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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Eleonora e le altre
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Il corridoio è lungo, troppo lungo, infinito. Ogni volta che lo percorro mi sento a disagio e non vedo l'ora di uscirne. Per questo motivo affretto il passo e abbasso lo sguardo per non vedere quelle interminabili pareti, tutte bianche, lisce, uguali.
Ho come l'impressione di entrare in un labirinto dal quale non sia possibile uscire.
Per sapere in che punto mi trovo, guardo i disegni sul pavimento che pian piano ho imparato a riconoscere.
Ora, per esempio, sono all'altezza del refettorio, me lo dice una stella a cinque punte di marmo policromo.
Continuo ad avanzare a testa bassa, poi mi fermo di scatto, la mente è confusa, non ricordo più dove mi sto recando. L'ansia mi assale e sento alcune gocce di sudore scivolare lungo le tempie. Rimango in questo stato per un tempo incalcolabile, poi, un poco alla volta, tutto si chiarisce e riprendo ad avanzare fino a che, sul pavimento, appare una croce bizantina bianca e nera. Ecco, sono arrivata.
Mi fermo davanti alla porta, busso, attendo qualche istante. Un tremore incontrollato si impossessa d'ogni parte del mio corpo, non riesco a dominarlo. Mordo con forza il labbro inferiore e pare che questo funzioni, ritorna la calma, entro.
La madre superiora è china sullo scrittoio, la penna d'oca in mano, le dita sporche d'inchiostro.
«Accomodati sorella, sarò da te fra un momento» dice con voce ferma, senza degnarmi di uno sguardo.
Obbedisco, eppure sono in ansia, e il tremore ritorna. Non mi spiego il motivo di questa convocazione.
Sono qui solo da alcuni giorni e in questo tempo non ho avuto modo di rivolgerle una sola parola, né lei a me. Per la verità non ho parlato quasi con nessuna delle consorelle, solo qualche cenno di saluto, giusto per quel minimo di cortesia che si impone nelle comunità.
L'unica con cui ho parlato è stata una certa suor Benedetta. Ero appena arrivata dopo un interminabile viaggio, l'ho vista e le ho chiesto dove si trovassero le celle di noi monache. Lei è rimasta sulle sue, nemmeno un sorriso, ma si è affrettata ad accompagnarmi e lungo il tragitto abbiamo scambiato due parole, proprio per non fare scena muta.
Ho l'impressione, se non la certezza, d'essere invisa alle più e d'altronde, come dar loro torto. Se mi trovassi al loro posto, farei lo stesso.
Il cuore batte forte, come se volesse saltar fuori dal petto e se potessi, mi alzerei per rifugiarmi nella mia cella.
La madre continua a scrivere come se non esistessi e questo non fa che accrescere la mia inquietudine.
Finalmente smette, rilegge più volte, sembra soddisfatta. Piega con cura la pergamena, la allontana un poco da sé, alza lo sguardo e si stupisce nel vedermi dall'altra parte dello scrittoio. S'era completamente scordata di me.
Si ricompone, chiude per un attimo le palpebre, come volesse ricordare qualcosa: «Allora, suor ...»
Il silenzio che ne segue è imbarazzante. Arrossisco, chino il capo e con un filo di voce, pronuncio il mio nome.
«Agnese».
«Ah, si. Agnese».
È evidente che sta ancora riflettendo su ciò che scriveva, poi riprende:
«Allora sorella, come ti trovi da noi? Ti sei ambientata?»
«Non ancora» rispondo sempre a voce bassa.
«Parli sempre così piano? Faccio fatica a sentirti».
Non rispondo.
Si ferma, come se in quell'istante si fosse ricordata di qualcosa. Apre il cassetto dello scrittoio e si mette a cercare fra le carte. Fruga, corruga la fronte e infine ecco, trova ciò che cercava. Un plico di vari fogli, lo piazza al centro del tavolo, ci batte sopra il palmo della mano come a dire: “qua c'è tutto” e riprende a parlare.
«La Curia generalizia mi ha accuratamente informata su ciò che è accaduto a Santa Marta».
Continuo a rimanere in silenzio e lei va avanti.
«Ne avete combinate di tutti i colori. Spero che adesso avrai messo la testa a posto».
Non merita risposta, quindi taglio corto: «Se ha finito ... me ne andrei».
«No! Non ho finito. Vedo che non ti piace affrontare l'argomento. Bene, passiamo ad altro».
Raccoglie in fretta i fogli sparsi davanti a sé e li ripone nel cassetto.
«Ti ho convocata perché è mia intenzione affidarti un incarico della massima importanza e delicatezza».
Finalmente s'è decisa a parlare d'altro, tuttavia resto diffidente. Certamente ci sarà qualche trappola e preferisco starmene in ascolto senza commentare
La madre continua: «Effettivamente ero dubbiosa, molto dubbiosa. La questione è talmente complessa che non riuscivo a prendere una decisione. Ho pregato notte e giorno perché il Signore mi aiutasse a discernere e alla fine, le mie preghiere sono state esaudite, e ora eccoti qua».
«Se posso chiedere ... come il Signore le ha indicato il mio nome?»
La madre si schiarisce la voce, è a disagio, sembra voglia prendere tempo. Abbassa lo sguardo e, quasi parlasse tra sé e sé, mormora appena: «In verità non mi ha fatto il tuo nome. Non Lui direttamente. Mi ha parlato di te suor Benedetta, quando mi ha riferito della tua intenzione di non rinnovare i voti e rinunciare alla vita monacale».
Chi crede di essere questa suor Benedetta.? Come s'è permessa di fare il mio nome e di rivelare le mie intenzioni? La colpa è tutta mia, ho fatto male a confidarle i miei propositi. Ero talmente stanca e delusa, che quasi non riuscivo a ragionare. Le ho parlato per pura cortesia, e deve essere stato allora che mi sono lasciata andare senza rendermene conto. Si è trattato di un momento di debolezza e me ne pento amaramente, anche se, oramai è troppo tardi ed è meglio che torni a concentrarmi sul colloquio.
Le argomentazioni della superiora mi deludono, anche se le riconosco la sincerità. Cerco di controllare le mie emozioni e con un mezzo sorriso chiedo: «E invece di lasciarmi andare per la mia strada, decide di affidarmi un incarico? “Un incarico di rilievo”, per citare le sue parole».
«Già, sembra assurdo, ma è proprio così.»
Non ha neppure provato a darmi uno straccio di motivo. Come si può essere così approssimativi? No, questa vita non fa per me e ora ne ho la dimostrazione.
La madre alza lo sguardo, mi fissa dritta in volto e continua: «Chi non lascerebbe le novantanove pecorelle per andare in cerca di quella smarrita?»
Le citazioni evangeliche lasciano il tempo che trovano. Sono buone solo per chi non ha argomenti convincenti e si rifugia nelle Scritture.
La superiora continua: «Serella Benedetta mi ha anche riferito delle tue paure, della tua fobia e mi sono convinta che adempiere a questo servizio, non potrà che farti bene.»
Anche questo le ho confidato? Dovevo proprio essere fuori di testa.
Suor Domitilla si aspetta una reazione, che però non arriva, e continua: «In ogni caso, il rinnovo dei voti è fissato per l'inizio della primavera. Avrai tempo fino ad allora per decidere del tuo futuro. Nel frattempo potrai renderti utile svolgendo al meglio questo incarico.»
«E di che cosa si tratterebbe?»
«Dovrai prenderti cura di una anziana, nostra sorella Luigia.»
E questo sarebbe l'incarico della massima importanza? Assistere una vecchia rincitrullita e magari già segnata dalla morte?
Il mio viso si avvampa, anche se conservo la calma: «Che cosa intende per: “prendersi cura?”»
La reverenda madre unisce le mani come fosse in preghiera. Il suo sguardo è limpido e un leggero sorriso si fa strada addolcendo la sua espressione.
«Non temere, non ti sarà chiesto di fare cose per le quali non sei portata. Sorella Luigia è già assistita da due inservienti, due giovani fanciulle del villaggio. Sono loro che provvedono alle sue necessità corporali. Ciò che le manca è la presenza di una persona istruita, che sappia leggere, che ami la pittura, la musica, che sappia intrattenere una conversazione non banale.
Soprattutto, di qualcuno che la accompagni nel suo ultimo viaggio. Per quanto mi dicono, tu possiedi tutte queste doti. Vedremo se sei la persona giusta».
«Una sorta di dama di compagnia?» domando per fugare ogni dubbio.
La madre non risponde, libera le dita dall'intreccio, si china leggermente sulla sinistra, apre nuovamente il cassetto, ne tira fuori una chiave e la appoggia sullo scrittoio.
«Questa è la chiave della cella di sorella Luigia, te la affido».
«Perché la tenete chiusa a chiave, non è mica una prigioniera?»
«Certo che non lo è, ma per la sua incolumità, è meglio tenere la porta chiusa a chiave».
Suor Domitilla impugna nuovamente la penna, cerca un foglio su cui scrivere. Poi si ferma un istante, porta la piuma a sfiorare le labbra, e infine conclude: «Inizierai domattina, subito dopo la preghiera comunitaria. Per ogni necessità, potrai far riferimento a suor Benedetta».
Si ferma, fissa il vuoto, poi si scuote: «È tutto, puoi andare».
La sua attenzione torna a essere tutta per quel pezzo di carta che ha davanti agli occhi.
Eccomi ancora alle prese con quell'interminabile corridoio.
È indispensabile capire in quale guaio mi sto cacciando. Devo assolutamente parlarne con suor Benedetta. Strano che sia stata proprio lei a pronunciare il mio nome, in fondo ci conosciamo appena. Sì, è giovane, pressappoco della mia età e, a vederla, sembra una persona sveglia, ma di più non saprei dire, se non che ha la lingua lunga.
Attendo pazientemente che faccia sera, e subito dopo la compieta, la raggiungo nel chiostro, la affianco e le riferisco del colloquio con la madre superiora, nella speranza che mi riveli qualcosa di più, su come comportarmi e cosa fare. Invece no, se ne sta sulla difensiva, limitandosi ad annuire. Quando poi le chiedo di raccontarmi un po' di cose su sorella Luigia, si irrigidisce, come se reputasse l'argomento pericoloso e mi congeda sostenendo che sta facendo tardi a non so quale incontro di preghiera. Una cosa però me la dice allontanandosi, si volta di scatto e quasi urlando: «Affronteremo ogni problema man mano che ve ne sarà bisogno».
Tutto questo mi innervosisce da morire e il risultato è che non riesco a chiudere occhio. Passo l'intera notte a rimuginare sul colloquio con la superiora e lo strano atteggiamento di quella sorella. La veglia è insopportabile e un poco alla volta, senza rendermene conto, mi trovo a ripensare agli avvenimenti di Santa Marta. Rivedo la scena come se stesse accadendo ora. La giovane Lucia che fruga nel pavimento dell'orto dove io e Lorenza tenevamo i “libri proibiti”.
«Che cerchi Lucia?» le avevo chiesto e lei: «Nulla sorella, ho visto una lucertola sparire lì dentro, nulla di più». Solo che le mani le tremavano tanto vistosamente, da indurla a nasconderle dietro la schiena.
Era da poco finito il Concilio Lateranense e molte di noi speravano che anche nei conventi si sarebbe respirata aria nuova, aria di libertà; non così a Santa Marta. Due notti dopo, le campane suonarono fuori orario. Una chiamata d'urgenza. Tutte noi fummo radunate nella sala del capitolo. Il volto di suor Battistina, la superiora, era scuro come l'inchiostro. Davanti a tutte, fece deporre sul tavolo un piccolo mucchio di testi vietati: gli scritti di Erasmo, alcuni in volgare e la copia consunta del “Dialogo della signora Moderata Fonte” che trattava delle ingiustizie contro le donne.
«Questi libri - tuonò la superiora - sono stati trovati grazie allo zelo e alla purezza di cuore di una giovane tra noi. Sorella Lucia ha dimostrato che cos'è la vera obbedienza».
La giovane se ne stava a capo chino, con una piega fredda nel viso.
La madre continuò a inveire: «Chi introduce idee eretiche in convento, sarà segregata in clausura perpetua. A partire da domani, suor Agnese e suor Lorenza saranno separate. Non avranno contatti, non parleranno, non scriveranno e non usciranno mai più».
E fu così che, di fronte alla prospettiva di una clausura perpetua, meditai la fuga. Ero a conoscenza di una botola nascosta dalle sterpaglie che si trovava proprio dietro la cappella. Da quel luogo si accedeva ai resti dell'antico monastero. Da lì in poi, uscire incontro alla libertà, era un gioco da ragazzi.
Ne parlai con Lorenza che si disse d'accordo e così, in una notte di pioggia e vento, una di quelle in cui manco i lupi hanno il coraggio di uscire dalle loro tane, mi trovai nel posto e all'ora convenute, ma ad aspettarmi non c'era suor Lorenza bensì, suor Battistina, che mi urlò: «Fermati. Nel nome del Signore».
Dallo spavento, lasciai cadere a terra la lanterna e scoppiai in lacrime, mentre il cuore batteva così forte da farmi male.
Non era tanto l'esser stata sorpresa, quanto il constatare che Lorenza mi avesse tradita, forse per paura, forse per acquistare credito agli occhi della madre e magari ottenere una attenuazione del castigo. Sta di fatto, che ero rimasta sola a vedermela con quell'invasata.
La superiora, avvolta nel suo mantello, gli occhi fissi e terribili, imprecò ancora: «Tradisci il tuo voto, tradisci Cristo stesso».
«Cristo non è questa prigione. Cristo non chiude le bocche. Cristo cammina con chi ha il coraggio di parlare».
Fu allora che un colpo di bastone mi colpì alla tempia. Quando riaprii gli occhi, avvertii un dolore intenso, come se mi stessero battendo con un martello.
Venni rinchiusa in una piccola cella, in totale isolamento. Anche il cibo, se così si possono definire una pagnotta stantia e una ciotola d'acqua, venivano passati attraverso lo spazio che separa il pavimento dalla porta.
Persi la cognizione del tempo e mi convinsi che sarei marcita in quella cella fino alla fine dei miei giorni. E invece, poco tempo dopo, quella porta si aprì.
Riconobbi subito il volto di Padre Girolamo, il confessore del convento. Il suo sguardo era duro e colmo di tristezza. Provai ad alzarmi, le gambe non erano più abituate a reggere il peso del corpo e ricaddi giù.
«Suor Agnese, il silenzio è legge, tu lo hai infranto e peggio, hai sfidato suor Battistina».
Avrei voluto rispondere, ma mi resi conto che non sarei riuscita a muovere le labbra e rinunciai.
«L'eresia e la ribellione mettono in pericolo la salvezza di tutte». Sentenziò il frate e aggiunse: «La superiora si aspetta una punizione esemplare. Non si può permettere che il seme della rivolta attecchisca».
Provai a replicare, ma non ne ebbi le forze e lui concluse: «Il male va estirpato con rapidità, per questo, oggi stesso, sarai trasferita al convento di Santa Maria Addolorata. Non è stato facile convincere la madre superiora ad accettarti, anche se, alla fine, ha detto si».
E fu così che, senza domandarmi se me la sentissi oppure no, mi presero su di un carro e mi condussero a Santa Maria Addolorata.
Eppure, tutto questo mi è servito, ho imparato la lezione. Per uscire da questo luogo non serve fuggire, basta avere pazienza e al momento opportuno, non rinnovare i voti.
Alle prime luci del giorno, i brutti ricordi sembrano svanire. Mi inginocchio accanto al letto e invoco il Signore affinché mi sostenga in questa difficile prova. Egli mi risponde. Sì, è così. Sento distintamente la sua voce che dice: “Non temere, sarò con te, in ogni momento.”
Ed ecco una sensazione di pace, di pace infinita, quella vera, che non provavo da anni, che forse non ho provato mai.
Affrontare la giornata adesso è più facile, almeno spero. Tuttavia, quando mi trovo a percorrere il corridoio, ecco che tutti i timori tornano.
Mi faccio forza, punto gli occhi a terra e avanzo.
Sono alla porta della cella di suor Luigia, sul pavimento c'è un cerchio che raffigura una rosa dei venti, o qualcosa di simile. Sarà il mio riferimento per le volte a venire.
La porta non è chiusa, la scosto appena, entro e quello che vedo mi lascia a bocca aperta. Sono esterrefatta, mi strofino gli occhi per essere certa di non sognare e, quando li riapro, l'incredulità svanisce davanti a tanta bellezza.
Il solo vano d'ingresso è almeno il doppio della mia cella. Tendaggi di velluto rosso alla finestra e, al centro, un tavolo in legno massiccio, con sopra un vassoio colmo di frutti mai visti prima e quattro sedie intarsiate, belle e imponenti. Sulla parete trova posto una credenza finemente lavorata e tutto intorno, a ricoprire quasi per intero le pareti, numerosi dipinti abbelliti da smisurate cornici dorate.
Sono quasi tutti ritratti di uomini e donne. A giudicare dalle loro vesti, direi che si tratta di personaggi illustri che però, mi sono sconosciuti.
Avanzo timorosa e mi sposto lentamente nella stanza alla mia destra. Davanti a me c'è un letto enorme con tanto di baldacchino e drappi di velluto damascato, un bel camino in pietra viva che emana ancora calore e sul lato opposto, un' ampia vetrata con vista sul roseto del chiostro. Un appartamento principesco, altro che cella.
Tanta opulenza mi fa sentire una poverella ed ecco che il panico torna a farsi vivo e il respiro diviene affannoso.
Il letto è sfatto, vuoto.
Odo una voce canticchiare una vecchia filastrocca e solo allora noto una porticina sul lato più lontano. La voce viene da là, da dietro la porta. Busso appena, senza però ottenere alcuna risposta. Busso nuovamente, questa volta con maggiore energia e subito una voce risponde: «Entra pure cara».
Apro e davanti a me sta una grossa tinozza imbottita di tessuto. Il profumo delizioso di erbe fresche riempie tutta la stanza. Una figura in controluce, capelli bianchi, raccolti sulla nuca, mi dà le spalle, immersa fino al collo nell'acqua fumante.
«Dov'eri finita? Ho freddo. Passami quel telo e aiutami a uscire».
Eseguo senza fiatare e solo quando mi avvicino per porgerle il telo, mi accorgo dello stupore che le segna il viso.
«E tu chi sei? Come ti permetti di entrare nella mia stanza da bagno?»
Apro la bocca, pronta a risponderle in malo modo. In quel preciso momento, però, dalla porta socchiusa, fa capolino il viso tondo e sorridente di una giovinetta.
«Eccomi madre, sono qui».
La ragazza si frappone fra me e la donna, sfila dalle mie mani il telo, afferra da terra uno sgabello, lo immerge nella tinozza e con movimenti sicuri, la aiuta a sollevarsi e a uscire dalla bagnarola, e subito la ricopre con l'asciugatoio e le strofina con energia la schiena.
«Piano, piano. Così mi fai cadere» piagnucola l'altra.
La giovane serva si rivolge a me con un inchino: «Buongiorno sorella, mi chiamo Rosetta. Sono a servizio di suor Luigia già da qualche tempo».
«Non perderti in inutili convenevoli, e continua ad asciugarmi, che ho freddo».
Mi sento fuori luogo, la mia fronte è imperlata di sudore. Chino il capo e faccio per uscire, ma l'anziana sorella torna a dire la sua: «E tu, dove credi d'andare? Prendi le vesti e passamele»
Sbotto: «Non sono venuta per servirla».
«E allora, per cosa?»
«Mi manda la madre superiora».
«Che vuole quella vecchia megera?»
«Mi ha incaricata di tenerle compagnia».
«Ah, capisco. Bene, aspettami nell'altra stanza».
Una leggera vertigine mi fa barcollare, nonostante ciò resto ben salda sul pavimento, giro su me stessa e lascio il bagno. Ora m'è ben chiaro. La superiora non intendeva premiarmi, bensì umiliarmi, punirmi per aver deciso di non rinnovare i voti e lasciare il convento.
Quello che è successo a Santa Marta è un marchio che mi segnerà per sempre e non posso farci nulla se non guardare avanti e pensare al giorno in cui sarò finalmente libera.
Sono amareggiata e delusa, poi ripenso alle parole del Signore e trovo la forza per tirare avanti.
Dopo qualche tempo, suor Luigia appare nella stanza da letto, sempre seguita da Rosetta.
Si accomoda senza esitazione alla toeletta e prende a inclinare lo specchio per ottenere la miglior immagine di sé, mentre la servetta le spazzola dolcemente i capelli.
Da dietro la osservo attentamente. Ha superato i settant'anni, anche se il viso è privo di rughe e la fa apparire più giovane. Il seno, enorme, la appesantisce e tuttavia si muove con leggerezza. I capelli bianchi, sciolti lungo le spalle, le conferiscono un aspetto regale. Gli occhi piccoli e vivaci, contrastano con l'espressione corrucciata del viso.
«Vieni, fatti vedere».
Ci metto un po' a intendere che sta parlando con me, e infine mi avvicino e lei, osservandomi dallo specchio, dice: «Sei molto bella, e giovane, come ti chiami?»
«Suor Agnese», rispondo impacciata e sento le gote incendiarsi.
«No! Intendevo il tuo vero nome».
«Agnese».
Insisto e la sorella, con sarcasmo commenta: «Però, che fantasia»
Non comprendo cosa voglia ottenere nel mancarmi di rispetto e faccio per risponderle a tono, ma forse, per mitigare l'effetto della sua scortesia, continua: «E la tua famiglia?»
Tutte queste domande mi fanno sentire a disagio e poi chi è questa donna, io di lei non so nulla.
Il suo atteggiamento mi disturba, anche se non è il caso di tirare conclusioni affrettate e rispondo assecondando la sua curiosità.
«Mio padre era avvocato. Da lui ho appreso molte cose, compreso l'amore per lo studio delle scienze. Non mancavamo di nulla, purtroppo morì prematuramente e lasciò mia madre sola con undici figli. Quelli più grandi furono costretti ad andare a bottega, invece io e altri due fratelli, fummo avviati alla vita monastica».
«Questa si che è vera vocazione».
La battuta è di cattivo gusto, eppure riesce a strappare un timido sorriso alla giovane inserviente che però subito si ravvede e torna seria.
L'anziana madre, mi squadra dalla testa ai piedi con commiserazione e quando il suo disprezzo ha raggiunto il livello massimo, torna a chiedere: «Ed è in convento che hai appreso le lettere?»
Mi limito ad annuire, ma l'anziana non si accontenta e mi provoca: «Allora ... se devi intrattenermi, parla, non startene lì, muta come un pesce».
Sento che fra noi non può funzionare e decido di chiuderla lì.
La saluto con un breve cenno del capo, mi volto e mi avvicino alla porta per uscire.
«Aspetta, non andare via, ho bisogno di te».
Mi volto incredula, convinta d'aver inteso male e chiedo per sicurezza: «Come avete detto?»
«Si, mia cara, hai capito bene. Ho bisogno di te».
A questo punto non so che fare, sono confusa e il sudore torna a imperlare la fronte.
Alzo appena lo sguardo, la vecchia s'è voltata verso di me, mi guarda dritta in volto e dopo qualche attimo, accenna a un sorriso.
Ed ecco che quella donna così ostile e arcigna, mi appare all'improvviso in tutta la sua dolcezza.
«Torna domani, subito dopo le lodi del mattino e potremo conoscerci meglio».
Rimango in silenzio, indietreggio di qualche passo, poi mi volto ed esco senza aggiungere parola.
La notte trascorre serena e con ritrovata energia prendo parte all'ufficio delle lodi. Al termine, mi ripresento all'imbocco dell'andito, e sento che qualcosa è cambiato.
Per darmi coraggio, avvolgo il Santo Rosario alle dita, lo bacio e avanzo con cautela, pronta a ripiegarmi su me stessa. Un passo, e dopo un altro, e sto bene, non avverto più il panico che mi impediva di respirare e mi faceva grondare di sudore.
Sento invece forte la presenza di Gesù. Lui è al mio fianco e mi faccio coraggio. Cerco sul pavimento la rosa dei venti e infine eccola. Mi appresto a bussare, la porta si spalanca e, come una furia, ne esce l'inserviente del giorno prima. Non un cenno, non una parola, si precipita a testa bassa verso una grande porta, la apre e sparisce alla vista.
“Strano comportamento” penso tra me e me e varco la soglia.
La sala d'ingresso è letteralmente sottosopra, alcune sedie a terra, un tendone strappato. Delle voci concitate giungono dalla camera da letto, mi affaccio appena e la mia fronte si scontra con il poderoso petto di una enorme figura. Rimango stordita, confusa, e nel tempo in cui cerco di capire cosa sia accaduto, il donnone che mi sta davanti si preoccupa per me: «S'è fatta male sorella?»
Scuoto il capo e mi appoggio alla parete per non cadere. La montagna fatta donna insiste: «È pallida come un morto, è sicura di star bene?»
Questa volta rispondo: «Sì, sì, sto bene. Non si preoccupi».
Lentamente mi riprendo e solo allora, noto la presenza di suor Benedetta.
È china sul letto, come fosse al capezzale d'un malato, mi avvicino, lei mi saluta con un gesto della mano. Il suo viso è tirato, si affanna a sgranare il rosario che stringe fra le mani e a pregare muovendo appena le labbra.
Suor Luigia giace immobile sul letto. Il viso è arrossato, l'espressione serena, sembra stia dormendo.
«Che succede?», bisbiglio per non disturbare e la giunonica donna risponde: «S'è sentita male nella notte, è caduta a terra e non so per quanto tempo è rimasta così. Se n'è accorta Rosetta che ogni mattina viene a fare le pulizie».
Torna Rosetta, è agitata, quasi non riesce a controllare i movimenti. Di contro, la sorella, continua a sgranare il rosario e a segnarsi con la croce.
Invocare il Signore nel momento del bisogno è senz'altro lodevole anche se, a volte, rimboccare le maniche e darsi da fare, può risultare decisivo.
Mi avvicino al letto. Poso il palmo della mano sulla fronte di suor Luigia.
Scotta, ha la febbre, decido di intervenire.
«Rosetta, fermati, ascoltami». Ora la sua attenzione è tutta per me.
«Corri in giardino e prendi sambuco, tiglio e menta; poi va in cucina e fai cuocere le erbe e fanne una poltiglia. Quando hai finito, versa un poco di quel succo in una ciotola e torna qui».
Mi rivolgo al donnone: «Faccia scaldare del latte, ci sciolga un po' di miele e torni immediatamente».
E ora è la volta di suor Benedetta: «Tu, sorella, inumidisci dei panni con acqua fresca e mettili sulla fronte e le guance di suor Luigia. Io mi occuperò di trovare altre coperte, perché ha assoluto bisogno di stare al caldo».
Noto la meraviglia sul volto delle tre, non si aspettavano tanta risolutezza, ciononostante, eseguono senza fiatare.
Un poco alla volta, e l'anziana madre sembra stare meglio. Ora riposa serena.
Senza rendermene conto, mi assopisco sulla poltrona , ma il riposo dura poco. Una mano si posa dolcemente sulla mia spalla e mi scuote appena.
«Vatti a riposare, sono ore che non ti muovi da qui», mi rincuora Benedetta.
Mi stiro, sbadiglio, sorrido. Sono stanca, ma anche serena. Il Signore Gesù si è manifestato ancora. Questa volta non ho udito la sua voce, ho avuto un'immagine, nel sonno. Lui era accanto a me, mi guardava con amore e mi accarezzava i capelli. È stato bellissimo, indimenticabile e questo è più che sufficiente per ripagarmi di ogni fatica.
Della visione non ne ho parlato con nessuno, probabilmente non capirebbero. Tuttavia, il mio stato d'animo è evidente a tutti.
Socchiudo gli occhi e un pensiero si fa strada; la tristezza mi scivola dentro: “Come farò a rivivere questi momenti di Grazia Divina? Il mondo là fuori mi schiaccerà con i suoi mille problemi e non sarò più capace di ascoltare il Signore, di sentirmi avvolta dal suo amore. Vale veramente la pena di rinunciare ai voti in nome della libertà? Non sono forse già libera?
Un lieve fruscio di vesti mi distoglie dai miei pensieri, apro gli occhi e mi accorgo che la madre superiora è venuta a farci visita. Non dice una parola, si inginocchia ai piedi del letto e si raccoglie in preghiera. Infine si rialza, si avvia alla porta, e mi accarezza dolcemente la guancia e prosegue. È un chiaro gesto d'affetto che mi sorprende perché inatteso, e mentre mi attardo a riflettere, noto che suor Luigia s'è destata e si volta su un fianco.
Faccio segno a suor Benedetta, che subito si inginocchia al capezzale e prega, ed ecco che la vecchia sorella spalanca gli occhi, li richiude e infine, con grande fatica, bisbiglia: «Ho sete».
Afferro la brocca dal comodino, verso un poco d'acqua nel bicchiere e chinandomi sopra di lei, le passo la mano dietro la nuca e le sollevo appena il capo. La sorella beve con avidità, chiude nuovamente gli occhi e con voce serena si rivolge a me: «Per tutto questo tempo sei rimasta al mio fianco. Ho avvertito chiaramente la tua presenza. Perché l'hai fatto?»
La domanda, così diretta e franca mi sorprende, e tuttavia, la risposta viene fuori da sé: «Per amore».
«Amore, per me? Io non merito l'amore di nessuno, tanto meno il tuo».
«E perché mai?»
«Troppe brutte cose pesano sulla mia coscienza. Ho perso la grazia di Dio e non posso sperare nemmeno in quella degli uomini».
Sono meravigliata. Che avrà fatto mai di tanto grave questa povera vecchia?
E lei, come se intuisse il mio pensiero: «Non sono sempre stata così, vecchia e malata. Da giovane ero molto bella e gli uomini facevano a gara per accaparrarsi i miei favori. Ed è stata proprio questa la causa della mia rovina».
Le sue parole mi rattristano, non so cosa risponderle. È un peccato che questa donna non sia riuscita a far pace con se stessa e forse è proprio questo che il Signore vuole da me: aiutarla a ritrovare la serenità, prima che sia troppo tardi.
«Aiutami a tirarmi su, voglio andare in bagno, rinfrescarmi un poco».
Non so se sia un bene lasciare che si alzi dal letto, forse è troppo presto, e intanto che rifletto su queste cose, la sorella caccia via le lenzuola e, con un movimento repentino, si siede sul bordo del letto e con i piedi a penzoloni, attende con impazienza che le infili le pantofole.
Accenno a un sorriso, faccio ciò che si aspetta da me e la prendo sottobraccio nel tentativo di aiutarla ad alzarsi. Si appoggia al mio braccio più di quanto fossi preparata e con difficoltà ci avviamo verso la stanza da bagno.
Sono soddisfatta per ciò che ho fatto. So bene che è mio dovere adempiere alle disposizioni della madre superiora, sebbene, a un certo punto, mi sono resa conto che non lo facevo più per dovere, bensì per il piacere di farlo, di sentirmi utile.
Ho trascorso la notte nella mia cella. Il sonno mi ha preso subito, ero davvero sfinita. Avrei voluto dormire più a lungo e invece, in piena notte, ho iniziato a subire il tormento dei miei pensieri e non sono più riuscita a chiudere occhio. Pazienza, avrò modo di rifarmi.
Il giorno dopo, finiti i servizi mattutini, vado sicura verso la cella di suor Luigia, d'un tratto mi fermo, rifletto, sta succedendo qualcosa di insolito. Rimango qualche istante assorta, pronta a recepire ogni suggestione. È vero, come ho fatto a non accorgermene prima. Ho imboccato il corridoio senza alcuna paura, e non ho neppure puntato lo sguardo sul pavimento. Osservo attentamente i lunghi muri bianchi e sorrido, non li temo più.
Riprendo a camminare felice, busso alla porta, nessuno risponde, entro.
La sorella è ancora a letto, è sveglia, sta leggendo le Sacre Scritture. Mi avvicino in punta di piedi e lei, senza distogliere lo sguardo dal libro: «Ben arrivata Agnese, accomodati pure».
Accolgo il suo invito e lei continua: «Attendevo con ansia il tuo arrivo, vorrei commentare con te il Santo Vangelo di oggi».
« Spero vivamente di poterle essere utile».
E lei, con un pizzico di malizia: «Staremo a vedere».
Ci prendiamo buona parte della mattinata per riflettere sul Sacro Testo e condividere ad alta voce le nostre emozioni. Mi stupisce la profondità delle meditazioni dell'anziana madre e quanto sia grande il suo cuore.
Le parole pronunciate il giorno prima, stridono decisamente con l'immagine che mi vado facendo e decido di ritornare sull'argomento.
«Ieri mi ha sorpresa affermando di non meritare l'amore di nessuno».
Lei mi fissa in silenzio, chino leggermente il capo per sfuggire al suo sguardo e continuo: «Devo confessarle che ho mentito. Ho detto d'aver vegliato al suo capezzale per amore, ma non è così. Quella di tenerle compagnia non è stata una mia decisione, ho soltanto obbedito alla madre superiora e quando s'è ammalata, ho pensato che se avessi dimostrato la mia abnegazione nel curarla, ne avrei tratto vantaggio e forse, la superiora, mi avrebbe dispensata da questo ingrato compito».
Luigia non si scompone: «E invece adesso?»
«Beh ...cara suor Luigia, devo ammettere che vederla così fragile e indifesa durante la malattia ... non so come dire, mi sono ricreduta».
Il suo volto torna ad assumere l'espressione arcigna del giorno in cui l'ho conosciuta e subito mi pento d'essermi aperta, d'averle raccontato i miei sentimenti e con voce sprezzante commenta: «Di te si dice tutto il male possibile. Si dice che ti sei ribellata all'autorità della madre superiora e addirittura, che sei una eretica. Dimmi, è vero che hai tentato di fuggire e per questo ti hanno cacciata da Santa Marta?»
Sento i muscoli del corpo irrigidirsi e, alzando lo sguardo, replico fiera: «Si! È tutto vero».
La sorella non demorde: «Tutto qui? Non hai nulla da aggiungere a tua discolpa?»
«Perché dovrei? Non rinnego nulla e se ho fatto quel che ho fatto, è perché avevo le mie buone ragioni».
Suor Luigia non si aspettava tanta fermezza. Non sa come ribattere e preferisce cambiare argomento.
«Tanto per cominciare non mi chiamare più Luigia, questo nome mi ripugna. Il mio vero nome è Eleonora, la marchesa Eleonora Cybo per essere più precisi. Di conseguenza, da oggi, io sarò per te suor Eleonora».
Rimango di sasso, incapace di pronunciare una sola parola e lei continua: «E se ti ho detto delle mie magagne, non per questo mi devi compatire, neppure per un istante. Della tua compassione non so che farmene».
«No, c'è stato un malinteso, forse mi sono espressa male, non volevo mancarle di rispetto».
L'anziana madre pare chetarsi, scende lentamente dal letto, indossa una splendida vestaglia di lana e seta, si ferma alla vetrata con lo sguardo rivolto al cortile: «So bene d'essere arrivata alla fine dei miei giorni ed è per questo che sento il bisogno di liberare la mia coscienza da un fardello troppo gravoso».
D'istinto, senza rifletterci su, le poggio la mano sulla spalla, come segno d'affetto e lei, inaspettatamente, piega il capo e con la guancia la sfiora.
Poi si ricompone, ora il suo sguardo è dolce, si accomoda sulla poltrona e senza preamboli, comincia a raccontare la sua storia.
- Avevo solo dieci anni, quando mio padre decise di rinchiudermi nel monastero delle Murate, a Firenze. Devo dire che l'essere finita lì dentro fu il minore dei mali, dal momento che nella mia famiglia si respirava aria malsana. Mia madre infatti, era entrata in aperto conflitto con suo marito per via del possesso di alcuni feudi appartenuti al suo casato e che lui reclamava per sé. Così cominciò a disprezzarlo e con lui, anche noi figli.
Le liti erano continue e i due finirono per odiarsi e fu così che mia madre decise di separarsi e si trasferì a Firenze, accompagnata dalla madre Lucrezia e dalla sorella Taddea.
Fu proprio quest'ultima a prendersi cura di me, mentre mia madre si disinteressò totalmente della sorte dei suoi figli. Si comportava come se non fossimo mai nati. Era una donna strana, alcuni la definirono dispotica, altri insana di mente, certo è che era assolutamente inadatta a occuparsi della famiglia.
Tutto ciò che mi fu negato da mia madre, lo trovai in Taddea. Mi riempì di amore e di attenzioni e si prese cura della mia istruzione. Amava ogni forma d'arte, anche se, in particolare, prediligeva la poesia e fu questa l'eredità che mi lasciò. -
Qualcuno bussa alla porta, il tocco è leggero. Pochi istanti di silenzio e il viso sorridente di Rosetta fa capolino.
«La colazione è pronta» e senza ulteriori commenti, si introduce nella stanza e poggia un grande vassoio sul tavolo.
L'anziana sorella sembra seccata dall'improvvisa interruzione, reagisce incupendo il viso e bruscamente si rivolge alla giovinetta: «Lascia tutto lì e fila via».
La ragazza ci rimane male, non si spiega il perché di tanta acredine e allora, mi vedo costretta a intervenire: «Non ti rammaricare. Il fatto è che sorella Luigia ... no, volevo dire, Eleonora, mi stava raccontando una cosa molto importante e non si aspettava di essere interrotta».
E poi, rivolta all'anziana: «E lei, cara sorella, deve ricordarsi che è ancora convalescente e molto debole. Deve mangiare e fare una pausa. Riprenderemo più tardi».
Le argomentazioni paiono convincerla, in silenzio si avvicina alla tavola e prende posizione.
La povera Rosetta si china su di lei e con garbo versa in una grande tazza, un liquido scuro, mai visto prima, capace di emanare un intenso profumo.
Sorella Eleonora si accorge del mio interesse e commenta: «Si tratta di caffè, una bevanda molto diffusa nella penisola arabica. Roba da ricchi» e a queste ultime parole ride compiaciuta.
Poi continua: «Vuoi assaggiare?»
Annuisco e mi accomodo al suo fianco, e subito Rosetta provvede a riempire la mia tazza.
«A te non ne offro. So benissimo che di là, in cucina, vi abbuffate delle mie cose».
La giovane arrossisce, abbassa la testa e fa un passo indietro. La fermo con il braccio, la accarezzo dolcemente e la invito a sedersi con noi. Eleonora mi guarda bieco, non si oppone. Forse comincia ad apprezzare la mia compagnia.
Capitolo III
La pausa ha giovato a tutte, in particolare, a suor Eleonora che ora è più distesa, quasi allegra. Si lascia andare a qualche battuta di spirito nei confronti di Rosetta ed è felice nel constatare il mio apprezzamento per la loquacità di cui ha dato prova.
Rosetta si alza e comincia a rassettare la tavola e, appena finito, fa per andarsene.
«Perché non resti con noi?» chiedo d'istinto.
Forse sto esagerando, però la ragazza mi pare una brava persona e ho l'impressione che anche Eleonora l'apprezzi, se non altro, per la sua concretezza, e infatti, l'anziana va oltre le mie aspettative e mi stupisce.
«Certo, rimani con noi. Penserò io a giustificarti con la cuoca e se fosse il caso, anche con la superiora».
Il viso della giovane amica si incendia, torna a sedersi e io, con malcelata malizia, mi rivolgo a Eleonora: «Allora, dove eravamo rimaste?»
- Raccontavo di zia Taddea e della mia istruzione. Gli anni dell'adolescenza passarono in fretta e mi trovai a essere signorina senza che me ne rendessi conto. Divoravo libri su libri e la mia mente era diventata una sorta di spugna, capace di assorbire tutto il possibile.
Una mattina, come tante altre, venne a farmi visita la zia, ma invece di iniziare una nuova lezione, mi disse che aveva cose assai importanti da riferirmi. Era stranamente tesa e non sapeva come iniziare, poi si accomodò al mio fianco e cominciò a parlare.
«Due giorni or sono è venuto a farci visita il tuo signor padre. Tua madre, temendo che le volesse porre le questioni che riguardano le proprietà dei feudi, ha preferito non riceverlo e ha incaricato me di fare gli onori di casa. Lui non s'è risentito più di tanto, credo si aspettasse un atteggiamento simile. In ogni caso, dopo alcuni convenevoli, è venuto al motivo della sua visita».
«E cioè?» la interruppi io che, viste le premesse, stavo veramente in ansia.
Taddea sorrise divertita: «Bambina mia, devi avere pazienza, e ti dirò tutto, perché le notizie che ti porto sono importantissime e ti riguardano personalmente».
Queste parole ebbero l'effetto di agitarmi ancor più, tanto che, non potendo restare seduta, mi alzai di scatto , abbracciai la zia e supplicandola, le dissi: «Non mi tenere sulle spine, dimmi subito che succede».
E zia, guardandomi con dolcezza: «Succede che ti sposi».
«Ma io ... veramente, non capisco. Com'è possibile?»
La cara zia mi prese le mani e le strinse forte, come se volesse trasmettermi chissà quale misterioso fluido e poi, con la dolcezza che la distingueva: «Ha deciso tutto il tuo signor padre. È un bel giovane, e la sua è una delle più influenti famiglie di Genova».
«Tu lo conosci, l'hai visto?»
«No di certo, di lui però si dice un gran bene, il suo nome è Gian Luigi Fiescho». -
Non riesco a trattenermi, devo commentare: «Cara sorella, ne è certa? Costui era davvero un uomo illustre».
Eleonora si irrigidisce: «Ti pare che potrei sbagliarmi. Sono stata sposata con quell'uomo per quattro anni e vuoi che non sappia come si chiamava?»
«Forse si sta confondendo» rincara Rosetta.
A queste parole la donna perde le staffe: «Uscite immediatamente dalla mia stanza, fuori, tutte e due. Subito».
La reazione veemente di Eleonora mi sorprende. Nonostante l'età, non è riuscita a vincere il suo orgoglio, ma in fondo, chi di noi c'è riuscito?
Le parole di Gesù mi risuonano mille volte nella testa: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.
Una pace infinita mi pervade e, anche se non posso vedermi, sono più che certa che il mio volto ha cambiato espressione. Questo stato contagia anche suor Eleonora che si addolcisce in un istante e, parlando quasi fra sé e sé, sussurra appena: «Ti chiedo scusa sorella, non volevo dire ciò che ho detto, vedi, il mio è un gran brutto carattere e peggiora con l'avanzare dell'età. E, come ti dicevo, ho molte cose da farmi perdonare dal Signore: questa è una di esse».
Poi si rivolge a Rosetta, le poggia la mano sul capo: « Scusami anche tu».
Rosetta risponde con un sorriso e va oltre: «Posso servirvi ancora un poco di caffè?»
«Magari con due dolcetti» ribatte la nostra ospite.
La giovane si alza veloce e sparisce dietro la porta.
L'anziana sorella sembra rinata. Il viso ha un bel colorito e i momenti difficili del giorno prima, sembrano superati.
Mi rivolgo a lei con delicatezza: «Come si sente madre?»
«Molto bene. Oserei dire che non sono mai stata meglio. La tua presenza mi fa un gran bene».
«Lei è troppo buona e poi, se si sente meglio, non è certo merito mio; è il decotto di erbe che l'ha risanata».
«Si, è vero, però l'idea è stata tua».
Faccio per replicare, ed ecco tornare Rosetta con un vassoio colmo di ciambelle, tazze e un bricco di caffè fumante.
Assaporiamo con piacere queste delizie e alla fine, la nostra cara sorella, riprende il racconto.
- E finalmente arrivò il grande giorno. Gian Luigi era un bel ragazzo, della stessa mia età. Rimasto orfano a soli dieci anni ed essendo il primogenito della famiglia, fu gravato fin da giovane della responsabilità, del nome e del potere che gli derivavano dalla sua condizione.
Era cresciuto in fretta, e nonostante la giovane età, si comportava come un uomo maturo. Ci sposammo il 30 gennaio del 1543, e la cerimonia fu davvero memorabile. -
«Eravate entrambi giovanissimi» commenta piena di gioia Rosetta.
Ancora una volta, suor Eleonora mostra tutta la sua contrarietà alle interruzioni, e la poverella è costretta a precisare: «Mi scusi tanto madre, se l'ho interrotta. Nonostante i miei diciannove anni, non ho ancora un pretendente. Si, qualche ragazzotto del villaggio ha mostrato interesse per me, ma nulla di più e mi stavo chiedendo se fosse troppo tardi».
Si ferma un attimo, cerca le parole e riprende: «Tutto vorrei, tranne che restare zitella».
Poi, come si fosse pentita di ciò che ha appena affermato, abbassa lo sguardo e farfuglia qualcosa di incomprensibile.
Eleonora risponde con tono pacato: «Devi darti da fare cara mia. Non aspettare che siano gli uomini a fare il primo passo, devi essere tu a darti una mossa. Se non avessi messo in croce mio zio, il cardinale Innocenzo Cybo, sarei rimasta in convento per chissà quanto tempo ancora. Questa però, è un'altra storia di cui vi parlerò in seguito».
Si ferma, riflette e infine, riprende a raccontare.
- La festa di nozze fu davvero memorabile. Parteciparono centinaia di persone, non ricordo nemmeno quante. Di fatto, però, per ospitarle tutte, fu necessario allestire i tavoli per il banchetto sul sagrato della Basilica di San Salvatore. Le portate erano innumerevoli e tutti si mostravano sbalorditi per tanta opulenza. Sulla piazza antistante, si esibivano danzatori, duellanti e sbandieratori e perfino attori che interpretavano scene di teatro, e come se tutto ciò non bastasse, alla vista della torta nuziale, ci fu una vera e propria ovazione. Nessuno aveva mai immaginato che potesse esistere una torta così grande, tanto che, dieci uomini in cerchio, non sarebbero bastati a contenerla. Dalla sommità, scendevano innumerevoli drappi di stoffa variamente colorati. Inoltre, la torta e i drappi, erano sormontati da una corona altrettanto grande. Per settimane, in tutta Massa, non si parlò d'altro.
I giorni seguenti furono meravigliosi. Mi sentivo come una regina, riverita e servita in ogni mia necessità. Figuratevi, abituata alla vita in convento, mi sembrava di vivere in un sogno. E poi lui, Gian Luigi, pieno di attenzioni e di affetto. Era divertente, intelligente, sagace, rappresentava tutto quello che una giovane donna può desiderare dalla vita.
Purtroppo, il mio sposo fu costretto a rientrare in fretta a Genova per il disbrigo di non so quali faccende. Prima di partire, disse che mi avrebbe fatta scortare da un suo buon amico. Potete immaginare la mia delusione: ci eravamo appena sposati, avevamo passato pochissimo tempo insieme e in fondo, eravamo ancora degli estranei, ma per consolarmi, mi ripetevo che avevamo tutta la vita davanti a noi. Gian Luigi era un uomo che amava stupire, fare le cose in grande e in effetti, passati solo alcuni giorni, arrivarono a Massa due galee genovesi al comando delle quali c'era nientepopodimeno che l'ammiraglio Giannettino Doria, erede del principe Andrea, l'uomo più potente della Repubblica di Genova.
E lì accadde qualcosa di imprevedibile. Appena conobbi Giannettino, sentii di provare per lui un sentimento diverso, travolgente. Non avevo alcuna esperienza della vita, quella vera, quella al di fuori delle mura di un convento, e tuttavia, certe cose ce le hai già dentro, anche se non lo sai, e sono lì, pronte a rivelarsi al momento opportuno. Sto parlando dell'amore. Non voglio usare giri di parole, fra noi fu amore a prima vista, e mi resi conto solo in quell'istante, che non si trattava dello stesso sentimento che provavo nei confronti di Gian Luigi. -
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