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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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L'Onorevole
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Santuzzo D'Ignoto.
(Pizzo Siculo, Palermo).
Il bar era gremito, ma, come al solito, Santuzzo, braccio destro dell'Onorevole Lo Santo e titolare dell'attività, se la stava prendendo comoda: aveva le sue priorità. Ogni cosa a suo tempo, era solito dire, e ora, checché ne pensasse quel babbione incravattato che sbraitava e si agitava di fronte a lui, era il momento di farsi una bella fumata. Santuzzo, che se non fosse stato per la pancia prémaman si sarebbe potuto definire un tipo mingherlino e ossuto, dopo essersi asciugato le mani sporche di crema sul grembiule bianco, infilò una mano nel taschino, e tirò fuori un sigaro smezzato. Dopo averlo acceso, inspirò una profonda boccata che rilasciò, poco dopo, sotto forma di nube tossica, in direzione dei clienti che sventolavano, inutilmente, i loro scontrini fiscali in attesa di essere serviti. «E chi minchia di educazione è questa?» sbottò l'uomo paonazzo in volto cercando di spazzare con la mano la nuvola di fumo davanti alla sua faccia. «Giuro che finché campo in questo bar di merda non ci metto più piede!» Era bastato questo a far saltare i nervi a Santuzzo D'Ignoto. E quando a Santuzzo D'Ignoto saltavano i nervi, a qualcun altro, per compensazione, saltavano i denti. Mentre il forestiero continuava a sbraitare e agitarsi, Santuzzo si tolse gli spessi occhiali da sole, li posò sul banco vicino al vassoio dei maritozzi, e si lanciò sull'uomo determinato a cambiargli i connotati senza bisogno di ricorrere alla plastica facciale. Ma quando ebbe finito il giro del bancone che era lungo tre metri, l'uomo non c'era più, era scomparso. L'idea che quel bastardo se la fosse data a gambe senza neppure pagare il conto gli provocò il riacuirsi del fastidio all'ulcera e anche un leggero senso di frustrazione. Mentre stava rientrando dietro il banco rassegnato all'idea di essere stato bidonato, Santuzzo, con la coda dell'occhio destro, lo vide: era a terra, in un lago di sangue, afflosciato come un foulard di seta. Santuzzo, da uomo di mondo, ma soprattutto da uomo di mafia qual era, non ci mise molto a realizzare che quel tale doveva stare supra i' cugghiuna a parecchia gente se in soli cinque minuti aveva evitato il suo micidiale gancio destro e si era beccato una pallottola in fronte. Rialzandosi, vide le proprie scarpe affogate nel sangue. Arricciò il naso e sputò verso il morto. «Bastardo tu, e chi ti sparò. Da stamattina solo guai mi hai procurato. Tu, e quel fitusissimo maritozzo c'a crema ca' manco mi pagasti.» Il proiettile aveva ricamato in fronte al morto un buco regolare, ben centrato, senza sbavature; persino elegante nella sua sobria semplicità. Sicuramente era un proiettile calibro 22, roba da fimmini, ma sempre efficace a breve distanza. Una donna gelosa avrebbe puntato al cuore, non alla testa, si disse, quello era il lavoro di un professionista, di un sicario, proprio come lui. IL MARESCIALLO CARUSO
Quando i Carabinieri, richiamati dallo sparo e dalla folla in fuga, entrarono nel bar con le armi in pugno chiedendo cosa fosse successo, Santuzzo, dopo essersi allisciato i baffi per un tempo indefinito, rispose con un'alzatina di spalle: «Picchì, chi succedi?» C'erano abituati, i Carabinieri, a quel tipo di risposte che rivoltavano le domande. Eppure, ci provavano lo stesso a farle. Per scrupolo. «Mi volete per caso babbiare, signor Santuzzo?», fece il Maresciallo Caruso, un'anima in pena, alta, magra e curva come una banana con i baffi. «C'è un cadavere con un buco in fronte sdraiato sul pavimento del vostro bar e voi niente lo chiamate?» «Picchì, morto è? Miii, io mi credevo ca 'u poverazzu s'era bevuto di birra e si era sentito male, ca' sta jiurnata caura assai è!» «Ma non dicesse minchiate, signor Santuzzo, e si facesse da parte prima che lo denuncio per tentato depistaggio delle indagini», fece il Maresciallo in uno scatto d'ira, ben sapendo che non avrebbe ottenuto la minima collaborazione da quell'uomo. Santuzzo, che dopo quasi quarant'anni di onorato servizio per «Cosa Nostra» si era finalmente aperto una «cosa sua», restò sereno. Abbozzò un mezzo inchino, bofonchiò qualcosa e si fece di lato. Passandogli accanto, il Maresciallo ebbe la certezza che quello lo stesse prendendo per il culo, ma i baffi di Santuzzo erano talmente lunghi da coprirgli la bocca: se un sorriso c'era stato, si era perso dietro quella tenda di peli. Il locale, dopo la sparatoria, appariva semideserto, ma il Maresciallo Caruso, avanzando tra i tavolini stracolmi di tazzine di caffè, brioche appena addentate e cannoli ancora intonsi, si convinse immediatamente che, almeno fino a pochi istanti prima, il bar fosse stato affollato. Almeno trenta, quaranta persone stavano facendo colazione al momento in cui l'omicidio era stato commesso. Lo sparo, evidentemente, le aveva gettate nel panico e se l'erano data a gambe levate, favorendo, involontariamente, anche la fuga dell'assassino che era riuscito a dileguarsi senza che nessuno facesse caso a lui. I pochi testimoni oculari restati al loro posto, una coppia di sessantenni in abiti da mare e un paio di vecchietti tutto tressette briscola e biliardo, se ne stavano addossati alle pareti, tremanti e impietriti, senza neppure la forza di alzare una mano per chiedere di andare in bagno a far pipì. E sì che se la stavano facendo sotto dalla paura. Santuzzo, invece, era tranquillo. Ne aveva visti di morti ammazzati in vita sua e non gli facevano né caldo né freddo. Non era neppure preoccupato che la presenza di un cadavere nel suo bar gli rallentasse l'incasso della giornata. Sapeva bene che, nei giorni seguenti, questo si sarebbe trasformato in un motivo di richiamo per i turisti in cerca di emozioni forti. Il Maresciallo Caruso, che era un tipo operativo, si mise subito al lavoro: allargò le braccia e fece cenno ai suoi uomini di raccogliersi intorno a lui. Il suo piano era semplice e funzionale: bloccare gli ingressi, chiudere finestre e interrogare i presenti «a caldo» con la certezza che, pur di uscire da quell'incubo, quei poveracci avrebbero accettato di collaborare più che volentieri. L'abbraccio si sciolse, la «tartaruga» si aprì, e mentre i suoi uomini si accingevano a eseguire gli ordini, Caruso, sfidando il nervo sciatico e il colpo della strega, si accovacciò a terra per controllare se quel poveraccio avesse con sé qualcosa che potesse aiutarne l'identificazione. Non trovò nulla se non una valigetta ventiquattrore, a pochi passi dal cadavere, che si guardò bene dall'aprire. Quello era un lavoro per il Reparto Indagini Speciali ed era meglio non inquinare le prove. «Cannizzà», disse il Maresciallo una volta rimessosi in piedi, «manda sta' borsa in caserma, che deve partire al più presto per i RIS di Palermo.» Cannizzaro, una specie di furetto nero tutto energia e pepe il cui unico scopo della vita era quello di essere apprezzato dai propri superiori, si protese con slancio verso la borsa, ma il maresciallo Caruso lo bloccò, tirandolo per la manica della giacca: «Ma chi minchia fai Cannizzaro? Di sutta, l'avi a pigghiari!» «E picchì mai l'avi a pigghiari di sutta, Maresciallo?», rispose risentito Cannizzaro. «Picchì, ai RIS di Palermu, d'impronti digitali tue, nun ci ni' futti nente. Ca' solo quelle del proprietario della borsa ci interessano.» I TESTIMONI OCULARI
L'appuntato Spilletta, ultimo di sette fratelli neri come il carbone, era stranamente albino. E come tutti gli albini, aveva un aspetto spettrale: era alto, magro, ossuto, con i capelli bianchi e la carnagione alabastro. Si proteggeva gli occhi con occhiali da sole talmente grandi che gli sporgevano oltre il viso come due specchietti retrovisori. Aveva l'abitudine di farsi precedere da un colpetto di tosse. «Ehm, maresciallo.» «Che c'è Spilletta?» «Se non è d'incomodo, il proprietario del bar ci vuole parlare.» «Cà sugno.» Santuzzo si avvicinò con una bottiglia di rosolio e un bicchierino in mano. «Ci posso offrire un cordiale, signor Caruso? Oppure un caffè, un gelato? Non si facesse pregare, signor Caruso, che m'offendo!» «D'Ignoto, chiariamoci una volta per tutte!» rispose il Maresciallo assai vicino a perdere la pazienza, «il Signore sta in cielo, io sono un Carabiniere e non bevo in servizio, soprattutto con gente della vostra risma.» «Iiii e che caratterino», rispose Santuzzo con il solito tono sfottente che mandava in bestia il Maresciallo. «Permettete allora che lo offro ai miei clienti, il cordiale? Che qualche cosa di forte certe volte è un toccasana pure p'a memoria.» «Fate come credete, siete a casa vostra!», rispose brusco il Carabiniere che aveva ben altro a cui pensare, in primis, alla vista corta dei suoi testimoni oculari. Avrebbe avuto più soddisfazione interrogando una comitiva di ciechi in viaggio per Lourdes. Cannizzaro aveva provato a interrogarli a uno a uno e tutti avevano fornito la stessa identica, inattendibile versione: non avevano visto nulla in quanto assorti nella lettura del giornale. Ma a Caruso non era sfuggito che di giornali nel bar non ve n'era neppure l'ombra. Ai testimoni oculari siciliani, pensò, era più facile cavarci i denti dalla bocca con la forza delle sole mani che una spiata su quello che avevano visto. «Pure voi stavate leggendo il giornale?», fece il Maresciallo rivolgendosi a due giovani turisti con lo zaino e i brufoli pronti a esplodere insieme ai propri ormoni. «Ma quale giornale Maresciallo? Ma l'avete viste le tette della cassiera?», fece uno dei due mentre l'altro annuiva con un sorriso isterico. Il maresciallo voltò la testa in direzione della cassa. La cassiera, immensa, procace, e perfettamente consapevole del terremoto che provocava dietro il bancone, era intenta a rifarsi lo smalto facendo fare ginnastica a una gomma americana. Era quel tipo di donna che aveva ben chiare nella mente le priorità della vita e che riordinava, quando non le stravolgeva del tutto, quelle di chi aveva la fortuna di posarle gli occhi addosso come quei ragazzi. E quello era il suo alibi di ferro. L'UOMO CON IL BUCO IN FRONTE
Caruso posò nuovamente lo sguardo sul cadavere domandandosi se fosse, o meno, il caso di chiudergli gli occhi. L'idea non lo eccitava molto. Non gli piaceva toccare i morti. Mai avrebbe potuto immaginare, il Maresciallo, che dietro a quello sguardo perso nel vuoto, quel tale, non si sa per quale principio fisico, stesse ancora pensando; e che stesse pensando che in tutti i film che aveva visto nella sua vita, la vittima designata non moriva mai sul colpo ma solo dopo aver affrontato il «rituale dell'agonia»: stupore, barcollamento, appoggio, scivolata, film della propria vita, rantolo, soccorso dell'amico fraterno, tentativo fallito di rivelare qualcosa al soccorritore e infine morte vera e propria. Invece, nel suo caso, la pallottola gli si era conficcata in fronte centrando direttamente l'interruttore principale. Non c'era stata nessuna agonia, nessun dolore. Si era afflosciato a terra in un baleno e c'era rimasto secco. Almeno così gli sembrava: di essere morto. Fisicamente, almeno. Forse quella cosa che stava «pensando» era la sua anima, troppo inesperta per sapere dove andare una volta uscita dal corpo. Sarebbero venuti a prenderlo? Doveva arrangiarsi? Di sicuro non provava dolore. Anzi, a dirla tutta, si sentiva persino sollevato. Mentre l'uomo con il buco in fronte e lo sguardo perso nel nulla se ne stava assorto nei suoi pensieri come sospeso in uno strano limbo, il Maresciallo Caruso continuava a studiarne la fisionomia piegando la testa a destra e a sinistra in cerca della giusta angolazione per metterlo meglio a fuoco. La prima conclusione che trasse da quello studio approfondito fu che quel tale non lo conosceva e che, se pure lo avesse conosciuto in passato, non se lo ricordava proprio. Per quel poco che riusciva a distinguere sotto quella maschera di sangue, il morto aveva una faccia talmente banale che risultava praticamente impossibile da memorizzare. Gli avrebbero potuto sostituire il cadavere sotto gli occhi che non se ne sarebbe neppure accorto. Ma al di là di questo, perché gli avevano sparato? Era coinvolto in qualche losco traffico? «Ma come si permette?», avrebbe voluto dire l'uomo con il buco in fronte al Maresciallo: «Io sono un giornalista, mica un avventuriero in cerca di pallottole!» Ma nessuna parola uscì dalla sua bocca e il Maresciallo, privo di informazioni di prima mano, continuò imperterrito a studiarlo come avrebbe fatto Sherlock Holmes con il suo fido Watson, in questo caso, mal impersonato dal brigadiere Cannizzaro. Certo che il fatto di essere morto prima della data di scadenza riportata sul suo DNA aveva messo decisamente di cattivo umore il forestiero, e la cosa non era sfuggita al brigadiere Cannizzaro che aveva pensato bene di aggiungere nel verbale che - a suo parere - il cadavere «teneva la faccia incazzata.» «E ci sarebbe mancato pure che morivo contento», avrebbe voluto sottolineare l'uomo con il buco in fronte e lo sguardo perso nel vuoto. Ma ancora una volta non riuscì ad aprir bocca: i muscoli facciali non rispondevano agli impulsi del cervello e la telepatia non era mai stata né il suo forte né la sua passione. Non potendo far altro, l'uomo tornò a isolarsi nei suoi pensieri. Si domandò quale sarebbe stato il modo giusto per presentarsi ai suoi simili una volta giunto a destinazione. Sicuramente avrebbe messo in chiaro che in fondo, anche se i media gli avevano dedicato le prime pagine dei quotidiani e i servizi di apertura dei telegiornali, lui non era nessuno. Nessuno d'importante insomma. Se non fosse andato a puttane a Roma non avrebbe saputo nulla di quella vicenda e non avrebbe neppure telefonato all'Onorevole Lo Santo. Chissà quante ipotesi, quante teorie avrebbero fatto sulla sua morte senza farsi mai sfiorare dal pensiero che magari quel proiettile era destinato a qualcun altro: avrebbero scomodato parenti, amici, conoscenti, pensato a un delitto passionale, scavato nel suo passato, rovistato casa sua. Ecco, questo era il vero problema: che prima o poi avrebbero trovato tutti i filmini porno che aveva archiviato sul suo computer e sarebbe stato ricordato come un maniaco sessuale, altro che giornalista in lista d'attesa per il premio Pulitzer. Ma vaffanculo. Che morte del cazzo!
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