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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Antonio Rispoli
Titolo: Kathrine
Genere Fiction Ragazzi
Lettori 59
Kathrine
25 gennaio 2019, Brooklyn Hospital Center, New York City, Stati Uniti d'America
Era una di quelle giornate che sembrano presagire tempeste capaci di scuotere la terra stessa. Il cielo, un manto nero e minaccioso, si era tinto di nubi dense e piene di elettricità. Tra i massicci strati di cumulonembi, le particelle si sfregavano l'una contro l'altra, generando lampi incandescenti. Il vento caldo si alzava impetuoso dal suolo, spazzando via tutto ciò che incontrava: polvere e foglie si sollevavano in un turbine che offuscava la vista, come una nebbia improvvisa. Nel cielo, l'aria fredda si mescolava con quella calda, creando piccoli vortici che spingevano le nuvole verso la città, come se la natura stessa si stesse preparando a un'imminente esplosione.
Durante, mentre fuori il temporale infuriava, un'ombra maschile, avvolta nel buio di una sedia a rotelle, si stagliava contro i vetri dell'ospedale. Ignorando l'uragano che si scatenava all'esterno, l'uomo si muoveva con una certa fretta verso l'uscita.
«Ispettore, dove pensa di andare?» chiese una voce femminile, mentre l'uomo, sorpreso, voltava lo sguardo.
Il suo viso trascurato era segnato da occhiaie violacee, che si fondevano con la barba incolta che incorniciava i suoi occhi di ghiaccio. Non riuscendo a trovare una risposta che suonasse credibile, decise infine di restare in silenzio.
«Allora, ispettore?» insistette la voce, che presto si fece corpo. Una figura minuta, un'infermiera, uscì da una stanza vicina, e mentre si asciugava le mani, lo fulminò con uno sguardo carico di determinazione.
«Ah, è lei, infermiera?» disse l'uomo, riconoscendola e cercando di sviare il discorso. «Strano che non me ne sia accorto prima. I suoi capelli ramati e lisci sono inconfondibili.»
«Eh, già!» rispose lei, senza cedere ai complimenti, visibilmente infastidita. «Si vede che si è arrugginito, ispettore.» Poi, incurante della sua posizione, lo guardò fisso. «Perché non è in camera sua?»
«Mi ero stancato di stare rinchiuso in quelle quattro mura, quindi...» rispose l'uomo, quasi a giustificarsi.
«Ah, si è stancato di stare tra quelle quattro mura?» e con un rapido movimento, l'infermiera afferrò il borsone che l'ispettore teneva in grembo. «E questo, a cosa le serve?»
«Deve sapere che, poiché mi trovo su questa sedia a rotelle, ho voluto essere previdente e portare con me tutto ciò che potesse servirmi. Almeno così non dovrò fare avanti e indietro.»
«Ah, ma davvero? Un uomo così previdente!» ribatté lei con un sorriso beffardo.
«Beh, devo esserlo per forza, visto il mestiere che faccio,» rispose l'uomo, cercando di restare calmo.
«Ispettore, ma con chi crede di avere a che fare? Crede forse che io sia stupida?» domandò, ormai visibilmente alterata.
«Sì,» rispose lui, confuso, dando il via a un botta e risposta dai toni sempre più accesi.
«Come, sì?»
«Sì... cioè, no... cioè...» l'uomo si afflosciò, confuso dalle sue stesse parole.
«Ispettore Rivetti, è un sì o un no?» incalzò la donna, ormai sull'orlo dell'esasperazione.
«Boh, non lo so,» mormorò lui, portandosi le mani sul viso. «Uff, troppe domande.»
«Come non lo sa?» chiese lei, avanzando verso di lui con passo deciso. «Ispettore, le sue scuse! Subito!»
Un uomo, che stava osservando la scena, uscì dalla sua stanza e si avvicinò, attirato dal baccano. Era un medico, alto, afroamericano, con capelli corti e ricci, un naso prominente e baffi folti. Indossava il camice bianco, con la targhetta sul taschino che recava il suo nome: Dr. Smith.
«Ah, è lei, dottor Smith!» esclamò l'infermiera, voltandosi improvvisamente, colta di sorpresa dalla presenza di uno dei medici più influenti dell'ospedale. Il suo volto si fece rosso per l'imbarazzo.
«Posso sapere che sta succedendo qui?» chiese il medico, irritato dal trambusto.
«Ma niente, dottore...» rispose l'infermiera, cercando di sviare l'attenzione, ma il suo tentativo non fece che aumentare la tensione.
«Infermiera Dowson,» incalzò il medico, con tono più fermo, «mi spieghi subito cosa sta accadendo, o sarò costretto a prendere seri provvedimenti.» Il suo sguardo fisso e deciso metteva i brividi.
«Joe, dai, non fare così!» intervenne Gabriel, cercando di smorzare la tensione.
«Ah, sei tu...» Il dottore si portò la mano al viso, sfregandosi gli occhi con il pollice e l'indice. «Ma è possibile che ogni volta che ci sei tu succeda sempre qualcosa?»
«Cosa vuole farci, è il mio carattere!» rispose l'ispettore, sorridendo ironico.
«Sì, va bene, ma per favore, ditemi perché vi state mettendo a litigare? Poiché sono un medico e sono in servizio, dovrei fare altro che fare da paciere.»
«Non è nulla di grave, vero, Jessica?» cercò di minimizzare l'ispettore, lanciando un'occhiata complice all'infermiera, ma lei fece una smorfia di disapprovazione.
«Dowson,» avvertì il dottore, guardandola severamente, «mi dica la verità e mettiamo fine a questa scena che sta solo facendo perdere tempo a tutti noi.»
L'infermiera, visibilmente agitata, quasi balbettò: «La verità è che... la verità è che ho sorpreso l'ispettore Rivetti nel mezzo di un tentativo di fuga. Quando l'ho fermato, ha iniziato a inventare scuse, ma non sono caduta nel suo inganno. Da lì è nata una discussione che è culminata nel suo intervento.»
«Finalmente!» disse il dottore, alzando gli occhi al cielo e appoggiando una mano sulla spalla dell'infermiera, come per rassicurarla. «Visto? Non è successo nulla di grave, vedete?»
«Mi scusi, dottore,» mormorò l'infermiera, ancora visibilmente scossa.
«Non deve scusarsi per nulla,» le rispose il medico con un sorriso gentile. «Ha fatto bene, però la prossima volta cerchi di evitare di fare scenate in mezzo all'ospedale.»
«Come vuole lei, dottore!» rispose, ormai più sollevata ma ancora frastornata dalla presenza dell'uomo.
Nel frattempo, Gabriel aveva deciso di approfittare di quel momento di distrazione. Afferrò le ruote della sua sedia a rotelle con forza, cercando di spingerla verso l'uscita senza fare troppo rumore. Tuttavia, quando raggiunse la porta scorrevole, un'improvvisa resistenza lo fermò. Provò a spingere ancora, ma non riuscì a muoversi. Guardandosi intorno, non notò nulla di strano, quindi tentò nuovamente, ma la sedia sembrava incastrata. In quel momento, una mano si posò sulla sua spalla, facendolo sobbalzare.
«Ma che diavolo sta succedendo?» chiese Gabriel, sorpreso.
«Ispettore,» disse il medico, che nel frattempo si era avvicinato, «dove pensa di andare? Le ricordo che pochi giorni fa ha subito un'operazione per rimuovere una pallottola dalla spalla. La sua condizione fisica è ancora precaria. Sa bene cosa significa, vero?»
«Sì, ma lei mi aveva detto che stavo bene, e quindi ho pensato...»
«Lei non deve pensare, quello spetta a noi!» rispose il medico avvicinandosi con un'espressione severa. «Si rende conto che la ferita è ancora fresca e che ogni minimo movimento potrebbe riaprirla? Non può permettersi di perdere altro sangue!»
«Suvvia, dottore, non sarà né la prima né l'ultima volta che mi sparano sul lavoro,» cercò di minimizzare Gabriel, consapevole di essere in torto.
«Se continua così, questa potrebbe essere l'ultima!» esclamò Joe, il volto contratto dalla preoccupazione. «Lei crede che, siccome la pallottola ha colpito solo la spalla destra e non ha lesionato organi vitali, tutto vada bene. Ma non è affatto così. Devo farle capire che è estremamente debole e, anche se la ferita non è gravissima, in queste condizioni è a rischio!»
«Dia retta al dottore!» intervenne l'infermiera, che aveva ascoltato la discussione e sentiva il bisogno di dire la sua.
«Sei ancora qui?» sbuffò Gabriel, visibilmente infastidito dal fatto che tutti sembrassero essere contro di lui. «Cosa ne sa una ragazzina al primo giorno di lavoro di ferite d'arma da fuoco?»
«Punto primo: ho ventisei anni e questo non è il mio primo giorno,» rispose Jessica, avvicinandosi minacciosamente.
«Punto secondo: sono un'infermiera con anni d'esperienza.
Inoltre, davanti a lei c'è un luminare riconosciuto in tutto il mondo e, se permette, mi fido completamente del suo giudizio.»
«Jessica, calma!» intervenne il medico, posandole una mano sulla spalla per allontanarla da Gabriel.
«Mi scusi, dottore,» disse lei, portandosi una mano tra i capelli, imbarazzata.
«Non deve scusarsi, ma adesso vada pure. A lui ci penso io!» e, con un gesto rassicurante, la invitò ad allontanarsi.
«Ne è sicuro?» chiese Jessica, ancora incerta sul fatto che dovesse lasciare il paziente nelle mani del medico.
«Certo, vada pure. Con lui me la vedo io!» rispose Joe, sorridendole e aspettando che si allontanasse prima di rivolgersi di nuovo a Gabriel.
«Cosa c'è?» chiese l'ispettore, notando lo sguardo strano che il medico gli stava rivolgendo.
«Vede, ispettore... in verità non so da dove cominciare, ma cercherò di farle un discorso almeno sensato,» iniziò Joe, con tono più pacato. «So benissimo che lei è un eroe, le sue medaglie al valore parlano per lei...»
«Medaglie?» lo interruppe Gabriel, confuso.
«Sì, medaglie. Ah, non lo sapeva?» Joe si avvicinò, mettendosi faccia a faccia con lui per guardarlo dritto negli occhi. «Da quando è qui, i principali organi della difesa hanno celebrato il suo atto eroico, consegnandole le medaglie al valore che ha guadagnato sul campo. Inoltre, è stato candidato per una promozione. Con questo passo, presto diventerà commissario!»
«Ma cosa sta dicendo?» domandò Gabriel, sempre più confuso. «E come fa a sapere tutte queste cose?»
«Le hanno pubblicate su tutti i giornali!» rispose Joe con una certa nonchalance.
«E, sentiamo un po',» insistette l'ispettore, diffidente, «se è come dice lei, a chi avrebbero dato queste medaglie? Come vede, sono qui davanti a lei!»
«Le hanno consegnate al tenente Marie McEnroy, sua moglie, che per l'occasione le ha ritirate al posto suo.»
«Moglie?» Gabriel, incredulo, non riusciva a ricordare di essere sposato.
«Sì, non se lo ricorda? Forse la sua condizione è più grave di quanto pensassi.»
«Certo che me la ricordo!» esclamò l'ispettore, ma, ricordando il cambiamento che aveva attraversato dopo una decisione presa, decise di fare finta di nulla per non complicare ulteriormente la situazione.
«Sta dicendo la verità?» domandò Joe, scrutandolo sospettoso.
«Certo,» rispose Gabriel, cercando di sembrare convincente.
«Ma mi spiega cosa c'entra la mia carriera con il mio stato di salute?»
«Centra e come. Lei si sente indistruttibile, ma non lo è. Nessun eroe lo è. Se vuole guarire, dovrà accettare il fatto che non è invincibile. Si faccia aiutare!»
«Joe, io mi faccio aiutare.»
«Non mi sembra.»
«E va bene, cercherò di comportarmi meglio.»
«Ah, finalmente!» esclamò il medico, con un sorriso soddisfatto, mentre spingeva la sedia verso la stanza dell'ispettore.
«Joe, ma quando potrò uscire da qui?» domandò Gabriel, con un sorriso forzato.
«Se domani gli esiti delle analisi saranno positivi, penso che dopodomani potrà andarsene. Ovviamente, questo non significa che potrà tornare al lavoro. Le ordino riposo assoluto.»
«Ci proverò, Joe!» replicò l'ispettore, ormai rassegnato.
«Mi toglie una curiosità?» chiese il medico, notando l'eccessiva confidenza tra i due. «Perché mi dà del tu?»
«Ti dà fastidio?»
«No, però...»
«Ho capito. Ti stai domandando quando è successo che ho preso questa confidenza che solitamente non c'è tra medico e paziente.»
«Appunto!» ribatté Joe, più confuso che mai.
«Diciamo che è una storia lunga... Comunque, se ti dà fastidio, posso cambiare abitudine.»
«Va beh, ormai...»
Nel frattempo, i due avevano raggiunto la stanza di Gabriel e la discussione s'interruppe di colpo. Il medico, per evitare quel silenzio imbarazzante, accompagnò il paziente nel letto.
«Joe, ci vediamo domani?» chiese Gabriel, sperando che il giorno seguente gli avrebbe portato buone notizie.
«Certo, a domani!» rispose Joe, sorridendo, prima di girarsi per uscire. Tuttavia, proprio davanti alla porta, incontrò un poliziotto sulla cinquantina, che, visibilmente affannato, gli posò una mano sulla spalla e, con grande fatica, cercò di dirgli qualcosa.
«Sergente Smash, tutto bene?» chiese il medico, vedendo lo stato provato dell'uomo.
«Dottore... dottore...» l'uomo cercò di rispondere, ma sembrava senza fiato. «Ha visto l'ispettore?»
«Certo, l'ho appena lasciato.»
«Dov'è?» insistette il poliziotto, ansimando.
«È qui! L'ho appena messo a letto,» rispose il medico, indicando la porta della stanza. «Vede?»
Il sergente si affacciò e, vedendo Gabriel sdraiato nel letto, tirò un sospiro di sollievo. Poi, con un gesto affaticato, entrò nella stanza e si lasciò cadere su una sedia.
«Victor, tutto bene?» chiese Gabriel, notando la condizione del sergente.
«Adesso sì,» rispose l'uomo, riprendendo fiato. «Ma si può sapere dove diavolo era finito?»
«A questo posso rispondere io!» intervenne Joe, con un sorriso divertito, pronto a raccontare un'altra “imprese” dell'ispettore.
«Ma non è il caso,» provò a smorzare i toni Gabriel, consapevole di aver fatto qualcosa di sbagliato. «In fondo, non è successo niente di grave.»
«Beh, a questo punto non sarebbe un crimine dirlo,» disse Joe, trattenendo un sorriso beffardo.
«Allora?! Qualcuno mi dice cosa diavolo è successo?» urlò il sergente, ormai in grado di riprendere fiato.
«Si dà il caso che l'ispettore qui presente ha tentato di fuggire!» dichiarò Joe, senza alcun giro di parole.
«Cosa?» esclamò il poliziotto, sorpreso da quella rivelazione. Sconsolato com'era, si passò le mani sul volto con un gesto quasi disperato. «Ma cosa sta dicendo?» continuò, incredulo.
«Dai, non è successo nulla!» cercò di minimizzare Gabriel, nel disperato tentativo di sdrammatizzare la situazione.
«Non è successo nulla? Non è successo nulla?» urlò il sergente, quasi sollevandosi dalla sedia per prendere l'ispettore a schiaffi. «Ma le sembra normale che io riceva l'ordine di piantonarla, e lei scappa sotto il mio naso? Ha pensato alle conseguenze del suo gesto scellerato? Se mi scoprivano, avrei perso il posto e la faccia davanti all'intero dipartimento!»
«Ma non è successo, quindi?» replicò Gabriel, forzando un sorriso nervoso.
«Che diavolo sta dicendo?» Victor scattò dalla sedia, visibilmente alterato. «Mi vuole rovinare?»
«Avanti, si calmi!» intervenne Joe, resosi conto della bomba che aveva appena sganciato. Decise che era ora di fermare quella tempesta che rischiava di degenerare.
«Come faccio a calmarmi?» il sergente voltò lo sguardo verso il medico, portandosi le mani sul viso. «Questo maledetto ha pestato i piedi alla mafia, che se riesce a rialzarsi potrebbe vendicarsi, ed io sono qui per proteggerlo, ma lui non me lo permette!»
«Victor, non esageri!» Gabriel non poté fare a meno di interromperlo, infastidito dall'appellativo.
«Non devo esagerare?» Il sergente si voltò verso Joe, incredulo. «Ma lei ha sentito? Mi ha detto che non devo esagerare!»
«Sergente, si calmi!» il medico, ormai senza più parole, cercò di rimettere ordine nella situazione.
«Mi devo calmare? Ma io lo strangolo!» gridò, avvicinandosi al letto con l'intenzione di fare un gesto che avrebbe solo peggiorato tutto.
Joe, temendo il peggio, si precipitò a prenderlo per le spalle, spingendolo di nuovo sulla sedia con forza, e lanciò un urlo che risuonò per tutto il reparto. Poi si appoggiò al muro, stremato, passandosi le mani sul volto e sfiorando le tempie in un tentativo disperato di rilassarsi.
«Doc, come sta?» chiese Gabriel, preoccupato nel vedere il medico in quello stato.
«Tutto bene... Adesso, per favore, basta! Non è successo nulla!» Joe li guardò intensamente, ripetendo lentamente, con un tono fermo: «Non è successo nulla. Chiaro?»
«Sì, dottore!» rispose subito il sergente, come se avesse temuto per la sua vita.
«E tu?» chiese Joe rivolgendosi a Gabriel, che ancora sembrava convinto di essere nel giusto.
«Sì, sì, è tutto chiaro», rispose l'ispettore con un sorriso che tradiva la sua superficialità.
«Ho detto», continuò il medico, avvicinandosi con determinazione, «è chiaro?»
«Sì, Joe», ammise Gabriel, rendendosi conto che non avrebbe potuto opporsi oltre, soprattutto alla luce della reazione di Joe.
«Adesso sì!» disse il medico, soddisfatto di aver finalmente ristabilito l'ordine. Si diresse verso la porta, pronto a chiudere quella discussione. Ma proprio quando stava per uscire, si trovò davanti Jessica.
«Maledizione, ma quando finisce questa storia?» borbottò Joe, esausto.
«Dottore, c'è qualcosa che non va?» chiese l'infermiera, notando il suo evidente affaticamento.
«No, niente... Perché è qui?»
«Hanno sentito delle urla provenire da questa stanza e sono venuta a vedere cosa stesse succedendo.»
«Qui non succede nulla. Se non ha altre domande, può andare!» disse Joe, con una punta di irritazione.
«In realtà, le ho portato gli esiti delle analisi che aveva richiesto per l'ispettore», rispose Jessica con tono professionale.
«Me li dia subito, cos'aspetta?»
«Ecco a lei!» replicò l'infermiera, visibilmente stizzita dal comportamento del medico, porgendogli i documenti con rapidità e dirigendosi verso la porta, sbattendola dietro di sé.
Joe, ignorando l'atteggiamento della giovane, prese gli esiti e iniziò a sfogliarli con attenzione. Un sorriso di sorpresa gli si dipinse sul volto.
«Cosa c'è, doc?» chiese Gabriel, curioso di sapere cosa stesse leggendo.
«Gli esami sono buoni», rispose Joe con un sospiro di sollievo. «E posso già anticiparle che oggi la manderò a casa.»
«Davvero?» Gabriel non riusciva a credere alle sue orecchie.
«Sì, e non voglio rivederla mai più!» rispose Joe, sorridendo maliziosamente.
«Dottore, ma è proprio il caso di dimetterlo quando fuori c'è un temporale simile?» intervenne il sergente, desideroso di avere conferme dalla decisione del medico, così da avvisare i suoi superiori e prendere tutte le precauzioni necessarie.
«Quale temporale? Il cielo è nuvoloso, ma nulla di che», ribatté Joe, avvicinandosi alla finestra per dare un'occhiata fuori.
«Ispettore, lei è davvero fortunato! Stamattina il cielo era così nero che sembrava notte, e la pioggia e il vento erano così forti da non riuscire a vedere neanche a un palmo dal naso!» disse Victor, rivolgendosi a Gabriel, che, impaziente com'era, stava già pregustando l'imminente libertà.
«Si vede che lassù c'è qualcuno che mi vuole bene!» esclamò l'ispettore, con un sorriso di soddisfazione.
«Bene, allora io vado a preparare i documenti per dimetterla!» annunciò Joe, correndo fuori dalla stanza, il viso illuminato da un sorriso compiaciuto.
«Allora vado anch'io», disse Victor, dirigendosi verso la porta. «Devo comunicare le novità al comando e avvisare la sua famiglia che deve venirla a prendere.»
«Okay, io aspetto qui!» rispose Gabriel, entusiasta, con un sorriso che non riusciva a smettere di brillare.
Qualche ora più tardi...
Gabriel era ancora seduto sul letto, il borsone stretto tra le mani, mentre si voltava nervosamente verso la porta, sperando che qualcuno venisse a comunicargli che finalmente poteva andare. Improvvisamente, sentì bussare. In un attimo, saltò giù dal letto, si sistemò sulla sedia a rotelle e si precipitò ad aprire la porta.
Si trovò davanti Joe, con un'espressione impaziente.
«Ispettore, è pronto?» chiese il medico, con un sorriso che tradiva la sua soddisfazione.
«Certo, non vedo l'ora!» rispose Gabriel, raggiante.
«Molto bene», disse Joe, porgendogli una cartella. «Questi sono tutti i documenti per le visite di controllo e le sue dimissioni. Lei è ufficialmente libero e può andare quando vuole.»
«Peccato, mi ero abituato a restare qui», disse Gabriel, fingendo tristezza.
«Noi invece no!» esclamò Joe, con un mezzo sorriso isterico che tradiva la sua esaustione.
«Quasi, quasi resto qualche altro giorno.»
«Cosa?» rispose Joe, visibilmente stupito e altrettanto agitato.
«Ahahah... Si calmi! Ahahah...» Gabriel scoppiò in una risata incontrollabile. «Stavo solo scherzando!»
In quel momento, la porta si aprì e una bellissima donna con capelli biondi e occhi verdi, parzialmente coperti da occhiali da vista, entrò nella stanza.
«Ah, finalmente sei arrivata!» esclamò Gabriel appena la vide.
«Scusami, ma solo adesso mi sono liberata.»
«Chi è questa bella ragazza?» intervenne Joe, sorridendo affabilmente.
«La ringrazio per il complimento, ma ho ventotto anni e sono la moglie dell'ispettore», rispose la donna, lusingata.
«Se li porta benissimo!»
«La ringrazio. Comunque, io sono Marie McEnroy...» cominciò a presentarsi, ma le sue parole furono interrotte da una piccola tornado che irrompeva nella stanza. Una bambina corse verso Gabriel, si lanciò al suo collo e lo avvolse in un abbraccio affettuoso, riempiendolo di baci. Marie, visibilmente imbarazzata, cercò di scusarsi per l'irruenza della piccola, ma Joe, con un cenno del capo, le fece capire che non c'era bisogno di farlo.
«E questa bambolina chi è?» chiese il medico, sorridendo e accarezzando la testolina bionda della piccola.
«È nostra figlia, Kathrine!» rispose la madre, il sorriso ancora presente sul volto.
«E quanti anni ha questa meraviglia dai capelli d'oro?»
«Ho otto anni!» rispose la bambina con un sorriso che illuminava la stanza, distogliendosi per un attimo da Gabriel. «E tu, quanti anni hai?»
«Io sono molto vecchio. Ho ben quarant'anni!» rispose il medico, facendo un'espressione affettuosamente stanca.
«Ma tu sei quello che ha curato il mio papà?»
«Sì, sono io, e ti assicuro che il tuo papà ora sta benissimo!» le rispose Joe con un sorriso rassicurante. «E, sai, c'è anche un'altra notizia che voglio darti. Vuoi sentirla?»
«Sì!» esclamò Kathrine, i suoi occhi curiosi brillanti di attesa.
«Oggi, il tuo papà torna a casa con te!»
«Lo sapevo già!» rispose lei, facendogli una linguaccia di sfida.
«Kat, non si fa!» la sgridò Marie, imbarazzata dal comportamento della figlia, ma la piccola si limitò a ridere di gusto.
«Non si preoccupi, è solo una bambina,» disse Joe, sorridendo per l'innocenza e l'energia della piccola.
«Scusate se v'interrompo,» disse Gabriel con tono impaziente, «ma io vorrei davvero tornare a casa.»
«Sì, sì, adesso andiamo,» rispose Marie con un sorriso mentre si preoccupava di avvisare il sergente, «ma dobbiamo aspettare che torni Victor per dirgli che sono venuta a prenderti.»
«Non si preoccupi, ci penso io!» s'intromise Joe, facendo un gesto che comunicava la sua disponibilità.
«Sei sicuro che non è un disturbo?» chiese Marie, con un'espressione di genuina preoccupazione.
«Nessun disturbo. Tanto devo restare qui per altre sei ore,» rispose il medico, già pronto a dare una mano.
«Ah, quasi dimenticavo,» disse Marie, rivolgendo un sorriso affettuoso al marito, «mi è arrivata una telefonata poco prima che venissi.»
«E che ti hanno detto?»
«Che ti hanno promosso a Capo del Dipartimento!» annunciò Marie, con evidente entusiasmo.
«Allora dobbiamo festeggiare?!» replicò Gabriel, alzando un angolo della bocca in un sorriso soddisfatto.
«Sì, ma non qui!» rispose Joe, divertito dal clima festoso che si stava creando.
«No, no, ora torniamo a casa,» disse Marie, con un tono di voce che cercava di calmare l'atmosfera. «Non vogliamo arrecarti altri disturbi. E poi... le sorprese non finiscono qui.»
«Ancora? E adesso che altro succede?» chiese Gabriel, ormai del tutto spaesato da tutte quelle novità. «Spero almeno che siano buone notizie!»
«Buonissime,» rispose Marie, gli occhi che brillavano di gioia. «Hanno promosso anche me!»
«Hanno promosso anche te?» chiese Gabriel, incredulo, guardandola con occhi sgranati.
«Sì,» rispose Marie, con un sorriso che non riusciva a nascondere la sua soddisfazione. «Sono stata promossa a ispettore. Grazie alle mie conoscenze informatiche, sono riuscita a localizzare i depositi e i nascondigli che la mafia usava per i suoi traffici. E non solo. Ho hackerato i conti correnti dei boss e sequestrato tutto il loro denaro. Ora non hanno più nulla!»
«In pratica mi stai dicendo che hai continuato il mio lavoro?»
«Esatto! Tu li avevi messi in ginocchio, ed io ho fatto in modo che la mafia non possa mai più attecchire in questa città. Almeno, non per un bel po'.»
«Ma è fantastico!» esclamò Gabriel, il cuore che gli batteva forte per l'orgoglio. Si alzò faticosamente dalla sedia a rotelle e la abbracciò stretta, sentendo il bisogno di farle capire quanto fosse fiero di lei. «Allora i festeggiamenti saranno doppi, ma che dico doppi, saranno tripli! Finalmente sono riuscito nel mio intento. Il mio amico e collega Antony è stato vendicato. Grazie mille, amore!»
«Ahahah... Ma sei impazzito?» disse Marie, ridendo di cuore, mai avendo visto suo marito così euforico.
«No, sono solo felice!»
«Direi che sarebbe meglio conservare un po' d'euforia per quando sarete a casa,» intervenne Joe, con un sorriso complice. «Altrimenti, di questo passo, dovremo ricoverarla di nuovo!»
«No, no, per carità!» esclamò Marie, che non vedeva l'ora di portare Gabriel a casa. Aiutandolo a sedersi sulla sedia a rotelle, lo spinse fuori dalla stanza con uno slancio scherzoso che fece scoppiare a ridere tutti i presenti.
Poco dopo, la famiglia McEnroy lasciò l'ospedale, salutando il medico con un sorriso di gratitudine, e si diresse verso casa. Gabriel, felice e commosso, non poteva fare a meno di pensare a come la sua vita fosse cambiata radicalmente. In fondo, quella scelta l'aveva portato a una nuova realtà, e sapeva che niente sarebbe stato più come prima. Adesso spettava a lui adattarsi a tutto ciò che il futuro gli avrebbe riservato.
Antonio Rispoli
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