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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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La seconda vita di Mr. Hale
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Londra, 3 novembre 1831.
Tre uomini avanzavano in silenzio lungo Great Windmill Street guidati più dalla memoria che dalla vista. Le lanterne a olio, che stringevano in pugno, riuscivano a malapena a rischiarare le mani rugose che le sostenevano, apparendo e scomparendo nell'oscurità come lucciole. I loro passi erano accompagnati da bestemmie recitate tra i denti per via di quella nebbia insidiosa che aveva avvolto la città sin dalle prime ore del mattino, inghiottendo le strade e cancellando ogni riferimento dai loro occhi. Il primo uomo segnava il passo, seguito a breve distanza dai suoi compari che trascinavano a fatica un piccolo carro cigolante. Sul pianale, avvolto in una coperta zuppa di umidità, c'era il prezioso carico che nessuno avrebbe dovuto vedere. Elias Crowe, il capo, aveva in testa un cilindro logoro calato sugli occhi. Le mani inguantate, affondate nelle profonde tasche del cappotto che gli ricadeva fin quasi alle caviglie, erano fredde e intorpidite. Giunti all'altezza del civico 62, Crowe alzò la lanterna con un gesto lento, scrutando il numero inciso sulla pietra annerita dalla fuliggine. Poi bussò due volte. Il metallo contro il legno ruppe il silenzio. Dall'interno, una fessura si aprì. Il volto di Miss Edith Blackhorne apparve nell'ombra: pallido, composto, autorevole. I suoi occhi scivolarono sull'uomo e sul carretto. «Entrate, signor Crowe, conoscete la strada», disse sottovoce la donna spalancando il portone e spostandosi di lato. I due uomini al seguito di Crowe afferrarono il pesante sacco dividendone il peso tra di loro, ed entrarono in casa sbuffando. Attraversarono un elegante salotto prima di scendere al piano inferiore attraverso una porta di legno massiccio. Il seminterrato, freddo e silenzioso, era illuminato da lampade a olio che gettavano ombre vive sulle pareti. Al centro della stanza era posizionato un tavolo anatomico attorno al quale erano disposti, con ordine quasi maniacale: bisturi, seghe, uncini, pinze. «Adagiate il corpo al centro del tavolo, signor Crowe», ordinò Edith, ferma in cima alla scala. L'uomo fece un cenno e i suoi scagnozzi eseguirono gli ordini senza fiatare. Il corpo, nudo e intatto, privo di ferite evidenti, scivolò fuori dal sacco in modo scomposto. I suoi abiti erano stati sicuramente trafugati per essere rivenduti per quattro soldi o scambiati per del sesso da strada. Si trattava di una giovane donna, bionda, dalla pelle chiara. Il suo volto era disteso, quasi sereno. Non c'erano tracce di terra, nessun odore di putrefazione. Edith scese lentamente le scale e si avvicinò al tavolo anatomico per scrutare meglio il cadavere. Probabilmente era morta da non più di 24 ore. «Dove l'avete trovata, signor Crowe?» chiese con voce ferma. Crowe si sfilò lentamente i guanti. Le nocche screpolate dal freddo, il tono calmo. «A St Pancras, signora. La tomba era priva di protezioni. Né gabbie né sbarre.» Lei annuì, più a sé stessa che a lui. In quegli anni, Londra era affamata di corpi. Le scuole di medicina si moltiplicavano, ma la legge, che permetteva la dissezione solo ai condannati a morte per impiccagione, non bastava più. I cimiteri diventavano campi di caccia. Le famiglie benestanti proteggevano i defunti con gabbie di ferro e guardiani armati. I poveri invece, come sempre, restavano esposti. Carne anonima per la scienza. «Quando l'avete presa?» chiese ancora Edith, chinandosi sul petto del cadavere. «Poco più di tre ore fa, signora.» Lei sfiorò la pelle della ragazza con due dita, professionale, ma con un gesto quasi materno. Il corpo non era ancora del tutto rigido. Il calore residuo della vita si stava dissolvendo lentamente. «Evitate St Pancras, la prossima volta,» mormorò senza distogliere lo sguardo dal corpo esanime. «Stanno assumendo guardiani notturni armati. Ho sentito voci al riguardo.» Crowe inclinò appena il capo e sorrise viscidamente. «Ci sono altri luoghi sicuri, Miss Blackhorne: Old St Giles' e Camden Churchyard, ad esempio. Stia tranquilla, non le mancherà il necessario, all'occorrenza.» Quando i tre loschi individui uscirono e la porta si richiuse alle loro spalle, Edith rimase nuovamente sola. Il silenzio della stanza si fece profondo, come se la casa stessa trattenesse il respiro. Tornò in laboratorio e restò a lungo a guardare il corpo steso della ragazza, domandandosi quanto ancora avrebbe potuto camminare lungo quel confine sottile tra il male necessario e il male imperdonabile. Quella domanda tornava ogni notte. Non aveva aperto quella scuola per denaro. Aveva studiato abbastanza da capire quanto fosse vasta l'ignoranza degli uomini che la escludevano. Londra le aveva chiuso le porte in faccia; lei aveva imparato ad aprirne altre, più oscure. Così aveva scelto il margine. Là dove poteva insegnare davvero. Ai suoi studenti non prometteva titoli. Prometteva verità. E quella verità si mostrava cruda, nuda, esposta alla luce oleosa delle lanterne.
Il mattino seguente, il salotto della casa di Great Windmill Street era silenzioso e piacevole, scaldato da una brace che ardeva pigra nel camino. Una luce tenue filtrava attraverso le tende pesanti, mentre l'orologio a pendolo segnava le otto. Sulla tovaglia bianca, ricamata a mano, erano disposti con cura toast, burro, pancetta croccante e una teiera che stillava un filo di vapore. Edward Loxley era già lì, seduto composto al suo solito posto. Capelli corvini, mascella prominente, occhi grandi e inquieti. Il mantello, un po' logoro come i suoi abiti dignitosi ma modesti, era appeso con cura all'attaccapanni. Teneva le mani strette intorno alla tazza bollente, quasi volesse rubarle tutto il calore possibile. Non aveva ancora toccato cibo e manteneva lo sguardo perso sul bordo lucido del servizio da tè. Le lezioni di Miss Blackhorne erano l'unico vero lusso che potesse permettersi, ma la determinazione a diventare medico era più forte di qualunque privazione. Il silenzio fu rotto da passi decisi nel corridoio. La porta si aprì ed entrò George Pembroke, spavaldo e già di buonumore, con il cappello ancora calato in testa, le guance arrossate e le scarpe umide. Subito dietro di lui comparve Algernon Faversham, impeccabile come sempre: occhi azzurri, capelli biondi, e quell'aria distrattamente nobile che non aveva bisogno di essere ribadita. Pembroke non si prese neppure la briga di togliersi il soprabito; si lasciò cadere pesantemente sulla poltrona, agguantò un biscotto e lo divorò in due morsi prima di versarsi del tè fumante. Algernon, al contrario, si spogliò con calma, scuotendo con un gesto elegante un granello di polvere dal collo di pelliccia del cappotto prima di consegnarlo alla cameriera perché lo riponesse. «King Street oggi era un manicomio, vecchio mio,» esordì Pembroke rivolgendosi solo ad Algernon e ignorando con naturalezza Edward. «C'era una carrozza a noleggio rovesciata in mezzo alla strada; uno dei cavalli s'era azzoppato e gemeva mentre l'altro scalciava come se avesse il diavolo addosso. Ma il pezzo forte di questo teatrino era un bellimbusto col bastone da passeggio che urlava al cocchiere ancora stordito per l'incidente: «Vi condurrò davanti al magistrato!» A un cocchiere! Capisci? A uno che probabilmente non saprebbe riconoscere una Corte di giustizia neppure se ci fosse nato dentro.» «Buon cielo, per rovesciare una carrozza in città occorre una notevole dose d'idiozia. Capisco il disappunto di quel tale, ma alzare il tono della voce non ha certo aggiunto autorevolezza alle sue ragioni: anzi, le ha sminuite del tutto. Non è forse così, George?» «Non tutti hanno la classe di un Faversham,» rispose George, lasciando trapelare nello sguardo l'ironia della sua battuta. Poi tornò alla colazione, come se davvero non valesse la pena aggiungere altro. Edward Loxley, che aveva finito il suo tè, posò la tazza con un gesto lento. «Lo sentite anche voi?» chiese socchiudendo gli occhi. «Cosa?» fece Pembroke. «Quest'odore pungente, e direi alquanto fastidioso a colazione.» «Spirito di vino, senza dubbio,» disse con calma Algernon. «Si usa per conservare i cadaveri, Loxley; dovresti saperlo,» chiosò George Pembroke, con il tono soddisfatto di chi ha appena toccato un nervo scoperto. La porta del seminterrato si aprì con un cigolio breve. Miss Edith Blackhorne entrò in salotto silenziosa, come era solita fare. Indossava un abito grigio grafite, il colletto alto e i capelli raccolti con precisione metodica. Teneva un piccolo taccuino chiuso da un filo rosso stretto tra le mani. «George... Edward... Algernon, buongiorno,» disse mentre i tre si alzavano in piedi per ossequiarla con un inchino. «Oggi sarà una giornata di studio notevole. Abbiamo l'occasione di sezionare un cadavere in ottimo stato: si tratta di una giovane donna morta da poco.» «Splendido,» esclamò Edward con sincero entusiasmo. «Non vedo l'ora.» Edith annuì sobriamente. «Cominceremo dalla muscolatura e dalle articolazioni. Domani passeremo agli organi interni. Procederemo finché il corpo ce lo consentirà. Non sarà una visione piacevole, quindi, se qualcuno di voi non se la sente, lo dica ora. Non voglio ritrovarmi con svenimenti o interruzioni durante la dissezione. È chiaro? Finite la vostra colazione e raggiungetemi in laboratorio. Tra dieci minuti si comincia.» Quando Miss Blackhorne si fu allontanata, Algernon si permise una confidenza insolita per il suo solito contegno. «Ammirevole, Miss Edith... ma non passerei una notte da solo con lei neppure per mille sterline.» «Preferisci forse compagnie maschili, Algernon?» lo punzecchiò Pembroke con un sorrisetto. «Solo per la caccia alla volpe, mio caro. Per il resto, la soavità di tua sorella ha trovato dimora nei miei pensieri notturni da diversi giorni.» Il sorriso di Pembroke si spense, sostituito da un'ombra scura nello sguardo. Edward, intuendo che la schermaglia stava per degenerare, intervenne con fermezza: «Se lor signori hanno concluso,» disse alzandosi, «direi che è tempo di scendere in laboratorio.
Thomas Hale, il libraio, apriva gli occhi sempre alla stessa ora, alle 6 in punto. La sveglia mattutina non era il frutto di una decisione consapevole o di una disciplina imposta: era dettata dal suo istinto. Il suo corpo sapeva. Restò qualche secondo immobile, ascoltando il respiro della casa: gli scricchiolii dei muri, il legno dei pavimenti che si dilatava piano, la pioggia che scivolava sui vetri. Là dentro, ogni cosa aveva un ritmo. Il suo. Si alzò. Versò l'acqua nella bacinella, si lavò il viso con due passate, si asciugò con un morbido asciugamano e si guardò allo specchio. Lo stesso viso, gli stessi occhi di sempre. Ma per una frazione di secondo, come un riflesso difettoso, gli sembrò che qualcosa fosse fuori fase. Forse le occhiaie. Forse nulla. Si vestì in silenzio. Ogni capo era al suo posto, disposto la sera prima sulla sedia accanto al letto. Camicia bianca, gilet marrone, giacca in tweed, foulard bordeaux. I bottoni si chiudevano senza che dovesse guardarli. Le mani conoscevano la sequenza. Alle 7:40, come ogni giorno, varcò la porticina che collegava la casa al negozio. “Hale & Sons, Antiquarian Books and Curios.” Si trattava di un locale minuto, profondo, ordinato. A dispetto dell'insegna, non c'erano figli, e neppure aiutanti. Solo scaffali alti, una scala a pioli, vetrine impolverate di storia, manoscritti, codici legali, una clessidra e un globo con le mappe scrostate. Alle 8:00 aprì la serratura, lucidò la vetrina, accese il braciere a carbone e preparò il caffè sul fornelletto a spirito. Alle 9:30 entrò il reverendo Donovan. Cercava un breviario domenicano. L'ennesimo, per la sua collezione. Scambiarono le solite frasi fatte sul tempo e poi, nuovamente silenzio, polvere e libri sugli scaffali. Il tempo passò come sempre: sottile, inavvertito. Alle 12:30 richiuse. Si concesse pane, brodo, qualche oliva. Non mangiava per fame, ma per abitudine. Mezz'ora di lettura e poi la consueta passeggiata: il Tamigi nascosto dalla nebbia, la fioraia al carretto, il vento che entrava nelle maniche. Nel pomeriggio, ricevette una lettera da Leeds: un collezionista chiedeva un manoscritto greco. Thomas rispose con calma, calligrafia sottile, lettere oblique. Poi chiuse le imposte, si preparò una minestra d'orzo, una mela e un pezzo di pane scaldato sulla fiamma. La sera la trascorse accanto al camino, leggendo con difficoltà un testo di simbolismo medievale. Le righe scivolavano via senza depositarsi nella sua memoria. Si arrese: annotò la sua giornata sul diario — “tutto regolare, reverendo Donovan, lettera da Leeds” — e si mise a letto alle 20:45. Alle 5:14, si svegliò. In anticipo. Non di scatto. Non per paura. Semplicemente, aprì gli occhi. Come se qualcosa, nel buio, lo avesse chiamato senza suono. Restò seduto sul letto per alcuni minuti. Non c'era freddo, né disagio. Solo una sensazione lieve, ma nitida: una cucitura mancante nel tessuto del giorno. Perché? Non lo sapeva. Si alzò. Andò verso la sedia, dove aveva lasciato la giacca della sera precedente. Una giacca che conosceva a memoria: ogni tasca, ogni cucitura, ogni piega nel tessuto. Ma infilando la mano nella tasca interna, trovò ben dieci sterline d'oro. Le tirò fuori. Le distese sul tavolino. Le fissò. Conosceva ogni somma annotata nel suo libro contabile. E quella cifra non doveva esserci. Nessun cliente. Nessuna vendita. Nessuna commissione. Eppure, le aveva con sé. Senza sapere perché. Provò a ripercorrere la sera prima: Aveva chiuso la bottega? Sì. O almeno... credeva di sì. Aveva cenato? Ricordava il sapore del pane. Forse anche quello della mela. Ma il momento preciso in cui aveva chiuso la serratura? Nulla. Era sparito. Un vuoto piccolo, ma perfetto. Come una nota mancante in uno spartito imparato a memoria. Rimase in piedi, con le monete tra le dita e la testa piena di domande senza risposte. Le appoggiò in fila sul piano dello scrittoio, una accanto all'altra, come parole di una frase incomprensibile. Poi aprì il libro contabile e controllò ogni riga degli ultimi quindici giorni. Nessuna voce corrispondeva a quella cifra. Le monete restavano lì, mute, estranee, perfettamente reali.
Tre giorni dopo.
Le lezioni di anatomia erano terminate da poco. I tre studenti avevano lasciato la casa di Great Windmill Street in silenzio, chi con lo sguardo acceso, chi con l'aria assorta di chi porta via qualcosa che non si può riferire. Nel seminterrato, Edith Blackhorne stava finendo di sistemare ciò che restava. Un corpo, anche se anonimo, lasciava sempre delle tracce: ossa, organi danneggiati, tessuti ormai inutilizzabili di cui bisognava disfarsi in qualche modo. Alle sette della sera salì in superficie, attraversò il salotto e aprì la porta posteriore. La sera era scesa con un velo di nebbia bassa e sottile. Il vicolo era deserto. Elias Crowe era già lì. Stava in piedi accanto a un carro coperto da un telone, le mani affondate nel cappotto. Due uomini erano con lui, uno più robusto, l'altro magro e curvo su sé stesso. Edith fece solo un cenno. Crowe rispose allo stesso modo. I tre uomini scesero e la seguirono fino al seminterrato. Miss Blackhorne mostrò loro quel che rimaneva della giovane donna dopo la dissezione. Le ossa furono sistemate nella cassa e chiuse con cura. I resti molli — fegato, polmoni, intestini — vennero avvolti nei teli cerati e infilati nei sacchi. Nessuno fece domande, né commenti. Era un lavoro. Bastava farlo bene. Quando tutto fu chiuso e legato, Edith parlò. «Utilizzerete i cani per le parti molli?» «Ho i randagi che servono,» rispose Crowe, senza alzare la voce. «E le ossa?» «Tamigi.» Non ci furono altre domande. Edith rimase sulla soglia un istante. «Buona notte, signor Crowe,» disse senza alzare la voce. Poi chiuse la porta a doppia mandata, abbassò il chiavistello e tornò giù. Nel seminterrato il tavolo era vuoto. Le lampade ancora accese gettavano ombre lunghe sul pavimento. Edith le spense una alla volta, con gesti calmi. Poi salì al piano superiore. Il carro si mosse piano, scomparendo nella notte con un rumore secco di ruote sul selciato.
La stazione di polizia di Holborn, tra Grey's Inn Road e il vecchio mercato, era come molte altre: muri grigi, infissi scrostati, odore di pioggia, pelle bagnata e inchiostro fresco. Al comando c'era il sergente Basil Ashdown, soprannominato “l'Indiano”. Era impossibile ignorarlo: superava il metro e ottanta, aveva spalle larghe, capelli lisci e scuri come la pece e lineamenti che ricordavano senza equivoci la sua origine fra le nazioni irochesi. Non era un uomo comune, e non lo era nemmeno la sua storia. Da bambino era sopravvissuto a un massacro nel Nuovo Mondo; unica vita risparmiata, era stato portato in Inghilterra da Lady Eleanor Ashdown, che lo aveva allevato sotto il suo tetto sfidando commenti e convenzioni. Cresciuto tra mura aristocratiche, educato con la disciplina dei gentiluomini, Basil non aveva mai dimenticato il sangue delle sue origini. Portava dentro di sé il ricordo di un popolo disperso e un desiderio ostinato di giustizia. La sua presenza nelle file della polizia non era soltanto un'eccezione: era una frattura nel sistema. C'era chi sussurrava che non fosse un posto per lui, e chi invece taceva per timore. In ogni caso, nessuno lo affrontava a cuor leggero. Quella mattina, quando Ashdown varcò la soglia della stazione, trovò Isaac Bellamy già in piedi accanto alla stufa di ghisa, intento a spingere un ceppo con il piede. Era un uomo che occupava lo spazio senza chiedere il permesso: quasi due metri, petto ampio, mani grandi come pale di fucina, e un naso rotto più volte che raccontava una biografia a sé. «Buongiorno, Isaac.» «Buongiorno, sergente. Freddo che taglia le dita, stamane.» Gli porse un foglio. John Langford arrivò poco dopo, zoppicando più del solito. Aveva settantun anni e il corpo di un uomo che ne aveva vissuti il doppio: magro, curvo, la pelle sottile e macchiata, i capelli completamente bianchi pettinati all'indietro con una dignità che non ammetteva pietà. Era stato un Bow Street Runner, uno dei primi veri investigatori d'Inghilterra, e lo portava addosso come una cicatrice d'onore. «Cos'abbiamo?» chiese senza salutare, prendendo il foglio dalle mani di Bellamy. John Langford lesse a voce alta, scandendo le parole con la lentezza di chi pesa ogni dettaglio. Una fossa nel cimitero della vecchia chiesa di St Pancras era stata violata durante la notte. La salma scomparsa apparteneva a Elizabeth Kerr, diciannove anni, cameriera di modeste origini, morta il giorno precedente nella casa del commerciante di spezie Benjamin Coates. La ragazza era stata sepolta in una bara semplice, senza alcuna gabbia di protezione. Langford abbassò il foglio. «Lavoro pulito. Sapevano chi cercare e dove trovarla.» Bellamy sbuffò. «Non servono geni per scovare una bara senza gabbia a St Pancras.» «No,» disse Ashdown, «ma serve qualcuno che sappia che la ragazza è morta il giorno prima. Questo non è un colpo di fortuna. È informazione.» Charlotte Simms comparve dal fondo della sala con un fascio di carte sotto il braccio, gli occhiali tondi calati sul naso e il cappellino storto. Era magra, minuta, con capelli castani raccolti in modo semplice: poteva sembrare una copista qualunque, e in parte lo era. Basil l'aveva assunta informalmente per tenere i registri e trascrivere gli interrogatori, ma la sua vera utilità stava altrove. Cresciuta tra i vicoli di Whitechapel, conosceva i ladri, le botteghe, il gergo dei mercati. Sapeva pedinare, era veloce sui tetti e decisa nei pugni. I colleghi la chiamavano Lottie, e nessuno commetteva l'errore di sottovalutarla due volte. «Ho controllato il registro dei decessi,» disse senza preamboli. «La ragazza è stata sepolta ieri. Il custode riferisce che il cancello laterale era stato divelto, ma non ha sentito nulla. La famiglia Coates vuole che si indaghi: pare che la giovane fosse come una figlia per la signora.» Ashdown accennò un sorriso. Lottie era come una spina nel fianco della burocrazia: piccola, affilata, impossibile da ignorare. Ashdown guardò i suoi tre, uno per uno. Langford già chino sul rapporto, Bellamy con le braccia incrociate, Lottie con la matita sospesa sopra il taccuino. Non erano molti. Ma erano i suoi. «St Pancras,» disse il sergente, alzandosi. «Andiamo a vedere cosa ci hanno lasciato.» |
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