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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Promises Just a Kiss
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Atlanta, marzo 1862.
La pioggia scese implacabile per tutta la notte, fino a un'alba pallida. Io sedevo ingobbita, sentendo quelle gocce scivolare sul viso, sulle mani e sul selciato. Restavo su quella panchina a guardare quello che stava succedendo. L'ufficiale medico Andrew Sinclair, in divisa, era uscito da un palazzo. Probabilmente da poco aveva terminato qualche operazione, in quanto sull'edificio c'era scritto ospedale. E quell'immagine di lui soldato mi spezzava il cuore. Lo vidi allontanarsi con altri due pari grado e così lo seguii, chiamandolo. «Dottor Sinclair! Dottore!» A un certo punto si girò e si guardò in giro tra la folla. «Andrew!» Lui mi individuò e mi guardò con la testa inclinata e bagnata dalla pioggia. Non sapeva chi fossi. Non poteva essere altrimenti, lo sconcerto sul viso era reale. Per lui ero un'estranea. «Dottor Sinclair» dissi sforzandomi di mettere da parte la delusione e di ignorare la sua bellezza e magnetismo e l'amore che provavo. «Posso parlarvi un momento?» «Signorina, vi sentite bene?» «Sto benissimo» e caddi tra le sue braccia svenendo e lasciandolo attonito. Non dovevo essere rimasta priva di sensi a lungo. Avvertii delle voci, delle mani che mi sorreggevano e mi sfioravano la guancia, la fronte. Mi toglievano il cappello. Riaprii gli occhi con fatica. «Riuscite a sentire, signorina? Sentite male da qualche parte? Come posso aiutarvi?» Mi resi conto che eravamo ancora in mezzo alla strada. Il suo tono era angosciato. «Sono solo stanca, sarà stato a causa del viaggio». «Dove abitate? Posso accompagnarvi a casa e assistervi». «Andrew, ma dove l'avete conosciuta?» «Non la conosco affatto, Joseph». «Eppure vi ha chiamato per nome». «Davvero non lo so. Signorina, mi volete dire il vostro indirizzo?» «Sono appena arrivata non ho ancora un posto dove stare». «Bisogna portarla al riparo». L'uomo fissò l'amico e poi esclamò: «Mica vorrete portarla al vostro alloggio? Potrebbe essere chiunque, magari una prostituta». «Avete mai visto una prostituta con un viso simile?» «Se fosse una spia?» Come se l'amico non avesse detto niente mi chiese. «Signorina, riuscite a camminare?» Annuii. «Lasciate che vi aiuti, non è distante, lì potrete riposare un po'». Così sorreggendomi attraversammo la piazza. Sembrava tutto ovattato. «Siamo quasi arrivati». Dovetti conficcarmi le unghie nel palmo per non appoggiarmi a lui. Poco dopo arrivammo e lui aprì la porta chiamando una donna, forse la governante. Mi condusse verso una sedia dove mi fece accomodare. La casa era molto povera. «Sedetevi». Cercai di tranquillizzarmi, da circa cinque giorni ero in un'altra epoca e nel bel mezzo di una guerra, avevo dovuto imparare tutto da capo. Era molto giovane, ma aveva quell'autorevolezza di sempre, forse innata e rafforzata dall'esperienza di essere un ufficiale medico. All'improvviso lo rividi mentre mangiavamo un gelato alla nostra pasticceria preferita e la dolcezza con cui lui mi guardava. Sembrava un'altra vita. Mi sentii così stanca che appoggiai le braccia sul tavolo e la testa poi. Mi svegliai. Aprii gli occhi e lo guardai. Sentii lo stomaco che faceva rumore e arrossii. Mi sorrise e poi mi disse: «Un po' di the?» Non lo bevevo da un po', per cui ne fui molto contenta. «Perdonatemi, ma siamo stati presentati?» Feci un gesto negativo e lui continuò. «Eppure mi conoscete». «Adesso penserete che sono una prostituta o una maliziosa magari, eppure non lo sono». Eravamo soli, ma poco dopo vidi arrivare l'amico che desiderava sapere tra quanto tempo sarebbe tornato. Avevano molti programmi da fare. Ci guardammo con antipatia reciproca. Un'ora dopo uscimmo.
Il locale era pieno di gente, ufficiali dell'esercito con uniformi impeccabili intenti a chiacchierare tra loro. Altri in compagnia di signore. «Siete sicura di sentirvi bene?» domandò Andrew aiutandomi a sedere. Il posto non era bellissimo, ma aveva un suo fascino. «Sì, bene, era solo lo shock». «Lo shock?» «Di rivedervi». Trovarlo non era stato difficile ed era a questo che pensavo da quando ero partita. Per fortuna quella donna mi aveva condotto proprio da lui. La parte più difficile sarebbe stata riuscire a fare in modo che lui si fidasse di me. Non avevo molto tempo, sapevo solo che lui mi amava e per cui avrei dovuto fare in modo che ricordasse. «Temo di non capire. Qual è il vostro nome?» «Elisa». Poco dopo arrivò il cameriere con le portate e lui rimase lì a fissarmi. «Il vostro viaggio quanto è durato? Venite dalla Francia?» «Esatto». «Forse sarebbe meglio cominciare dal principio, cosa ne pensate?» «Vi posso assicurare che non sono una prostituta». «Devo dedurne che mi avete cercato per un motivo preciso». «Infatti, continuo a pensare al modo giusto per dirvelo». «Mettetemi alla prova». «Dovreste fidarvi di me. Ho fatto tutta questa strada per salvarvi». «Da cosa? Dalla guerra? Non potete farlo. Mi sembrate stanca, adesso che avete mangiato non sarebbe il caso di riposare?» «Non posso, non ho un posto dove stare». «Posso occuparmene io, nel frattempo potete usare la mia stanza, quella che ho nella pensione». «Non vorrei importunarvi troppo». «Venite», lasciò dei soldi sul tavolo del locale e poi uscirono.
C'era qualcuno nella stanza, sentivo il fruscio di chi si sforza di non fare rumore. Aprii gli occhi, era passata qualche ora. «Andrew? Dottor Sinclair?» «Non desideravo disturbare, stavo ravvivando il fuoco. Come vi sentite?» «Meglio grazie, mi dispiace esservi di tanto fastidio». Mi misi seduta. Avevo cercato di non addormentarmi, ma ero davvero molto stanca. «Si libera una stanza proprio qui un po' più tardi». «Grazie, vi sono grata, chissà che brutta opinione vi siete fatto di me». «Elisa, non preoccupatevi». Accanto all'armadio, lui mi stava osservando, le ombre del tardo pomeriggio lo rendevano più adulto. «Vi fidate troppo». «Non di chiunque». «Perché di me sì?» «Il fatto è che mi sembrava di conoscervi. Non mi era mai successo prima». «Sarà stato il modo in cui vi ho avvicinato». «Quindi ci conosciamo?» «Ve ne ricordereste, e inoltre non amate bere in modo eccessivo». A braccia conserte si avvicinò. «Come lo sapete?» «Lo so. Io posso dirvi che non vi farei mai del male. Sono al corrente di una cosa di cui devo parlarvi». Si sedette su una sedia. «Di cosa si tratta?» «Un evento che sta per accadere. Per questo sono qui per avvisarvi». «Come diamine...» «Non chiedete». «Non dubito di voi, o almeno delle vostre intenzioni». Lei gli sorrise. «Quando tornerete dal fronte, un'incursione notturna dei nemici vi costerà la vita». «Come fate a saperlo?» «Vi ho chiesto di non domandarmelo. Ciò che vi chiedo e di non accettare e di farvi sostituire». «Non posso e non voglio. La questione non è se sappiate la verità oppure no, non si può voltare le spalle a chi ha bisogno, disobbedire per paura della morte». Mi alzai e lui mi prese una mano tra le sue. «Certo, non so cosa credessi di fare cercando di convincervi senza spiegare il resto». «Il resto?» «So che domani sera avete un appuntamento con i vostri superiori, potreste farmi un favore?» Lui annuì. «Quando rientrerete potete passare dalla mia stanza? Desidero solo parlare. C'è un'altra cosa che dovete sapere, ma è difficile da spiegare». Lo guardavo, avrei tanto voluto stringergli una mano e abbracciarlo, ma dovetti trattenermi. «Vi prego». Lui continuava a tacere. «Se sapeste quanta strada ho fatto, quanta fatica per raggiungervi». «Perché? Per voi sono un estraneo». «Prometto di spiegarvi tutto quando tornerete domani». «Dirò loro che sono indisposto, così potremo parlare e cenare insieme». «Impossibile resistervi, va bene, usciamo a cena». Ero stata tutto il tempo a pensare a come potergli dire quello che era successo e se lui sarebbe stato in grado di capirne l'entità. Io stessa non gli avrei creduto se me lo avesse raccontato, ma speravo che in lui ci fosse da qualche parte l'uomo che mi amava e che si era sempre messo dalla mia parte senza pensare un attimo. Sapevo che sarebbe stato molto difficile, ma avrei tentato, tutto dipendeva da questo. Dovevo farcela.
Avevano finito di cenare, la sera del giorno dopo era arrivata in un attimo, avevo trascorso l'intera giornata a cercare di trovare un modo per convincerlo. «Ascoltatemi, io sono un uomo semplice, come fate a sapere tutte queste cose? Soprattutto chi vi dice che si avvereranno?» Dopo aver pagato il conto ci alzammo e io risposi. «Lo so che non mi credete, ma tra un mese lascerete il paese e poi seguirete per il fronte. Morirete a causa di un attacco al campo». «Ammettiamo che sia vero, ma voi come fate a saperlo? O credete di saperlo?» rispose spazientito. Io continuai. «Io sono nata nel 1982 e posso raccontarvi tutto quello che succederà fino ad allora». «Quindi venite dal futuro? Ditemi cosa succederà ancora? L'avete portata la macchina del tempo con voi?» Percepii in lui del sarcasmo. Non ne ero sicura ma così mi sembrava. Anche io non avrei creduto a tutto questo. Anche se aveva risposto con gentilezza si sentiva l'incredulità e il dubbio. Lo fissai stupita. Non risposi. «Potremo parlarne altrove?» Poi sorrise e mi baciò le mani. Sentivo delle sensazioni molto forti. Un'emozione che non provavo da molto, anche dell'eccitazione fisica. Notavo in lui anche stupore. Magari si chiedeva come facessi a saperlo e se fosse vero. «Queste sono cose importanti sono informazioni che nessuno conosce. Non so se sia frutto della vostra fantasia ma alcuni dettagli combaciano. La guerra è una questione soprattutto di politica per cui alcuni piani non vengono rivelati a nessuno. Adesso mi potreste dire come avete fatto a saperlo? Questa volta mi piacerebbe conoscere la verità».
Parigi, aprile 2021
Ero tornata tardi la scorsa notte, trascorrendo con gli amici storici la serata in un pub dove abbiamo giocato a biliardo e bevuto qualche birra, per cui quando è suonata la sveglia ho avuto difficoltà nello svegliarmi. Però ho sorriso, è bello farlo. Non esiste soltanto il lavoro, ma anche il divertimento. Ormai con Max, il mio migliore amico, è sempre così. Due volte la settimana usciamo come fosse un appuntamento fisso. Con Eleonora una mia compagna di università andiamo a fare shopping e chiacchiere. Ormai sono anni che abbiamo questa routine, complici prima degli esami e poi dei ragazzi. Aprii gli occhi e alzai il viso a fissare il soffitto poi scostai la trapunta, mi feci una doccia e mi vestii pronta per andare al lavoro. Mentre mi avviavo alla metropolitana feci un altro sbadiglio. Uscii per avviarmi al “La Croix”, dove mi aspettava la direttrice della rivista in cui lavoro, un giornale rinomato. Alexandra Jones era mattiniera. «Dove ti sei cacciata? Ti aspettavo, devo parlarti di una cosa molto importante. Devi fare un'intervista a un medico molto famoso: Andrew Sinclair. Ha molte cliniche e sarebbe utile per uno scoop. È un uomo impegnato e solitario, comunque si circonda di belle donne e si accompagna sempre a un socio. Magari poi fai una ricerca accurata su internet». Sedeva nella sala riunioni con un bicchiere di carta pieno di latte e caffè. Presi posto accanto a lei e cominciai a raccogliere le idee. «Parlami di lui, dove dovrei andare per trovarlo?» «In questo momento è al bar La Belle Ortense a fare colazione. Lui ha degli orari fissi. Oppure puoi andare alla sua abitazione, anche se non è facile trovarlo». Ripresi di nuovo la metropolitana, sperando di poterlo raggiungere in tempo, pensando a come avrei dovuto fare per parlare con lui. Magari mi sarei soltanto presentata. Sorrisi. Ci avrei pensato dopo. Ero molto emozionata per quell'opportunità che mi avrebbe fatto avanzare di carriera e quella mattina non mi ero neanche truccata. Guardai il cellulare, erano le dieci, speravo di farcela. Finalmente le porte si aprirono e io cominciai a correre per raggiungere l'uscita che mi avrebbe portato in Rue Vielle du Temple. Dopo una quindicina di minuti un po' affannata giunsi al bar. All'ingresso vidi uno specchio e mi misi il rossetto marroncino e un po' di matita. Entrai e mi guardai intorno. Alexandra mi aveva fatto vedere una foto per cui lo riconobbi subito. Mi aveva anche dato un'infarinatura della sua vita. Era un leader per quanto riguardava la chirurgia, ma adesso si occupava solo della direzione delle cliniche. Come avrei potuto avvicinarlo? Mi sedetti a un tavolo a prendere un caffè. Poco dopo sentii che qualcuno mi rivolgeva la parola. Alzai lo sguardo, era proprio lui. «Posso aiutarla?» «Elisa», disse piano. Sussultai perché non mi ero accorta che si fosse avvicinato e mi avesse chiamata. Era di una bellezza perfetta con occhi azzurri espressivi che mi fissavano. «Mi scusi, sono Andrew Sinclair. Posso sedermi con lei?» Annuii. Mi presentai a mia volta. Iniziai a sentire il cuore che batteva forte, era davvero bellissimo e cominciai a eccitarmi. Quell'uomo era l'essenza della mascolinità. Era incredibile, avevo l'impressione di conoscerlo e il mio corpo rispondeva incontrollato allo sguardo caldo che mi avvolgeva. «Come ha fatto a riconoscermi?» Non si erano mai visti prima. «Ho chiesto alla sua direttrice». Avevamo chiacchierato, anche se lo scopo era un'intervista avevamo parlato anche dei nostri hobby, delle nostre famiglie, di quello che preferivamo fare dopo il lavoro. Quell'ora insieme era passata molto in fretta. Mi era sembrato caloroso e felice di chiacchierare.
Eravamo alle postazioni a lavorare. Alexandra mi aveva fatto sapere che l'uomo aveva accettato di farsi fare un'intervista da me. Ne ero rimasta contenta. Sarebbe stato un salto di qualità nel mio lavoro, mi sarei fatta conoscere più di quanto già non fossi. Nell'arco di quegli anni avevo lavorato molto e avevo pubblicato diversi articoli anche importanti, ma non come questo. Gli articoli che avevo fatto erano degli scoop di alcuni attori e cantanti. Mi disse che lui mi avrebbe aspettata allo stesso bar di dove ci eravamo incontrati la prima volta. Scesi e poco dopo andai verso la metropolitana. Ero un po' tesa per l'incontro.
***
Andrew
Desideravo rivederla. Non appena l'avevo vista in quel bar avevo sentito una gioia intensa e allo stesso tempo un'angoscia profonda. Avrei fatto l'impossibile per frequentarla, anche se forse sarebbe stato meglio non farlo. Sarebbe stato meglio per tutti? Non avevo potuto fare a meno di osservarla, era bellissima, non era cambiata per nulla. Quei capelli, quegli occhi, quella bocca e l'eleganza innata. Incominciai a eccitarmi.
***
Elisa
Entrai poco dopo nel bar e venni avvolta da una musica al pianoforte dolce. Era di sicuro la Riordan, essendo una delle mie cantanti preferite. Mentre pensavo a questo, vidi l'uomo a un tavolo, per cui lo raggiunsi. Era vestito con sobrietà ma allo stesso tempo con eleganza. Il cuore stava battendo molto forte, ero emozionata. Provavo dei sentimenti forti anche se lo avevo appena conosciuto. «Salve» dissi. «La stavo aspettando, si accomodi». «Mi hanno riferito che ha accettato di farsi intervistare». «Sì, si accomodi, ci prendiamo un caffè e cominciamo». Il bar era davvero molto bello. I lampadari erano di una sfumatura dorata e c'erano oltre ai tavoli e le sedie anche dei divani ai lati. Notai che era emozionato. Come facevo a saperlo? Non lo sapevo, ma mi sembrava che fosse così. Chissà cosa pensava. «Se vuole può iniziare anche ora». Io gli sorrisi e così presi il PC e cominciai a porgli delle domande. Prima di routine, poi più private, attinenti alla famiglia e al lavoro. Nel frattempo che stavo lavorando, notai anche un piccolo tatuaggio sul collo, un quadrifoglio. Avvertivo il calore del suo corpo, il profumo di pulito della pelle, il sussurro del respiro, un'attrazione magnetica e inattesa. Perché sentivo il bisogno di prendergli una mano e stringergliela? Sentivo come se l'avessi già fatto. Perché provavo queste sensazioni così intense e strane? Poi notai che lui aggrottava le sopracciglia e all'improvviso mi venne in mente come se lo avessi vissuto che lui lo faceva quando cercava di tranquillizzarsi. Che stava succedendo? Perché avevo avuto questa impressione? Forse ero molto stressata. E avevo letto troppi libri. Erano trascorse due ore. Dopo aver bevuto il caffè, incominciammo una discussione piacevole, non più basata sul lavoro. Mi squillò il telefono e così mi alzai e andai al bagno pensando che quell'uomo mi avrebbe distrutta. Era una situazione che avevo cercato sempre di evitare. Un uomo che mi attraeva e che mi avrebbe spezzato il cuore, un cuore sensibile e già ricco di ferite. Sapevo che non sarei riuscita a dirgli di no. Era già tardi. «Tutto bene?» «Sì, domani devo partire, vado a Londra». «A Pasqua? Non festeggia con qualcuno?» «Con gli amici di solito». «Sembra bello. Io sempre con i miei». «Una volta anche io lo festeggiavo con i miei adesso preferisco gli amici oppure un viaggio. Le piace viaggiare?» «Sì, molto e grazie al mio lavoro viaggio abbastanza spesso. Per divertimento però è un'altra cosa e a lei piace?» «Viaggiare per divertimento? Di solito viaggio per lavoro». «Che cosa fa per divertirsi?» Mi fissò per un po' e poi rispose. «Amo la campagna e lo sport, come il tennis e il calcio». «Anche a me piace il tennis». «Stiamo trovando molte cose in comune». «Immagino che fare il chirurgo sia stata una scelta precisa». «Sì, non avrei potuto fare altro. Sono nato per questo e lei invece?» «Anche io non avrei potuto fare altro. Amo il mio lavoro e quando ho tempo libero leggo o vado al cinema oppure al bowling che amo». «Piace anche a me, spesso mi organizzo per andare». «Davvero? Ottimo». Lui mi sorrise. Ero davvero felice. Dopo un'oretta gli dissi che era tardi e che sarei dovuta tornare a casa in quanto ero stanca e che il giorno dopo sarei dovuta andare dalla famiglia a Marsiglia. Si alzò e venne verso la mia sedia,prese il mio cappotto e lo tenne sospeso per farmelo indossare. Non ero abituata a queste cortesie. «Senta», disse. «Sì?» «Le piacerebbe se ci rivedessimo? Non ha niente a che vedere con il lavoro». Con delicatezza lui tese un dito e poi mi sfiorò una guancia come fosse una carezza. «Faccia buon viaggio». «Anche lei». Poi mi girai per andare via non sapendo come avevo fatto. Ci sentivamo attratti l'un l'altro forse senza neanche renderci conto. Solo consapevoli dell'attrazione tra noi. Tornai indietro ancora emozionata da quel dolce tocco.
***
Era la sera di Pasquetta, quando sentii il campanello suonare. Ero tornata a casa. Il pranzo dai miei genitori era stato ottimo, ma soprattutto fare una bella passeggiata in città a vedere i mercatini era stato meraviglioso. Per cui adesso ero in pigiama e mi stavo bevendo una birra sul divano. Mi alzai stupita, chi poteva essere a quell'ora? Forse Max che avrebbe voluto bere con me e magari giocare a uno? Oppure Eleonora che voleva raccontarmi quello che le era successo? Eppure ci eravamo sentite per telefono e ci eravamo scambiate molti messaggi. Mi avvicinai alla porta e chiesi chi fosse. «Sono Sinclair». Avrei voluto aprire, ma mi guardai e vidi solo un lungo pigiama in pile. «Può aspettare un momento?» . Come aveva avuto il mio indirizzo? Forse lo aveva saputo dal giornale. Glielo avrei chiesto. Non avrei avuto il tempo di prepararmi, ma magari mi sarei vestita. Dieci minuti dopo gli avevo aperto. «Avevo pensato perché non venire a trovarla e uscire? Magari per un bicchiere di vino». Io annuii. «Metto il cappotto». Poco dopo uscimmo e mi portò dove aveva parcheggiato la macchina poco più avanti. Era una Ferrari. Mi aprì lo sportello e poi dopo essere entrata andò dal suo lato e mise in moto. «Come hai avuto il mio indirizzo?» «Ho chiesto al giornale dove lavori. La segretaria non voleva darmelo e così l'ho persuasa dicendole che era una cosa urgente». Annuii e mi rilassai. Decidemmo per una passeggiata a Montmartre. Era una splendida idea. Mentre ascoltavo la musica alla radio, pensai che forse questa volta sarebbe andata bene. Fu lui a darmi una mano e stringermela. Quella mano emanava calore e molte sensazioni mi pervasero. Una volta arrivati parcheggiammo e poi scendemmo. Cominciammo la passeggiata continuando a tenerci per mano. Perché sentivo forte questa sensazione di appartenenza? Lo guardai e lui a sua volta mi guardò con un gran sorriso. |
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