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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il passacarte
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L'uomo invisibile.
Foggia, ottobre 1991. Alle otto e venti di ogni mattina, Candido Postiglione usciva dal portone del numero 11 di Piazza De Sanctis con una borsa di cuoio marrone stretta sotto il braccio. Camminava a piccoli passi veloci, quasi senza flettere le ginocchia, con le spalle appena curve e il mento leggermente inclinato verso il marciapiede. Aveva sessantaquattro anni, l'uno la copia dell'altro. I suoi abiti, tutti color tabacco scuro, ormai avevano fatto il loro tem-po, ma lui non ci faceva caso, perché nessuno faceva caso a lui. Portava i capelli impomatati all'indietro, tenuti incollati al cranio, e gli occhialini tondi: nell'insieme ricordava un pinguino. Il suo appartamento aveva gli stessi mobili che erano stati dei suoi ge-nitori, e forse anche dei suoi nonni. Tutto in quella casa odorava di vecchio, di stanze dove le finestre si aprono raramente, di vite che si svolgono sempre nello stesso perimetro ristretto. Nessuno, in Piazza De Sanctis, avrebbe saputo dire con cer-tezza il suo nome. Lo conoscevano di vista — il signore del secon-do piano, quello tranquillo, quello con i baffi e gli occhialini tondi — ma non lo salutavano mai per primi. Non era per scortesia, ma semplicemente perché l'occhio scivolava su di lui senza ag-ganciarsi, come scivola su un gradino che si conosce a memoria e non richiede attenzione. Candido se ne crucciava da così tanto tempo che non riusciva più a distinguere il dolore dall'abitudine. Corso Garibaldi alle otto era già pieno di gente che aveva cose da fare e fretta di farle. Le saracinesche dei negozi si alzavano con quel rumore metallico tipico delle mattine di provincia. Gli autobus dell'ATAF scaricavano dalle periferie studenti, impiegati e operai, tutti con la faccia di chi ha dormito mezz'ora di meno di quanto avrebbe voluto. I ragazzi, con gli zaini in spalla, si muove-vano in massa verso il Palazzo degli Studi, fermandosi a chiac-chierare qualche istante ai “giardinetti” di fronte al liceo Lanza. Si trascinavano tutti come condannati a una pena lieve, ma senza fine, con i libri sotto il braccio, tenuti da una molla. In mezzo a tutto questo andirivieni, Candido avanzava come una figura di sfondo in una fotografia di gruppo: presente, irrile-vante, a fuoco quanto basta per capire che c'è qualcuno lì, ma non abbastanza da capire chi. Prima di recarsi al lavoro, si fermava al bar Lupo, su via Ar-pi, a pochi passi da casa sua, per la colazione. Era un posto senza pretese, famoso per i cornetti e i coni gelato. Il barista, Ottavio, gli preparava ogni mattina una brioche da asporto in un sacchet-to e un caffè corretto con la sambuca. Non lo faceva per gentilez-za, ma per fretta e memoria meccanica. Diciassette anni di ordi-ne identico lasciano il segno anche su chi non ti vuole nessun bene particolare. «Buongiorno,» diceva Candido posando le monete sul banco-ne. «Buongiorno,» rispondeva il barista, già girato verso la mac-china del caffè. Questo era il loro rapporto. Nulla di più e nulla di meno.
La routine
Palazzo di Città, in corso Garibaldi 58, era uno di quei palazzi del ventennio che sembravano costruiti apposta per ricordare ai cittadini che lo Stato esiste, ma non necessariamente per il loro beneficio. Candido entrava dall'ingresso principale, attraversava l'atrio dove l'eco dei passi si moltiplicava in modo vagamente so-lenne, girava a sinistra, saliva pochi gradini e andava a prendere l'ascensore che lo avrebbe portato al secondo piano, percorrendo un corridoio che odorava di carta umida e polvere. In fondo al corridoio c'era la sua scrivania, nell'ufficio Anagrafe e Stato Civi-le. L'ufficio era una stanza lunga e stretta, con due finestre che affacciavano sul cortile interno e un neon che ronzava sempre, anche quando era spento. Candido lo condivideva con altri tre col-leghi: Carmela Russo, cinquantasette anni, che passava la matti-nata al telefono con le figlie, Franco Caporale, detto Franchino, che leggeva la Gazzetta del Mezzogiorno fino alle undici e poi scompariva verso destinazioni che nessuno aveva mai pensato di indagare, e con una scrivania vuota. Era quella di un quarto col-lega, un certo Marchetti, trasferito al contenzioso due anni pri-ma. Scrivania che nessuno aveva ancora occupato perché occu-parla avrebbe richiesto una pratica e la pratica avrebbe richiesto del tempo e il tempo, in quell'ufficio, si usava per altre cose. Candido archiviava pratiche. Era il suo lavoro da trentadue anni. Nascite, morti, matrimoni, separazioni, cambi di residenza, estratti, variazioni anagrafiche. Tutto ciò che la vita produceva di ufficiale e documentabile passava per le sue mani, veniva regi-strato nel registro giusto, infilato nella busta giusta, riposto nello scaffale giusto. Conosceva la città come un patologo conosce un corpo: dall'interno, pezzo per pezzo, senza l'illusione che la somma delle parti faccia qualcosa di vivo. Sapeva quante persone erano nate a Foggia nel 1952 — cento-quattordici — e quante ne erano morte nel 1978 — duecentodue. Conosceva i nomi di tutti i bambini dati in adozione dal dopo-guerra in poi. Sapeva dove abitava chiunque. Aveva tra le mani, ogni giorno, l'elenco completo di tutti quelli che esistevano. Ma non gliene importava nulla. Aveva smesso di trovarlo interessante verso il 1973. La pausa pranzo la trascorreva nello stesso modo da anni: un tramezzino comprato al Bar Lombardo all'angolo di via Dante, mangiato su una panchina in piazza Cavour, di fronte alla Fonta-na del Sele, qualunque fosse il tempo. Poi una camminata breve, lenta, senza meta precisa. Lo faceva per il piacere di farlo. Il dottor Savino gli aveva det-to, tre anni prima, che stare seduto tutto il giorno era un modo eccellente per ammalarsi di qualcosa di serio, e Candido aveva recepito il consiglio con la stessa docilità con cui recepiva tutto: senza entusiasmo, senza resistenza. Foggia in quel periodo non era una città tranquilla. L'anno precedente avevano ammazzato il costruttore Nicola Ciuffreda in pieno giorno, e qualcuno aveva già provato in precedenza con Eli-seo Zanasi e Salvatore Spezzati, che se l'erano cavata per miraco-lo. Si parlava della “Società”, con quella maiuscola implicita che a Foggia non aveva bisogno di spiegazioni. Candido camminava in mezzo a tutto questo e non ci pensava. Non era indifferenza morale, la sua. Era che quelle cose appar-tengono a un mondo in cui qualcuno vuole qualcosa da qualcun altro, soldi, potere, vendetta. E Candido non voleva nulla da nes-suno. Foggia andava a pranzo pigramente, con comodo, verso le quattordici. I commercianti, prima di rientrare, si fermavano tra loro a tirare le somme della giornata; i commessi parlavano di calcio davanti alle vetrine. Le signore del centro sostavano negli androni dei palazzi, a scambiarsi confidenze che riguardavano sempre qualcuno che non era presente. I ragazzi restavano sui motorini o nelle auto, con la radio accesa. Vasco Rossi, Venditti, Renato Zero. In mezzo a tutto questo, lui avanzava presente, irrilevante, invisi-bile. Una mattina — doveva essere l'anno prima, o forse quello prima ancora — un bambino di quattro o cinque anni lo aveva guardato passare con quella sua camminata strana da pinguino e aveva domandato alla madre: «Mamma, chi è quel signore?» La madre non si era nemmeno girata. «Nessuno, amore. Dai, andiamo.» Candido aveva sentito e quel “nessuno” lo aveva trafitto come una lama al cuore.
L'idea
La sera in cui gli venne l'idea era un mercoledì di fine ottobre. Fuori pioveva, uno di quei temporali brevi e violenti che a Foggia in autunno arrivano senza preavviso e se ne vanno lasciando le strade lucide e l'aria che sa di terra bagnata e ferro. Aveva mangiato alla pizzeria da Vittorio l'Inzivoso, alle spalle dell'Accademia di Belle Arti, a due passi dal Comune. Aveva occu-pato il solito tavolo vicino alla parete di fondo, la solita Marghe-rita cotta nel forno a legna, la solita Peroni Nastro Azzurro. Ave-va mangiato in silenzio, sfogliato la Gazzetta del Mezzogiorno senza trovare niente che lo interessasse, lasciato la mancia con-sueta — cinquecento lire esatte, né una di più né una di meno — ed era uscito sotto la pioggia che nel frattempo si era ridotta a una pioggerella inconsistente. A casa, la cucina lo aveva accolto con la sua luce gialla e il si-lenzio di sempre. La tovaglia a quadretti bianchi e rossi aveva una macchia sul lato sinistro che non se ne andava più nonostan-te i lavaggi. Il frigorifero ronzava. Dall'appartamento di sotto ar-rivava il suono ovattato di un telegiornale. Dalla finestra si vede-vano i sanpietrini bagnati di Piazza De Sanctis e i lampioni che si riflettevano sul selciato. Candido aveva messo l'acqua sul gas, per la camomilla. Si era seduto al tavolo, aveva aperto la Settimana Enigmistica e aveva incominciato a riempire le caselle con la sua calligrafia ordinata e minuta. Poi si era fermato. Pensò che ormai fosse arrivato a sessantaquattro anni e che la sua vita era stata una sequenza di giorni identici che si ripete-vano senza modificarsi, come una fotocopia di una fotocopia di una fotocopia, ogni volta un po' più sbiadita dell'originale. Stava invecchiando con una lentezza così silenziosa che quasi non se ne rendeva conto. Pensò che quella sera, se fosse morto sul colpo — un infarto, un'emorragia cerebrale, cadendo dalla sedia — ci sarebbero voluti giorni prima che qualcuno se ne accorgesse. Forse una settima-na. Forse Franchino, arrivando in ufficio il lunedì, si sarebbe chiesto per qualche minuto dove fosse Candido. Poi avrebbe aper-to la Gazzetta e non ci avrebbe pensato più. Non era un pensiero triste. Era un dato di fatto, osservato con la stessa neutralità con cui osservava tutto il resto. L'acqua per la camomilla bolliva. Candido si alzò, la versò nella tazza, ci poggiò dentro la bustina e tornò a sedersi. Soffiò sulla tazza fumante con quella concentrazione inutile che si riserva ai gesti automatici. E fu allora che il pensiero arrivò. Non fu un'illuminazione. Arrivò piano, timidamente, come certi pensieri che si comportano ancora da innocui mentre stanno già cambiando tutto. Candido posò la tazza e pensò: e se uccidessi qualcuno?
Il piano
Non era rabbia. La rabbia consuma, deforma, si lascia rico-noscere. Non era follia. La follia sbava, inciampa, prima o poi si tradisce. E non era nemmeno noia, almeno non nel senso comune della parola. Era una rivelazione. La più sconvolgente della sua vita. Candido Postiglione, anonimo impiegato comunale, volto qualsiasi tra mille volti qualsiasi, aveva capito all'improvviso che il potere assoluto non appartiene agli uomini eccezionali, ai vio-lenti, ai temuti, ai predestinati. Qualche volta, appartiene, anche a chi non è nessuno, a chi passa senza lasciare traccia, a chi non accende ricordi, a chi non suscita paura, interesse, memoria. Appartiene a uno come lui. E in quell'istante capì anche il resto: poteva decidere della vita e della morte di qualcuno proprio perché non aveva nessun titolo per farlo, nessuna ragione apparente, nessuna ombra riconosci-bile. La sua irrilevanza non era una condanna, era una forma di onnipotenza. Non doveva diventare altro da sé. Non doveva fingersi mostro, né genio, né giustiziere. Gli bastava continuare a essere Candido Postiglione, un uomo che nessuno avrebbe saputo descrivere con esattezza, neppure dopo averlo avuto davanti a lungo. Ed era questa, più di ogni altra cosa, la verità che gli spalan-cava il mondo: il delitto perfetto non nasceva dall'odio, ma dall'anonimato. Aveva scoperto che essere nessuno, qualche volta, è la forma più vicina a essere Dio. Aveva pensato spesso, negli anni, agli omicidi che finivano sui giornali. Li aveva letti con quella attenzione distaccata con cui leggeva tutto. E sapeva perché gli assassini li prendevano sempre. Li prendevano perché facevano tutti lo stesso errore: avevano un movente. Il movente era la firma del colpevole: la moglie che eredita, il rivale che scompare, il debito che si cancella, il torto che si vendi-ca. Ogni omicidio gridava il nome di chi lo aveva commesso, per-ché ogni omicidio aveva una ragione, e la ragione aveva sempre un proprietario. Ma se non ci fosse stata nessuna ragione? Se la vittima fosse scelta a caso da un uomo che non la cono-sceva, non la frequentava, non aveva con lei nessun legame di nessun tipo? Nessun movente. Nessuna firma. Nessun colpevole possibile. Si alzò. Andò verso la credenza. Aprì un cassetto e tra varie cianfrusaglie tirò fuori quello che cercava: un punteruolo da lega-toria, lungo e sottile come un ago da calza, con il manico di le-gno. Serviva per forare i fascicoli prima di rilegarli con lo spago. Non lo usava da quindici anni. Lo tenne in mano qualche secondo. Lo rimise al suo posto. Tornò al tavolo. Finì la camomilla. Completò il cruciverba. Andò a dormire alle dieci e mezza, come ogni sera. Ma per la prima volta in molti anni, aveva qualcosa a cui pen-sare.
Azione
Ci volle un mese prima che Candido passasse dal pensiero all'azione. Un mese in cui continuò ad andare al lavoro alle otto e venti, a bere il caffè corretto al bar Lupo, ad archiviare pratiche, a mangiare il tramezzino del Bar Lombardo, a cenare dall'Inzivoso il mercoledì e il venerdì sera, a fare i cruciverba al tavolo di cucina con la camomilla. Il giorno in cui scelse la prima vittima era un lunedì mattina. Il cielo era basso, color grafite, con quel vento freddo che a Fog-gia viene da sud e ti entra nelle ossa spietato. Candido arrivò in ufficio, appese il cappotto all'attaccapanni, salutò Carmela che parlava già al telefono con la figlia maggiore di qualcosa che sembrava urgente e che, sicuramente, non lo era, ignorò Franchino che teneva la Gazzetta aperta sulla pagina sportiva come un paravento contro il mondo e si sedette alla scri-vania. Aprì il registro anagrafico dell'anno in corso. Nomi, indirizzi, date di nascita. L'inventario della città. Chiuse gli occhi. Aprì una pagina a caso, a metà circa. Posò il dito su una riga, senza guardare. Aprì gli occhi. Sotto il suo dito c'era scritto: Guerra Silvana, nata a Foggia il 14 marzo 1933, residente in corso Vittorio Emanuele 60. Candido non provò niente di particolare — né curiosità, né ec-citazione, né rimorso anticipato. La donna era un nome in un re-gistro. Non era nient'altro. Richiuse il registro. Lo rimise a posto nello scaffale. Andò a prendere il caffè dalla macchinetta del corridoio, tor-nò alla scrivania, aprì il fascicolo delle pratiche del giorno. Erano le nove meno un quarto. Carmela era ancora al telefo-no. Franchino stava girando pagina. Il gioco era cominciato. Candido studiò Silvana Guerra per undici giorni con la stessa pazienza metodica con cui aveva sempre fatto tutto: un pezzo alla volta, senza fretta, senza eccitazione. Scoprì che era vedova dal 1987. Il marito, Raffaele Coppola, geometra in pensione, era morto a sessantotto anni di infarto. Era nata a Foggia, ci aveva sempre vissuto, probabilmente ci sa-rebbe morta. Aveva una figlia che viveva fuori. Silvana Guerra usciva ogni pomeriggio per andare ad ascolta-re la messa delle diciotto in Cattedrale, a pochi isolati di distanza da casa sua. Tornava alle diciannove, con una sporta leggera — pane, qualcosa dal fruttivendolo. Di mattina non usciva quasi mai. Decise di uccidere Silvana Guerra il 19 novembre. Era stata giornata fredda ma senza vento. Il cielo, a quell'ora, era una lastra scura e bassa, del colore del ferro vecchio. Candido era uscito di casa alle diciotto e quaranta, con la borsa dei documenti sotto il braccio. La borsa era la sua costan-te, il suo travestimento involontario. Un uomo con una borsa di cuoio è un uomo che ha sbrigato qualcosa o che va a sbrigarla. Non desta curiosità. Non chiama lo sguardo. Aveva camminato senza fretta, si era mescolato al flusso delle diciannove — impiegati, studenti, qualche coppia, pensionati con il cane. Si era fermato davanti alla vetrina della Libreria Patierno, a via Dante, per guardare le agende dell'anno nuovo già esposte in bella mostra. Poi aveva ripreso a camminare verso corso Vittorio Emanuele attraversando Largo degli Scopari. Silvana Guerra stava rientrando a casa. Candido la riconobbe subito anche se non l'aveva mai vista da vicino. Era una donna piccola, con i capelli grigi raccolti dietro la nuca. Indossava un cappotto beige con uno scialle di seta intorno al collo. Camminava con una certa cautela, guardando dove met-teva i piedi sul marciapiede sconnesso. Lui le andò incontro dal lato opposto, con il passo incerto di chi non è sicuro della strada. «Mi scusi, signora,» disse con la voce tremula che aveva eser-citato davanti allo specchio. «Sa dirmi per caso dov'è via Manzo-ni?» Silvana Guerra si fermò. Alzò lo sguardo verso di lui con l'espressione benevola di chi non ha fretta e non trova scomodo fermarsi ad aiutare un vecchietto smarrito. «Via Manzoni?» ripeté, girando leggermente la testa verso de-stra per orientarsi. «Guardi, è facile, vada dritto e poi...» Non finì la frase. Candido fece un passo avanti. La mano sinistra afferrò con fermezza il colletto del cappotto della donna, tirandola legger-mente verso di sé, come per sentirla meglio. Un gesto che a un passante distratto sarebbe sembrato quello di un vecchio che fa-tica a capire. La mano destra era già fuori dalla tasca del cap-potto. Il manico di legno stretto nel palmo, la punta conica rivol-ta in avanti. Il punteruolo scattò verso il collo della donna con un movimento secco, di polso, mirato alla giugulare esterna sul lato sinistro, sotto il lobo dell'orecchio. Non era una zona che uccide all'istante come l'arteria carotide interna, ma Candido non cerca-va velocità: cercava discrezione. Il punteruolo entrò per due centimetri, lacerando la vena. Il sangue uscì subito, non un getto, ma un flusso rapido e caldo che macchiò lo scialle della donna e la manica del cappotto di Candi-do. Silvana Guerra spalancò gli occhi, aprì la bocca. Non le uscì di bocca nessun grido. Il sistema nervoso aveva già cominciato a rallentare, il calo di pressione era fulmineo. Le gambe cedettero. Candido la sostenne cingendole la vita con il braccio sinistro. «Si sente male, signora?» disse a voce alta, «ecco, si appoggi a me.» La trascinò nell'androne del palazzo, la mise seduta sui gradi-ni della scalinata di pietra, appoggiata alla ringhiera. Le sistemò lo scialle intorno al collo, coprendole la ferita. Ripose il punteruo-lo nella tasca interna del cappotto avvolto in un fazzoletto di co-tone e uscì. La manica macchiata era il problema più serio: era scura, il sangue non si vedeva facilmente, ma c'era. Si allontanò con il suo passo da pinguino, la borsa sotto il braccio sinistro, aderente al fianco. Tornò a casa. In bagno sciacquò la manica del cappotto con acqua fredda finché la macchia scura non si allargò e, dopo un po' di tentativi, svanì. Stese il cappotto sulla sedia vicino alla stu-fa. Si lavò le mani con cura. Si sedette al tavolo di cucina. Aprì la Settimana Enigmistica al capitolo dei cruciverba e cer-cò una definizione rimasta in sospeso da tre giorni: «Silenzio tra le note.» Cinque lettere. Scrisse: PAUSA. Andò a letto alle dieci e mezza. La mattina dopo, a pagina quattro della Gazzetta del Mezzo-giorno, c'era un trafiletto di poche righe: «Anziana deceduta per una ferita da arma da taglio al collo su Corso Vittorio Emanuele. Non ci sono testimoni. La polizia indaga.» Non c'era stato tempo per scrivere un articolo. La Gazzetta ne avrebbe parlato diffusa-mente nella prima pagina del giorno seguente. Candido lesse l'articolo mentre beveva il caffè corretto al bar Lupo. Non provò nessuna emozione. Posò il giornale, prese il sac-chetto con la brioche e andò al lavoro. Franchino, sfogliando la stessa pagina, un'ora dopo, disse: «Povera vecchia, chissà chi l'avrà ammazzata.» Carmela, senza alzare il telefono dall'orecchio, rispose: «Eh, sono tempi brutti.» Candido non disse niente. Stava già aprendo le pratiche del giorno, come ogni giorno. |
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