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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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A-social. Dentro e fuori i social
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1. Gabri
A cosa stai pensando?
Questo è il mio primo post. Non so cosa scrivere e forse basta così. Anzi no! Devo lasciare un messaggio visto che Face mi chiede a cosa sto pensando: io adoro Marco Mengoni.
Stato foto registrati
Avete appena letto un post scritto sulla bacheca di Facebook dalla protagonista di questa storia. Non voglio portarmi questo peso addosso e tenervi sulle spine, quindi la presento subito. Si chiama Gabri, ha quindici anni e vive a Palermo. Ritenete che sia impossibile l'esistenza di una ragazza che fino a quell'età non abbia mai scritto nulla sul social più utilizzato in tutto il mondo? Come vedrete, la risposta è sì! I post come quelli appena condivisi sono rari. I giovani sono diretti, passionali o catastrofici. Comunicano la loro voglia di spaccare il mondo o l'impossibilità di farlo. Pensate alle frasi “oggi mi è crollato il mondo addosso” oppure “oggi inizio a fare pulizie, sono stanca/o di amici inesistenti che non mi danno neanche il buongiorno”. Voi che leggerete questa storia tra duecento anni magari non avrete più tracce dei social e farete fatica a capire di cosa sto parlando. Per evitare questo problema, vi spiegherò come siamo arrivati alle amicizie virtuali e ai primi piatti con centinaia di like in primo piano su tutti i social. Il like è un semplice gradimento espresso dai visitatori del social che manifestano il piacere di leggere un testo o guardare una foto. In realtà, spesso i like si mettono per noia o per ricambiare la cortesia oppure per pretenderne la restituzione sui propri post. Esiste, infatti, un buon numero di “social-surf” che si offende se chi riceve like non lo ricambia come buona educazione vorrebbe. Il like oggi è come il saluto, non si nega a nessuno. Prima di Facebook c'erano le chat o stanze di alcuni portali nazionali, poi nacque “Ci sei?”, uno dei primi software che ha permesso a migliaia di utenti di conoscersi, incontrarsi, condividere passioni. Era ancora un periodo di innocenza, spensieratezza, di condivisione reale di interessi. Ci si cercava per affinità, nascevano le prime amicizie o i primi amori virtuali. Il big bang della virtualità. Veniamo a noi, anzi a Gabri. Per capire il carattere, le abitudini, le passioni dei ragazzi bisogna prima guardare quelle dei genitori. Gabri è una ragazza sensibile, educata secondo regole contrastanti: da una parte quelle rigide del padre e dall'altra quelle della madre, più complice e flessibile. Avete presente quelle coppie dove il padre dice sempre no e la madre sempre sì? Il padre, Luca, è un noto avvocato penalista. Uno studio ben avviato, tanti clienti e tante grane. La madre, Francesca, è una docente di italiano, ancora non di ruolo, cioè senza un contratto a tempo indeterminato. Gabri è cresciuta in una grande casa in centro: un appartamento al terzo piano di un palazzo storico. Il nonno era uno degli avvocati più importanti della città e chi aveva lo stesso suo cognome, si pensava avesse un legame con “L'avvocato”. Gabri era la classica “ragazza fortunata” di buona famiglia, cresciuta nel benessere. Chi non vorrebbe abitare in un palazzo d'epoca, essere figlia di una famiglia ricca e soprattutto crescere lontano dalla miseria e dalle difficoltà? A scuola tutti la invidiavano, anche se alcuni la prendevano in giro perché la ritenevano una sfigata. Era considerata “quella ricca, ma senza telefono”, “snob e secchiona”, “aristocratica che non conosce il mondo”. In realtà, Gabri lo conosceva meglio di tutti. Dall'età di quattro anni aveva iniziato a visitare le più belle città del mondo insieme ai suoi genitori. A sedici anni aveva già visto Parigi, Londra, Barcellona, Madrid, Siviglia, Valencia, Ibiza, Berlino, Monaco, Mosca, Ankara, Istanbul, Pechino, Tokyo, New York. Riteneva lo studio la cosa più importante della sua vita ed era sempre stata la prima della classe. Amava leggere qualsiasi tipo di libro e sognava di fare la scrittrice. Era cresciuta con la musica dei cantautori, che ascoltava sua madre, e la musica rock, che ascoltava suo padre. Ascoltava indifferentemente De Gregori e i Beatles, Rino Gaetano e i Doors. Di recente era passata all'adulazione completa per Tiziano Ferro, Marco Mengoni, Fabrizio Moro, Madame, i Muse, i Radiohead, i Måneskin, Ultimo. Ascoltava la musica con l'iPod, ma a casa era piena di vinili e cassette comprate dai suoi genitori, e cd comprati da lei. Aveva scritto tanti racconti horror e un romanzo fantasy. Quello che fino ai suoi quindici anni appariva fuori dal normale, ai compagni, ai parenti e agli amici dei suoi genitori, era il completo disinteresse di quella perfetta ragazzina per il cellulare. Lo stupore cresceva quando la si vedeva usare un computer, in quanto sapeva utilizzare perfettamente programmi di videoscrittura e presentazioni, grafica e modifica di file audio. Gabri, quindi, non era contro la tecnologia, che anzi sfruttava al massimo. Odiava il cellulare, non sopportava avere un oggetto che la rendesse schiava. È il pensiero che aveva maturato osservando l'atteggiamento di tutti i suoi coetanei nei confronti di quell'oggetto. “Chi mi cerca sa dove trovarmi”, ripeteva continuamente e lei era quasi sempre a casa. Gabri avrebbe voluto iscriversi al liceo classico, ma suo padre riteneva che quel diploma fosse carta straccia senza una laurea e le diceva: “La vita ti cambia e magari a vent'anni non vuoi più studiare perché vuoi seguire altre strade”. L'aveva convinta. Aveva fiducia in lui, che ripeteva spesso: “Fai un tecnico e dopo potrai comunque iscriverti a Economia o Giurisprudenza. Sarebbe la cosa migliore”. A Gabri il diritto non piaceva per niente. Spesso si era ritrovata a studiare nozioni, articoli di leggi che sembravano di un altro pianeta. A quattordici anni, durante il primo anno scolastico, dopo aver letto che “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e vedendo spesso, in mezzo alle strade, poveri che rovistano nei cassonetti della spazzatura, si era chiesta se la Costituzione Italiana fosse davvero formata da principi fondamentali da seguire o piuttosto da evitare. Quando provava a chiedere a suo padre il perché alcune leggi venissero scritte ma non applicate, lui rispondeva che era la dimostrazione che “non è tanto difficile capire cosa è giusto fare, ma quasi impossibile farlo, se ciò comporta un sacrificio o la rinuncia a un piacere”.
2. La scuola
Gabri frequentava l'istituto tecnico Bruno De Finetti, noto matematico morto nel 1975. Il De Finetti è un istituto nuovissimo, inaugurato da pochi mesi. Si trova in viale Regione Siciliana, dove prima c'era un grande centro di prodotti per la casa e di informatica, uno dei tanti chiusi negli ultimi anni a causa della crisi. Per qualche anno, l'area era apparsa agli automobilisti che vi passavano davanti e guardavano con nostalgia come quel posto dove prima andavano sempre a far compere durante le feste. Due anni prima la Regione aveva destinato un fondo per la costruzione di una scuola all'avanguardia. Il dirigente Scolastico della De Finetti è Arturo Petretti, milanese di nascita, docente per un decennio, poi dirigente in un liceo di Massa Carrara e quest'anno trasferito per sua volontà a Palermo. La mission della scuola recita: “La forza della cultura nella scuola globale del nuovo cittadino”. Qualcuno la riteneva troppo pretenziosa, ma il Petretti soleva vantarsi con gli amici che avrebbe “portato il senso di legalità e di appartenenza a una cultura figlia del mondo e non della mafia”. Lo avrebbe ripetuto a ogni cena, a ogni collegio e a ogni intervista. Già, di interviste il Petretti ne aveva fatte tante e amava gloriarsi di questa veste di paladino della legalità. La costruzione della scuola, in poco più di un anno, aveva destato non pochi sospetti. Palermo è una città dove il tempo sembra non passare mai e le opere pubbliche vengono completate con la stessa velocità con cui sulla crosta terrestre si forma il petrolio. Le persone sono più abituate alle opere in corso, piuttosto che a quelle ultimate, e il vedere quella costruzione prendere forma giorno dopo giorno stupiva tutti i passanti e ne costringeva a farne tema di discussione in tutti i luoghi, pubblici e privati, e sale d'attesa. “Sai cosa stanno facendo in Viale Regione?” era la domanda più frequente le prime settimane. Quando fu chiaro che stessero costruendo una scuola, tutti si meravigliarono. Erano abituati a vedere spuntare come funghi centri commerciali, discount e McDonald's. Una scuola nuova non riusciva a spiegarsela nessuno. Le voci si rincorrevano, si trasformavano e si facevano anche illazioni. Si diceva che solo qualche mafioso potesse avere il potere di far costruire una scuola in così poco tempo. Qualcuno aggiungeva che “sicuramente devono impostare a qualcuno!”. La scuola fu inaugurata il 9 luglio del 2023 con una campagna mediatica imponente. Fu presentata come “la scuola del futuro”. Vantava campi di calcetto, basket, tennis, e una palestra. Ogni classe (che non si chiamava classe, come vedremo) aveva una lavagna multimediale e ogni alunno avrebbe avuto un tablet personale. Il dirigente dichiarava che: “Abbiamo pensato a una scuola agile, fruibile a tutti, a portata di click. Niente più zaini enormi sulle spalle dei nostri figli. Risparmiamo carta, salviamo l'ambiente e la nostra salute. Dobbiamo formare persone che sappiano fare e non che sappiano e basta!”. Era una scuola innovativa in tutti i sensi. All'interno c'era anche un teatro, un bar, due cinema, aperti a tutti, anche la sera. Gli studenti avrebbero avuto sconti per accedere a questi servizi. “La scuola non deve più essere vista come un corpo estraneo alla città, frequentata solo dagli studenti. I genitori devono avere la possibilità di conoscere e fruire degli spazi vissuti dai figli. La nostra scuola vi darà la possibilità di viverla insieme a loro con spettacoli di assoluto valore. Gli studenti impareranno ad amare questa scuola. Non la vedranno come un luogo dove si studia, ma dove crescere”. Il Petretti in tutte le interviste era chiaro, passionale, deciso, vanitoso e fiero. Gabri frequentava una scuola fatiscente, molto vicina a casa sua e in famiglia tutti (lei compresa) avevano pensato che fosse una comodità irrinunciabile. La sua classe era, però, terribile: tanti ragazzi difficili (che portavano ogni giorno a inevitabili provvedimenti disciplinari), stranieri che non riuscivano a integrarsi perché esclusi dagli altri. Per lei, era una situazione ormai insostenibile. Quando vide le interviste del Petretti, chiese ai suoi genitori di trasferirla. Era entusiasta all'idea di studiare in una scuola nuova, grande, ricca di novità. Era felice all'idea di poter andare al teatro o al cinema nella sua scuola e di vedere i futuri compagni oltre l'orario scolastico. Il 12 settembre del 2023 la De Finetti aprì le porte ai suoi iscritti. Era il primo giorno di scuola. Furono tutti invitati nella sala d'incontro, cioè lo spazio dedicato ai collegi, ai congressi e a tutti gli altri eventi. La De Finetti aveva sale, street, laboratori, uffici, quelli del dirigente e degli assistenti. Le aule erano state ribattezzate “street” perché, come sosteneva il Petretti: “La nostra scuola insegnerà a vivere ed è la strada il posto migliore dove si fanno le esperienze”. Le aule erano state pitturate e arredate come fossero strade. Il pavimento era grigio, per richiamare l'asfalto. Rispetto alla cattedra, sulle pareti di destra e di sinistra erano state dipinti edifici, un bar, un'edicola e dei lampioni. La parete d'ingresso era rossa, quella della cattedra era gialla e il soffitto celeste come il cielo. Oltre ai banchi, singoli, alla cattedra e alla LIM vi era una libreria in alluminio grigia, vuota. Tutti furono accolti nella sala d'incontro per il discorso di inizio anno del dirigente, la presentazione del personale e della scuola dal maxischermo. A seguire il rinfresco e alla fine l'ingresso nelle street. Gabri entrò a scuola carica di emozioni, piena di stati d'animo contrastanti. Era felice perché le sembrava la scuola dei sogni. Era piena di aspettative perché sperava di andarci ogni mattina col sorriso sulle labbra e la felicità nel cuore. Il Petretti fece la sua presentazione con enfasi. A Gabri dava l'idea di un politico in un comizio. |
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