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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il prescelto
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Il viaggio. La sala delle riunioni era priva di spigoli. I mobili seguivano curve morbide, disegnate per ridurre al minimo l'aggressività visiva. Ma l'atmosfera era tutt'altro che pacifica. Otto individui erano disposti attorno a un tavolo ovale, al centro del quale pulsava un globo traslucido. Ogni tanto qualcuno si spruzzava del profumo sul collo o sui polsi, in rituali gesti automatici individuali. L'ambiente era pervaso da un brusio soffuso, generato dai sistemi vitali della nave che respiravano dietro le pareti lisce. L'aria era calibrata con precisione: temperatura costante, umidità controllata, composizione chimica regolata per mantenere lucidità e reattività nei centododici membri dell'equipaggio. Nessuna finestra interrompeva la continuità delle superfici, ma sopra il tavolo, oltre il globo traslucido, una porzione della volta proiettava una simulazione dello spazio esterno. Non era una vista reale, ma una rappresentazione filtrata, pensata per evitare distrazioni e mantenere l'attenzione sulla missione. Ogni elemento della stanza era progettato per eliminare il superfluo. Sotto il pavimento bianco, invisibili, scorrevano flussi di dati e di energia che collegavano ogni settore della nave, che scivolava nello spazio con una continuità innaturale. Solo a tratti si poteva cogliere una variazione minima, un cambio di frequenza nei sistemi di propulsione, segnale che le coordinate venivano ricalibrate in tempo reale ogni millisecondo. Un movimento indispensabile, poiché la destinazione si muoveva, come tutto nell'universo. Il capitano della nave si chiamava Finnik. Era molto alto, come del resto tutti i presenti, con spalle larghe e un volto scolpito nella roccia. Misurato, consapevole, in grado di scegliere tra dovere e giustizia, era abituato a parlare poco e ascoltare molto. Non era un eroe, ma era comunque un uomo di frontiera, uno che aveva vissuto più missioni di quante ne ricordasse. Aveva ricevuto il comando di questa perché sapeva obbedire, ma anche perché sapeva dubitare. Conosceva il prezzo degli errori irreversibili e aveva imparato a fare un passo indietro, quando necessario. Il suo comando era silenzioso, invisibile, ma permeava l'atmosfera. Aveva voluto quella riunione per ripetere un'ultima volta il piano ai suoi ufficiali. Sapeva che erano in grado di ascoltarlo con tutta l'attenzione necessaria, pur svolgendo altre attività in parallelo. Alla sua destra il primo ufficiale Tork, dai tratti marcati e gli occhi freddi, fissava il globo centrale con espressione cupa. Dalle informazioni che vi leggeva sopra, sapeva che il viaggio volgeva al termine. La missione sarebbe iniziata di lì a poco. Era un uomo impulsivo e diffidente, ma anche fedele agli ordini. Per lui, l'universo si divideva in due: utile e inutile. Anche se riteneva che Martin Mayer appartenesse al secondo caso, avrebbe fatto il suo dovere fino in fondo, come sempre. Quattro tenenti erano seduti di fronte a Finnik e a Tork. Texid, magro e con una cicatrice sull'arcata sopraccigliare, era l'ufficiale scientifico. Parlava sempre a scatti, come se le parole fossero troppo lente per lui. Aveva programmato la rotta con precisione e teneva sotto controllo gli elementi critici della nave tramite il micro dispositivo che indossava al polso sinistro. Ravot, massiccio, con le braccia incrociate, era il responsabile della sicurezza. In questa particolare missione avrebbe dovuto violare almeno sei protocolli e questo lo aveva irritato parecchio. Lo aveva irritato ma non preoccupato. Hodu, più anziano, annuiva lento a ogni frase pronunciata da Finnik, come se valutasse implicazioni mediche anche su questioni tecniche. Era un membro fondamentale della missione, dato che avrebbe dovuto assicurarsi che Martin fosse in piena salute e ci restasse per il tempo necessario. Sidea, responsabile delle comunicazioni, era impassibile e teneva lo sguardo fisso su un'interfaccia olografica sospesa nell'aria che solo lei sembrava vedere. In contatto permanente con la Base, aveva l'ordine di riferire lo stato d'avanzamento della missione in tempo reale. Alla sinistra di Finnik c'era il tenente Zix: immobile, gli occhi persi nel vuoto. Conosceva il piano a memoria e sapeva esattamente cosa fare in ogni evenienza. Anche lui, come Sidea, era in comunicazione fissa con la Base, ma a un livello più alto. Superiore anche al capitano. Era stato progettato per operare in missioni ad alta complessità emotiva e sociale. In apparenza, Zix era perfettamente umano: aspetto, movimenti, tono di voce, espressioni. Ma la somiglianza era solo una maschera. Dentro era diverso. Non pensava, calcolava. Non sentiva, valutava. Non credeva, verificava. Infine, a sinistra di Zix c'era il tenente Naila, impegnata a consultare sul suo tablet una scheda su Martin Mayer. Era l'unica a non sembrare tesa, ma il modo di usare quel dispositivo, con gesti frenetici e improvvisi, tradiva un'ansia repressa ma controllata. Il suo ruolo era quello di consigliare il capitano, offrendo prospettive emotive e psicologiche che la logica da sola non poteva fornire. La sua capacità di percepire le emozioni aveva fatto sì che la prima parte della missione, la più importante, fosse affidata a lei. Serviva una miscela di flessibilità, creatività e comprensione profonda, tutte qualità di Naila, ma servivano anche velocità, precisione e capacità di processare grandi volumi di dati, tutte qualità di Zix. Finnik conosceva il peso del comando e sapeva bene che, se la missione fosse stata un successo sarebbe stato per merito loro; se fosse fallita, la colpa sarebbe stata attribuita a lui. La Terra comparve nel globo centrale. La riunione si sciolse. Texid, Ravot e Hodu salirono sulla navetta.
Il Risveglio Martin aprì gli occhi, lentamente, quasi temesse di disturbare qualcosa. O qualcuno. La stanza sembrava... normale. Intorno a lui, mobili da salotto. Una poltrona scura imbottita simile alla sua, un tavolino, un mobile basso che gli ricordava il suo porta-TV. Tutto pulito, simmetrico, ordinato. “Dove sono?” pensò. “Che posto è questo?” La prima cosa che Martin aveva percepito era stato il silenzio. Un silenzio profondo, artificiale, pieno di assenza. Come nelle camere anecoiche. Poi erano arrivati la luce e l'odore. Una fragranza indefinibile, neutra. Qualcuno aveva cercato di copiare l'aria di una casa normale, senza sapere davvero com'è. Le pareti erano grigie, lisce, senza crepe. Si trovava su un lettino, ma non era un letto normale. Si trattava di un piano rigido, con angoli arrotondati. Il soffitto, insolitamente basso, dava una sensazione claustrofobica, come quello dei saloni delle navi. Ma la stanza era ferma: Martin non si trovava su un mezzo in movimento. Non c'erano lampade né finestre: la luce filtrava dalle pareti stesse. Diffusa, uniforme, priva di una fonte visibile. Non c'erano interruttori, prese o segni visibili di tecnologia. Ebbe l'impressione che la stanza non fosse stata costruita, ma generata con un sistema CAD tridimensionale e realizzata con automi operai, come aveva visto fare al CES di Las Vegas l'anno precedente. “Questo non può essere un ospedale. Troppo silenzio. L'arredamento è come quello di una casa normale, ma è nuovo, manca di vissuto.” Provò a muovere un braccio. Non ci riuscì. Anche le gambe erano bloccate, ma non provava dolore. “Sono legato? No, ma sono trattenuto. Qualcosa mi tiene fermo. Posso muovere la testa, ma non gli arti. Qualcuno mi ha rapito: devo accettare questa idea, per quanto mi ripugni farlo.” Martin si costrinse a calmarsi, a respirare lentamente. Rallentò il battito, almeno nella mente. Cercò un indizio, un oggetto, un'ombra. Ricordava bene cosa stava facendo prima di svegliarsi lì. Stava guardando un film e non aveva coscienza di essersi svestito per coricarsi. Si era addormentato sulla poltrona, di questo era sicuro. Quanto tempo era trascorso? Non sentiva i morsi della fame, dovevano essere passate solo le ore notturne. Fu allora che sentì la voce. «Buongiorno, Martin Mayer. Ti preghiamo di restare calmo, presto ti spiegheremo tutto.» Voce femminile. Calda ma artificiale. Un'intonazione da spot commerciale, tesa a convincere, più che a informare. “Una registrazione? Un assistente vocale? Ma perché? Cos'è questa messinscena? Se è un rapimento... hanno sbagliato persona. Io non valgo abbastanza. A meno che...” Un pensiero scattò. “Jessica. È successo qualcosa a Jessy? Dio, no. Non lei.” Il panico lo assalì, ma solo per un istante. Martin lo rimosse con la logica. Come sempre. Sua nipote non c'entrava, era ovvio. Avevano preso lui perché volevano lui. “È tutto troppo artificiale. Questa stanza è un set cinematografico. Qualcuno vuole farmi sentire a casa. Ma questa non è una casa. Non lo è mai stata. Manca il disordine della vita reale: un oggetto fuori posto, una piega nei tessuti, un segno d'usura. Tutto è coerente, calibrato, anche l'aria sembra immobile, poiché non percepisco odori. In un luogo chiuso devono esserci. No, questo posto non è credibile, è una fotografia statica, costruita solo per me. Vogliono farmi credere che è tutto normale, quando niente lo è. Hanno un obiettivo e credo di intuire quale sia. Vogliono soldi, questa è la spiegazione più plausibile. Ma io non sono milionario. Benestante sì, ma non valgo un rapimento.” Martin digrignò i denti. Quello poteva farlo. E attese. |
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