del treno». Virginia sentì un brivido di gioia pura, quella gioia un po' incredula di quando le cose sembrano troppo belle per essere vere. «A Roma, don Minuzio? Proprio a Roma?» Don Minuzio non rispose subito. Spostò qualche foglio sul tavolo, come se cercasse qualcosa che non trovava. Si asciugò il sudore dalla fronte con il fazzoletto, nonostante l'autunno avanzato e l'aria fredda che penetrava dagli spifferi della finestra. Poi le spinse verso il bordo della scrivania un biglietto del treno già preparato, senza alzare gli occhi. «Ecco il biglietto», disse. «Comincia a prepararti». Virginia uscì dalla canonica con il cuore leggero. Non vedeva l'ora di raccontare tutto alle sue sorelle. Aurelia si offrì subito di accompagnarla, per vedere il posto e conoscere la famiglia. Ma quando avanzò la proposta al prete, lui la sconsigliò con una fermezza gentile che non ammetteva repliche. «Il viaggio è lungo e costoso, Aurelia. Non preoccuparti, Virginia se la caverà benissimo. Appena scenderà dal treno troverà una carrozza ad aspettarla; non c'è motivo di aver timore. Magari in primavera potrai andare a trovarla!» Per Virginia, la Capitale non era un semplice posto di lavoro, ma un regno incantato. Immaginava palazzi di marmo bianco, carrozze e automobili lucide sfrecciare sui viali, vetrine colme di tessuti mai visti prima. Lei, la ragazzina che si arrampicava sugli alberi e saliva sui fienili, stava per camminare sulle stesse strade del Re. Mentre preparava la sua piccola valigia, le sorelle passarono a salutarla. Erano, in un certo senso, sollevate:
il problema della sua sistemazione si era risolto con una rapidità e una fortuna inaspettate. Aurelia, guardandola, esclamò: «Hai visto? Dio vede, Dio provvede!» Virginia rise, la abbracciò forte e rispose: «Chissà la mamma come sarebbe contenta!»
4 — Il treno verso sud
Il giorno della partenza, la stazione era un groviglio di fumo e fischi di vapore, di voci che si sovrappongono e di valige che sbattono sulle scalette dei vagoni. Virginia salì sul treno di terza classe e si scelse un posto vicino al finestrino con la determinazione di chi sa già cosa vuole. Si sporse radiosa per un ultimo saluto: «State tranquille! Roma è grande, ma io so cavarmela!» gridò, mentre il treno iniziava a scuotersi, a gemere e a sbuffare, come un animale che si desta. Le sorelle erano lì, sul binario, con i fazzoletti pronti — quel gesto antico delle donne che salutano partenze di cui non capiscono il senso. «Scrivici appena arrivi! Fai la brava e ascolta i padroni!» invocavano sopra il frastuono della locomotiva. Al primo strattone, Virginia sentì un brivido di pura eccitazione correrle lungo la schiena. Salutò con la mano finché le sagome delle sorelle non divennero piccoli punti neri contro il verde delle montagne, e poi si voltò verso il futuro. «Finalmente», pensò. «Finalmente vedrò il mondo».
Durante il lungo viaggio, osservava il paesaggio mutare oltre il vetro. Le montagne si aprivano in valli, le valli si aprivano in pianure, e l'aria fuori dal finestrino cambiava colore e sapore man mano che scendevano. Immaginava la sua nuova padrona: una nobildonna elegante che l'avrebbe trattata con riguardo, che avrebbe riconosciuto in lei qualcosa di più di una semplice domestica. Si vedeva già a servire il tè in salotti profumati di fiori freschi, o a ricamare su seta purissima con fili del colore dell'aurora. «È questa Roma?» chiedeva ai passeggeri ogni volta che una cupola appariva in lontananza, con quell'entusiasmo che non riesce a dissimularsi. «No, piccola, manca ancora tanto», le rispondeva un passeggero seduto di fronte, sorridendo della sua foga. Quando arrivò a Termini, con le gambe indolenzite e la valigia stretta tra le mani, non si perse d'animo. Scese con passo fermo sul marciapiede affollato. Aveva sedici anni, una valigia leggera e nessuna paura — le stesse cose con cui aveva sempre affrontato tutto. «Permesso, scusate... chiedo scusa», mormorava, facendosi largo con la gentilezza appresa dalle suore, tra la folla della stazione che la superava in tutte le direzioni.
Appena mise piede fuori dalla stazione, un facchino la vide immobile a bocca aperta — la bocca aperta di chi non riesce a contenere tanta grandezza — e le toccò una spalla. «Cercate qualcuno, signorina?» «Sì... mi aspettano per un servizio in un palazzo nobile», rispose lei con l'italiano forbito imparato in istituto, raddrizzando la schiena per darsi un tono. L'uomo sputò per terra, rivolgendole un'occhiata fugace che valutava in un secondo la valigia, il cappottino, le scarpe. «Buon per te. Speriamo che i signori abbiano la borsa piena quanto il tuo entusiasmo». Virginia respirò forte l'aria di Roma — un'aria che sapeva di polvere, carbone e libertà. Era iniziato l'inverno, ma il clima era diverso da quello del nord: più mite, senza il morso del gelo, con una luce più chiara che scendeva obliqua sui sampietrini. Strinse la maniglia della valigia e cercò con lo sguardo il contatto che don Minuzio le aveva promesso.
5 — La carrozza
Mentre aspettava, non riusciva a smettere di guardare tutto: le automobili, le insegne colorate dei negozi, le signore eleganti con le gonne audaci e i cappellini a cloche che passavano veloci sui marciapiedi. Roma era più grande di quanto avesse immaginato. Non c'era un orizzonte, come a Valdirosso — c'erano solo altri palazzi, altri vicoli, altri campanili che spuntavano da ogni direzione. Infine, un uomo con un berretto scuro e un'aria sbrigativa le si avvicinò: «Virginia di Valdirosso?» «Sì, sono io!» rispose lei, con un sorriso che le illuminava il volto. «Vieni, la carrozza è di qua. Madame ti sta aspettando». L'uomo afferrò la sua valigia — senza chiedere, con il gesto automatico di chi ha fatto quella cosa mille volte — e la guidò verso una carrozza scura parcheggiata poco lontano. Virginia salì, affondando in sedili che le parvero di una comodità quasi regale dopo ore sul duro legno del treno di terza classe. La carrozza però non si avviò subito verso il palazzo. Dopo pochi minuti si fermò davanti a un edificio
anonimo, una porta grigia con una targa di metallo. Era la questura. «Scendi», disse l'uomo. «Dobbiamo sbrigare una formalità per chi viene a lavorare a Roma. Ci vogliono cinque minuti». Dentro, un impiegato seduto dietro uno sportello prese i suoi documenti senza alzare gli occhi. Aprì un registro, compilò alcune righe, poi le spinse davanti un foglio. C'erano molte righe vuote. «Firma qui». «Cos'è?» chiese Virginia. «Per la residenza», disse l'uomo, girando già pagina. Virginia firmò. Quando si aspettava che le restituissero i documenti, l'impiegato li passò all'uomo con il berretto senza una parola. Lei aprì la bocca per chiedere, ma l'uomo si era già avviato verso l'uscita. «Andiamo, Madame aspetta». Roma le passava davanti bella e imponente: cupole, ponti, il Tevere che scivolava indifferente tra le sue rive di pietra. A un certo punto intravidero Piazza di Spagna — la scalinata, i fiori, la barcaccia — e poi la carrozza svoltò in una via più stretta e silenziosa, dove i rumori della città rimasero fuori. La vettura rallentò davanti a un portone alto e largo, di legno scuro, finemente intagliato, che non diceva
niente di sé — nessuna insegna, nessun numero. L'uomo scese e bussò con il batacchio. Dopo un momento si aprì una porta piccola laterale e un uomo in abito scuro li scrutò in silenzio, poi, piano, il portone si spalancò. La carrozza scivolò dentro un androne buio prima di fermarsi. Solo allora l'uomo le aprì lo sportello con un gesto che non aveva in sé niente di cerimonioso: «Siamo arrivati. Scendi, Virginia. Benvenuta nella Capitale». Virginia trasse un respiro profondo prima di varcare la soglia. |
|
Biblioteca

|
Acquista

|
Preferenze
|
Recensione
|
Contatto
|
|
|
|
|