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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Gioacchino Rosa Rosa
Titolo: Finalmente mi ho fatto grande
Genere Humour
Lettori 73
Finalmente mi ho fatto grande
Limbo letterario.

Avreste mai immaginato che un comunissimo pesciolino rosso che vive in una boccia di vetro possa avere più certezze del premio Nobel per la scienza, il professor Arcibaldo Treccervelli, tuttologo di fama internazionale?
Sembra impossibile, eppure è così, perché l'illustre professore – per quanto possa avere contezza dello scibile umano – è ben consapevole che la scienza non ha limiti e che non si potrà mai sapere dove arriverà l'uomo con le sue scoperte. Invece il pesciolino rosso, nel suo piccolo, sa con matematica certezza che il suo mondo inizia e finisce nella boccia di vetro in cui abita.
Visto sotto quest'ottica, diciamolo francamente, un pesciolino rosso non è di grande compagnia. E non essendo di grande compagnia, alla fine ci verrà a noia e non ci accorgeremo più neppure se è triste, allegro, ubriaco o se è morto stecchito da mesi in una boccia di acqua stagnante.
Eppure, è lì, pochi centimetri sopra il televisore sul quale puntiamo i nostri sguardi tutte le sere, è lì che si agita, nuota, cerca di farsi notare e, se potesse parlare, ne sono sicuro, le sue “rimostranze” verrebbero certamente censurate dal mio editore.
Adesso che avete fatto mente locale sul pesciolino rosso e sulla sua triste sorte, adesso che vi siete ricordati di averne uno da qualche parte e che il poveretto ha certamente reso l'anima a Dio, trovatelo, sciacquate la boccia e infilateci dentro metaforicamente il mio dirimpettaio: il ragionier Egidio Pallotta.
E ora mettetevi comodi, tirate un bel respiro e provate a osservarlo mentre si sbraccia per attirare la vostra attenzione, provate a concentrarvi su di lui, a fissarlo, a studiarlo, a cercare di comprendere il suo mondo, i suoi sentimenti, il suo pensiero.
Vi accorgerete ben presto che, dopo pochi minuti, sarete attratti maggiormente dal rumore di una mosca che vola intorno al lampadario o da un granello di polvere solitario che, dopo un certo vagare, decida di posarsi, insieme a tutti gli altri granelli che lo hanno preceduto, sulla pila delle bollette da pagare.
In altre parole, senza volerlo, vi trovereste a ignorare le movenze del ragionier Pallotta come avete sempre ignorato le istanze del vostro pesciolino rosso.
Ci siete arrivati?
Sì, è così: il mio dirimpettaio, il ragionier Egidio Pallotta non ha proprio un grande carisma... Anzi, a dirla tutta, Egidio è senz'altro una variante del famoso uomo invisibile di Herbert George Wells, con la differenza, però, che mentre il protagonista del romanzo di Wells era invisibile “quando voleva lui,” Pallotta, agli occhi di tutti, era invisibile sempre. Sempre, tranne quando c'erano conti da pagare, perché allora, inspiegabilmente, diventava visibile.
Povero ragionier Pallotta, non lo invidio. A nessuno piace essere trattato come un bambino incapace in ogni campo, nonostante fosse ormai vicino alla pensione. Eppure, era questo quello che la vita gli aveva riservato.
E già, la vita è strana.
Aspettiamo tutti qualcosa: chi il treno, chi la promozione, chi il grande amore e chi, semplicemente, di diventare “grande”. Un grande artista, un grande calciatore, un grande avvocato, o semplicemente “grande”, nel senso di “adulto”.
Certo è, che non c'è una regola fissa. A qualcuno per sentirsi grande basta aver visto un filmino porno in TV, altri hanno bisogno di laurearsi, di trovare un lavoro o di andare a vivere da soli.
Egidio, a sessant'anni suonati, non è ancora grande.
Vecchio sì.
Grande no.
Sin da quando era un bambino c'era sempre stato qualcuno che lo aveva guardato dall'alto in basso. Vuoi per l'altezza, vuoi per l'età, vuoi per il grado o vuoi semplicemente per prepotenza. E se non era un nonno, era un padre e se non era un padre era una madre, un maestro, un ufficiale o una testa calda che era meglio non contraddire per non finire in ospedale.
E così Egidio ha aspettato tutta la vita il momento in cui finalmente avrebbe avuto la sua rivincita, il momento in cui sarebbe diventato capofamiglia. Non tanto per la “famiglia” in sé, quanto proprio per la parola “capo” che la precedeva e che aveva in sé il profumo e l'essenza della vendetta e del riscatto.
Purtroppo, tutte le speranze di riscatto che Egidio aveva riposto nel suo nuovo ruolo di marito, padre e capofamiglia, finirono con il trasformarsi nella più grande delusione della sua vita perché – anche dopo essersi sposato – non era mai riuscito a dire l'ultima parola su nulla. Anzi, non è che non era riuscito a dire l'ultima parola, non era riuscito mai a dire nessuna parola se non qualche straziato «Va bene, come vuoi tu, cara.»
Da quando Egidio aveva pronunciato sull'altare quel fatidico «sì», la mannaia della punizione divina era calata sul suo capo ed era stato condannato al silenzio dai continui «Zitto tu che non capisci niente» di sua moglie Serena.
Beh, almeno con i figli, starete pensando... e invece no, perché nemmeno con le sue due figlie il ragioniere era riuscito a imporre la sua volontà o che ne so, ottenere un minimo di rispetto o di considerazione.
Niente di niente.
Il nulla più assoluto.
Quando Egidio apriva bocca sembrava che non emettesse nessun suono o che tutti fossero diventati sordi all'improvviso.
E quando Egidio iniziava a dar di matto e a gridare con tutte le sue forze, gli rivolgevano finalmente la parola, ma solo per dirgli di non disturbare.
Dire che il ragionier Egidio Pallotta si era rotto i coglioni di questa situazione, è solo un vago eufemismo.

Il buongiorno si vede dal mattino

Il professor Arcibaldo Treccervelli, luminare tanto illuminato da essere rimasto fulminato dal proprio ingegno, osservava da alcuni minuti le disperate acrobazie di un ragnetto solitario impigliato nella sua stessa ragnatela.
La povera bestiola tesseva, disfaceva, tirava, si contorceva, e più si dava da fare per liberarsi, più finiva prigioniera della sua morbida disgrazia.
Il professore, con i capelli ancora sconvolti dalla notte e quell'aria trasognata che lo accompagnava anche nelle ore di piena veglia, si domandava se fosse più umano aiutare il ragnetto a uscire dalla trappola o mettere fine a tanto strazio con un deciso, compassionevole, definitivo colpo di ciabatta.
Era quasi giunto a un verdetto di stampo salomonico quando lo sguardo gli cadde sull'orologio da taschino abbandonato sul comodino, in mezzo a libri, appunti, fazzoletti accartocciati, matite senza punta, una lente rotta e altre testimonianze archeologiche del suo disordine mentale.
La stanza era ancora immersa nella penombra, ma l'occhio sinistro del professore riuscì a cogliere la posizione a “V” delle lancette.
L'informazione, trasmessa all'emisfero destro del cervello, produsse nel giro di un istante un attacco d'ansia corredato da sudori freddi, bocca secca e un principio di tremore alle ginocchia.
Tuttavia, la mente di un luminare non si abbandona mai del tutto all'istinto. Da una parte l'emotività batte i pugni sul tavolo; dall'altra la scettica ragione della scienza pretende una verifica. Infatti, dopo un rapido consulto interno, i due emisferi del cervello del professore convennero che l'unica soluzione dignitosa per sciogliere ogni dubbio fosse inforcare gli occhiali da lettura e procedere a un sopralluogo fisico.
Il professore accese il lume, prese l'orologio e lo portò sotto la luce della lampada.
Fu allora che una piccola goccia di sudore, perversa e determinata, si aprì un varco sulla fronte ossuta scivolando tra rughe insolenti e pieghe d'espressione con la precisione di uno sciatore olimpico.
«Per Giunone cavallerizza e frizzantina,» mormorò il luminare, mentendo a sé stesso con ammirevole compostezza, «questo evento non rientra nella sfera del possibile. E nemmeno in quella del probabile. E, a voler essere rigorosi, neppure in quella dell'incerto.»
Avvicinò l'orologio agli occhi, usando il naso a becco come mirino e distanziatore per la messa a fuoco.
Niente da fare.
Le lancette, con indifferenza svizzera, segnavano ancora le undici e cinque.
Ormai grondante di sudore e aggrappato all'ultimo brandello di speranza, il professore scosse l'orologio, lo batté due volte di taglio sul comodino, poi se lo portò all'orecchio per verificare se quella vecchia carriola non si fosse fermata la sera prima per mancanza di carica.
Ma gli inconfondibili tic e gli inseparabili tac gli confermarono che la vecchia carriola, come la chiamava lui, faceva ancora egregiamente il proprio dovere.
Il problema, dunque, non era l'orologio.
Era lui.
Senza contare il tempo della percorrenza, era già in ritardo di due ore abbondanti sull'appuntamento a casa Pallotta.
Il professore decise che non c'era tempo da perdere in inutili abluzioni mattutine. Dopo aver selezionato gli abiti più adatti alla giornata uggiosa, si precipitò per le scale con l'agilità disordinata di un grillo isterico.
Alto, spelacchiato, con un naso aquilino e due spessi occhialini tondi che gli conferivano un'età imprecisata tra il venerabile e il malconcio, il professore si avviò verso Vico Nosco numero 38, borbottando contro il fato, il destino avverso e l'imperdonabile arroganza degli orologi.
Indossava stivaloni di gomma, cappello a falde larghe e un mantello da pompiere giallo: la sua uniforme ufficiale da giornata uggiosa.
E proprio in quella divisa d'altri tempi arrancava goffamente verso la casa dei Pallotta, dove l'intera famiglia lo attendeva con crescente ansia.
Neanche a dirlo, pioveva che Dio la mandava. Le strade di Foggia, scivolose e allagate come canali di una Venezia meno romantica e più maleodorante, nascondevano tombini infidi, bucce di banana superstiti e marciapiedi dagli spigoli assassini.
Il Celone, in piena, era straripato, e i cassonetti dei rifiuti, trascinati dalla corrente, danzavano un valzer lento per le vie del centro: ora urtando con malinconica delicatezza le auto in sosta, ora portando cani e gatti in gondola.
Il professore aprì l'ombrello.
L'ombrello, fraintendendo la propria funzione, si riempì d'aria a ogni raffica di vento e si trasformò in una vela. Così il pover'uomo, simile a una piccola imbarcazione da diporto mal assicurata, scivolò in quel mare d'acqua dolce e sporca con aria di sgomento, mentre dalla borsa di cuoio chiusa male volavano fogli, appunti e giganteschi coriandoli di carta che facevano scia dietro di lui.
Quando arrivò a destinazione, a mezzogiorno in punto, il professor Treccervelli era ridotto a uno straccio.
Si ricompose come poté.
Era pur sempre un luminare.
Poi sollevò l'indice e bussò al campanello della famiglia Pallotta.
«Desidera?» chiese la procace signora Pallotta nel vedere quello strano individuo alla sua porta.
«Permette?» fece il luminare con un leggero inchino, «sono il professor Arcibaldo Treccervelli, psichiatra, psicologo e sociologo di chiara fama. Questo, in sé, cara signora, potrebbe non dirle niente, ma, veda, io sarei, per l'appunto, l'esperto della facoltà di Scienze Mentali che aspettavate per dipanare i dubbi sulla sanità mentale del ragionier Pallotta.»
«Ah, finalmente. Venga avanti, professore, venga avanti. L'aspettavamo con ansia. Sono Serena Pallotta, la moglie del caso patologico, la vittima predestinata della sua follia infantile.» Poi, indicandolo con un dito, aggiunse «Lo guardi, professore. Lo guardi bene il carnefice, il pazzo, il tiranno domestico. Mio marito Egidio: il bambino di sessant'anni.»
«Ah, magnifico, magnifico, cioè, scusi, volevo dire, bene, insomma, interessante.» fece con un certo imbarazzo Arcibaldo Treccervelli.
«Ma cosa fa impalato nell'ingresso, professore? Si accomodi, si accomodi pure nello studio. Le persone che mi aveva chiesto di convocare l'attendono già da un pezzo.»
«Grazie infinite, cara signora; se non le arrecherà disturbo, mi metterò a sedere dietro alla scrivania perché, vede, sono pieno di fascicoli, libri e documenti che potrei dover consultare di tanto in tanto.»
«Faccia con comodo, professore, e segga dove vuole,» fece con garbo la signora Pallotta, «purché si arrivi ad una definizione rapida della vicenda perché, mi consenta, ne abbiamo le palle piene di quel pazzo di mio marito e non vediamo l'ora d'interdirlo.»
Così dicendo la donna si girò per fare strada al professore verso lo studio del ragioniere, dove una piccola e variegata folla di parenti, amici e professionisti stava sferrando un poderoso attacco al vassoio dei dolciumi.
La donna avanzava sinuosamente lungo il corridoio oscillando con vigore e precisione il suo fasciato sederone al ritmo del battere dei suoi tacchi a spillo rossi come il fuoco. Il professore, quasi ipnotizzato da quella visione, si sforzò di giustificarsi con sé stesso dicendo che quella visione curvilinea e semovente gli ricordava gli orologi a pendolo e la loro straordinaria capacità di ottenebrare le menti verso l'oblio.
Quando si riprese, il professore era al centro della stanza con un coro di sguardi curiosi e penetranti intorno. Il professore, dopo le presentazioni ed i convenevoli di rito, iniziò a parlare alla piccola assemblea con tono professionale:
«Gentili signori e gentilissime signore, sono il professor Arcibaldo Treccervelli, docente di eccetera eccetera. Vi ho convocati in questa sede per discutere dello stato di salute del signor Pallotta e per decidere, insomma, quale potrà mai essere il suo futuro in questa casa o fuori di essa. In parole assai più povere, possiamo senza dubbio asserire che siamo qui per valutare se sia il caso di interdire il ragioniere, di chiuderlo in casa di cura o di lasciarlo libero di fare ciò che più vuole, ciò che gli aggrada, ciò che gli pare,» disse calando un po' di tono con voce teatrale il professore.
«Per incominciare, metto subito agli atti che sono presenti alla riunione, il notaio Cazzullo Pepe, l'avvocato Barbagianni che difende la famiglia, il medico curante dott. Cazzacaviglia, l'infermiera Bellatopa Maria Cesira, la moglie, le figlie e ovviamente, il ragionier Pallotta.»
Il ragioniere alzò la mano.
«Dica pure, ragioniere,» riprese a dire il professore rivolgendosi amorevolmente verso il ragioniere. «Questa mano alzata indica che vuol fare una domanda o semplicemente ci sta chiedendo il permesso di andare in bagno?»
«Uso il pannolone per incontinenti, professore,» rispose ringhiando il ragioniere «ed in bagno ci sto andando in questo preciso istante ragion per cui passo decisamente alla domanda che le pongo con tutta la calma e la grazia di cui dispongo: posso avere un cazzo di avvocato anch'io o a me viene negata del tutto una linea di difesa? Ma che cos'è questo? Un processo burla, una presa per il culo o la santa inquisizione?»
«La prego, ragioniere,» intervenne da paciere il dottor Cazzacaviglia, allentandosi la cravatta ed usandola per aspergersi il sudore «si tratta solo di un consulto medico un po' allargato per prender serie decisioni sul suo futuro in virtù del suo passato e per valutare al meglio la sua pericolosità ai fini dell'interdizione dagli Uffizi.»
«Se mi è permesso dirlo,» fece sempre più rissoso il ragioniere, «questa è ancora casa mia. Sono io che pago l'affitto e sono sempre e solo io quello che dilapida le sue già misere sostanze per mantenere in piedi questo bordello e questo manipolo di ingrati. E sono sempre io quello che pagherà anche il suo onorario, caro dottore, cosa pensava? Lei crede veramente che qualcuno di questi signori tirerebbe fuori un solo centesimo di tasca sua per qualcosa che mi riguardi?»
«Suvvia, mantenga la calma, ragioniere,» riprese a dire il professore. «Nessuno vuole torcerle un capello, siamo qui per sentir le sue ragioni, per capire perché lei non si adatta a vivere i suoi anni come fanno i suoi coetanei, i suoi compagni.»
«Ma cosa dice, professore, ma li conosce i miei colleghi di biliardo? In sei reggono la stecca, in tre prendono la mira ed un quarto chiede il favore ad un passante di spingergli la mazza in direzione della palla.»
«Forse sta un tantino esagerando, ragioniere,» fece timidamente l'avvocato Barbagianni senza alzare lo sguardo dal pavimento coperto di tappeti.
«Ma stia zitto, avvocato, che con lei poi faccio i conti a parte, con la calcolatrice, perché le cazzate che sta dicendo in questi giorni non si contano neppure, figurarsi se le tengo tutte a mente.»
«Babbo...»
«Zitta Euridice.»
«Ma babbo, l'educazione...»
«L'educazione che evidentemente non ti ho dato, Euridice. Se sei qui che mi interrompi mentre parlo, vuol dire che l'educazione me la sono tenuta per me, quindi è mia e me la gestisco io.»
«Ragioniere, la prego, se i presenti me lo consentono io la richiamerei all'ordine,» fece Barbagianni, alzando leggermente il tono della voce ma sempre tenendo lo sguardo basso.
«Avvocato, ma allora lei vuole proprio andare per mazzate?»
«Contegno, Egidio,» fece la moglie del ragioniere stizzita.
«Ma vaffanculo,» fece il marito con britannico distacco.
«Comunque, Egidio» riprese a dire la donna, «questa è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non è corretto quello che ci stai facendo dopo tutto quello che ci hai già fatto passare: tutte quelle umiliazioni, Egidio, tutte quelle figuracce. Abbiamo diritto a rifarci una vita anche noi, Egidio. Hai mai pensato all'ipotesi del suicidio prima che ti ammazziamo noi con le nostre stesse mani?»
«Giusto!» fecero in coro le due figlie.
«Ma che sei scema?» rispose il ragioniere, «suicidarmi io? Ma che cazzo stai dicendo? Se c'è qualcuno che deve morire quella sei tu: io non fumo, non bevo, non mi drogo, al limite bevo troppo latte dal biberon. E se devi farti venire un coccolone vedi di fartelo venire in strada e non a casa, perché lo sai che sono un tipo impressionabile e poi mi sento male.»
«Egidio!» tuonò Serena Pallotta alzandosi in piedi minacciosa.
«Cosa c'è ancora, cara?»
«Basta, papà, smettila!» strepitò alzandosi in piedi a sua volta Maria Filippa. «Mi vergogno di te, trattare in questo modo la povera mamma davanti alle vostre figlie!»
«Che siate figlie mie non è certo, anzi, sono certo del contrario.»
«Papà!» fecero le ragazze nuovamente in coro.
«Egidio!» fece la moglie piena di sdegno «Ma cosa dici?»
«Serena, tu mi hai amato sempre così tanto e così tanto mi hai desiderato da non accorgerti neppure una volta che abbiamo fatto sempre e solo sesso protetto? E che io in quarant'anni di matrimonio il preservativo non me lo sono mai levato?»
«Forse,» disse timidamente l'avvocato «un preservativo bucato...»
«Stia zitto, avvocato, che più parla e più fa danni.»
«Insomma,» tuonò il professore seccato, «non siamo qui riuniti per questa pagliacciata, ma per cose serie, di ben altra portata.»
«Ma mi faccia il piacere, professore, e chi sarebbero le persone serie, lei? Cazzacaviglia? il notaio Cazzullo o l'avvocato Barbagianni, quell'impostore, quel brigante, che in trent'anni che lo conosco mi ha fatto perdere più cause di quante me ne ha fatte intentare. Ma andate tutti a farvi fottere.»
«Certo che il linguaggio è un po' colorito, caro ragioniere,» fece il notaio Cazzullo, «e non so se sia il caso di metterlo agli atti.»
«Lei non mette agli atti un bel niente, caro notaio, ma di che atti va cianciando?»
«Quelli dell'interdizione, ovviamente,» fece l'infermiera Bellatopa tifando per il suo eroe: «Si difenda, ragioniere!»
«E mi difendo sì, ma a botte di seggiate e non carta bollata. Il primo che tocca una penna o un foglio di carta me lo mangio vivo.»
«Scriva, professore, scriva,» disse la moglie del Pallotta eccitata come una leonessa che abbia fiutato l'odore del sangue della sua preda «scriva: apologia del cannibalismo, riti tribali e sanguinari a discapito del buon nome della famiglia.»
«Infatti,» aggiunse Euridice Pallotta attaccandosi in corsa al treno delle accuse infami «e questo spiega perfettamente perché il babbo al ristorante ordina sempre una fiorentina al sangue e non ha mai assaggiato uno stracotto di vitello.»
«La letteratura insegna,» rispose il padre «ma a te non ha insegnato nulla a quanto pare.»
«Ma cosa dici, babbo, io sono una laureata!»
«Sì, ma in educazione fisica. E ti sei esercitata pure parecchio con le flessioni a giudicare da quel che vedo.»
«Va bene, lo ammetto, sono incinta. E con questo cosa vorresti dire?»
«Che non mi risulta che tu ti sia mai sposata.»
«Sono una donna libera, una donna emancipata, babbo.»
«Davvero?» fece il ragioniere in tono di sfida «E chi la mantiene questa donna emancipata che ancora non lavora?»
«Che c'entra, io vivo in famiglia per scelta, mica perché sono obbligata.»
«Tu no, ma io sì. Io sono obbligato a vivere con voi tre e con il quarto in arrivo. E che farai, mi porterai pure il “ragazzo padre” in casa? Lo mettiamo nello studio ed io faccio fagotto?»
«Ma non eri tu quello che diceva continuamente “voglio vivere da solo”?»
«Sì, ma nel senso che voi vi dovevate togliere dai coglioni, non certo io.»
«Si calmi, ragioniere,» fece l'infermiera «le fa male al fegato, le porto un tranquillante? Le faccio un bel massaggio tailandese?»
«Te lo do io il massaggio tailandese, puttanone che non sei altro,» urlò la signora Pallotta, scagliandosi con ferocia contro la signorina Bellatopa.
«Ma come si permette, laida vecchiaccia? Parla proprio lei che da dieci anni fa la mantenuta del dottor Cirillo del quinto piano approfittando della buona fede di quella brava donna di sua moglie che passa le giornate come volontaria al lebbrosario comunale?»
«No, davvero?» fecero tutti i presenti in coro.
«Sì,» fece l'infermiera con aria trionfale «è tutto vero!»
«Lei non sa quello che dice, puttanazza in divisa. Ma di che si impiccia? Ma pensi al catetere di mio marito e ai cazzacci suoi, che ai miei ci penso io. Quella tra me e il dottor Cirillo è solo una conoscenza occasionale, da portierato; noi non facciamo nulla di male. Quando ci incontriamo casualmente nell'androne parliamo di ricette, di bollette, o...»
«Del metodo per levarmi di torno, per eliminarmi, per accopparmi. Ecco che cosa vi dite per eccitarvi in ascensore quando fingete il guasto tecnico aprendo le porte tra un piano e l'altro. Avete visto troppi film horror, avete letto troppi libri gialli miei cari! Ma avete fatto i conti senza l'oste, perché io, viceversa, vi seppellirò tutti.»
«Segnate notaio, segnate,» prese a dire Euridice «necrofilia, sadismo, circonvenzione di incapaci.»
«Ecco, mo' l'hai detta giusta figlia mia, “circonvenzione di incapaci.” Giusta riflessione, perché voi siete incapaci. Siete incapaci di rispettarmi, siete incapaci di volermi bene, siete incapaci di capire che io mi sono fatto un mazzo tanto per tutta la vita e che ora mi voglio un poco divertire, e che ne ho tutto il diritto.»
«E lo chiami divertirsi quello che fai?» disse la moglie «scrivere temi in classe come un bambino delle scuole elementari?»
«Embè, che c'è di strano?»
«E che li scrivi come un bambino delle elementari, nel senso degli errori di grammatica e della bassezza del pensiero! Tu scrivi come un deficiente. Vuoi affrontare un tema, un problema? E scrivi un saggio, scrivi un poema, ma fallo da cristiano, non con un tema.»
«Ne, ma a te che te ne frega? Li devi leggere per forza i temi miei?»
«Io no, però ciò non toglie che la gente ti ride dietro. Che cosa hai scritto oggi: “Parlate di una giornata che vi ha particolarmente colpito”?»
«No, oggi ho scritto un tema sull'unità della famiglia.»
«Ah, e che avresti scritto?»
«L'ho lasciato in bianco, perché io una famiglia unita non ce l'ho. Anzi, ad avercela ce l'avrei, e pure unita, ma unita nella lotta contro di me. Ma poi come tema veniva una schifezza e l'ho lasciato in bianco.»
«Mi permetto di intervenire,» fece il professore, «per segnalare che si è fatto davvero molto tardi, ed avrei un appuntamento. Ci si incontra qui domani, facciamo alla stessa ora?»
«Concordo, professore,» fece la signora Pallotta. «Vi accompagno alla porta così prendiamo accordi.»
Il professore, dopo aver salutato, entrò nell'ascensore e premette il tasto terra, ma appena le porte furono chiuse, un blackout dovuto all'improvvisa ondata di maltempo tolse la corrente alla cabina imprigionando il professore fino a sera.
Chiuso nell'ascensore, nel buio più assoluto, il luminare, seduto a terra, non avendo altro da fare, tornò con la mente al ragioniere. “Era un bel tipo”, questo era vero, ma che fosse pazzo sul serio non ne era troppo convinto. Il dubbio era se fingesse per dispetto alla famiglia ingrata o se effettivamente non avesse i nervi un poco scossi.
Barbagianni, invece, offeso nel profondo, tornò nel suo studio al terzo piano a meditar vendetta per il modo con cui veniva trattato da quel pazzo scatenato, mentre il dott. Cazzacaviglia e il notaio Cazzullo preferirono discutere del ragioniere al bar, davanti ad una birra e un tramezzino.
Anche Bellatopa Maria Cesira, l'infermiera, abbandonò frettolosamente il campo rifiutando ogni ulteriore contatto con la puttanazza e le sue amate figlie.
Ma... il ragioniere?
Gioacchino Rosa Rosa
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