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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Alessandra Leoni
Titolo: In nome di Turan
Genere Storico
Lettori 12
In nome di Turan
...In un altro luogo, il carro di Lutazio, invece, era giunto a destinazione.
Atar, si guardò le mani e si toccò il viso: ‘C'è ancora il sangue di mio padre'.
Appena un momento dopo, un solerte energumeno lo riportò alla realtà: lo prese di peso e lo scaraventò fuori da quel mezzo. Aveva viaggiato per un periodo che gli era sembrato interminabile insieme agli altri prigionieri, ammassati in una bolgia che sapeva di fango e dolore.
Li misero in fila in mezzo a un cortile polveroso e ordinarono loro di spogliarsi nudi. Fecero schioccare una frusta per essere convincenti e velocizzare l'operazione.
Era un freddo pungente, qualcuno pudico cercava di coprirsi le nudità.
«Che cosa c'è? » urlò un sorvegliante grande e grosso con il viso largo e irsuto, « La vostra razza non ha mai avuto pudore ma adesso vi sentite delle verginelle? » sputò a terra.
Atar rimase orgogliosamente dritto, nonostante la testa ancora girasse e gli lanciò uno sguardo tagliente con quell'unico occhio che in quel momento poteva utilizzare. La parte destra del suo viso infatti era gonfia, dolorante e tumefatta.
Durante il viaggio gli era balenata l'idea di uccidersi, ma poi l'odio che lo aveva pervaso ebbe il sopravvento e rinvigorì il suo spirito di sopravvivenza. Uno scopo infatti per tenersi in vita ce l'aveva ed era la vendetta. Sentiva che un giorno avrebbe avuto l'occasione per dare pace ai suoi cari, uccisi da un tradimento, per poi trovare pace a sua volta. Dopo il compimento di questa promessa e solo dopo, poteva anche permettersi di morire. Dopotutto le cose accadono per un motivo ben preciso, e se a lui era stato concesso di vivere era per compiere la sua missione.
Alcuni schiavi si affrettarono a portare via le vesti sporche dei prigionieri. Altri si avvicinarono con molti secchi pieni di acqua gelida e a ripetizione glieli gettarono addosso allo scopo di compiere una sommaria pulizia. La merce non poteva essere presentata sporca, altrimenti nessuno l'avrebbe voluta.
Atar rimase impassibile, abbassò la testa e guardò scivolare a ogni secchiata sul suo corpo, quell'impasto disciolto di polvere, fango e sangue dileguarsi in rivoli marroni che gli scorrevano lungo le braccia e le gambe fino ad arrivare in terra, ai suoi piedi.
A operazione finita, ancora nudi e bagnati, furono spinti dentro a un ampio locale con il soffitto a volta. Atar non poteva trattenersi dal battere i denti per il freddo. Si guardò intorno e poté vedere due uomini che stavano giocandosi ai dadi i suoi calzari da guerra.
«Mi ricorderò la vostra faccia!» mugugnò tra i denti.
Lo stesso sorvegliante grosso con il viso largo, intimò ai prigionieri di rivestirsi e di servirsi per farlo, di alcuni stracci accumulati in un angolo del locale. Atar fece per dirigersi insieme agli altri, quando questi lo afferrò per una spalla.
«Tu!»
Il principe si voltò verso di lui, che lo sovrastava in altezza, e si ritrovò un pugnale puntato alla gola.
«Cosa hai da guardare?» chiese l'omaccio. Con la mano libera lo rigirò bruscamente, lo prese per i lunghi capelli e glieli tranciò alla base con la stessa lama.
«Non si butta via niente!» sghignazzò ciondolando le ciocche scure davanti al viso di Atar, «Diventeranno trecce per qualche vecchia matrona!»
Rise sguaiatamente e dette una spinta al giovane uomo prima di andarsene soddisfatto.
Atar si vestì mestamente. Dovevano essere ancora molte le umiliazioni da sopportare.
Il mercante Lutazio, che aveva assistito alla scena, si avvicinò al sorvegliante: «Quello mettilo in una cella separata dagli altri, fallo bastonare fino a stancarlo ma mi raccomando, non nelle parti visibili, altrimenti si rovina la merce. Lasciagli da bere ma non da mangiare.»
L'energumeno lo guardò con aria interrogativa.
«Prima era un loro capo, non voglio rischiare una rivolta. Indebolito, umiliato e solo, non sarà un pericolo.» poi girandosi se ne andò.
Così, dopo aver ricevuto una sonora scarica di legnate, lo gettarono nella sua cella.
Atar non si aspettava di essere isolato dal gruppo, non pensava che qualcuno ancora lo temesse. Si trovava adesso in un ambiente spoglio, buio, che odorava di muffa e infestato dai topi. La paglia accantonata in un angolo fu l'unico conforto. Con essa il principe si coprì e trovò un pò di sollievo da quel freddo che lo attanagliava. Passò la notte alternando la veglia al sonno tempestato da incubi, da voci e da fantasmi.
Talvolta si svegliava pensando alla sua dolce Velia, al destino crudele, a suo figlio mai nato.
L'odio e il risentimento crebbe a dismisura gonfiandogli il cuore nel petto, mentre dagli occhi gli uscirono finalmente calde lacrime.
Postumio Megello! Suo padre lo temeva ma lo ammirava, possibile che si fosse macchiato di una tale infamia? E se anche lui fosse stato vittima di un tradimento? Se fosse stata iniziativa dei suoi luogotenenti? Marco Vinicio e l'altro, l'assassino di suo padre? Come si chiamava? L'avrebbe scoperto, li avrebbe uccisi tutti con le sue stesse mani.
Doveva solo avere pazienza e far credere che il suo spirito orgoglioso e ferito fosse morto per sempre, attendere il momento propizio e cercare di sopravvivere per poter compiere la sua missione.
Accompagnato da questi pensieri feroci, venne il mattino.

III

La porta dell'angusta cella si spalancò all'improvviso.
«Prendetelo!» ordinò a due schiavi l'uomo dal viso largo.
Atar fu sollevato di peso, cercò di divincolarsi, ma il sorvegliante gli puntò il bastone sotto il mento.
«Non ne hai avute abbastanza?» lo minacciò, «Carichiamolo sul carro!» disse poi ai due uomini che lo seguirono tenendo in mezzo il principe etrusco.
Al carro li attendeva il mercante Lutazio.
«Bene!» esclamò, «Questo deve essere piazzato subito!»
Nel carro con le sbarre erano già posizionati altri due schiavi, ma non erano etruschi. C'era un Sannita non molto alto ma dalla corporatura robusta e un altro uomo, un po' più grande di età, con una barba grigia e fisico mingherlino.
«Dove siamo?» chiese Atar rivolto a quest'ultimo, mentre il carro partiva verso il mercato.
Sia il vecchio, che l'altro, a quella domanda, alzarono gli occhi.
«A Roma!» rispose il Sannita.
Atar, nel breve tragitto che lo avrebbe portato nel luogo dove sarebbe stato venduto, vide la città nemica per la prima volta.
C'era molta gente già a quell'ora per le strade, una vera e propria folla vociante, che aumentava man mano che ci si avvicinava ai luoghi di mercato.
Ai lati delle strade si aprivano ogni sorta di botteghe e si svolgevano le varie attività artigianali. ‘Deve essere molto più grande di Rusel', pensò Atar. Nella città che gli aveva dato i natali, la vita scorreva scandita dai ritmi dell'agricoltura, dei raccolti e della natura. Ma Rusel, non esisteva più e Roma era diventata nel tempo, sempre più potente.
Dopo qualche minuto, il carro si fermò; ai prigionieri furono incatenate gambe e braccia e messo loro un collare, vennero fatti scendere e accompagnati su un palco, al di sotto del quale si stava già formando un piccolo assembramento di gente.
«All'etrusco non mettete la corona bianca, è meglio non mostrare che si tratta di un prigioniero di guerra, potrebbe intimorire i compratori!» ordinò il mercante deciso ormai a barare pur di disfarsi velocemente di quell'impiccio.
Sul palco, Lutazio, armato di un bastone, mise i prigionieri in mostra l'uno accanto all'altro. Sempre utilizzando il bastone, fece segno ad Atar di farsi avanti. Questi ubbidì trascinandosi dietro le catene. Il mercante gli scoprì il dorso, tirandogli giù la tunica fino all'altezza della vita e iniziò a pubblicizzare la sua merce, richiamando l'attenzione dei presenti.
«Domini e dominae, questo è il vanto dei miei schiavi! Avanti girati e fatti vedere!» disse rivolto poi ad Atar, che fece con molto imbarazzo quanto ordinatogli.
Poi il mercante si rivolse di nuovo alla piazza: «Appartiene alla razza dei Tusci! È sano! È giovane! È robusto e ha fisico atletico! Guardate!» esclamò indicando con il bastone il suo torace scolpito e abbronzato per gli anni di allenamento trascorsi all'aria aperta.
«È malconcio! Cinquecento assi!» gridò una voce dal basso.
«Ne vale molti di più! Può fare sia lavori pesanti che servire per scopi intellettuali, è stato educato alla maniera dei patrizi etruschi, ha padronanza del latino come ho potuto personalmente verificare e scommetto che conosce la lingua e la scrittura greca! Avanti, dì qualcosa in greco!» ordinò ad Atar
Atar esitò. La sua umiliazione era profonda e la sua rabbia era salita.
«Su avanti parla!» insistette Lutazio punzecchiandolo con il bastone all'altezza del fianco.
Finalmente il principe disse in greco al mercante la prima cosa che gli venne in mente: «Mōrè gérōn, ózeis hōs Krónos »
Dopo quell'esordio, una piccola parte della platea che comprese la frase, scoppiò in una fragorosa risata. Allora Lutazio, pur non avendo capito niente, realizzò che la sua merce aveva pronunciato una frase scomoda e stavolta, invece di punzecchiarlo, il bastone glielo fece arrivare direttamente sullo stomaco.
Atar si piegò con una smorfia di dolore e per un attimo, non riuscì neanche a respirare. Le risate si moltiplicarono.
«Mille!» qualcuno gridò.
«Avanti rialzati, bastardo!» gli intimò il mercante e Atar si sforzò, dolorante, a ubbidire.
Sperava di essere comprato presto, così quell'umiliazione pubblica sarebbe finita e si ricompose.
«Mille? Gente, questo esemplare vale molto di più! Ha un aspetto piacevole e ha un bel viso. Le ferite che vedete non sono gravi e presto scompariranno! Chi offre di più?»
Da uno pò di tempo, stazionava in disparte sul lato della piazza, una portantina coperta. In quel momento una mano scostò per un attimo la tenda, un giovane schiavo si avvicinò e dopo aver confabulato, corse verso il palco, cercando di attirare l'attenzione del mercante.
Lutazio vide questo tale che faceva ampi segni con le braccia attraverso la folla; si avvicinò al bordo del palco e si piegò per sentire cosa avesse da dirgli. Fece segno di assenso e si ritirò su.
«Bene! L'asta è finita! L'etrusco andrà al pretore Fulvio Lepido, per mille e settecento assi!»
Lo stesso schiavo salì sul palco e prese in consegna Atar. Conducendolo per le catene si diresse verso la portantina, che nel frattempo altri schiavi avevano provveduto a sollevare. La tenda si scostò e una corpulenta matrona di mezza età, squadrò bene il suo nuovo acquisto.
Il piccolo corteo si avventurò per le strade affollate di Roma, trovando diverse difficoltà a proseguire il cammino speditamente, nonostante gli sforzi dello schiavo annunciatore che andava sgolandosi. Oltre ai portantini, ai lati della lettiga, c'erano altri schiavi che fungevano da sfollagente.
Dietro trotterellava Atar, che rischiò di cadere più volte, impedito dalle catene. Era tenuto come fosse al guinzaglio dall'altro schiavo, quello che l'aveva prelevato dal palco.
Portato così, come un animale.
La sua condizione gli generava un'umiliazione tanto profonda da provocare un dolore che gli lacerava il petto ma avrebbe sopportato tutto, lo aveva promesso a se stesso: lui doveva sopravvivere. Così imparò a dominare l'orgoglio lasciando che gli gonfiasse solo il cuore.
Dopo un po', arrivarono all'ingresso della villa. Le pareti che davano sulla strada erano senza finestre, il portone non era molto grande, cosicché la lettiga venne appoggiata lì davanti.
Un servo avvicinò una scaletta e la grassa matrona scese dal suo baldacchino, un altro schiavo le tenne aperta la porta.
Lanciò un'ultima occhiata al nuovo acquisto e fece un cenno con il capo, sul quale spiccava un'enorme e vistosa parrucca biondiccia, allo schiavo che lo sorvegliava.
Questi, tirando le catene fece capire ad Atar che doveva seguirlo.
Davanti a loro la donna procedeva goffamente, imbacuccata nelle sue vesti e tintinnando a ogni passo i pesanti gioielli dei quali era adornata. Atar pensò che le signore romane, avevano un pessimo gusto.
Varcata la porta si trovarono in un atrio con le pareti dipinte di rosso, piuttosto grande e illuminato da un'apertura sul soffitto corrispondente all'impluvium sul pavimento, da questo atrio partivano due corridoi, uno di questi portava agli ambienti di servizio, l'altro sfociava nel portico che circondava il peristilio. La matrona fu poi raggiunta da due ancelle e scomparve con loro.
Il tutto senza una parola.
Lo schiavo che aveva in consegna il principe etrusco lo liberò dalle catene.
Atar pensò che tra schiavi non vi fosse da seguire un'etichetta, per cui decise di porre la domanda che già da un po' gli martellava nella mente.
«Chi sono i miei padroni?»
Lo schiavo, un ragazzo di circa sedici o diciassette anni molto scuro di carnagione, lo guardò quasi stupito.
«Come? Non sai chi sia il pretore Lepido?»
Atar scosse il capo: «Come vedi sono appena arrivato.»
«Devi ritenerti onorato di poterlo servire!» gli disse mentre faceva segno di seguirlo e aperta una spessa tenda, si avviarono sotto la tettoia del peristilio che aveva al suo centro un bel giardino lussureggiante. In mezzo, ben visibile nella sua nicchia, troneggiava una splendida statua in bronzo dorato di Minerva.
«È uno degli uomini più ricchi e potenti della città e non tratta male i suoi schiavi! Quella che hai visto è la domina, sua moglie Antonia.»
«Allora devo essere stato proprio fortunato.» disse Atar con sarcasmo.
Minerva: la dea che non aveva prestato attenzione alle preghiere della sua gente. Che era stata muta di fronte al massacro.
La protettrice della sua defunta città adesso se ne stava lì immobile che lo osservava con il suo sguardo vuoto.
A che cosa servivano gli Dèi se non intervenivano quando venivano invocati? Forse aveva ragione Epicuro, un filosofo che stava ottenendo molta fortuna in Grecia in quel periodo e di cui aveva sentito parlare in discussioni intavolate con ricchi mercanti ellenici in casa sua: il male e gli Dèi esistono entrambi ma questi ultimi non si interessano degli uomini che diventano artefici del loro destino oppure vittime della buona o cattiva sorte.
Alessandra Leoni
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