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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Delitti a Venezia: le nuove indagini
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Il pianto del Moro. Quella mattina Venezia non esisteva. La nebbia l'aveva cancellata, inghiottita, dissolta in un nulla bianco e denso che non era né cielo né terra né acqua. I vaporetti restavano in banchina, i turisti imbambolati fissavano il vuoto davanti al ponte di Rialto come se qualcuno avesse portato via il panorama con un colpo di spugna. I venditori ambulanti nemmeno aprivano i loro gabbiotti. Che senso aveva? Nessuno avrebbe visto la merce. Il commissario Andrea Vianello attraversò Campo dei Mori che erano le otto del mattino e non vedeva le proprie scarpe. Le conosceva bene, quelle scarpe: le aveva comprate tre anni prima da Calzature Marangon, in ruga Rialto. Sapeva che erano nere, che avevano i lacci un po' logori, che la suola destra era consumata all'esterno perché lui camminava storto, chissà perché, da sempre. Ma in quel momento, mentre la nebbia gli gelava i baffi e gli entrava nei polmoni come un respiro di spugna bagnata, avrebbe giurato di non avere piedi. «Commissario!» La voce di Alvise arrivava da qualche parte alla sua destra. O forse sinistra. Con la nebbia, i sensi si confondevano. «Sono qui, Alvise. Non muoverti, vengo io. O forse vieni tu. Non so.» L'agente Alvise Zennaro era giovane, ambizioso, e detestava la nebbia con tutto il cuore. Era di Mestre, lui. La nebbia in terraferma era una cosa: umida, fastidiosa, ma almeno sapevi dov'eri. A Venezia la nebbia era un'altra cosa. Era un inganno. I canali non si vedevano, i ponti apparivano all'improvviso, le calli diventavano trappole. Lui era già caduto in acqua due volte nel primo anno di servizio. Due. In dodici mesi. «È là, commissario. Vicino al Moro. Quello col cammello.» Vianello annuì, anche se sapeva che Alvise non poteva vederlo. Conosceva bene quel Moro. Campo dei Mori prendeva il nome da tre statue, tre figure in pietra incassate nei muri: storie di mercanti orientali, di fratelli Mastelli, di un passato che Venezia aveva dimenticato ma che le pietre ricordavano ancora. Quella col cammello, sì, era la più famosa. Sembrava guardare i passanti con aria rassegnata, come a dire: "Anche voi, come me, siete solo di passaggio". Oggi quel Moro aveva compagnia. Il corpo era ai piedi della statua, riverso sul selciato umido. Un uomo sulla cinquantina, giacca blu, camicia bianca, scarpe lucide. Troppo lucide per andare in giro con la nebbia, pensò Vianello. O forse no. Forse era uscito di casa la sera prima, quando la nebbia non c'era ancora. Forse era uscito e non era più tornato. «Chi l'ha trovato?» «Un fornaio, quello del pane in fondamenta. Passava di qui alle cinque, dice che non c'era nessuno. È tornato alle sette per portare le brioche a un bar e l'ha visto. Ha chiamato subito.» Vianello si inginocchiò accanto al corpo, con quella lentezza che aveva imparato negli anni. Le ossa non erano più quelle di trent'anni fa, e inginocchiarsi sui sassi umidi non faceva bene alle ginocchia. Ma certe cose andavano fatte di persona. L'uomo non aveva segni evidenti di violenza. Nessuna ferita, nessun sangue. Sembrava semplicemente addormentato, lì, in mezzo al campo. Solo un dettaglio strideva: la testa era girata verso la statua, il collo in una posizione innaturale, come se qualcuno glie l'avesse sistemata con cura. «La scientifica?» «Arriva. Con la nebbia...» «Lo so. Ci vorrà un'ora.» Vianello si alzò, sentendo le ginocchia protestare. Si aggiustò gli occhiali sul naso, un gesto automatico che faceva da sempre, anche quando non gli servivano. Guardò il corpo, poi la statua. Il Moro lo guardava dall'alto, con quei suoi occhi di pietra consumati dal tempo. «Cosa mi dici, Alvise?» «Dico che è morto, commissario.» «Bravo, Sherlock. Altro?» L'agente arrossì, anche se nessuno poteva vederlo. «Non sembra caduto. Se fosse caduto, avrebbe le gambe piegate, le braccia aperte, qualcosa. Lui è... composto. Come se qualcuno l'avesse messo lì. Sistemato.» «Sistemato, sì. Come una statua.» Il silenzio della nebbia era totale. Nessun rumore di passi, nessun vaporetto in lontananza, nessun gabbiano. Solo il respiro dei due uomini e il ticchettio lontano di qualche goccia che cadeva da una grondaia. «Allora, commissario? Aspettiamo?» Vianello guardò l'orologio. Le otto e dieci. La nebbia non si sarebbe alzata prima di mezzogiorno. Forse nemmeno allora. «No. Io comincio a guardarmi intorno. Tu resta qui. Quando arriva la scientifica, dì loro di non toccare nulla. Io vado a cercare quel fornaio.» Si incamminò verso fondamenta della Misericordia, o almeno sperava fosse quella. Con la nebbia, anche i punti cardinali perdevano senso. Ma lui era veneziano, nato e cresciuto a Cannaregio, e Venezia la sentiva addosso come una seconda pelle. Anche al buio, anche nella nebbia, anche bendato, sapeva dove andare. O così gli piaceva credere. Il fornaio si chiamava Bruno Scarpa, aveva sessant'anni, la faccia infarinata e le mani grandi come pale. Il suo forno era in fondamenta della Misericordia, un buco stretto e lungo che profumava di lievito e di legna. Quando Vianello entrò, lo trovò che impastava come se niente fosse. Come se non avesse trovato un morto due ore prima. «Commissario. Vuole un caffè?» «Volentieri.» Scarpa lasciò l'impasto, si asciugò le mani nel grembiule e versò due caffè da una moka che teneva sempre calda sul fuoco. Erano amici, in un certo senso. Non amici di quelli che si frequentano la domenica, ma conoscenze di quartiere. Vianello comprava il pane lì da sempre. «Allora, Bruno. Raccontami.» «L'ho già detto ai suoi. Alle cinque non c'era. Alle sette sì.» «Lo so. Ma io voglio sapere cos'hai pensato quando l'hai visto. Non cosa hai visto. Cosa hai pensato.» Il fornaio lo guardò, sorpreso. Poi capì. Vianello non cercava informazioni, cercava impressioni. L'odore di una scena, la sensazione. Quella roba lì che i verbali non la registrano mai. «Ho pensato...» Scarpa sospirò, bevve un sorso di caffè. «Ho pensato che fosse una statua nuova. Con la nebbia, si vede male. Ho pensato: "Mah, il comune ha messo un'altra statua". Poi mi sono avvicinato e ho visto che era un uomo. E ho pensato: "Sta dormendo?" Ma non si dorme così, per terra, col collo storto. Allora ho capito.» «Conoscevi l'uomo?» «No. Mai visto. Non era di questi posti. Volevo dire...» Si corresse. «Conosco tutti, io. Quelli che comprano il pane, li conosco. Lui non era uno che compra il pane da me.» Vianello annuì. Sembrava poco, ma era già qualcosa. La vittima non era del quartiere. Non era venuto lì per il pane, per un caffè, per un giornale. Era venuto per altro. O c'era stato portato. «Grazie, Bruno. Il caffè era buono.» «Glielo offro, commissario. Tanto...» Non finì la frase. Tanto c'era un morto, sembrava dire. Tanto oggi non è giornata. Uscendo, Vianello si fermò sulla fondamenta. La nebbia era ancora fitta, ma cominciava a diradarsi un poco. Riusciva a vedere il canale, o almeno la sua ombra scura che si muoveva lenta. Un gondoliere passò remando, una sagoma nera nella foschia, e per un attimo sembrò davvero un traghettatore di anime. Lui non credeva a queste cose. Non era tipo da fantasmi e leggende. Ma a Venezia, certe mattine, era difficile non pensarci. Tornò al campo. La scientifica era arrivata, tre uomini in tuta bianca che sembravano astronauti sulla luna. Il fotografo scattava immagini che nessuno avrebbe mai visto, perché il flash non riusciva a bucare la nebbia. «Commissario.» La dottoressa Ettore, il medico legale, si avvicinò. Piccola, energica, con gli occhi che sembravano sempre arrabbiati. In realtà era solo miope. «Allora?» «Morte per soffocamento. Qualcuno gli ha premuto un cuscino sulla faccia, probabilmente imbevuto di cloroformio. O qualcosa di simile. Niente segni di lotta, niente unghie rotte. Probabilmente lo conosceva. Si fidava.» «Ora della morte?» «Ieri sera. Tra le dieci e mezzanotte. Ma col freddo e l'umidità... Prenda tutto con beneficio d'inventario.» Vianello guardò il corpo che veniva messo nella sacca. Ora sembrava davvero morto, non più un uomo addormentato. La morte aveva preso possesso di lui. «Trovato qualcosa?» L'agente Alvise si fece avanti, orgoglioso. «Un biglietto, commissario. Nella tasca della giacca.» Glielo porse, chiuso in una busta di plastica trasparente. Era un foglietto piccolo, di quelli che si usano per gli appunti. Scritto a mano, inchiostro blu, una calligrafia elegante e antiquata. Diceva solo: San Giovanni Crisostomo. La verità è nel colore. La chiesa di San Giovanni Crisostomo era a due passi, dietro Rialto, infilata in una strettoia che pochi turisti conoscevano. Vianello ci andò a piedi, attraversando la nebbia che ora piano piano si alzava, scoprendo brandelli di Venezia: un capitello, una finestra gotica, un'edicola chiusa. La chiesa era piccola, quasi intima. Dentro, il silenzio era rotto solo dal respiro di qualche vecchia in preghiera e dal rumore dei passi sull'ammattonato. Vianello si tolse il cappello, per abitudine più che per rispetto. Non era uomo di fede, ma certe cose si facevano. La guardò per un lungo momento, poi si avvicinò all'altare maggiore. Non sapeva cosa cercare. La verità è nel colore. Che diavolo significava? Si guardò intorno. La chiesa era famosa per i dipinti. Il Bellini, il Giorgione... Ma quello era un campo minato. Troppi quadri, troppi colori. |
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